L’inguaribilità

Mai parole furono più vere… in ogni settore che si occupi di cure naturali. Spesso capita di consigliare delle cose e quando, sentendo le persone, queste non hanno funzionato, scopri che in realtà non le hanno mai utilizzate per diverse ragioni, che vanno dalla mancanza di tempo, dalla pigrizia, dal considerarle trascurabili al costo di un prodotto.

Riporto letteralmente.

“Chi viene a consultarmi chiede aiuto ma nello stesso tempo lo rifiuta.

L’atto terapeutico è una strana battaglia: si lotta strenuamente per aiutare qualcuno che innalza tutte le barriere possibili per provocare il fallimento della guarigione.

In un certo senso, per chi è malato il guaritore è una speranza di salvezza e contemporaneamente un nemico.
Chi soffre teme che gli venga rivelata la fonte del suo male di vivere, per cui vuole un sedativo, vuole che qualcuno lo renda insensibile al dolore, ma non desidera assolutamente cambiare, non vuole che gli si dimostri che i suoi problemi sono la protesta di un’anima rinchiusa nella prigione di un’identità fasulla.

Il cervello umano reagisce come un animale, difende il proprio territorio identificandolo con la propria vita.

Fanno parte di questo spazio, delimitato con l’orina e gli escrementi, i genitori, i fratelli, i partner, i collaboratori e, soprattutto, il corpo.

Ma chi è il padrone? È un individuo con limitazioni che corrispondono al proprio livello di coscienza. Più il livello di coscienza è elevato, più grande è la libertà.

Per raggiungere tale grado di libertà, nel quale il territorio non si limita più a una manciata di metri quadrati o a un piccolo gruppo di soci, ma è l’intero pianeta e la totalità degli uomini, o meglio ancora, l’universo intero e la totalità degli esseri viventi, innanzitutto occorre cicatrizzare la ferita originaria, liberarsi dai condizionamenti fetali, poi da quelli famigliari e infine da quelli sociali.

Per realizzare la mutazione nella quale il sofferente, avendo lasciato perdere ogni pretesa, riesce a vivere con gratitudine il miracolo di essere vivo, occorre essere consapevoli dei propri meccanismi di difesa. E sono i meccanismi che tutti gli animali impiegano per sfuggire ai nemici predatori.

Sanno incistarsi e anche fingere di essere morti, si arrotolano su se stessi, si ricoprono di squame chitinose, si nascondono nel fango, trattengono il respiro e perfino i battiti del cuore.

L’essere umano fa lo stesso: si blocca, finisce in un circolo vizioso di gesti ripetitivi, desideri, emozioni, pensieri, e vegeta in questi limiti ristretti rifiutando ogni informazione nuova, immerso nell’incessante ripetizione del passato.

Per fuggire dalle profondità, si lascia vivere galleggiando sopra un tessuto di sensazioni superficiali, come anestetizzato.

Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura.

Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni, che la vittima deve accettare anche se è incomprensibile. Si pretende che il bambino non sia quello che è, se disobbedisce viene castigato.

E il castigo più grande è non essere amato”..

Alejandro Jodorowsky

Aggiungo qualche saggezza popolare:

Chi è causa del suo mal pianga se stesso

Aiutati che il ciel ti aiuta

A chi non vuol far fatiche, il terreno produce ortiche

Chi dorme non piglia pesci

Chi mal semina mal raccoglie

Guarigione per via spirituale

Nel corso del tempo si sono incontrati esseri umani speciali che hanno indicato, attraverso il loro esempio di vita, come sia stato possibile stare bene in spirito, anima e corpo, arrivando a uno stato di guarigione tangibile. Il tema della guarigione spirituale andrebbe approfondito su più livelli in quanto una scienza lungimirante e olistica potrebbe valutare tutti gli aspetti che entrano in gioco. Si potrebbe in tal caso parlare di vera e propria scienza dello spirito. Bruno Gröning è stato un grande taumaturgo e ha lasciato Istruzioni molto semplici e concrete utili a conseguire uno stato di salute. Scrivo queste poche righe in occasione di un evento che si terrà il 1º novembre a milano e il 2 novembre ad Aosta con i riferimenti per potervi partecipare.

http://youtube.com/post/Ugkx6M3WYhsVJ_HeEYdjzwLrSvGo9OTcoksq?si=ykzY_JbjkteziHyo

http://youtube.com/post/UgkxcXJxoosan4deEx91eKavIOofX2FrC52h?si=0WEZHT1Be6JPiRUz

FATO E DESTINO

FATO E DESTINO

Premessa

Fato e destino sono due parole spesso usate come sinonimi, il che contribuisce a fare confusione sulle attribuzioni di significato. Il fato è una forza esterna, ineluttabile e prestabilita, mentre il destino può essere influenzato dalle nostre azioni e dalle nostre scelte. La parola fato deriva dal latino “fatum”, che significa “ciò che è stato detto” (dagli dei), indicando una sentenza o un oracolo immutabile. Il destino deriva dal verbo latino “destinare”, che significa “fissare saldamente” o “stabilire”, suggerendo un percorso predeterminato ma potenzialmente influenzabile dalle azioni individuali.

ALCUNI SVILUPPI NEL TEMPO

GRECIA: Heimarmene

La Heimarmene per gli antichi greci era un concetto filosofico e religioso traducibile con “destino o fato” e rappresentava la forza ineluttabile e universale che determina il corso degli eventi,  siano essi le vicende umane o il ciclo cosmico, ma non era vista come una divinità capricciosa,  piuttosto come una legge razionale inalterabile a cui anche gli dèi erano sottomessi. Si può pensare a lei come alla trama del cosmo già tessuta, dove ogni cosa, dalla nascita di un eroe alla caduta di un impero, segue un percorso stabilito.

Il fato non era istituito da un’unica entità. Nella mitologia le Moire erano tre dee che tessevano il filo della vita e della morte e determinavano il destino ineluttabile di ogni essere umano, cui persino gli dèi dovevano sottostare: Cloto filava il filo, Lachesi ne determinava la lunghezza e Atropo lo tagliava. Stessa cosa facevano le dee equivalenti della tradizione romana, le Parche Nona, Decima e Morta.

I miti greci, come la storia di Edipo, mostravano l’eroe che cerca di sfuggire a un fato ineluttabile, come anche la figura di Cassandra rappresentava un altro esempio perfetto di veggenza e fato: malgrado le sue accurate premonizioni, il suo destino era quello di non essere mai creduta, rendendo la caduta di Troia un evento ineluttabile: il suo personaggio metteva in evidenza la tragedia di conoscere il fato senza potervi intervenire. L’idea di un fato ineluttabile ha radici antiche, ed era già presente nei poemi di Omero, dove gli dèi potevano influenzare le vicende umane, ma non stravolgere il destino finale di una persona. Achille era destinato a morire giovane e glorioso e nessun intervento divino avrebbe potuto cambiare questo esito. In seguito, con la filosofia stoica, il concetto di Heimarmene raggiunse la sua massima espressione: gli stoici credevano che l’universo fosse retto da una ragione universale, il Logos, e che la Heimarmene fosse l’espressione di questa ragione. Con le correnti del platonismo e del neoplatonismo, la Heimarmene venne spesso associata a un destino imposto dall’alto, ma con un margine di libertà. Si sosteneva che l’anima, prima di incarnarsi, scegliesse il proprio destino, pur rimanendo all’interno dei confini stabiliti dalla legge cosmica. In sintesi, la Heimarmene non era semplicemente una forza cieca e brutale ma un destino razionale, spesso visto come parte di un ordine più grande e incomprensibile all’uomo, che trovava nella sua accettazione una forma di saggezza.

I

INSEGNAMENTO ERMETICO

Secondo la tradizione ermetica, il fato è un’inevitabile forza meccanica e cosmica legata alla necessità e all’ordine astrale, visto come un determinismo astrologico, o influenza dell’energia manifestata anche nei corpi celesti sulla vita umana (abbiamo due Influenze: la prima al momento del concepimento, la seconda al momento della nascita. Il fato è riferito alla prima), come la Heimarmene dei greci, mentre il destino è il percorso spirituale, l’evoluzione individuale. L’ermetista non si limita a subire il fato, ma cerca di superarlo attraverso la conoscenza (gnosi), il libero arbitrio e la magia teurgica, per poter forgiare attivamente il proprio destino. Gli autori ermetisti ritenevano che, attraverso la comprensione delle leggi universali (ciò che in basso è come ciò che è in alto) l’uomo potesse elevarsi al di sopra della fatalità e ricongiungersi con il divino.

Un autore fondamentale che esprime questo pensiero è Ermete Trismegisto stesso, nel Corpus Hermeticum. Altri esponenti del Rinascimento che hanno ripreso e sviluppato questi concetti in chiave ermetica, sono stati Giordano Bruno e Marsillio Ficino.

I testi ermetici che discutono il concetto di fato, necessità e ordine sono: il dialogo intitolato Asclepius (o Discorso Perfetto), il Trattato I, Poimandres, il Trattato XII e il Trattato XVI, che fanno tutti parte del Corpus Hermeticum. In diversi punti di questi dialoghi Ermete Trismegisto spiega la relazione tra queste forze, posizionandole in una gerarchia sotto la volontà di Dio. Riassumo alcuni aspetti salienti:

Dall’Asclepio:

  • FATO (Heimarmene): è la necessità di tutti gli eventi , legati l’uno all’altro in una catena ininterrotta. E’ l’artefice di ogni cosa, il secondo dio creato dal Dio sommo, o l’ordine di tutte le cose nel cielo e sulla terra. Il fato è il mezzo attraverso il quale la volontà di Dio si manifesta nel mondo.
  • NECESSITA’: è la conseguenza del volere di Dio, l’effetto che deriva dalla sua volontà. Non può esistere nulla che Dio abbia voluto e di cui poi si sia dispiaciuto, poiché Egli sa in anticipo che le cose accadranno.
  • ORDINE: è il principio che governa il cosmo, mantenuto dalla volontà di Dio. Il testo afferma che gli dèi celesti amministrano le realtà universali mantenendo un ordine unico e immutabile, che hanno ricevuto dal Padre sin dall’inizio. Questo ordine, a sua volta, influisce sugli eventi terrestri.

Dal Poimandres, Trattato I, uno dei testi più noti del C.H.:

  • Discesa dell’anima attraverso le sfere planetarie, che determinano il suo fato. Ermete Trismegisto descrive una visione mistica che riceve dall’essere divino , Poimandres, la Mente Universale. Il Trattato si concentra sulla creazione del cosmo e dell’uomo e spiega la caduta dell’anima nel mondo materiale. Viene illustrato il concetto del fato come una forza che lega l’anima all’esistenza terrestre, ma si sottolinea anche la possibilità per l’anima di elevarsi, tornando alla sua origine divina attraverso la conoscenza (gnosi) e la virtù.

Dal Trattato XII

  • Elevazione della mente (NOUS) sopra le influenze del fato. Questo Trattato approfondisce il tema della mente Nous e del suo rapporto con il fato. Spiega che l’uomo che possiede la mente divina è superiore al destino, poiché è in grado di comprendere e agire al di là delle influenze dei pianeti e degli elementi terreni. L’opera suggerisce che la mente è una parte di Dio nell’uomo e, coltivandola, è possibile non solo dominare il fato, ma anche raggiungere l’immortalità e l’unione con il divino. Il Trattato è una vera e propria esortazione a liberare l’anima dai legami materiali attraverso la conoscenza.

Dal Trattato XVI

  • Mente e destino. Questo testo, sebbene più breve, è anch’esso centrale su questo tema. Chiarisce che non si tratta di fuggire dal mondo, ma di trasformare l’individuo in modo che il fato non abbia più potere su di lui. Viene sottolineato il ruolo cruciale della volontà e dell’autoconsapevolezza nel processo di liberazione; è il capitolo che più direttamente afferma il potere dell’uomo di essere il creatore della propria realtà, elevandosi al di sopra della semplice casualità degli eventi e diventando co-creatore del proprio destino.

Secondo il pensiero ermetico, il libero arbitrio non può agire direttamente sul fato o sulla necessità, che, ripeto, sono forze cosmiche ineludibili; l’uomo può, tuttavia, elevare la sua coscienza attraverso la gnosi, o conoscenza spirituale, che ci porta a comprendere le leggi che governano l’universo e il proprio posto in esse. L’elevazione spirituale richiede  un lavoro in se stessi per purificare anima e intelletto, distaccandosi dalle passioni e dalla materia e richiede il libero arbitrio, ovvero l’uso della propria volontà per compiere azioni che allineino il proprio destino individuale con l’ordine cosmico posto in esse. Questi strumenti  ci allontanano dall’esserne passivamente schiavi.  L’obbiettivo è trasformare il proprio destino da un cammino prestabilito a un percorso di evoluzione o crescita consapevole.

Per rimanere nel tema della tradizione ermetica, il Kybalion offre una prospettiva sul superamento del fato attraverso i suoi principi, in particolare con il principio del ritmo, che governa il flusso e il riflusso di ogni cosa, rappresentando un aspetto del destino ciclico. Il testo insegna a dominare tale ritmo applicando il principio della polarità, per non farsi trascinare dalle oscillazioni della vita e resistere loro, per non subirne gli effetti estremizzanti: non significa che non si vivano più cause ed effetti ma che, usando un principio superiore come il libero arbitrio, si diventa la causa di azioni deliberate anziché l’effetto passivo di eventi esterni. Si smette di reagire, il che fa restare nel duale, e si inizia ad agire, completando l’altra metà, quella mancante e non vista, volontariamente porgendo l’altra guancia per “chiudere” quel cerchio.

TRADIZIONE EBRAICA E CABALA

Nella tradizione ebraica e nella Cabala il concetto di fato come forza esterna ineluttabile simile a quella greca non esiste: l’ebraismo enfatizza il libero arbitrio (behirà chofshit), la capacità dell’uomo di scegliere il bene e il male. La differenza tra fato e destino si spiega con il rapporto tra la volontà divina e le azioni umane. Il fato è ciò che è già scritto, ovvero il piano divino generale per il mondo (mazal): si tratta di un’influenza astrale o cosmica che determina alcune circostanze della vita, come il luogo di nascita o il potenziale di una persona, ma non le sue scelte. Il destino è il percorso che l’individuo crea con il proprio libero arbitrio. Anche se esiste un piano divino (fato) le scelte morali e le azioni dell’uomo (destino) possono influenzare, persino cambiare, il suo percorso di vita: è l’individuo a decidere se realizzare il proprio potenziale fatto in modo positivo o negativo.

Potremmo fare un esempio immaginando una persona con grande potenziale per la leadership (mazal o fato): Il suo destino sarà costituito dalle scelte che compirà, potendo usare questa dote, nel senso di eredità del fato, per guidare le persone verso il bene o per manipolarle a proprio vantaggio. La scelta individuale è sempre al centro, nonostante le condizioni iniziali siano determinate dal fato.

MISTICA CRISTIANA

Nella mistica cristiana il concetto di fato viene reinterpretato come Divina Provvidenza, il piano eterno imperscrutabile di Dio per l’umanità e per ogni singolo individuo. Il destino invece è il percorso spirituale dell’uomo che, tramite il proprio libero arbitrio, decide se cooperare con il piano divino o resistervi, determinando così la propria salvezza o perdizione. Non è un percorso prestabilito da forze cieche, ma il risultato della sinergia (o del conflitto) tra volontà divina e scelte umane.

AVANTI NEL TEMPO

Durante il Rinascimento Giordano Bruno e Niccolò Machiavelli hanno discusso del rapporto tra il destino (la fortuna) e la capacità dell’uomo di affrontarlo con la virtù. Nella letteratura il Romanticismo ha spesso contrapposto il fato, visto come una forza immutabile che schiaccia l’individuo, al destino, un percorso che il protagonista può in qualche modo influenzare. Troviamo presente il concetto di destino anche nella narrativa russa e francese di fine 800 come in Anna Karenina di Tolstoj, dove una premonizione sul treno anticipa il finale.

Nelle tradizioni esoteriche e per alcuni autori come Eliphas Levi e Rudolph Steiner, la distinzione è cruciale. Il fato (fatalità) è visto come la concatenazione inevitabile di cause ed effetti nel mondo fisico, una sorta di necessità meccanica; il destino è un percorso che può essere influenzato dalla volontà individuale, dal libero arbitrio e dal lavoro spirituale.

Eliphas Levi riteneva che la magia e l’esoterismo permettessero all’individuo di “piegare” la fatalità per realizzare il suo proprio destino, agendo sull’agente magico universale.

Rudolf Steiner, il fondatore dell’Antroposofia, vedeva il destino come il Karma, ovvero il risultato delle azioni passate, anche di vite precedenti, che l’individuo ha la possibilità di comprendere e trasformare nel corso della sua esistenza, evolvendo spiritualmente.

In sintesi, mentre il fato è una forza cieca e ineluttabile, il destino nelle tradizioni esoteriche è un percorso evolutivo che l’uomo può plasmare attivamente attraverso la conoscenza e la volontà.

KARMA

Parlando di fato e destino è inevitabile toccare l’argomento Karma, visto che ha molto a che fare con il tema. Non parlerò in modo esteso delle tradizioni induista e buddista, e nemmeno in modo approfondito di Karma, ma ne scriverò quanto utile per completare Il pensiero espresso finora. (Oltre tutto non sono esperta in questi due ambiti).

Il Karma è un concetto centrale in diverse religioni e filosofie orientali come l’induismo e il buddismo, e si riferisce al principio di causa ed effetto dove le azioni di un individuo, sia fisiche che mentali, determinano il suo destino futuro. In sostanza le azioni positive generano risultati positivi, mentre quelle negative portano a conseguenze negative. Il Karma non è visto come un destino predeterminato ma come il risultato delle proprie scelte. Direi che, per certi aspetti, assomiglia al noto principio della fisica “a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.

Nell’induismo ci sono tre tipi principali di Karma:

  • Sanchita Karma, ovvero il Karma accumulato da tutte le vite passate. E’ un magazzino di azioni che non si sono ancora manifestate.
  • Prarabdha Karma, la parte del sanchita karma che si sta manifestando nella vita attuale. È il Karma che sta dando i suoi frutti ora.
  • Kriyamana Karma: le azioni che si compiono nel presente che creeranno un karma futuro, noto anche come Agami Karma: questo è il Karma che si ha la possibilità di influenzare.

A differenza dell’induismo , il buddismo classifica il Karma in altri modi:

  • Karma proiettante, azioni che determinano la rinascita futura.
  • Karma completante, azioni che influenzano le circostanze della vita attuale.
  • Karma del corpo, della parola e della mente,  la classificazione più comune basata sulla forma dell’azione.

Un’ulteriore classificazione si basa sul tipo di risultato:

  • Karma oscuro, azioni negative che portano alla sofferenza.
  • Karma brillante, azioni virtuose che portano a felicità.
  • Karma misto, azioni che producono sia felicità che sofferenza.
  • Karma non oscuro e non brillante, azioni che non generano più cicli di rinascita portando al Nirvana.

Il Karma può maturare in questa vita, con conseguenze immediate, nella reincarnazione successiva o sono richieste molte esistenze per manifestarsi.

FILMOGRAFIA E ANALOGIE

Anche la filmografia è ricca di spunti interessanti che esplorano la differenza tra destino e fato. Il primo a venirmi in mente è il film “Sliding Doors” che mostra come un evento casuale, perdere la metro , crei due destini paralleli: il fato è la coincidenza che fa perdere a Helen il treno, un evento al di fuori del suo controllo; il destino, invece è il risultato delle diverse vite che le due Helen vivono, portandole entrambe a un finale comune che sembra già predeterminato: l’incontro con James.

Anche il film “Ritorno al futuro” illustra il personaggio, Marty, che manipola il suo destino intervenendo sul passato, mostrando che non sia ineluttabile come il fato: cambiano delle circostanze, ma non il risultato finale, ovvero sua la nascita nel tempo previsto.

Ci sono altri esempi che si possono fare per descrivere efficacemente la differenza tra fato e destino: il videogioco è il più semplice e diretto: abbiamo una struttura inevitabile del gioco, costituita dalla trama, dai livelli da superare e dal finale che rappresentano il fato, mentre il destino è rappresentato dalle scelte del singolo giocatore, ovvero l’ordine delle azioni, le missioni secondarie, il tipo di equipaggiamento, le scelte di avversari e compagni eccetera, tenendo conto delle varie vite che avrà il personaggio per completare il suo gioco.

Si può inoltre pensare al fato come un mazzo di carte da gioco, che viene distribuito e non si può scegliere quali carte si ricevono, e il destino  come si decide di giocarle: le proprie scelte, le mosse e la strategia che si adottano determineranno il risultato finale. Le carte sono un dato di fatto, il gioco è un percorso personale.

Altro esempio chiarificatore è il fato visto come la destinazione finale di un viaggio, un punto di arrivo già stabilito, e il destino il viaggio stesso: le strade che si scelgono, le deviazioni che si prendono e le persone che si incontrano lungo il percorso. La destinazione è fissa ma il viaggio è modellato dalle proprie decisioni. Per riassumere in una singola frase: “la mappa non è il territorio”, e vale anche per i viaggi mentali.

Si può ben valutare che, da più punti di vista e da più sistemi, l’obbiettivo finale sia la liberazione da un ciclo di vincoli: il ciclo delle sfere planetarie per l’ermetismo come il ciclo delle rinascite per il Karma. L’unione con la mente divina interrompe il legame dell’anima con le influenze astrologiche proprio come l’estinzione del desiderio estingue il Karma, portando al Nirvana. In un certo senso, l’atto di risvegliarsi alla realtà sovrasensibile equivale a ottenere la gnosi che permette di interrompere il ciclo e ricongiungerci alla mente divina: il Sognatore del Sogno sa che sta sognando…

Vania

video sul canale youtube

IL GUARDIANO DELLA SOGLIA

Il Guardiano della Soglia

Il Guardiano della Soglia è una figura complessa e affascinante, presente sia nelle tradizioni esoteriche che in quelle psicologiche, spesso come archetipo. Rappresenta l’ostacolo, la prova o la sfida che si frappone fra l’individuo e il raggiungimento di una fase nuova di consapevolezza, conoscenza, crescita interiore o ampliamento di coscienza.

Nelle tradizioni esoteriche il Guardiano della Soglia è spesso descritto come un’entità, un essere minaccioso o un’energia che protegge l’accesso a mondi sovrasensibili, a conoscenze occulte o a stati di coscienza superiore.  Il Guardiano della Soglia espleta diverse funzioni:

  • Custode dei misteri: la sua funzione principale è quella di custodire. Non si tratta necessariamente un’entità malvagia quanto di un filtro che permette, solo a coloro che sono pronti e degni, di accedere a determinati livelli di conoscenza. Spesso questa figura mette alla prova l’adepto spaventandolo, facendogli affrontare le sue paure più profonde o i suoi attaccamenti al mondo materiale.
  • In alcuni insegnamenti, il Guardiano della Soglia è descritto come un’entità spirituale che ogni individuo porta dentro di sé, legato indissolubilmente alle azioni compiute nel mondo reale e che agisce come un giudice imparziale del nostro operato. Può manifestarsi per guidare il discepolo o l’adepto verso una dimensione superiore, ma solo se questi si è dimostrato meritevole attraverso un percorso di purificazione e crescita.
  • Iniziazione e trasformazione: il superamento del Guardiano della Soglia è una tappa cruciale nei percorsi iniziatici. Questo cammino implica una morte simbolica del vecchio sè verso una rinascita a un superiore livello di consapevolezza, passaggio questo spesso accompagnato da un confronto con le proprie debolezze, i propri demoni interiori e tutto ciò che impedisce il nostro progresso interiore e spirituale.
  • In psicologia, specialmente nella psicologia analitica di Carl Jung, il Guardiano della Soglia è interpretato come un archetipo, ovvero una struttura universale e innata dell’inconscio collettivo. Si tratta dell’archetipo dell’ostacolo, della prova: in questo caso il guardiano della soglia rappresenta la nostra resistenza al cambiamento, le paure interiori, i dubbi, le nevrosi e tutte quelle forze psicologiche che ostacolano il processo di individuazione e di crescita personale. In psicologia non si tratta di un’entità esterna ma di una manifestazione delle nostre dinamiche interne.
  • Confronto con l’ombra: spesso il Guardiano della Soglia è strettamente connesso all’archetipo dell’ombra, ovvero la parte di noi che contiene gli aspetti rifiutati, repressi o non riconosciuti della nostra personalità come difetti, istinti, desideri inaccettabili. L’incontro con il Guardiano può significare un confronto necessario con la propria ombra affinché questa sia integrata.
  • Rito di passaggio: nella narrativa e nel viaggio dell’eroe (reso popolare da Joseph Campbell, influenzato dalle teorie junghiane), il Guardiano della Soglia è il primo ostacolo significativo che l’eroe deve affrontare prima di entrare nel mondo straordinario, o extra-ordinario. Superarlo non significa necessariamente sconfiggerlo con la forza, ma possono essere necessarie astuzia, comprensione, integrazione o persino la trasformazione del guardiano in un alleato: dobbiamo affrontare una prova di determinazione e autenticità .
  • Crescita e consapevolezza: il superamento del guardiano della soglia porta a una maggiore consapevolezza di sé , a una maturazione psicologica e alla capacità di affrontare nuove sfide. Rappresenta la necessità di lasciare e andare ai vecchi schemi , convinzioni limitanti o paure che ci trattengono dal progredire nella vita.

In poche parole, sia nell’esoterismo quanto nella psicologia, questa figura simboleggia un momento cruciale di confronto e trasformazione; è la figura che ci spinge a guardare dentro di noi ad affrontare ciò che ci blocca e a superare i limiti percepiti per accedere a un livello superiore di esistenza o di autoconsapevolezza.

Che aspetto assume il Guardiano della Soglia? Possiamo dire che non ha una sembianza fissa e universale, perché la sua manifestazione è profondamente personale e simbolica, dipendendo sia dal contesto della tradizione che dall’individuo che lo percepisce, ma, in ogni caso, possiamo delineare delle caratteristiche comuni e delle modalità di apparizione. Le sue sembianze sono spesso disegnate per riflettere ciò che la persona teme di più: i suoi vizi,  le sue debolezze o le verità scomode che rifiuta di affrontare.

Mi viene inevitabile il paragone con la figura del molliccio della saga di Harry Potter…

Riassumiamo le forme più comuni.

FIGURE MINACCIOSE  GROTTESCHE

  • Mostri o demoni: il Guardiano della Soglia può apparire come un essere terrificante, un mostro, un demone o una creatura con caratteristiche animalesche e repulsive. Queste forme simboleggiano le paure primordiali, gli istinti repressi o gli aspetti oscuri dell’inconscio.
  • Orrende deformazioni: a volte assume sembianze umane ma orribilmente deformate, che riflettono la bruttezza interiore o la corruzione morale che l’individuo deve riconoscere e superare in sé stesso.
  • Figure incappucciate od ombrose: può manifestarsi come una figura indistinta, un’ombra minacciosa o un essere incappucciato che incarna l’ignoto e la paura di ciò che non si conosce.

RIFLESSO DI PAURE INTERIORI

  • Incarnazione dei vizi: per alcuni il Guardiano può prendere la forma del proprio vizio dominante: un’apparizione legata all’avidità, all’ira, alla lussuria o all’invidia.
  • Proiezioni dell’ombra: nella psicologia junghiana il Guardiano è spesso una proiezione dell’ombra personale, apparendo come ciò che l’individuo ha rifiutato o represso di sé stesso, e il suo aspetto è spaventoso proprio perché riflette parti di noi che non vogliamo vedere. Potrebbero essere la nostra codardia, la nostra aggressività, la nostra invidia o altre caratteristiche materializzate .

FIGURE INQUIETANTI MA NON NECESSARIAMENTE MALVAGIE

  • Un’apparenza comune ma sgradevole: in alcuni casi non è un mostro, ma una persona dall’aspetto sgradevole: un mendicante, un anziano decrepito o una figura che evoca un forte senso di disagio e repulsione. L’obiettivo non è spaventare fisicamente, ma indurre un senso di avversione o giudizio che l’adepto o il discepolo deve superare.
  • L’incarnazione della verità scomoda: può assumere l’aspetto di qualcuno che ci porta a una verità che non vogliamo sentire, o che ci mostra la nostra vulnerabilità.

DOVE E COME APPARE IL GUARDIANO DELLA SOGLIA?

Le modalità e i luoghi dell’apparizione del guardiano sono altrettanto vari e simbolici.

Possono presentarsi luoghi simbolici di transizione :

  • La soglia vera e propria. Spesso appare letteralmente sulla soglia di un nuovo regno o di una nuova fase: può essere l’ingresso di una caverna simbolo dell’inconscio, il confine di una foresta oscura, la porta di un tempio interiore o l’accesso a un luogo sacro o proibito.
  • In sogni o visioni: molto frequentemente l’incontro con il guardiano della soglia avviene in stati alterati di coscienza come sogni profondi, meditazioni intense, visioni indotte da pratiche spirituali o momenti di profonda introspezione. Questi sono i luoghi in cui la psiche può manifestare i suoi contenuti più profondi.
  • Momenti di crisi esistenziale: può manifestarsi in un momento di grande crisi personale, quando l’individuo è a un bivio nella vita e deve prendere decisioni difficili, che comportano un cambiamento radicale. La soglia in questo caso è un momento di transizione esistenziale .

MODALITA’ DI APPARIZIONE

In quali modi può apparire il guardiano della soglia?

  • Improvvisa e inaspettata: l’apparizione è spesso improvvisa e può cogliere l’individuo di sorpresa mettendolo immediatamente alla prova.
  • Con una prova o un interrogatorio : il Guardiano raramente attacca fisicamente, almeno nelle interpretazioni psicologiche; più spesso pone una domanda, un enigma, un dilemma morale o richiede una prova di valore, sincerità o determinazione. “Chi sei?” “Cosa cerchi veramente?”  “Sei degno di passare?” – sono domande tipiche.
  • Con una sensazione opprimente, anche senza una forma visibile, la sua presenza può essere percepita come un’ondata di paura, ansia o pressione, dubbio o scoraggiamento, che cerca di far desistere l’individuo.
  • Attraverso eventi esterni simbolici: a volte il Guardiano non è una figura ma una serie di ostacoli o “sincronicità” negative che sembrano impedire il progresso, spingendo l’individuo a riflettere sul suo intento e sulla sua preparazione.

In sintesi il Guardiano della Soglia è una manifestazione altamente personalizzata, un test che ci confronta con le nostre più grandi paure, con ciò che ci impedisce di progredire. La sua forma è spesso uno specchio delle nostre sfide interiori e il suo apparire è un invito, spesso terrificante, a un profondo auto esame verso un passo avanti nella propria evoluzione.

Chi ha parlato del Guardiano della Soglia in questi termini e descrizioni?

Rudolf Steiner (1861-1925), fondatore dell’antroposofia, è probabilmente colui che ha descritto in modo più dettagliato e sistematico il Guardiano della Soglia nel contesto dei suoi insegnamenti esoterici. Da “L’iniziazione o come si consegue la conoscenza dei mondi superiori” del 1904, che è uno dei suoi testi fondamentali, viene descritto il percorso del discepolo verso la conoscenza sopra sensibile e l’incontro con il “Piccolo guardiano della soglia” e, successivamente, con il “Grande guardiano della soglia”. Steiner li descrive non come entità esterne che appaiono improvvisamente, ma come manifestazioni delle proprie azioni passate (il piccolo guardiano) e come la somma delle proprie esperienze karmiche e la verità del proprio sé superiore (il grande guardiano). L’incontro è un momento di profonda crisi e purificazione in cui il discepolo deve affrontare la verità su se stesso e sulla propria relazione con il cosmo.

Steiner ha anche scritto una serie di drammi teatrali, tra cui “Il guardiano della soglia” (1912) in cui questa figura archetipica e i processi iniziatici vengono rappresentati scenicamente.

Carl Gustav Jung, il famoso psicologo, sebbene non abbia utilizzato la locuzione esatta “guardiano della soglia” con la stessa enfasi e definizione esoterica di Steiner, esprime in modo profondamente radicato il concetto nella sua psicologia analitica, in particolare nel contesto del “Viaggio dell’eroe”, che è stato poi reso popolare da Joseph Campbell, fortemente influenzato da Jung.

  • Archetipo dell’ombra: per Jung il guardiano della soglia può essere interpretato come una manifestazione dell’archetipo dell’ombra. L’ombra rappresenta gli aspetti repressivi, negati o non riconosciuti della personalità, come scritto poco sopra. L’incontro con il guardiano è il confronto con questa parte di sé , una sfida necessaria per l’integrazione e il processo di individuazione, ovvero il percorso verso la totalità e la completezza del sé.
  • Resistenza al cambiamento: in un senso più ampio, il guardiano della soglia nella psicologia junghiana simboleggia tutte le forze interiori (paure, ansie, nevrosi, attaccamenti) che oppongono resistenza al progresso psicologico e spirituale dell’individuo. Superare il guardiano significa affrontare e integrare queste resistenze.

Ci sono stati altri autori che hanno trattato il tema, come Edward Bulwer Lytton nel suo romanzo occulto del 1842 “Zanoni”. In questo romanzo viene introdotta una figura che può essere considerata un precursore del concetto moderno di guardiano della soglia, noto come il “Dweller of the Threshod”, l’abitante della soglia. Questo romanzo ebbe una grande influenza sugli ambienti esoterici successivi, come Madame Blavatsky, la fondatrice della teosofia, che riprese e sviluppò il concetto di abitante della soglia nei suoi scritti influenzata dall’autore.

Possiamo ricordare anche Tommaso Palamidessi, che nell’ambito dell’archeosofia , una disciplina esoterica italiana, nel “quaderno di archeosofia” numero 10 “I guardiani delle soglie e i cammino evolutivo”, pubblicato nel novembre del 1969, affronta il concetto di guardiano come un elemento fondamentale del percorso iniziatico. Nel contesto dell’archeosofia di Palamidessi, questi guardiani non sono necessariamente entità esterne o demoniache, ma possono essere manifestazioni della nostra stessa psiche, ostacoli interni che si frappongono al progresso della coscienza. I testo suggerisce che il cammino evolutivo è costellato da queste soglie sorvegliate da guardiani, che possono presentarsi in forme diverse, agire in maniera sottile e invisibile per ostacolare il cambiamento interiore . Palamidessi esplora la natura di questi guardiani sottolineando come spesso siano legati alla nostra personalità e ai nostri istinti di autoconservazione, che non desiderano che cambiamo . Si parla anche degli elementali come base per la creazione di questi guardiani, intesi come entità legate alla materia eterica, astrale e mentale. Il quaderno invita una profonda riflessione sulla costituzione occulta dell’uomo e sulla necessità di affrontare questi ostacoli interiori per proseguire nel cammino di crescita spirituale.

Da ricordare anche Eliphas Levi che, pur non avendo coniato il termine “guardiano della soglia” nella stessa accezione di Steiner, nei suoi scritti sulla magia cerimoniale sull’incontro con l’entità astrale e i pericoli del lato oscuro dell’occultismo sono contenuti elementi che possono essere interpretati come incontri con i guardiani o forze che proteggono i misteri o che mettono alla prova l’iniziato. Per Levi il guardiano della soglia non è tanto un’entità fisica esterna, quanto una manifestazione delle paure, dei dubbi, dei vizi e delle imperfezioni interiori dell’iniziato. E’ una sorta di ombra che si materializza o si percepisce nel momento in cui l’aspirante mago o studioso di esoterismo si avvicina a livelli di conoscenza o di coscienza superiori. In sostanza, il guardiano rappresenta le proprie debolezze e il proprio inconscio negativo. L’iniziato, nel suo percorso, è chiamato a confrontarsi con tutto ciò che lo limita, lo trattiene e lo inganna. Il guardiano è la personificazione di queste forze interiori, la prova della dignità per superare il guardiano, ma non è sufficiente la conoscenza teorica, quanto è necessaria una purificazione interiore, un’etica salda e una volontà incrollabile. Solo chi ha lavorato su se stesso, superando i propri limiti e le proprie illusioni, può passare oltre punto il limite tra il mondo ordinario e quello sopra sensibile: il guardiano si frappone fra la realtà comune e i piani superiori, proteggendo i segreti della magia e dell’occultismo da chi non è pronto a gestirlo e potrebbe abusarne. E’ una barriera che impedisce ai profani di accedere a conoscenze pericolose o di manipolare forze che non comprendono, un’opportunità di crescita: affrontare il guardiano non è solo un ostacolo, ma un momento cruciale di autoconoscenza e trasformazione. Superarlo significa integrare le proprie ombre e acquisire maggiore consapevolezza e potere sul proprio essere, Nei suoi scritti la figura del guardiano è legato alla necessità di una preparazione morale e spirituale imprescindibile per chiunque voglia addentrarsi nelle pratiche magiche ed esoteriche. Senza questa purificazione, il guardiano si presenterà in forme sempre più terrificanti, bloccando il progresso dell’iniziato o addirittura portandolo alla rovina.

Se il concetto di guardiano della soglia è antico e universale, ritrovabile nei miti e nei riti di passaggio, questi autori citati, in modo particolare Steiner e Jung, sono stati i primi autori dell’ambito esoterico moderno a fornire una profonda interpretazione esoterica e psicologica come archetipo dell’incontro del guardiano della soglia.

Mi sento di menzionare la Tavola VIII,  “La chiave del mistero”, tratta dalle Tavole di Smeraldo di Thoth l’atlantideo, in cui vengono menzionati i “guardiani o segugi della barriera”,  dai quali si può scappare solo lungo i circoli, attraverso movimenti curvilinei. In questa tavola Thoth descrive la sua esperienza di fuga da queste entità sottolineando che si muovono solo attraverso gli angoli, e che l’unico modo per sfuggire loro sia attraverso i movimenti curvilinei e circoli. Viene anche raccomandato di tornare al proprio corpo attraverso i circoli se si sente il “latrato di un segugio” mentre si è fuori dal corpo. Per quanto sia importante ricordare che le Tavole di Smeraldo siano una versione pubblicata da Maurice Doreal, considerata da molti un testo pseudo storico, i contenuti sono validissimi, e meritano attenzione e meditazione.

Le Tavole di Thoth verranno riprese in considerazione in seguito.

qui il relativo video sul mio canale you tube

Ogni bene.

Vania Nadia Franceschini

La lateralità biologica e Sun Tsu…

Oggi facevo una riflessione, o meglio, si sono incrociate una frase tratta da ” L’arte della guerra” di Sun Tsu e un’osservazione dedotta dalle 5 leggi biologiche.

Questa la frase:
“… Sull’altopiano invece trova un punto vantaggioso.Posizionati con le cime alla tua destra e il campo di battaglia di fronte: di fronte a te c’è la morte, dietro la vita”.

Abbi le alture alla tua destra e il campo di battaglia di fronte fa riferimento al modo in cui l’esercito era equipaggiato a quell’epoca: infatti, il lato destro di un esercito era il più vulnerabile alle frecce, perché lo scudo si portava sulla sinistra.

I destrimani usano la spada o l’arma di attacco a destra e la difesa, lo scudo, a sinistra ed essendo costoro percentualmente la maggioranza, si spiega la vulnerabilità sul lato della difesa. Per i mancini la lateralità degli strumenti tra attacco e difesa sono invertiti, perciò, se ci fosse stata disponibilità, sarebbe stato utile coprire il lato destro con soldati mancini.
Anche in biologia i mancini sono i sostituti alla debolezza dei destrimani, che vivono il conflitto di territorio risolvendo con l’infarto, per cui sono poco vulnerabili su quel tipo di conflittualità.

Le 5 leggi biologiche sono vere in quanto riflettono le leggi di natura: in questo caso abbiamo un esempio tipico della legge di polarità.

Le sette regole di Paracelso per una buona salute

Riprendendo l’argomento sulle origini della malattia, diamo uno sguardo speciale ai sette principi di Paracelso per costruire e mantenere una buona salute, un numero regolato in base ai sette principi o geni planetari o 7 archetipi principali. Le sette regole per la salute di Paracelso si basano su una visione olistica dell’essere umano dove corpo, mente e spirito sono interconnessi, legati al reciproco stato di armonia.

PRIMO PRINCIPIO: L’ARIA PURA E LA LUCE DEL SOLE

Paracelso enfatizzava l’importanza di vivere in un ambiente con aria fresca e pulita e di esporsi alla luce solare. All’epoca questa era una consapevolezza notevole, dato che molte malattie erano associate a condizioni igieniche precarie e ambienti chiusi. L’aria viziata l’era vista come una fonte di tossine e la luce solare come una forza vitale e purificatrice essenziale per il benessere fisico e mentale. Noi sappiamo oggi, da ricerche scientifiche recenti (ma vi dico che ancora ne devono fare e ne faranno e tante cose verranno alla luce perché la medicina dovrà adeguarsi a quelle che sono le leggi di natura e le leggi divine che organizzano tutto il cosmo) che la luce del sole è davvero tanto benefica per lo spirito, per l’anima quanto per il corpo: sappiamo che è uno dei migliori disinfettanti e sterilizzanti per noi e l’ambiente, che è indispensabile per sintetizzare la vitamina D all’interno dell’organismo di molti viventi, che è un nutrimento sottile e che può cambiare lo stato d’animo e dell’umore. Nei luoghi in cui per lunghi periodi dell’anno manca la luce solare aumentano i casi di tristezza, di depressione e di suicidio. Provate a immaginarvi di vivere senza la luce solare e quanto questo aspetto possa influire sulla qualità della vita…

Il sole è in alchimia e in astrologia corrisponde alla vitalità, a quell’ essere cosciente, radiante e pieno di vita, che emana da se stesso per gli altri.

Anche l’aria è un ovvio principio fondamentale, ma deve essere pura, libera da miasmi. Nell’aria risiede il prana, il chi, l’energia del soffio vitale.

SECONDA REGOLA: L’ACQUA PURA

Bere acqua di buona qualità era fondamentale per Paracelso:  l’acqua era considerata un elemento purificatore e un veicolo essenziale per la vita, e assicurarsi che l’acqua fosse priva di contaminazioni e se possibile proveniente da sorgenti naturali, era visto come cruciale per mantenere l’equilibrio interno del corpo e favorire l’eliminazione delle scorie. Provate a pensare un attimo: acqua proveniente da sorgenti naturali… quale memoria di natura e salute può trasportare con sé?  Per quanto riguarda la materia siamo composti da più del 70 % di acqua nel nostro corpo e, da un punto di vista di massa, da più del 90 %: stiamo parlando dell’elemento fondamentale della nostra struttura fisica.

 TERZA REGOLA: ALIMENTAZIONE SANA

L’alimentazione naturale e sobria è fondamentale,  la dieta deve essere naturale e semplice e soprattutto senza eccessi. Paracelso sosteneva l’importanza di consumare cibi non manipolati, freschi e di stagione. Oggi  sarebbero da evitare cibi raffinati, troppo elaborati o in quantità eccessive, in compagnia del principio cardine della moderazione, vera chiave per non sovraccaricare il corpo e mantenere un metabolismo efficiente: il buon vecchio senso della misura. Inevitabili i paragoni con la buona pratica dei digiuni, che siano leggeri o come quello intermittente, che senz’altro rientrano nel tema della sobrietà.

QUARTA REGOLA: SONNO E RIPOSO ADEGUATI

 Il corpo ha bisogno di un riposo sufficiente e di un sonno di qualità per rigenerarsi. Paracelso riconosceva che il sonno non è solo un periodo di inattività ma un momento essenziale per il recupero dell’energia fisica e mentale, per la riparazione dei tessuti, il riequilibrio dei sistemi corporei. Il rispetto dei ritmi naturali del corpo era ed è cruciale: noi sappiamo che viviamo secondo i cicli circadiani: abbiamo una fase diurna attiva  in cui prevale il sistema simpatico e una fase notturna in cui prevale il sistema parasimpatico o vagotonico,  per cui si manifesta la dualità anche in questi aspetti del ciclo di vita.  La quotidianeità frenetica che accompagna i nostri tempi tiene poco conto dell’importanza di un corretto riposo e delle giuste ore di sonno, mentre già anticamente era noto, per esempio nella medicina tradizionale cinese, come al cambiare delle ore cambiavano le fasi dedicate a un organo specifico, al suo recupero e riparazione.

QUINTA REGOLA: ESERCIZIO FISICO MODERATO

E’ fondamentale mantenere il corpo in movimento attraverso un esercizio fisico regolare ma non eccessivo, oggi lo sappiamo bene, e per Paracelso questo era un altro pilastro importante.  L’attività fisica viene vista come un modo per mantenere la vitalità, migliora la circolazione, rafforza il corpo e previene la stagnazione delle energie. Questi concetti ancora una volta sono centrali in  medicina tradizionale cinese, ma lo erano anche per il medico svizzero: l’equilibrio tra attività e riposo è sempre stato un punto focale, in quanto l’energia non è mai statica, non è mai ferma, è sempre in movimento e trasformazione, come anche veicolo di informazione. La vita è un continuo divenire, non possiamo stagnare: diventeremmo come le acque putride di una palude.

SESTA REGOLA: EQUILIBRIO DI EMOZIONI E MENTE

Paracelso era fermamente convinto che la salute non dipendesse solo dal corpo ma anche dalla mente e dalle emozioni, e su questi temi ho già scritto in precedenza, evidenziando come la mente, i pensieri e le emozioni siano il luogo di origine di malattia: stress, traumi, ansia, rabbia e pensieri negativi  possono avere un impatto devastante sulla salute fisica. Mantenere uno stato di calma e tranquillità interiore il più possibile è di grandissimo aiuto, come  la gioia  o un atteggiamento positivo verso pensieri buoni era considerato tanto importante quanto la cura del corpo. Oggi siamo di fronte ad una dedizione totale alla cura del corpo, mentre per l’interiorità la cura è alquanto superficiale.

SETTIMA REGOLA: LA FORZA SPIRITUALE E IL CONTATTO CON LA NATURA

Questa regola spesso interpretata in diversi modi si riferisce alla necessità di nutrire lo spirito e di mantenere un senso di armonia con la natura e col cosmo. Per Paracelso la vera salute derivava anche dalla connessione con qualcosa di più grande di sé, dalla ricerca di significato e dalla consapevolezza del proprio posto nell’universo. Passare tempo nella natura e apprezzarne la bellezza poteva contribuire a questo equilibrio spirituale.

 

In sintesi, le regole di Paracelso ci invitano a vivere in armonia con la natura, i suoi cicli, i suoi ritmi e con ciò che può offrire, a prenderci cura del nostro corpo attraverso scelte consapevoli: aria pulita e respirazione, luce solare vitalizzante, acqua pura, cibo sano e semplice, equilibrio tra movimento e riposo, e a coltivare la serenità mentale e soprattutto spirituale. La sua filosofia anticipava molti dei principi della medicina moderna, soprattutto olistica, ponendo l’accento sulla prevenzione e sull’armonia come chiavi della salute. Paracelso anticipava il concetto di prevenzione come frutto di uno stile di vita a più dimensioni, dando indicazioni semplici e utili per imparare a stare al mondo in modo sano.

Vania

Paracelso diceva…

“Colui che non sa niente, non ama niente. Colui che non fa niente, non capisce niente. Colui che non capisce niente è sgradevole, ma colui che capisce, ama, vede, osserva… La maggior conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore. Chiunque creda che tutti i frutti maturino contemporaneamente come le fragole non sa nulla dell’uva.”

“Non sia di altri chi può esser di se stesso”.

“La natura causa e cura le malattie, ed è quindi necessario che il medico conosca i processi di Natura, l’uomo invisibile al pari dell’uomo visibile”.

“L’immaginazione può creare la fame e la sete, produrre secrezioni Anormali e causare malattie”.

“Il ciarlatano studia le malattie negli organi colpiti, dove non trova altro che effetti già avvenuti, e resta sempre un ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie, studia l’uomo universale”.

“Se conosciamo l’anatomia dell’uomo interiore, possiamo vedere la natura delle sue malattie al pari dei rimedi. Ciò che vediamo con gli occhi esterni è l’ultima materia.”

Paracelso

Il giorno della fine ti servirà l’inglese?

“Quando tutto crolla, che cosa resta? Non si tratta di un’idea, ma di un fatto, di un fatto che bisogna vivere. È una realtà che ci viene fatta vivere, fatta vivere al mondo intero, che il mondo lo voglia o no arriva al punto in cui deve sentire, cioè vivere, la realtà del suo essere, quanto è in grado di sopravvivere, capite? E se gli uomini non vogliono arrivarci, beh, ci saranno costretti dalle circostanze e, se rifiutano, saranno spazzati via. No, davvero siamo a una svolta evolutiva, e, quindi, non si tratta certo di discutere, di filosofeggiare, di avere delle idee. Si tratta di trovare quanto in noi può vivere. Questa non è filosofia, non è capitalismo, o marxismo o gandhismo, non è qualcosa di orientale o di occidentale, è un fatto dell’uomo, di un uomo che ancora non conosciamo affatto, perchè ricoperto da una corazza politica, di una corazza familiare. L”attività umana è completamente ricoperta. Ebbene, questa copertura si sta spaccando. Che cosa vuol dire apocalisse? Vuol dire ” mettere a nudo”, “riivelare” è ancora filosofia. Bisogna che l’uomo, in quanto specie, trovi il proprio potere, la propria forza, che trovi quello che egli è, e se non riesce a essere quello che è, la propria realtà profonda, allora non sopravviverà. Scomparirà come sono scomparse altre specie. Il problema è tutto qui. Non si tratta di trovare una migliore filosofia o una migliore religione, ma di essere quanto ha il potere di durare, e così tutto va a pezzi per costringerci ad arrivare a quell’attimo umano in cui diventare ciò che l’uomo è davvero.”


“Questa è la realtà umana. Non ha nome, no, ma è una forza, una forza di grande dolcezza, come se all’improvviso tutto scivolasse via dalle mani, e resta una dolcezza che capisce tutto, non una cosa dolciastra, ma forte, che guarda dall’alto tutta questa commedia, tutta questa tragedia, e che d’un tratto apre uno sguardo come da altrove. È questo l’uomo, e nessuno può scalfire quella cosa. Possono fucilarti, possono torturarti ma quella cosa resta immobile perchè è. È questo l’anello evolutivo mancante, questo il modo in cui potremo passare altrove, in un’altra specie, meno tragica e meno ridicola. È questa la realtà che ha potere di passare alla prossima tappa. Non saranno certo le nostre filosofie.

Niente di quanto conosciamo ci aiuterà a compiere la traversata, no, proprio niente, nè Carl Marx, nè il Papa, nessuno, ma semplicemente quella cosa, ” l’essere puro” di ciò che siamo, quella cosa che è come il battito vero del cuore. Questo sì che può passare, perchè è la sola realtà. Tutto il resto sono solo trucchetti che ci hanno insegnato ad avvicinarci un poco alla realtà di ciò che siamo: trucchi religiosi, trucchi marxisti, trucchi ghandisti; tutti trucchi umani che sono serviti semplicemente a farci avvicinare passo passo alla realtà umana, e adesso il fatto, il fatto mondiale che tutti questi espedienti stanno andando in frantumi. Ci è data l’enorme Grazia di vedere sgretolarsi tutte le nostre idee, tutti i nostri sentimenti, tutte le nostre morali. Davvero, abbiamo la Grazia di essere messi a nudo per trovare la cosa che può sopravvivere, la cosa creatrice. Infatti, quando ci troviamo a quel punto d’essere, troviamo che si tratta della forza creatrice, cioè di quanto può cambiare tutto, ma l’evoluzione non è una faccenda individuale; allora bisogna che l’umanità, nel suo insieme, si trovi davanti a quel punto irrevocabile, a quel punto in cui sei oppure non sei. Non essere vuol dire andarsene, sparire, come sono sparite tante specie, ed essere vuol dire poter attraversare tutto, non soltanto, ma trovare la chiave per la ragion dev’essere di questa catastrofe nella quale ci troviamo.

La bomba è la falsa catastrofe. La vera catastrofe è quando l’uomo non ha più nulla su cui appoggiarsi.

ma insieme, è la meraviglia.

Le circostanze ci stanno costringendo. …
Ecco dove veniamo portati, dove stiamo andando.”

Satprem

L’UOMO DOPO L’UOMO

Vania Nadia Franceschini

Criteri di selezione per gli effetti avversi

Mi sono imbattuta in uno scritto di alcuni anni fa, che avevo condiviso come post su Facebook, i cui contenuti sono interessanti e attuali. Lo riporto qua. Buona lettura.

Come sono valutate le correlazioni di danni in seguito ad immunizzazione, a vaccinazione? Come si stabiliscono i nessi causali? Su quali criteri?
Il post sarà un po’ lungo, ma penso sia importante leggere fino in fondo. Sappiamo che esistono due forme di farmacovigilanza, una passiva e una attiva.
Nel primo caso, si raccolgono segnalazioni fatte pervenire da medici e pazienti, mentre nel secondo vi è un monitoraggio attento che segue i pazienti post somministrazione, con raccolta dati. Inutile sottolineare le grandi differenze in numeri e percentuali, anche se poi l’interpretazione dei dati richiederebbe attenti studi. In Puglia qualche anno fa si sperimentò la forma attiva post vaccinale, che portò al riscontro di un aumento considerevole (4%) di effetti avversi gravi riportati. In rete trovate i riferimenti in merito.

La domanda principale è: quali criteri si usano per dire, a poche ore o giorni di distanza, nessuna correlazione?

Semplice: avete presente il detto ” fatta la legge, trovato l’inganno”? La legge viene scritta per favorire determinati interessi, ma noi lo scopriamo a posteriori, con i fatti, sempre se lo scopriamo.

Fatto il danno, trovato il criterio di correlazione.

Stessa cosa. Lo vediamo nei fatti, ma il criterio stabilito non dà attribuzione in modo corretto, mettendo davanti il ” lo dice la scienza” come un mantra religioso.

Ci siamo mai chiesti come proceda il criterio?

Come dice il mio dottore, “se dopo che ti sei dato una martellata si forma un ematoma, non correre a conclusioni affrettate, potrebbe benissimo trattarsi di un difetto della coagulazione che hai da sempre e che ha deciso di manifestarsi proprio nei minuti/ore successivi al contatto… gli esperti del martello le chiamano coincidenze”, vuoi vedere che il criterio di attribuzione viene deviato ad un bivio? Quale criterio? Il primo, il più logico: quello temporale. Al pari, quello di associazione: assunzione di farmaco o vaccino con l’evento, e attenzione, sia come evento unico che ripetuto ( l’assunzione continua di farmaci non ci esime da effetti avversi, in quanto vanno considerati nel medio e lungo termine). Qui avviene la prima manipolazione sulla sequenza logica: se ci può essere qualsiasi altra cosa, anche poco consistente, correlabile, anche filologicamente, si esclude il vaccino. Strano, vero? Criterio applicato pedissequamente per togliere più nessi possibili con le vaccinazioni ma calpestato con stivali di fango e rulli compressori nell’attribuire tutte le morti alla malattia Cov.

Ora, ringraziando un mio contatto, Valentina Di Chiaro, giro quanto mi ha inoltrato.

Copioincollo:”Stamattina mi chiedevo: ma da chi vengono valutati gli AEFI – Adverse Event Following Immunization – (le inculate post vaxc1n0 per capirci), e soprattutto come?
Bene, Google, se sai filtrare le balle, ti può dare delle soddisfazioni.
Cerco di spiegare brevemente ma nei commenti allegherò un link per approfondimenti, per chi fosse interessato.
Allora, la prima domanda è facile. A valutare gli AEFI è l’OMS. E non sarebbe così strano se non avesse enormi conflitti di interesse, ma non è questo il punto del post.
Il punto è il come.
Usano un algoritmo. Una serie di fasi e domande da verificare secondo un preciso ordine.
Fino a qualche anno fa si usava la valutazione della causalità secondo i Criteri di Brighton.
I termini di causalità erano molto semplici:
Molto probabile o Certezza,
Probabile,
Possibile,
Improbabile,
Non correlato,
Non classificabile.
Esaminiamo solo il secondo, perché il primo era associato solo a eventi di shock anafilattico.
Probabile. Riguardava eventi clinici con un rapporto temporale ragionevole con la somministrazione del vaxc1n0 e con una bassa probabilità di causalità da parte di una eventuale malattia concomitante o ad altri farmaci o droghe assunti.
In soldoni. Io inoculo e in un lasso di tempo accettabile (di solito un arco di pochi giorni) si verifica l’evento avverso. Preesiste una possibile causa che fino ad allora non aveva ancora provocato danni, ma che potrebbe per combinazione averli provocati proprio in quel momento, magari coadiuvata dalla somministrazione. Bene, in questo caso è Probabile che l’AEFI sia stata causata, almeno in parte, dal vaxc1no.
Nel 2010 le cose sono cambiate.
Dopo una serie di incontri, 40 esperti, di cui 19 con evidenti conflitto di interessi in quando rappresentanti del settore farmaceutico, decidono di mandare in pensione il Criterio di Brighton, che dava troppe seccature, e di riscrivere i criteri di valutazione della causalità.
Le categorie diventano:
Associazione causale coerente con l’immunizzazione, Indeterminata,
Associazione causale incoerente con l’immunizzazione,
Non classificabile.
Categorie molto ambigue, no? Riguardo la prima, quella con livello di causalità più ampio (anzi, direi l’unica con un tasso di causalità), secondo il manuale dell’AEFI, prima di rispondere alla domanda “Il vaxc1no ha causato l’evento segnalato?” occorre rispondere alla domanda “Il vaxc1no somministrato può causare quell’evento avverso?”. Solo se ci sono prove sulla popolazione che può causare quell’evento allora l’evento può essere associato alla somministrazione.
Ma se sul bugiardino non c’è scritto…
Questa clausola rende totalmente inutile la fase 4 della sperimentazione, quella che stiamo vivendo adesso, la vigilanza sull’effetto del farmaco sulla popolazione perché di fatto esclude in automatico tutti i nuovi possibili eventi avversi non ancora registrati.
Ma ora viene il bello.
La prassi è quella di cercare, per prima cosa, altre possibili cause di quell’evento e se ne esiste almeno una, l’AEFI viene classificato come “Inconsistente con l’associazione causale all’immunizzazione”. Un po’ come il ragionevole dubbio in tribunale, no? Se esiste la possibilità che il colpevole sia qualcun altro, allora l’imputato non può essere condannato.
Così il vaxc1no ne esce pulito praticamente sempre.
Questo per chi dice: “Va beh, ma tre morti su migliaia di vaxc1nati sono accettabili.”

ps.: il numero al posto delle lettere era un sistema, almeno agli inizi, per evitare blocchi e shadow ban su Facebook data la censura su certi argomenti

Le origini della malattia III – Paracelso e gli enti di malattia

Proseguiamo il nostro discorso sull’origine delle malattie accennando a Paracelso, come avevo lasciato in sospeso.

Paracelso fu un innovatore In campo medico nel periodo in cui visse (XVI secolo) per la visione che aveva sulla malattia e le sue origini: fu il primo a formulare la teoria dei simili, ripresa in seguito in omeopatia da Hahnemann. Egli era convinto che la  “sostanza” causante una malattia fosse anche in grado di curarla, introducendo il concetto o principio di similitudine: similia similibus curantur. Un altro precetto famoso di Paracelso era che il veleno fosse nella dose, e che questa potesse essere velenosa o meno, per cui avere un potere farmacologico curativo oppure distruttivo, in base all’uso quantitativo che se ne sarebbe fatto, introducendo il concetto di dose ponderale . Paracelso praticava l’alchimia e si dedicava alle preparazioni mediche da usare come rimedi. La sua visione e l’approccio di cura che usava erano mirati a raggiungere uno stato di equilibrio tra condizioni interne e interiori, poste su più livelli, e l’azione dell’ambiente esteriore. Ogni individuo è in grado di raggiungere la migliore condizione sulla base della sua costituzione, comprendente una visione olistica di spirito anima e corpo, raggiungibile attraverso quello che si definisce sommariamente stile di vita e le cure che si possono intraprendere. Il modello è di tipo vitalistico, in quanto si stimola la naturale predisposizione alla guarigione operata dalla vis medicatrix naturae. Ogni essere vivente è preceduto nella sua manifestazione fisica da una struttura energeticamente informata da archetipi che lo governano.  Paracelso utilizzava il tema natale per individuare punti di fragilità, debolezza e di forza in questa struttura personale, una vera e propria stoffa, costituita da trama e ordito, per poter scegliere un rimedio adatto,  riequilibrante e rinforzante. Ogni terapeuta può curare, ma sarà sempre il malato, o meglio la sua anima, a decidere di guarire o a mettersi in tali condizioni. Un punto cardine su cui basava la sua struttura di insorgenza di malattia era costituito dai vari livelli in cui questa si poteva manifestare. Esaminiamoli tutti uno alla volta.

PRIMA CAUSA DI MALATTIA: ENTE VELENOSO

Per Paracelso la prima causa di malattia è identificata nelle impurità o veleni che riescono a entrare nel nostro sistema, nel nostro corpo e che non riescono a essere metabolizzati, esonerati dagli emuntori, non essendo riconosciuti come estranei al corpo, rimanendone all’interno, diventando un tartaro difficile da eliminare. In senso moderno del termine, si tratta di quello che in naturopatia e in medicina naturale rientra sotto il termine di intossicazione o tossine, per cui la disintossicazione dovrebbe avvenire su un piano prettamente fisico. Può trattarsi di qualsiasi tipo di sostanza che possiamo avere ingerito o assorbito da qualsiasi via corporea in alte dosi ponderali, oppure alla quale siamo particolarmente suscettibili o sensibili. Dobbiamo tenere presente che, essendo costituiti da spirito, anima e corpo, la principale intossicazione avviene a livello psicologico: ci nutriamo infatti di cibo, aria e impressioni, e tutto ciò che non viene espresso resta impresso, il che equivale a dire che tutto ciò che non viene esonerato, che si tratti di evacuazioni intestinali, diuresi, sudorazione e respirazione, resta all’interno del corpo. Possiamo renderci conto di possedere un sistema emuntoriale sia sul piano psicologico che su quello fisico. Cosa pulisce l’interno di un organismo? Facciamo un esempio pratico: quando abbiamo una digestione debole, o un grosso boccone che ci rimane sullo stomaco, che facciamo fatica a mandare giù, abbiamo un problema di eliminazione di una tossina sia psicologica che fisica. Se l’organismo non risponde, e nemmeno la psiche lo fa, sarà necessaria una cura che aumenti il fuoco digestivo per bruciare le scorie.  Su un piano psichico avremo bisogno di rinforzare il nostro potere di digerire gli eventi, come sul piano fisico di aumentare il fuoco dei succhi gastrici che in quel momento potrebbero essere insufficienti, o degli altri prodotti adatti al catabolismo delle sostanze che non riusciamo a digerire. Chiaramente i veleni di origine esogena potranno essere sia  fisici che psicologici: cibi avariati, sostanze non idonee all’alimentazione, inquinanti come anche parole che feriscono, comportamenti irrispettosi o che possono causare sofferenza, shock, criticità, traumi, imprevisti, mentre i veleni di natura endogena sono il prodotto dell’interazione tra quello che arriva da fuori e percepiamo, e quello che possiamo considerare il nostro soggettivo modo di sentire, ovvero una percezione alterata e alterabile, e a un’elaborazione di quello che entra sulla base della nostra soggettività. Questa ultima osservazione dovrebbe renderci consapevoli che una tossina endogena fa parte della nostra stessa natura, che aspetti di malattia in senso di intossicazione siano qualcosa di insito nella nostra anima o psiche, e che questa possa mistificare e adulterare le esperienze che di per sé potrebbero essere neutre o anche benefiche: abbiamo un potere di trasformazione interiore degli eventi che ci toccano, sia nel bene che nel male, in quanto la nostra natura è duale: in noi coesistono il bene e il male. Questa causa può essere associata all’elemento terra, in senso alchemico, e va necessariamente rinforzata la costituzione energetica che precede la materializzazione del corpo, come anche la struttura energetica della nostra psiche.

SECONDA CAUSA DI MALATTIA: ENTE ASTRALE

La seconda causa di malattia, l’ente astrale, è legata al tema natale. Ognuno di noi, al momento della nascita, con il primo atto respiratorio, viene dotato di una struttura o configurazione di un cielo interiore in analogia con il cielo esteriore: la posizione dei pianeti, o meglio, dei geni o spiriti planetari, che vediamo nell’oroscopo in un preciso istante, non sono nient’altro che una fotografia istantanea in perfetta corrispondenza degli stessi che governano in noi: i pianeti sono già una materializzazione di queste funzioni su un piano fisico.

In quel momento preciso, quello del primo respiro, si stabilisce un contatto del mercurio nostro, o spirito universale, con il mondo sublunare materiale per generare il solfo filosofico o anima, e da questo momento il respiro non ci abbandonerà più fino alla morte. Il primo respiro quindi è un’impressione primeva, un sigillo, un segno sulle caratteristiche e le inclinazioni della nostra anima. Esaminando una carta natale, riusciremo a comprendere moltissime cose di una persona: la sua struttura energetica, i punti deboli e quelli forti, la possibilità di esprimerli, sia gli uni che gli altri nei vari ambiti della propria vita, quali potranno essere le occasioni di influenze esterne che potranno colpire ciascuno nel divenire della vita, le influenze delle stelle, o astrologia stellare, oltre a quelle planetarie, e le congiunzioni che entrambe incontrano, ma si potranno anche vedere le collocazioni degli organi del corpo, governati tutti da una forza archetipale precisa. In termini moderni possiamo dire che andiamo a studiare il genotipo di una persona e come questo si modifichi nel fenotipo nel seguito dei transiti e da ciò che si produce, una sorta di genetica sulla carta natale di nascita e di epigenetica che, nel corso del tempo, si produce con le interazioni delle forze in perpetuo movimento. Questo mi fa pensare alla celebre frase di Lao Tsu che menziona i trenta raggi e il mozzo della ruota, tratta dal Tao Te Ching: “Trenta raggi convergono in un mozzo ma è il vuoto centrale che rende utile la ruota”, come se il mozzo fosse l’oroscopo fisso nel momento del primo atto respiratorio e i trenta raggi la struttura planetaria in movimento. Essendo questi geni o spiriti planetari forze che operano dentro di noi secondo qualità precise, che agiscono come informatori in un campo sottile, riusciamo a intuire come potrà formarsi l’anima di una persona e, in successione, anche il corpo. Questi archetipi hanno un’azione plasmante attiva sul campo informativo, dandone qualità e caratteristiche precise, sia in eccesso che in difetto, ma anche in equilibrio o in neutralità. Studiare un tema natale in astrologia ci permette di comprendere e interpretare come si stanno muovendo gli archetipi che governano il nostro cielo interiore. Diventa consequenziale che la cura di un malato possa essere soltanto personalizzata e personalizzabile in funzione degli spiriti planetari in difficoltà in quel momento. Osservare la loro espressione energetica che si esprime e si esplica nella costituzione di ciascuno di noi,  ci permette di comprendere come intervenire: andrà rinforzato ciò che è più debole e andrà moderato ciò che è eccessivo, come in medicina tradizionale cinese andrà riempito il vuoto e svuotato il pieno per arrivare all’equilibrio.

Questo ente astrale è legato all’elemento acqua e bisogna intervenire sui punti deboli della costituzione archetipica.

TERZA CAUSA DI MALATTIA: ENTE NATURALE

La malattia causata da questo ente proviene da problemi di ordine morale e riguarda lo stato mentale, per cui quello psicologico. Pur utilizzando i suoi rimedi per stabilire una cura, Paracelso sapeva che non sarebbero stati sufficienti in questa situazione, in quanto sarebbero servite istruzioni per curare e migliorare lo stato morale della persona. Senz’altro è utile dare rimedi che possano indurre certi stati psichici positivi per il malato, ma occorre dare istruzioni, insegnamenti: il paziente diventa anche studente, gli va insegnato come pensare, cosa pensare di utile alla sua vita e allo stato di salute, come fare. Entra in gioco imparare la funzione del discernimento, carente in questo ente naturale, e vanno indotti cambiamenti nella struttura del pensiero. Le caratteristiche e la natura di questo ente sono state sviluppate e ampliate da moltissimi maestri nel corso del tempo, anche precedenti Paracelso, in quanto la capacità di pensare, il saper pensare e il saper selezionare, quindi discernere, pensieri nutrienti come se fossero un cibo per la psiche, per la mente, sono alla base di un buono stato di salute. La mente è un vero e proprio luogo dove possono stabilirsi, come dei residenti, pensieri, modi, modelli, abitudini, o, come diremmo nei tempi moderni, bias cognitivi  disfunzionali.

Ciò che pesa all’uomo moderno nella considerazione di questo ente naturale di malattia è sicuramente il termine “morale”, sentito spesso con accezione negativa. La parola “morale” deriva dal latino moralis, aggettivo derivato da mos, moris che significa semplicemente costume, uso, maniera. Questo termine latino fu coniato del greco  “ethos”, con un significato simile, ovvero costume, abitudine, carattere, disposizione interiore, insieme di qualità etiche e principi che guidano il comportamento di un individuo o di un gruppo. Per Aristotele l’ethos era una disposizione acquisita attraverso l’abitudine, in quanto le virtù etiche, come il coraggio, la giustizia, la temperanza, non sono innate ma abbiano bisogno di svilupparsi attraverso la pratica costante di azioni virtuose. Quindi l’insegnamento delle virtù e la pratica costante di azioni giuste ci renderanno giusti. L’abitudine è il mezzo attraverso il quale si forma e si manifesta il carattere, per cui,  in sintesi, la morale come l’etica ci portano da un significato iniziale legato a un luogo e a un’abitudine a un concetto fondamentale che descrive il carattere come la disposizione di una persona forgiata attraverso le sue azioni abituali. Possiamo dire che l’etimologia di morale rimanda al concetto di comportamento consuetudinario e di norme sociali che guidano le azioni umane. Infatti, originariamente il termine era strettamente legato alle usanze e alle pratiche di una comunità. Si comprende pertanto che laddove ci siano concetti diversi di morale, dettati da solchi nell’ambito del pensiero e del comportamento soggettivo in contrasto con quelli del periodo in cui si vive, l’attrito e il contrasto possano produrre malattia. Vorrei però considerare la parola anche in altri termini: in “m OR ALE” è contenuta sia la parola “orale”, in riferimento alla bocca, sia “oro”: mi fa pensare a qualcosa di prezioso come l’oro che può uscire dalla bocca. La lettera M riporta alla madre.

“Il mattino ha l’oro in bocca” dice un noto proverbio.

Mi vengono inevitabilmente in mente alcuni passaggi dei Vangeli:

Marco 07:15   “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; ma sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo”.

Matteo 15:11  “Non quello che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è quello che esce dalla bocca che contamina l’uomo!”

Altri passaggi che legano l’oro con l’oralità, il cuore e la parola sono:

Matteo 12:34,35  “Razza di vipere, come potete dire cose buone, essendo malvagi? Poiché dall’abbondanza del cuore la bocca parla. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, e l’uomo malvagio dal suo malvagio tesoro trae cose malvagie.

Luca 6:45  “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore tra i fuori il bene;  l’uomo malvagio dal malvagio tesoro del suo cuore trae fuori il male, perché dall’abbondanza del cuore parla la sua bocca.”

In medicina tradizionale cinese vi è una relazione tra organo pieno, viscere vuoto e altre parti del corpo: l’organo pieno è il cuore, che è in relazione con il suo viscere vuoto, l’intestino tenue (discernimento, ovvero separare il puro dall’impuro, che si tratti di pensieri e sentimenti come di cibo) e si apre sulla lingua (discernimento sulla parola).

Elemento è l’aria in quanto va rinforzata la moralità con un’istruzione adatta alla persona e a ciò che le serve.

QUARTA CAUSA DI MALATTIA: ENTE SPIRITUALE

Questo ente spirituale è in corrispondenza con la volontà, legato all’elemento fuoco, quindi riguarda le passioni, le ossessioni, immaginazioni e fantasie morbose, problemi di attaccamento e disordini interiori profondi. La mancanza di volontà è un difetto su un piano spirituale, difetto nel senso di mancanza, che provoca stati alterati di coscienza, anche assenze di coscienza, che possono prevaricare le istruzioni e gli insegnamenti dati sul piano morale. Paracelso diceva che gli stati psicologici possono provocare cambiamenti fisiologici, fatto noto anche nelle medicine antiche e sviluppato bene nel ventesimo secolo dal dottor Bach con i suoi fiori, come dalla medicina psicosomatica, dalla psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) e dalla medicina del dottor Hamer attraverso le 5 leggi biologiche e le relazioni tra shock e cambiamenti fisiologici. Per Paracelso un’immaginazione malvagia o malefica poteva influire sulla mente di un’altra persona, avvelenandone la vitalità, provocando danneggiamenti o addirittura uccidere. Secondo lui, questa causa di malattia poteva essere curata attraverso lo sviluppo della volontà e della fede, e per rinforzare la volontà è necessario rinforzare prima la fede. Chiaramente non si tratta di un concetto di fede associato alla credulità, e tantomeno al fatalismo, quanto il frutto di una conoscenza delle cose attraverso la certezza dell’esperienza diretta. Un buon terapeuta deve fare quelle esperienze che lo conducano alla fede, in quanto le esperienze ci permettono la conoscenza di chi siamo: conoscere e riconoscere noi stessi è necessario per poter aiutare gli altri. Conoscere attraverso l’esperienza diretta porta alla certezza,  per cui alla fede. Negli scritti ermetici alcuni autori hanno tradotto i tre principi filosofali, zolfo, mercurio e sale con fede, speranza e carità. La speranza non nel senso di “io speriamo che me la cavo”, lasciando tutto al caso e alla fatalità, quanto la capacità di orientare tutto sé stesso verso la direzione e lo scopo, ed è quello che dovrebbe fare il terapeuta nei confronti del paziente: orientarlo verso le esperienze che potranno essergli utili per sviluppare la sua fede e la sua volontà. La carità, o amore, sgorgherà da un cuore aperto.

Mi viene in mente un altro passaggio interessante attribuita all’apostolo Paolo nella lettera agli Ebrei capitolo 11 versetto 1: “Ora la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.”

In questa definizione ci sono aspetti fondamentali che connotano la fede: la certezza, in quanto non si tratta di un’opinione o di una vaga speranza quanto di una convinzione solida basata su una realtà sostanziale, sospinta dalla speranza. Come un titolo di proprietà o un fondamento sicuro, la fede è una prova convincente un argomento che rende reali, perché dimostrabili, le cose presenti, anche se non si possono percepire con i sensi esteriori, ma otteniamo una sorta di prova interiore della realtà, e questo spinge a credere .

Vorrei anche approfondire il senso della speranza, che ci orienta verso lo scopo: la parola ORI-entare vuol dire volgersi a oriente, ovvero verso il sorgere del sole, verso l’oro prezioso.

QUINTA CAUSA DI MALATTIA: ENTE DIVINO

Causa correlata con la quinta essenza, nulla può fare il terapeuta e nemmeno Il malato per guarire dalla malattia, se non che aspettare con molta pazienza che la legge della giustizia arrivi al suo compimento. Si possono dare sollievo alla malattia, sostegno, cure che possano alleggerire lo stato del bisognoso,  ma con questo ente nulla di altro si può fare, se non aspettare. Sembra esserci una certa inguaribilità, anche se questa non annulla la curabilità che va in ogni caso offerta. La situazione può durare mesi, anche anni. Può sembrare molto forte pensare che la malattia arrivi da Dio, e fa venire in mente quella frase della più famosa preghiera in cui si chiede al Padre di liberarci dal male. Questo ente di malattia, dipendendo dal compimento della legge di giustizia, è chiaramente in stretta relazione con quello che noi, superficialmente, nel senso che non è argomento ben conosciuto in Occidente, definiamo karma.

Per concludere, Paracelso diceva “Una e una sola è la causa di tutte le malattie ed è allontanarsi da Dio”.

Alla prossima con le sette regole di Paracelso per una buona salute.

Vania Nadia Franceschini

Sotto il video su You Tube