ASTROLOGIA E NUMERI

Che relazione ci può essere tra i numeri e l’astrologia? Da 1 a 12, dove possiamo ritrovare questi numeri? Che architettura “matematica” svelano? Che significato hanno?

Diagram of twelve zodiac signs grouped by fire, earth, air, and water elements with symbols, dates, and keywords.

Ho fatto alcune considerazioni nel video che condivido sotto questa breve presentazione, che vi condurrà al mio canale YouTube IL RIFLESSOMETRO. Buon ascolto.

Il peccato contro lo spirito: dalla cisti energetica alla frammentazione dell’essere

DEFINIZIONE ONTOLOGICA: IL RIPUDIO DELLA SORGENTE

Mi sono chiesta come poter definire il “peccato contro lo spirito”: cos’è esattamente, in che cosa consiste realmente? Si è sempre trattato di una descrizione in chiave religiosa, ma cosa vuol dire “peccare contro lo spirito”? Vi è sempre stato un ammonimento importante dietro a questa frase, che non lascia spazio a dubbi e che molti di voi, cari lettori, senz’altro ricorderete: non vi è perdono, si tratta di un peccato, o azione, dal quale non si torna indietro. Userò in questo articolo la parola “peccato” con questo significato: insieme di azioni, nell’arco di un tempo, sorrette da scelte sul proprio libero arbitrio che conducono irreversibilmente verso una direzione sfavorevole, irreversibilmente nel senso che si manca lo scopo. Lo spirito è la sorgente della vita, di tutto ciò che è animato, vivo, per cui il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato di “peccato contro la vita stessa”, contro la Sorgente della vita. Si va incontro a un corto circuito energetico che conduce a un black out di connessione: per propria scelta deliberata, si interrompono, si tagliano i fili della corrente. Il fattore discriminante è proprio la consapevolezza: a differenza dell’errore commesso per ignoranza, questo atto presuppone una conoscenza delle leggi universali e del loro funzionamento. Viene commessa un’azione di forza contro la vita: poiché la sorgente è la vita stessa, ogni azione in opposizione si traduce meccanicamente in un atto contro se stessi in primis, e contro la collettività di conseguenza, trasformando l’individuo da canale di luce a buco nero energetico.

Hooded person with glowing spirit rising over stones in cracked dry land

NICHILISMO VERSUS DELIRIO DI ONNIPOTENZA

Riflettendoci, si potrebbe dire che esistono due stati di smarrimento della coscienza: da un lato una sorta di nichilismo estremo e dall’altro di consapevole controllo assoluto. Vediamoli meglio.

NICHILISMO ESTREMO

Il terreno, il sostrato di attecchimento del nichilismo è la paura ancestrale della dissoluzione, che è in ultima analisi, una mancanza di identità reale. Quando l’essere non sente la propria nota tonale eterna, vive una reazione alla percezione del vuoto come fosse una minaccia, e attua una difesa: “nulla ha senso, quindi nulla può ferirmi”. Potrebbe trattarsi di una cecità relativamente temporanea, reversibile, dovuta allo shock dell’esistenza e a una mancanza di protezione aurica o identitaria, a una carenza di conoscenza per impedimenti dovuti ai propri limiti o per meccanismi psicologici di negazione e rifiuto di fronte all’accettazione di una realtà dolorosa. Si tratta di uno stato di natura passiva, in quanto ci si arrende di fronte all’impotenza, al terribile impatto della realtà sull’essere. Penso che nelle forme di nichilismo estremo ci possa essere qualche barlume di ravvedimento, dovuto in parte a una conoscenza incompleta sulle leggi del cosmo, di natura o divine, che si chiamino come si preferisce, unita a shock e traumi personali o nel proprio ambiente, situazione complessiva che porta alla paura ancestrale della dissoluzione e dell’oblìo. In questa situazione vedo ancora spiragli per un cambiamento, anche se difficili.

Man trapped under burning cracked Earth surrounded by chains, rubble, war machinery, and debt

CONTROLLO ASSOLUTO

Si tratta di uno stato di natura attiva, in quanto all’origine vi è una scelta deliberata. Il soggetto conosce le leggi di natura, ha avuto il contatto con la Sorgente e sa quale sia l’origine della vita, ma l’intelligenza si separa dall’amore, il che conduce a una recisione dalla scaturigine della vita. Vi è una rinuncia al cuore ma rimane la scelta lucida di usare le leggi cosmiche per dominare la materia e gli altri esseri viventi, se non la vita stessa, dando sfogo alla personale natura maligna intrinseca. Non ci troviamo di fronte a un errore commesso per ignoranza o per reattività meccanica, legata all’astrale o all’inconscio, quanto di una scelta compiuta quando l’individuo ha già visto la luce della sorgente e decide, per orgoglio o volontà di potenza, di recidere il legame. È un rifiuto del reale a favore delle proprie distorsioni mentali. Ci si trova di fronte ad un’ intelligenza fredda che vede la struttura delle leggi universali e decide di usarle per scopi predatori.

Mentre il nichilismo è una caduta, il controllo assoluto è una ribellione lucida. Il nichilista è un individuo che ha perso la bussola e vaga nel vuoto, spesso perché schiacciato da una realtà che non comprende, mentre chi cerca il controllo assoluto sta operando una secessione consapevole dalla sua stessa origine.

In entrambe le situazioni ci troviamo di fronte a uno stato di contro-iniziazione. Quando si agisce deliberatamente contro la Sorgente, si smette di essere dei canali e si diventa dei buchi neri. Poiché la Sorgente è la vita stessa, ogni azione contro di essa si traduce necessariamente verso il consumo della propria riserva vitale senza possibilità di rinnovo, portando a una cristallizzazione dell’identità in senso involutivo. La mancanza di connessione interna viene compensata prendendo l’energia altrui, alimentando egregore di controllo e sofferenza.

Black hole with glowing fiery accretion disk surrounded by planets and asteroids

Mentre la maggior parte degli esseri umani vive in uno stato di sonno o reattività meccanica, chi compie tale azione è sveglio. È il passaggio dalla partecipazione cosciente alla manipolazione cosciente, ovvero in termini di sovranità mentale, è l’uso della propria volontà per negare la legge dell’Armonia Universale, un tradimento della propria scintilla divina, in quanto negare una connessione precedentemente stabilita non è più un errore, ma un atto di opposizione alla struttura stessa della realtà.

LA METAFORA DELLA CISTI ENERGETICA

L’individuo che opera questa scissione si trasforma in una vera e propria cisti all’interno del corpo universale. Come si comporta una cisti? È una struttura isolata dal resto, pur nutrendosi nello stesso ambiente delle stesse energie messe a disposizione per tutti, palesando una sorta di parassitismo nei confronti del resto del corpo. Similmente, abbiamo un essere che, consapevolmente, decide di staccare la connessione con la sorgente di vita e di utilizzare le risorse all’interno del sistema, ovvero del corpo, per nutrirsi separatamente, pretendendo di avere il medesimo potere dell’insieme su cui esercitare il dominio. Non potendo più attingere al flusso costante della sorgente, è costretto a prelevare energie all’esterno di sé, attraverso l’alimentazione di sistemi di controllo e manipolazione. Questi esseri dediti alla controiniziazione vivono un delirio di onnipotenza in cui l’intelligenza diviene puramente mentale e fredda, non essendo più al servizio della vita, cercando di servirsene per i propri scopi, strutturando il controllo assoluto sulla materia e sugli altri. Per poter operare in tal senso deve comunque usare le leggi cosmiche, in quanto non ne esistono altre, ma le utilizza per negare la sorgente stessa e gli scopi della sua esistenza. Questo sforzo richiede energia immensa, perché si deve contrastare il flusso naturale della vita e, non potendo attingere direttamente alla fonte, avendola ripudiata, è costretto a diventare un parassita, estraendo energia da ciò che lo circonda e producendo attrito costante nell’ambiente intorno a sé.

Abdominal organs with bright orange and blue electric energy effect at the center

Chi decide per una separazione dalla sorgente è come un ego ipertrofico che confonde l’onnipotenza con la dominazione. Facendo un paragone, è la differenza tra essere il Sole, che illumina tutto ciò che tocca, e un buco nero, che attrae tutto a sé per non scomparire. Chi compie questo peccato cerca di imitare la potenza creativa ma produce solo cristallizzazione e morte perché la vita non può scorrere in un sistema blindato.

Il motivo per cui questa azione è considerata così grave, in termini evolutivi, per cui non vi è scusante, è la seguente: l’azione spinta da rabbia o ignoranza indicherebbe una vibrazione confusa, mentre l’azione volontaria basata sulla totale conoscenza è una vera e propria inversione di polarità. Si crea una identità artificiale che pretende di stare sopra la legge universale. In psicologia evolutiva, questo porta alla perdita della sovranità mentale reale in cambio del diventare schiavi del proprio stesso sistema di controllo. Per dominare la materia si finisce per esserne totalmente incatenati. Si tratta di un peccato che svela anche un orgoglio intellettuale estremo: l’illusione che la parte, ovvero l’io, possa dominare il tutto, ovvero la vita. Quello che manca profondamente in questo tipo di esseri, come già scritto, è il cuore: la mente è lucida e funziona benissimo ma non c’è amore, inteso non come un sentimento, ma come forza di coesione e riconoscimento dell’altro come parte di sé. Senza cuore, l’intelligenza opera come un bisturi che taglia e frammenta. In questo contesto, il male non è un’entità, ma una volontà deliberata di invertire il senso della creazione, di un’intelligenza che, invece di servire la vita, vuole che la vita serva a lei. Questa intelligenza crea sistemi di controllo che possono essere politici, tecnologici o energetici che imitano l’ordine divino ma ne succhiano il midollo vitale, l’umido radicale, per auto sostenersi in un isolamento orgoglioso. Se la sovranità mentale è la capacità di essere un canale diretto per la sorgente, questa malignità è l’uso della mente per costruire un muro di cemento armato attorno alla propria coscienza, è l’illusione di poter essere un sole nero. Mentre il nichilista è come il figliol prodigo che si è perso nel deserto, chi opera questa separazione tra intelligenza e amore è qualcuno che ha deciso di costruire il proprio regno nel deserto e di dichiarare guerra all’oasi.

Half human body with brain and gears highlighted, opposite half showing heart symbol excluded

Viene inevitabilmente a galla una distinzione fondamentale per comprendere la gerarchia delle deviazioni della coscienza: da un lato abbiamo la patologia dell’anima, causata da paura, rabbia, dolore, ipersensibilità, incompletezza, mancanze di vario genere, dall’ altro la corruzione dello spirito, seguita a una separazione volontaria, a un atto predatorio impossibile da compiersi nella sua intrinseca natura, che porta delle conseguenze inevitabili, prima su tutte la morte interiore. Mi viene in mente la saga di Harry Potter e le maledizioni senza perdono, senza ritorno: CRUCIO, ovvero la deliberata volontà di arrecare sofferenza al prossimo, IMPERIO, ovvero la volontà di dominio e controllo del prossimo e AVADA KEDAVRA, il potere di togliere la vita.

Avendo menzionato la saga di Harry Potter, la figura di Voldemort illustra bene chi, conoscendo le leggi dell’operatività e della magia, si è separato dalla sorgente, decidendo di creare ben sette horcrux, sette “cisti” in cui cristallizzare la sua identità, la sua anima, nel tentativo di garantirsi l’immortalità. La separazione di Voldemort dalla sorgente è iniziata quando ha deciso, agendo in tal senso, di creare gli horcrux, la cui premessa necessaria prevedeva l’uccisione di sette persone per ciascuno di questi. Voldemort ha operato una vera e propria frammentazione dell’anima: invece di permettere alla propria energia di fluire e rinnovarsi nel ciclo naturale della vita e della morte, ha cercato di immobilizzare la propria esistenza coagulandola in oggetti inanimati. Una volta distrutti tutti gli involucri, di lui non rimane niente altro che una larva morente. Analogamente, siamo circondati da esseri che sono già cadaveri putrefatti, larve inesistenti. Voldemort ha cercato di ottenere l’immortalità ma ha ottenuto soltanto la stasi: un vero e proprio paradosso della conservazione. Per preservare il proprio io, la cisti, ha dovuto mutilare la propria riserva vitale: ogni horcrux non era un’espansione, ma una sottrazione, per cui, più cercava di rendersi invulnerabile nella materia, più la sua essenza spirituale diventava fragile, sottile e, infine, mostruosa. In termini alchemici potremmo dire che egli ha consumato tutto il suo umido radicale per nutrire queste sette cisti ma, senza il nutrimento della sorgente, che lui stesso ha ripudiato, separando l’intelligenza dall’amore, non gli è rimasto nulla per sostenere la forma umana. La larva in putrefazione è il simbolo di una coscienza che ha perso la capacità di rigenerarsi. È intelligenza pura rimasta nuda senza la protezione e la bellezza della vita. Ciò che resta di lui alla fine, è la prova che il peccato contro lo spirito è un vicolo cieco, che la potenza egocentrica fallisce. Una volta distrutte le cisti artificiali, gli horcrux, non vi rimane alcun centro a cui tornare, perché quel centro è stato tradito e fatto a pezzi deliberatamente. Rimane solo il residuo di un’identità che ha rifiutato di essere parte del tutto. E affascinante come questa analisi spieghi anche certi meccanismi di potere moderni: il tentativo di creare sistemi immortali e separati che, una volta crollati, rivelano il vuoto e la decomposizione esistenti alla base. Voldemort è l’esempio perfetto di chi ha attraversato il ponte della conoscenza ma, invece di lasciarlo scomparire per essere libero, ha cercato di smontarlo per costruirci un trono. Ha tentato di ottenere l’immortalità ma ha ottenuto stasi e decomposizione, consumando tutta la sua energia, tutto il suo principio vitale.

CONCLUSIONE

La punizione per chi agisce contro lo spirito non è un giudizio esterno quanto una conseguenza inevitabile di una legge di causa-effetto: la separazione dell’intelligenza dall’amore porta alla perdita della sovranità reale, lasciando l’individuo incatenato alla materia che cerca di dominare, in uno stato di isolamento e impossibilità di rigenerazione.

Ora è inevitabile fare un paragone con quanto sta accadendo nel mondo, oggi più che mai: come potete inquadrare tutti quei personaggi di potere privi di cuore, dotati di intelligenza lucida, che non si fanno alcun problema nel lanciare maledizioni senza perdono come crucio, imperio e avada kedavra? Come potete definirli se non cadaveri in decomposizione privati di ogni possibilità di ritorno? Ex nihilo nihil fit: ad ogni causa il suo effetto.

Man with gray hair and suit, face completely smooth without eyes, nose, or mouth

IL MONDO CHE CREIAMO: oltre il velo delle proiezioni

Troppo spesso, quando si parla di proiezioni in ambito spirituale, e non ci sono molte differenze rispetto a quello psicologico, si cade nell’errore di pensare che ciò che vediamo sia un’allucinazione totale, qualcosa che non esista affatto, ma la realtà è più complessa di così: la proiezione non è un’invenzione di sana pianta, piuttosto è il modo in cui noi rivestiamo le percezioni che riceviamo, non solo nella materia densa, ma anche sui piani sottili e astrali. Immaginiamo di trovarci di fronte a fenomeni che la nostra coscienza non sia ancora in grado di percepire nella loro interezza: non riuscendo a vedere la sostanza nuda, il vero, il reale, la materia prima, la mente interviene e cuce addosso a quel fenomeno un abito fatto di memorie, paure, desideri e interpretazioni personali, elaborazioni della propria esperienza di vita e conoscenze. Molto spesso mi sono trovata, personalmente o relativamente ad amici, di fronte a una descrizione di qualcosa non corrispondente alla realtà, quanto alla cosa conosciuta più somigliante nel database. Qui entra in gioco proprio il filtro mentale, soggettivo, che vorrei paragonare al naso di Pinocchio.

Pinocchio è il burattino di legno che aspira a diventare un bambino vero, un essere connesso direttamente alla sorgente della coscienza e della vita, non un assembramento di legnetti mosso da fili invisibili, meccanici e preordinati, che lo fanno esistere separato dalla realtà autentica. Pinocchio ha tempo ma non ha vita. Ogni volta che si allontana dal vero, il suo naso si allunga: quel filtro diventa una barriera che deforma la proporzione delle cose, trasformando la loro descrizione in bugia, tale in quanto lontana dal reale che descrive e, più si allunga il naso, meno è vicino a alla natura di ciò che sta osservando. Come nel vecchio adagio “dove c’è fumo c’è sempre arrosto”, è necessario ammettere che l’arrosto, la sostanza energetica o l’ente/essere che cerchiamo di conoscere, esista davvero, seppure dietro alla coltre di fumo. Il problema sorge quando, a causa del filtro, si inizia a delineare quell’ arrosto come un banchetto della più ampia varietà di selvaggina catturata, mettendo in mezzo al bottino, chissà, anche un bel cinghiale bianco, tanto per esaltare all’eccesso una inesistente magnificenza, o, al contrario, descrivendolo come un semplice e minuscolo moscerino fastidioso, unico quanto improbabile responsabile di tutto quel fumo.

La proiezione non riguarda tanto il cosa esista, ma il come noi lo interpretiamo sul sostrato dei nostri limiti di coscienza, di percezione e dei nostri filtri di interpretazione mentale. Essere connessi significa spogliare la realtà da questi rivestimenti per vedere finalmente l’arrosto per ciò che è, senza l’ingombro del nostro naso che cresce, si allunga e ci allontana. Non ha senso sentirsi in colpa per una percezione distorta, in quanto su un piano psicologico, per cui sotto l’interferenza di pensieri, emozioni e di un sentito memorizzato profondamente, è naturale non averne completezza e limpidezza, ma è necessario riconoscere l’inadeguatezza e l’incompletezza delle nostre descrizioni e valutazioni, che molto spesso sono soltanto punti di vista parziali e amputati di tutto ciò che sarebbe saggio conoscere prima di esprimersi. Il piano mentale e dell’esperienza ordinaria della vita lavorano su un asse orizzontale, per cui sarebbe come osservare al piano terra, o al massimo al primo piano di un edificio, gli aspetti delle varie manifestazioni, mentre per una visione del reale occorre approdare a livello della coscienza, ovvero poter spaziare dal micro al macro su infiniti piani e possibilità di osservazione e conoscenza, che bypassino il filtro mentale. Ciò nonostante, è necessario essere consapevoli che potremmo, molto più spesso di quanto pensiamo, dare significati, fare attribuzioni e valutazioni non corrispondenti al vero, al reale, infarcendo la nostra descrizione del fenomeno, impossibilitato a essere conosciuto nella sua intrinseca natura, utilizzando solo il piano mentale, attraverso i nostri personali occhiali percettivi. In un certo senso, siamo tutti un po’ daltonici. Se poi volessimo aggiungere la limitazione intrinseca (il limite della parola che determina) ed estrinseca (la nostra conoscenza del significato delle parole) del linguaggio, dell’uso delle parole limitanti la descrizione di esperienze, fatti e soggetti osservati, il danno sì mostrerebbe ancora maggiore.

LA TRAPPOLA DEL SOLIPSISMO: NEGARE L’ESISTENZA DEI MONDI O DI ALTRI ESSERI

Un errore comune nel percorso esoterico è credere che tutto ciò che percepiamo sui piani sottili sia unicamente un parto della nostra mente. Affermare che tutto sia proiezione è un atto di miopia che finisce per segare il ramo su cui siamo seduti. Se accettiamo l’esistenza del regno minerale, vegetale e animale nel mondo fisico, perché dovremmo negare la vita che pulsa nelle altre dimensioni, sotto altre forme e manifestata in altri stati di esistenza? Il fatto che non siamo ancora in grado di percepire questi esseri con una coscienza limpida e totale non significa che essi non esistano, piuttosto che, mancando una connessione diretta, abbiamo sostituito la realtà con il nostro filtro mentale. Quando questo accade, smettiamo di essere spettatori della vita multidimensionale e diventiamo prigionieri di un’interpretazione. Dire che un fenomeno astrale sia solo una proiezione equivale a chiudere gli occhi davanti alla vastità dell’universo. Ogni emanazione della coscienza ha una sua peculiarità e una sua dignità esistente nel e dall’Uno. La vera sfida non è negare ciò che vediamo quanto imparare a riconoscere le caratteristiche reali, spogliate dai racconti che la nostra mente sovrappone loro per paura o ignoranza. Questo vale anche per le interpretazioni altrui che prendiamo per vere. Il filtro non è fatto solo dalle nostre storie, ma anche da quelle che compriamo già confezionate dagli altri.

OLTRE IL RACCONTO: BLACKOUT E CONNESSIONE NATIVA

Lo strato mentale, forse più insidioso, è proprio costituito dalle interpretazioni e dai racconti altrui che accettiamo come verità assolute, che determinano l’espressione del potere di istituzioni o soggetti su un ampio numero di persone: tipico esempio sono le verità convenzionali che servono per la descrizione del mondo. Spesso non proiettiamo solo i nostri limiti, ma prendiamo in prestito anche quelli degli altri -presunti maestri, dogmi o correnti di pensiero- e li sovrapponiamo alla realtà finché non riusciamo più a distinguere l’arrosto dall’altrui fumo. Ho trovato interessante analizzare due figure che hanno vissuto la cessazione del filtro mentale e delle proiezioni in modo analogo ma con delle sostanziali differenze.

Da un lato abbiamo Anandamayi Ma, dall’altro U.G. Krishnamurti. La mistica indiana, forse ancora troppo poco conosciuta in occidente ma dotata di capacità stupefacenti, incarnava uno stato di connessione nativa, sin dalla nascita: era già nata bambina vera, priva del naso di Pinocchio, in stato di connessione ininterrotta con la coscienza dell’Uno. Alcuni testimoni, che l’hanno conosciuta in prima persona, raccontano che accettò di essere sottoposta a un esperimento atto a misurare la sua attività cerebrale, e che durante lo stesso gli aghi dell’elettroencefalogramma rimanessero immobili, facendo risultare piatta l’attività elettrica, mentre su altri presenti l’apparecchiatura funzionava normalmente. La sua mente non interferiva, non aveva bisogno di “interpretare l’arrosto” perché era una cosa sola con la fiamma e con il fumo, vi era uno stato unitario tra osservato e osservatore. In lei la proiezione non veniva spezzata, alterata, contraffatta: non ce n’era bisogno, in quanto non era mai nata con una mente, che non c’era: vedeva l’Unità in ogni sua emanazione e in relazione a tutto ciò che esiste.

Dall’altro lato troviamo Uppaluri Gopala Krishnamurti, conosciuto come U.G. Egli visse per decenni tormentato da tradizioni inculcategli sin da piccolo: era stato cresciuto da una famiglia con determinate conoscenze di insegnamento spirituale, di cui avrebbe dovuto ricalcare le orme, sentendo tuttavia interiormente il peso di un compito che non sentiva suo. Per molti anni della sua vita, dopo essere diventato un conferenziere famoso su questi temi, cercò disperatamente di farli propri, di sentirli veri, senza mai riuscirci, senza mai trovare autenticità dietro certi fenomeni attribuiti al mondo metafisico, senza sentire tutto quello che gli veniva descritto da altri maestri, tra i quali l’altro Krishnamurti, Jiddu. Portò se stesso a condurre la sua esistenza a limiti estremi, arrivando a vivere come uno sconosciuto barbone, nonostante provenisse da una famiglia benestante e fosse un personaggio assai noto nei suoi ambienti, sprofondando più volte in un nichilistico annientamento di se stesso, finché non arrivò la sua “calamità”. U.G. la descrisse come un evento biologico e fisico esplosivo, che annientò il suo senso di un sé separato, non come un’illuminazione spirituale, quanto come una rottura definitiva della continuità del pensiero, lasciando l’organismo nel suo stato naturale e puramente sensorio. Un vero e proprio blackout biologico, a mio avviso, un’ autocombustione del sistema che non reggeva più la pressione mentale del suo conflitto interiore, un blackout elettrico, come un impianto in sovraccarico non idoneo a reggere una corrente dal voltaggio troppo forte. Il suo filtro mentale andò in pezzi, bruciato, e il suo proiettore si ruppe, modificando di fatto il suo stato percettivo. U.G. descriveva quanto accaduto come lo stato naturale dell’uomo.

Vorrei aprire una parentesi importante: sarebbe senz’altro auspicabile il ritorno al nostro stato naturale, alle radici, a ciò che siamo veramente: le origini, il principio. Molti maestri ci hanno parlato di quanto sia importante ritrovare il nostro stato naturale, a dispetto dell’artificiosità che è andata espandendosi sempre di più nel corso dei secoli, alienando l’umanità dalla sua stessa natura.

Pur trattandosi di due esseri umani privi di mente o filtro mentale, vivendo lo stato naturale, si trovano delle differenze: Anandamayi Ma era già nata così, in connessione solo con la coscienza, in grado però di riconoscere ciò che le veniva descritto dai più svariati personaggi del calibro di Yogananda o Niels Bohr, giusto per citarne alcuni, e capace di affrontare qualsiasi argomento, nonostante non lo avesse mai studiato, con profondità, lasciando i suoi interlocutori nello stupore: lei era la stessa luce che illumina la realtà. Anandamayi Ma insegnava che l’amore umano è solo il riflesso parziale dell’Unico vero amore: la devozione incondizionata al Divino. Per lei amare gli altri significava servire Dio in ogni forma senza distinzioni o attaccamenti egoistici. Con chi la cercava, si comportava in modo spontaneo e materno, adattandosi perfettamente alla vibrazione di chi aveva di fronte: mostrava accoglienza totale, ricevendo poveri e saggi con la stessa equanimità, vedendo in ognuno una manifestazione dell’uomo. Faceva da specchio energetico: spesso non dava istruzioni formali, ma la sua semplice presenza induceva stati di pace profonda o risoluzioni interiori silenziose. Pur essendo premurosa, non creava mai dipendenze emotive, spingendo costantemente i devoti a trovare la propria forza spirituale interna, mostrando distacco amorevole.

U.G. sembra aver raggiunto la libertà attraverso la distruzione dello strumento: l’una non proiettava in quanto era luce, l’altro non proiettava in quanto aveva spento l’interruttore della mente, che si era fulminato: era stato rimosso l’ostacolo dei filtri. Anandamayi Ma è nata completa e integra in se stessa, espressione già diretta della coscienza che si incarna senza lo schermo mentale, priva dei bias selettivi, ma si può dire di U.G. la stessa cosa? Bruciare la mente e il filtro mentale è garanzia di immersione totale nello stato di coscienza? Può la distruzione di un’interferenza garantire la totale ricezione, connessione e allineamento allo stato di coscienza o si può restare bloccati in stati a livelli intermedi, come una gravidanza non compiuta, come un feto abortito, che pur essendo umano non è comunque un bambino formato? Può essere considerato lo stato naturale tale in se stesso, anche se ha interrotto il compimento di un processo di evoluzione? Può avvenire come se fosse un incidente? Può funzionare ugualmente la distruzione mentale lungo il percorso che non abbiamo ancora compiuto? Potrebbe Pinocchio diventare un bambino vero senza desiderarlo, ma soltanto perché detesta essere un burattino? Sono esistiti maestri connessi allo stato di coscienza ma che hanno mantenuto comunque una mente ( pulizia dei filtri?) per potersi interfacciare con i loro stessi simili umani e con la realtà di cui erano circondati? Dopo la sua calamità, U.G. divenne totalmente privo di affettività sociale o di intenzionalità psicologica nel rapportarsi agli altri; non agiva più in base a norme di cortesia o ruoli precostituiti, ma rispondeva in modo puramente fisico e meccanico agli stimoli esterni. Le sue interazioni erano caratterizzate da assenza di filtri, in quanto poteva essere brutalmente onesto o apparentemente indifferente, poiché non esisteva più un “io” che cercasse di compiacere o ferire il prossimo; mostrava risposte a specchio, ovvero il suo comportamento rifletteva spesso lo stato di chi aveva di fronte: se l’interlocutore era aggressivo, lui rispondeva con durezza, se c’era silenzio lui restava in silenzio. Un altro aspetto da parte di UG fu il rifiuto totale del ruolo di guru: trattava chiunque andasse da lui senza alcuna gerarchia spirituale, scoraggiando attivamente ogni forma di venerazione o dipendenza. In sostanza viveva in uno stato di reattività biologica, dove l’altro non era entità da istruire ma semplicemente parte di un ambiente a cui l’organismo rispondeva senza secondi fini. Si è davvero liberi quando si manifestano risposte riflesse puramente fisiche e meccaniche agli stimoli esterni? Capite perché manca almeno una fase in questo processo? Dov’è il cuore? In ogni caso, mi sento di fare un’altra domanda: potrebbe, in realtà, l’esperienza di U.G. svelare una prossima tappa di evoluzione umana ancora difficilmente accettabile? Per onestà è corretto chiedersi anche questo.

Il paragone tra Anandamayi Ma e U.G. che ho appena descritto mi ha condotto a riflettere sulla parola Dominio, o Dominus io, ovvero essere i signori, i governatori di quel qualcosa che chiamiamo “io”, al quale, in questa specifica situazione, conferisco l’accezione di mente: un essere cosciente sa tenere in mano le briglie della mente e direzionarla, dirigerla verso ciò che serve, attività necessaria fintantoché non spiccheremo quel salto evolutivo che ci porterà a essere altro rispetto a ciò che siamo adesso in questa manifestazione. C’è questa strana mania di distruggere tutto ciò che riguarda l”io”senza ancora avere la piena coscienza di che cosa sia, definendolo ora in un modo, poi in un altro per poi cambiare ancora il significato di che cosa sia, a conferma del grosso limite del linguaggio intrinseco ed estrinseco, senza avere quei ganci spirituali indispensabili per procedere verso certe trasformazioni o per compiere quei salti evolutivi. C’è il tempo giusto per ogni cosa: ogni accadimento, ogni azione deve seguire il fluire del tempo nel senso di Kairòs: il tempo opportuno, il momento qualitativo e carico di destino in cui un’azione specifica ha la massima efficacia. Il Kairòs rappresenta la frattura nel tempo ordinario Kronos: è l’istante in cui la consapevolezza interiore si allinea con l’evento esterno, permettendo il passaggio dalla reattività meccanica alla partecipazione cosciente. In senso filosofico e spirituale, è il momento della verità o la finestra di Grazia in cui il potenziale latente può manifestarsi pienamente. Tutto il resto è un atto di forza oppure un incidente lungo il percorso.

Uscire dalle proiezioni non significa dunque approdare al nulla, ma riappropriarsi della capacità di vedere la vita in tutte le sue emanazioni. Significa smettere di vestire il mondo con i nostri abiti o con quelli presi in prestito da terzi. Significa essere noi stessi, nel senso profondo del termine, radicati nel nostro centro, nell’uomo naturale. Solo quando il naso di Pinocchio smetterà di allungarsi, potremo finalmente riconoscere che ogni essere, ogni piano e ogni vibrazione è un pezzo reale di quell’unico arrosto che è la coscienza in esperienza.

Dove poniamo la nostra attenzione è il luogo dove va la nostra energia

https://youtube.com/shorts/Er19kmZq8v4?is=KVWuPeAQLMNxWXXC

L’oceano interiore: dalla sorgente al ritorno

Esiste un movimento incessante che precede ogni nostra parola, un fluire che rispecchia la vastità delle acque primordiali proprio qui, nel nucleo del nostro essere. Come l’oceano genera l’onda per poi riassorbirla nel suo silenzio profondo, così la nostra vita sorge da una fonte interiore che non conosce né inizio né fine, ma solo un eterno presente. Comprendere questo oceano significa ritrovare il ritmo dell’origine e riconoscersi non come gocce isolate, ma come l’intero mare che danza in un corpo umano.

La vita nasce dall’acqua e la scienza insegna che si sia formata dagli oceani, e questo ha un senso perché il nostro corpo è costituito all’incirca dal 75% di acqua e, se pensiamo agli studi e a quanto detto da Emilio Del Giudice, su un piano molecolare il corpo umano è costituito dal 98-99% di molecole d’acqua. Quindi, l’acqua dovrebbe essere l’elemento più studiato in assoluto dalla scienza, non soltanto su un piano chimico, ma soprattutto su un piano fisico e metafisico.

Come fa l’acqua di un corpo umano, essendone il principale costituente, a mantenere stabili e solidi i confini della materia del corpo e a non fondersi, sciogliersi al suo stesso interno colmo di acqua? Voglio dire: c’è un’acqua intracellulare e un’acqua extracellulare, eppure questo poco di materia che abbiamo, che chiamiamo membrana cellulare, mantiene perfetto ordine ed equilibrio tra le due acque. Com’è possibile che il restante 1/2% di molecole di sostanza materica solida, che costituisce il corpo, e che noi percepiamo come se fosse l’unica cosa, sia tenuta insieme solidamente nonostante la quasi totale presenza di molecole di acqua?

L’acqua è il solvente più potente che esista in natura, nel senso proprio di mediatore a livello biologico, e permette il mantenimento delle forme in funzione delle sue caratteristiche, della capacità di organizzare, attraverso l’energia elettromagnetica informativa e la decodifica di legami chimici e di trasmissione di istruzioni, tutto ciò che noi percepiamo come solido ed esistente. L’acqua è il serbatoio della memoria, e senza memoria non potrebbe sussistere alcuna struttura. Pensate alla medusa: è costituita quasi totalmente di acqua e vive immersa nel mare o nell’oceano senza disciogliersi, senza confondere se stessa con le acque circostanti.

Com’è possibile tutto questo?

Attraverso un’onda di forma, un’informazione, che forma: so che sembra un gioco di parole ma l’informazione mette “in-forma” e questa arriva dall’acqua di cui è costituito il corpo della medusa, così come il nostro, per cui è un’acqua che crea dei legami, che prestruttura i corpi.

MICROCOSMO COME IL MACROCOSMO

Come c’è un oceano che ha dato origine alla vita, così abbiamo un oceano vero e proprio all’interno del nostro corpo, nelle cui acque sono disciolte tutte quelle sostanze nutritive che garantiscono la vita, il suo scorrere, la sua nascita e l’informazione che mantiene la nostra forma. Nei testi sacri non si parla forse di “fonti delle acque della vita” e di un’acqua che, se bevuta, toglierà per sempre la sete?

La vita nasce nell’acqua. “La scintilla scocca tra atto e materia”. Provate a pensare a quando si fondono due gameti per dare origine allo zigote, la prima cellula totipotente di un nuovo individuo: man mano che questi si divide sempre di più, cerca il suo nido, sulla parete uterina, dove potersi attaccare, radicare, e continuare a moltiplicarsi, differenziando via via le sue cellule, mentre l’ambiente che lo circonda è buio, come la terra in cui cadono i semi, e umido, circondandosi del liquido amniotico all’interno del sacco. I villi coriali e in seguito la placenta sono in ordine la radichetta del germoglio e le radici della pianta in crescita sul terreno uterino, da cui il feto trarrà il suo nutrimento, mentre le acque del liquido amniotico sono l’umidità necessaria a compensare il fuoco, imprigionato nella materia, che permette crescita, espansione, differenziazione e vivificazione dell’essere in grembo, oltre che a mantenere l’equilibrio tra gli elementi. Dopo la nascita, le radici saranno in cielo, quelle visibili come i capelli, le altre invisibili come il sistema nervoso e le connessioni nella nostra testa.

Abbiamo dunque due acque: le acque all’interno del corpo del bambino in crescita, e le acque esterne a lui, quelle del liquido amniotico. In questo microcosmo troviamo la riproduzione delle acque di sotto, o di dentro, dalle acque di sopra, o di fuori, di un altro “mare” che lo circonda: praticamente acqua dappertutto! Allora se “l’alto è come il basso e il basso è come l’alto per fare la meraviglia della cosa una”, tanto esiste un oceano che dà origine alla vita su questa terra, quanto ne esiste uno analogo cosmico, emanante ogni frequenza di vita,

IL SALE

Come le acque dell’oceano sono salate in quanto bacino ultimo e definitivo di raccolta nel tempo delle acque dolci, che portano con sé tutti i minerali rilasciati dalle terre, dalle rocce e dai viventi che ne contengono, così anche noi abbiamo un oceano all’interno del nostro corpo, con il suo grado di salinità e con le sue peculiarità.

“Voi siete il sale della terra, ma se il sale perdesse il sapore, con che lo si salerà? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Matteo 5:13).

Come la salinità nelle acque dei mari e degli oceani è data dall’accumulo secolare delle acque dolci, che portano con sé le memorie minerali della terra, così possiamo pensare che la salinità delle acque umane sia il minerale portato nel corso dell’evoluzione, nel senso profondo del termine, individuale, karmico e personale ma anche collettivo, della vita, sia singola che di specie e di razza, in senso esoterico. Il sale dell’uomo quindi è l’informazione memorizzata, coagulata, nella materia minerale del suo corpo, di una essenza precisa, il che rende anche più comprensibile come mai questi sia definito “il tempio di Dio”.

Il sale marino con tutti gli elementi minerali che lo caratterizzano può essere estratto e se ne può fare uso, così come in spagiria si può estrarre il sale di una pianta attraverso un procedimento chiamato calcinazione. L’acqua costituisce il miglior solvente/mediatore in natura sia dei sali , su un piano più denso, che dell’informazione elettromagnetica ordinante la struttura, su un piano più sottile. L’acqua ha una segnatura femminile, lunare, legata al numero 2. Come esiste un oceano che dà origine alla vita e ne esiste un altro dentro di noi, così vi è anche un oceano cosmico sorgente e scaturigine della vita universale, da cui fuoriescono come onde le manifestazioni di tutti i viventi. Si può pacificamente accettare la visione olografica e frattalica dell’espressione di realtà: siamo onde dello stesso mare, dal quale proveniamo e al quale torniamo.

ONDA DOPO ONDA, ONDA SU ONDA

Nel vangelo di Tommaso, al logion 18, i discepoli chiedono a Gesù quale sarà la loro fine, ed egli risponde spostando l’attenzione sull’origine, sul principio: “Avete dunque scoperto il principio, per cercare la fine? Poiché dove è il principio, sarà la fine. Beato colui che starà nel principio: egli conoscerà la fine e non gusterà la morte”. Questa prospettiva ribalta il concetto lineare di tempo: per comprendere la conclusione del proprio percorso, bisogna tornare allo stato di unità originaria, questo oceano primordiale. “L’Alfa” è all’origine, prima della manifestazione emanata, lo stato potenziale da cui tutto proviene, in un certo senso anche il mondo di retroscena di cui ho parlato in uno scritto precedente; “l’Omega”è ciò che viene generato alla luce della manifestazione e della materializzazione, è l’onda che torna al mare da cui proviene. Alfa e Omega rappresentano il ciclo completo di essenza e sostanza, di coscienza e manifestazione, di spirito e materia. Ogni onda che irrompe dal mare ha una forma come tutte le onde, anche quelle che vediamo rappresentate generalemente per i tipi di frequenze: la sua radice è nell’oceano, dal quale esce producendo una curva per poi tornarvi, rimescolandosi.

Si è parlato tanto della memoria dell’acqua, specialmente negli ultimi decenni, in particolar modo dopo i lavori di Masaru Emoto: le nostre impressioni di vita vengono registrate come informazioni a livello del corpo animico astrale, un vero e proprio supporto elettromagnetico al pari di vettori o interfacce come sono state le musicassette, le pellicole fotografiche e cinematografiche, i CD, i DVD o le chiavette, senza dimenticarci dei supporti in vinile dei dischi, ed esattamente come gli splendidi cristalli ghiacciati fotografati dal ricercatore giapponese, ma sappiamo altresì che la memoria può essere cancellata, sciolta, frammentata, dissipata: l’acqua può essere bollita, fatta evaporare o distillata, o il suo supporto/ contenitore si può rompere o lesionare, disperdendo il patrimonio mnemonico per l’azione di un fuoco troppo forte, che dissolve, e per la separazione dai suoi sali. Affinché la memoria resti impressa è necessario il matrimonio con la luce solare: quando l’acqua viene baciata dai raggi del sole, allora la memoria si trasforma in ricordo, divenendo incancellabile. La sede del ricordo è sempre il cuore. Occorre abilità per saper gestire sia il calore che la luce, per evitare disseccamento o, nel caso dell’acqua, totale evaporazione prima del trasferimento del ricordo. Quando l’acqua si sposa con la luce del sole, diventa un’acqua più sottile, un’acqua che non è acqua ma è più simile all’aria. In questo caso si tratta di un’evaporazione dolce e delicata, fatta con arte. Per L’Antica Tradizione Cinese e la sua medicina possiamo trovare una rappresentazione simile alla produzione di CHI o QI, l’energia motrice e generatrice della vita: un pentolone di acqua viene messo sul fuoco che riscalda, con all’interno del riso in cottura: questa combinazione produce vapore di riso (un chicco/seme) che viene chiamato CHI, per cui questa energia non è nient’altro che vapore di riso, un vapore informato del seme. L’acqua, evaporando, diventa aria, è più rarefatta, passa a uno stato più sottile. Per poter penetrare nella coscienza universale occorre mantenere il ricordo di sé, non certo la memoria della personalità, a cui è precluso ogni accesso: occorre trasformare l’acqua in aria, in acqua che non è acqua, in affinità alle acque superiori.

Viene in mente, inevitabile, un’altra riflessione sul concetto che abbiamo di tempo in senso lineare: viviamo la giornata, con l’alternanza di luce e buio, di giorno e notte, come un’unità temporale da inserire linearmente e consecutivamente, quando invece si tratta di una semplice alternanza ritmica di due fasi complementari, racchiuse in un ciclo settenario, ovvero i giorni della settimana. Il giorno si esprime secondo un ritmo duale, come il battito cardiaco nelle sue fasi di diastole e sistole, che ripete sempre se stesso, come gli atti respiratori composti da ispirazione ed espirazione, il tutto continuativamente e indefinitamente sulla legge del 12, legata al sole: dodici ore diurne e dodici notturne. Questo ritmo, come accennato poco sopra, viene regolato e determinato da un ciclo settenario, ovvero i sette giorni della settimana, in un certo senso come i sette giorni creativi: ogni giorno si ripete ciclo dopo ciclo, in una creazione continua, attraverso l’espressione di una forza specifica e specificante, legata per corrispondenza energetica al giorno stesso. Moltiplicando il settenario per i quattro elementi della manifestazione, possiamo comprendere l’importanza del calendario lunare di 28 giorni (7×4). Ecco quindi apparire ancora il significato olografico e frattalico rispetto al mondo di scena e retroscena esaminato nell’articolo precedente, definendo questo ciclo un vero e proprio cronotopo: come ogni attimo è un momento creativo della coscienza, a noi imperscrutabile e impercepibile da un punto di vista sensoriale, così ogni giornata che viviamo corrisponde a un giorno creativo secondo le funzioni specifiche di quel momento. ​“Solve et coagula semper, omni momento.”

Oltre l’attesa: aspettare la guarigione già presente

Mettendo insieme memorie di conoscenze raccolte negli anni di diversi autori e maestri, potrei iniziare scrivendo che la realtà non è una struttura fissa ma un processo continuo di estroflessione. Abbiamo un mondo di retroscena, serbatoio di infinite possibilità energetiche, di potenziale latente, e un mondo di scena, sede della precipitazione fisica nel presente, vestita di peso e materia. Vi è una vera e propria dinamica continua tra il mondo di scena e di retroscena, in cui l’istante creativo si genera attimo dopo attimo attraverso un collasso di energia dal mondo di retroscena. Si tratta di un processo continuo, proprio come i fotogrammi di un film che possono essere visti singolarmente, se rallentati e isolati, mentre appaiono in modo continuo e sequenziale, come un processo fluido nella percezione quotidiana. Non c’è passato o futuro, ma solo una pulsazione costante, che rende la materia una forma momentanea di una energia sottostante. Il retroscena non è nascosto, è la fase causale, la radice, la somma dei potenziali; la scena è una manifestazione, una slatentizzazione di una causa in effetto, il fiore. Si tratta di due stati di densità differente. Il retroscena proietta dati che la nostra struttura biologica decodifica come realtà solida. Se il flusso si interrompesse o cambiasse frequenza nel retroscena, la scena muterebbe istantaneamente. Possiamo dunque immaginare il retroscena come un campo di onde e frequenze pure, ciò che non è manifesto, la scena come il mondo fenomenico visibile, punta dell’iceberg di un movimento perpetuo, e tra i due vi è una fase intermedia di transizione costituita dall’atto di osservazione o interazione energetica che fissa il dato.

L’idea di partenza di questi concetti proviene dalla matematica/fisica di Severi e Pannaria, con ulteriore sviluppo di considerazioni personali. Il passaggio dal retroscena, piano causale, alla scena, piano degli effetti, è regolato da un’equazione di proiezione dove la realtà materiale è intesa come una sezione d’urto energetica. Il retroscena non è statico, ma è un insieme di onde di frequenza infinita e la scena emerge quando queste onde subiscono una decelerazione, rendendo l’energia percepibile come massa o forma solida. Il presente è visto come un’interfaccia, in cui la realtà si crea attimo dopo attimo perché il flusso dal retroscena non è mai interrotto. Se la proiezione si fermasse per un solo istante, la scena svanirebbe. Pannaria descrive il passaggio attraverso punti di singolarità dove l’astratto diventa concreto. La matematica qui non misura oggetti fermi, ma la velocità di trasformazione dell’energia in materia. In termini fisici, questo processo può essere visualizzato come un sistema in cui il mondo di retroscena è energia pura e informazione, l'”INPUT”; l’operatore è il filtro, la sequenza vibratoria dell’osservatore o del mezzo, e la scena è la materia/fenomeno, l'”OUTPUT”. La formula ideale suggerisce che la scena sia proporzionale alla densità del retroscena, mediata da un tempo di manifestazione, indicante che la creazione sia istantanea e perenne. In questa situazione, ovvero nella matematica fisica di Pannaria, l’osservatore non è un testimone passivo, ma è il trasformatore di impedenza tra due mondi, fungendo da punto di messa a terra. Il retroscena è un oceano di frequenze altissime e incoerenti, uno stato potenziale puro; l’osservatore, attraverso la sua struttura vibrazionale, seleziona una frequenza specifica e la fa precipitare nella realtà, nel mondo di scena. Facendo un calcolo, se il retroscena è “p” nel senso di potenziale e la scena è “m” nel senso di manifestazione, l’osservatore è la funzione “f”, per cui f (p)=m. La realtà che appare non dipende dal retroscena che contiene tutto, quanto dalla capacità dell’osservatore di reggere e filtrare quella tensione energetica. Quando si agisce come un ponte per qualcun altro, la funzione di osservatore si espande, poiché l’altra persona ha una frequenza di taglio che impedisce di vedere o creare una scena libera da condizionamenti, e il ponte in questo caso, offre la struttura propria come schema di risonanza. Il ponte osserva nel retroscena una possibilità, una realtà di guarigione o libertà che l’altro non vede ancora, e, mantenendo fissa l’osservazione su quel potenziale, si permette alla scena dell’altro di stabilizzarsi su quella nuova frequenza. In pratica, chi fa da ponte presta la sua capacità di collasso della funzione d’onda finché l’altro non sia in grado di sostenere la propria scena autonomamente. Ci sarebbe da chiedersi come mai trascorra del tempo tra potenziale e manifestazione. Tenendo conto di questo modello, il tempo non è una linea, ma una distanza vibrazionale tra retroscena e scena. Se nel retroscena il tempo non esiste, in quanto vi è uno stato di simultaneità, di potenzialità non ancora slatentizzate, l’istante creativo è in questo “tempo zero”, e la manifestazione avviene quando l’energia rallenta. Quello che chiamiamo tempo tra potenziale e manifestazione è il processo di densificazione: più l’energia incontra la resistenza (dogmi, dubbi, convinzioni, densità materiale) più il passaggio dal retroscena alla scena sembra lento. Pannaria suggerisce che la creazione sia un’esplosione continua, un eterno presente: la scena viene distrutta e ricreata ad ogni frazione di secondo, il tempo è solo la percezione della continuità tra queste fotografie.

TEMPO TRA SCENA E RETROSCENA

Quel tempo che passa tra l’evento/scena e la consapevolezza è lo spazio dove avviene la manipolazione astrale o la liberazione mentale: se si reagisce immediatamente si è ancora nel mondo di scena, alimentando per esempio una egregora con l’emozione. Il ponte esplica una funzione di coscienza, ben lungi dall’essere un dogma o un riferimento esterno, in quanto è in grado di neutralizzare la polarità, vedendo frequenze e stabilizzando l’umido radicale, non disperdendo la linfa vitale nella reazione emotiva, ma conservandola. L’osservatore impedisce che la fiammella si consumi inutilmente.

Cosa può rallentare allora la manifestazione rispetto al mondo di retroscena?

  • Densità del piano fisico, o inerzia della materia. Il mondo fisico è composto da atomi che vibrano a una frequenza molto più lenta rispetto al mondo di retroscena. Se nel retroscena (piano mentale o astrale) il pensiero è istantaneo, nella materia deve superare l’inerzia. Se l’energia propria è troppo legata all’umido radicale, inteso solo come sopravvivenza biologica, si rimane intrappolati nei tempi lunghi della materia, subendo un vero e proprio condizionamento. Più alta è la frequenza più la materia diventa plastica, riducendo il tempo di manifestazione.
  • Coerenza di segnale: se nel retroscena un evento è un’onda di frequenza, affinché diventi un fatto atomico nella scena deve esserci assenza di rumore di fondo. Se nel retroscena l’intento è chiaro ma il ponte, l’osservatore, non è stabile, il segnale arriva alla materia frammentato. Ogni frammentazione richiede un tempo di ricalcolo energetico che allunga la latenza.
  • La densità del mezzo, o inerzia intrinseca della materia. Un conto è muovere una mano nell’aria, un’altra nel fango: mentre il mondo di retroscena è l’aria, il mondo di scena è il fango: il tempo di latenza è lo sforzo necessario affinché l’energia sottile sposti gli atomi pesanti. Questo tempo è influenzato dalla pressione che il retroscena esercita sulla scena: più l’osservatore è distaccato e fermo, più la pressione aumenta accorciando i tempi.
  • Nodi di interferenza come leggi collettive: per esempio, se abbiamo un evento che per manifestarsi deve urtare contro una legge di probabilità molto radicata nel piano fisico, ci sarà un aumento della latenza in quanto l’energia deve letteralmente curvare la realtà locale; l’interferenza delle egregore o filtro collettivo ha il suo peso: spesso le decisioni o gli eventi sono pilotati da egregore o motivazioni politiche e sociali mascherate. Queste forme pensiero collettive agiscono come una nebbia densa: quando un evento deve manifestarsi, deve altresì. attraversare l’inconscio collettivo, e se l’intento personale è in opposizione o in risonanza con una egregora potente, il tempo di latenza varierà. Se vi è un dubbio o se si cede a delle credenze o dogmi, si creerà un corto circuito che bloccherà la discesa dell’energia dal retroscena alla scena, diventando un vero e proprio ostacolo.
  • Il ruolo dell’osservatore che determina la focalizzazione: se l’osservatore sposta lo sguardo continuamente con dubbi e attese ansiose, il tempo di latenza si azzera e riparte da capo ogni volta. La manifestazione richiede che il ponte tenga il collegamento fisso finché la materia non ha finito di addensarsi.

l tempo di manifestazione dipende dalla purezza della volontà, dall’espressione della propria sovranità mentale. Il dubbio diventa un potente dissipatore in quanto interferenza astrale ogni volta che si dubita della manifestazione: in questo stato tecnicamente si sta ritirando l’ordine dal retroscena, resettando il timer. È fondamentale rimanere nello stato di osservatore, neutrale, come un ponte, evitando di immettere emozioni come la rabbia o l’ansia nel processo. L’emozione crea umidità pesante che rallenta tutto. La certezza assoluta è invece secca e rapida. Ogni conflitto interiore blocca i segnali provenienti dal mondo di retroscena, solo lo stato di neutralità permette all’energia di scorrere senza attrito. In pratica, ciò che determina la velocità è quanto spazio libero esiste tra la propria “scintilla” e la realtà fisica: se il campo aurico è pulito, il tempo di latenza si accorcia, essendo assente ogni attrito. Anche Yogananda, pure mantenendo un linguaggio più mistico che scientifico, convergeva il suo pensiero sulla fisica sottile della manifestazione e della guarigione.

Egli spesso parlava di come la guarigione istantanea fosse possibile solo quando la coscienza del paziente, o del guaritore, riusciva a superare l’illusione del tempo e dello spazio, di maya. Yogananda spiegava che il corpo è come un’idea proiettata: il tempo di latenza dipende dalla forza vitale, “prana”, diretta dalla volontà. Quindi, secondo la sua visione, scientificamente se si invia un comando di guarigione dal retroscena ma la mente cosciente di scena è sintonizzata sulla frequenza di malattia, si crea un interferenza distruttiva. In “Affermazioni scientifiche di guarigione”, Yogananda sottolineava che le cellule hanno una loro memoria, un loro condizionamento, e il tempo che intercorre tra l’affermazione e la guarigione è il tempo necessario a convincere le cellule che la vecchia realtà non esiste più. Se l’osservatore, il ponte, è vacillante, le cellule continuano a replicare il vecchio schema dogmatico della malattia. Se l’osservatore è fisso, la manifestazione fisica deve per forza conformarsi al nuovo modello del retroscena. Per Yogananda vi era un punto di aggancio importantissimo: il terzo occhio, centro della volontà e ponte verso l’onniscienza. Operando verso quel centro, paragonabile al retroscena, si bypassa il tempo lineare e la guarigione non è più un processo di riparazione che richiede giorni, ma una riprogrammazione immediata della struttura molecolare.

IL TEMPO DI LATENZA È PROPORZIONALE AL PESO DELLA PROPRIA CREDENZA NEL LIMITE

LA LATENZA È DETERMINATA DAL RAPPORTO TRA LA POTENZA DEL SEGNALE NEL RETROSCENA E LA RESISTENZA DEL PIANO DI SCENA

Nel retroscena possiamo sapere di essere un leone o una fenice, ma nel mondo di scena si crede ancora di aver bisogno di protezione o di essere vulnerabili alle energie altrui. Il tempo di manifestazione si allungherà perché si stanno servendo due padroni: o ci si fida dello spirito o ci si affida alla materia, non si può dire di fidarsi dello spirito e restare nella coscienza della materia.

In tutte le tradizioni l’autentico Avatar o Guru funge da trasmettitore puro, ma il successo e la velocità della manifestazione, come per esempio la guarigione, dipendono quasi interamente dalla ricezione. Se il maestro, il ponte, è colui che abbassa la tensione energetica per creare l’aggancio, l’attrito che determina il tempo di latenza risiede nell’individuo. Ecco come queste interferenze agiscono tecnicamente:

1 – la psiche come filtro a maglie strette. La psiche della persona da guarire è intessuta di memoria, traumi e, soprattutto, di un’identità costruita sulla malattia o sul limite. Quando l’energia di guarigione scende dal retroscena, trova un’opposizione inconscia: la persona, a livello profondo, può aver paura di perdere il “vantaggio secondario” della sua condizione, e questo conflitto crea una turbolenza che disperde l’energia del maestro, allungando i tempi o annullando l’effetto.

2 – l”emozione come liquido viscoso. Le emozioni, come la paura, l’ansia di guarire, lo scetticismo, rendono il campo aurico denso: mentre l’energia del maestro è una frequenza alta e sottile, l’emozione della persona è una frequenza bassa e pesante, e il tempo di latenza è quello che l’energia del maestro impiega per fluidificare questa densità emotiva prima di poter toccare le cellule fisiche.

3 – il pensiero dogmatico, l’interferenza delle egregore: come abbiamo già visto, se la persona è collegata a un’ egregora medica, religiosa o collettiva che dice “da questo non si guarisce” o “ci vuole tempo”, quel pensiero agisce come uno scudo. Il guru proietta la realtà dal retroscena dove la guarigione è già un fatto ma la persona proietta la realtà della scena dove la malattia è ancora un fatto. L’attrito è lo scontro tra queste due realtà, e la guarigione avviene solo quando la persona molla, lascia andare, cede la presa sulla scena e si aggancia al ponte offerto dal maestro.

4 – il paradosso del ponte. Un autentico guru non può forzare una guarigione perché violerebbe la sovranità e il libero arbitrio dell’individuo. Egli può mantenere soltanto la frequenza corretta nel retroscena e offrire il punto di aggancio sicuro, ma se la psiche della persona continua a osservare la ferita invece di osservare il ponte, rimane intrappolata nel tempo lineare della materia. In sintesi, il maestro è la costante, mentre il pensiero e l’emozione del ricevente sono le variabili che determinano se il salto dal retroscena alla scena sarà un fulmine o un processo lento, alternante o agonizzante. L’ostacolo non è la potenza del maestro, ma la capacità di carico e di trasparenza di chi riceve. La coscienza umana tende a comportarsi come una calamita che si incolla alla superficie delle cose, scambiando l’effetto, la materia, per la causa, il retroscena, creando un’ aderenza ostacolatrice che provoca il ritardo. Quando restiamo adesi alla percezione fisico-materica, accade quanto segue:

  • Collasso del tempo di latenza in attesa: se la coscienza è incollata alla scena, il tempo che intercorre fra l’intento e la manifestazione non è più visto come un processo di addensamento energetico, ma come una mancanza. L’attesa genera ansia, densità, che aumenta l’attrito. In questo modo l’aderenza alla materia diventa la causa stessa del rallentamento di ciò che vorremmo manifestare.
  • La vista annebbiata: essere adesi alla materia significa che la propria riserva vitale, umido radicale, viene consumata tutta per tenere in piedi la realtà fisica attuale, invece di usare quell’energia come carburante per far scendere il nuovo dal retroscena, smettendo di alimentare il vecchio scenario nel mondo di manifestazione (scena). Sarebbe come cercare di guidare un’auto premendo contemporaneamente il freno, l’aderenza al noto, e l’acceleratore, il comando della propria energia.
  • la trappola dei sensi: i sensi fisici dicono “guarda, la ferita c’è ancora”, “guarda, i soldi non ci sono”, “guarda la situazione è bloccata”, ma… questa è la menzogna della scena! Se la coscienza crede ai sensi, si scollega dal ponte. Il guru o l’avatar può emettere la nota più pura del mondo, ma se la propria coscienza è incollata alla frequenza del problema, non può vibrare per simpatia con la soluzione.
  • Il distacco dall’osservatore: la sovranità mentale consiste nel riuscire a guardare la scena senza aderirvi, senza identificarsi. È la capacità di dire: “vedo il fatto fisico, ma non gli permetto di definire la mia realtà”: in quel momento la colla si scioglie, la coscienza si sposta in retroscena e il tempo di latenza si accorcia drasticamente, perché non deve più lottare contro la sua stessa resistenza interna. L’ostacolo è che la materia è rumorosa (dolore, bisogni, paure) mentre il retroscena è silenzioso. La coscienza umana, abituata al rumore, fatica a fidarsi del silenzio, dove tutto è già compiuto.

Video dal canale YouTube Il Riflessometro

Paracelso: architettura della vita

In alcuni scritti precedenti ho già descritto gli enti di malattia secondo la visione di Parcelso e i pilastri della salute come suoi suggerimenti: nella sua visione (tradizione alchemica) i Tria Prima costituiscono la base di ogni sostanza materiale e spirituale. Essi non rappresentano solo elementi chimici, ma principi filosofici legati alla salute e alla struttura dell’essere:

Zolfo (Sulpher): Rappresenta l’anima e il principio del calore. È la forza espansiva, la coscienza e la capacità di combustione.

Mercurio (Mercurius): Rappresenta lo spirito e il principio della fluidità. Funge da mediatore tra lo Zolfo e il Sale, incarnando la vitalità e la trasmissione energetica.

Sale (Sal): Rappresenta il corpo e il principio della fissità. È la materia solidificata che protegge l’umido radicale, garantendo stabilità e forma fisica.

​Questi principi devono operare in armonia; la malattia insorge quando uno di essi si separa o sovrasta gli altri, rompendo l’equilibrio della “fiamma” vitale.

​Di seguito la spiegazione dettagliata e riassuntiva dei cinque enti di malattia (Volumina Paramirum) teorizzati da Paracelso, che descrivono le diverse origini delle patologie umane secondo la visione ermetico-alchemica:

  1. Ens Astrale (L’Ente Astrale): Si riferisce all’influenza dei corpi celesti e del macrocosmo sull’essere umano. Non va inteso come astrologia deterministica, ma come una “corruzione” dell’aria o delle energie sottili che circondano l’individuo (il corpo siderale). Quando l’armonia tra l’uomo e il cosmo si spezza, possono insorgere epidemie o squilibri energetici.
  2. Ens Veneni (L’Ente del Veleno): Riguarda tutto ciò che l’organismo assimila dal mondo esterno (cibo, acqua, aria) che non riesce a essere trasformato o eliminato. Paracelso introduce qui il concetto di Archeus, l’alchimista interno: se l’Archeus è debole, non riesce a separare l’essenza (nutrimento) dal veleno (scorie), portando all’accumulo di tossine e alla malattia.
  3. Ens Naturale (L’Ente Naturale): Rappresenta la costituzione biologica e il destino fisico dell’individuo. È legato al microcosmo umano, ovvero al funzionamento degli organi e dei sistemi interni. La malattia nasce quando c’è un’alterazione della propria natura specifica, inclusi i ritmi biologici e l’invecchiamento precoce della “riserva vitale” (l’umido radicale di cui abbiamo parlato).
  4. Ens Spirituale (L’Ente Spirituale): È la malattia che ha origine nella mente o nello spirito. Paracelso sosteneva che i pensieri, la volontà e l’immaginazione possono ammalare il corpo tanto quanto un veleno fisico. Include le influenze psichiche, i traumi emotivi e le forme pensiero che, se negative, possono agire come entità distruttive sulla salute.
  5. Ens Dei (L’Ente di Dio): Rappresenta l’origine metafisica o karmica. In questa visione, alcune malattie sono necessarie per l’evoluzione dell’anima o sono “permessi” divini per portare l’individuo a una comprensione superiore. È l’ente che ricorda i limiti della medicina umana e la necessità di una guarigione che passi attraverso la consapevolezza spirituale.

Il Paragranum (I Quattro Pilastri della Medicina)

​In Paragranum Paracelso mette in evidenza come la medicina non sia una disciplina isolata, ma abbia necessità di poggiare su pilastri solidi, definendone le basi che ogni vero medico dovrà tenere ben presenti:

  1. Filosofia: non va intesa come speculazione astratta, ma come la conoscenza profonda della natura e dei suoi elementi (terra, acqua, aria fuoco). Nel sistema paracelsiano il medico deve saper leggere ciò che è nascosto dietro all’apparenza fisica, avere conoscenza di ciò che è invisibile, e la filosofia è lo strumento che permette di comprendere la struttura invisibile della materia. Cardinale è l’idea centrale del macrocosmo-microcosmo, da cui la corrispondenza essenziale che l’uomo, ovvero il microcosmo, sia lo specchio dell’universo, il macrocosmo. Tutto ciò che esiste nel mondo esterno esiste anche all’interno del corpo umano. Per esempio, se si volesse comprendere il funzionamento di un organo, si dovrebbe studiare l’elemento naturale o l’astro corrispondente nel mondo. La natura è una maestra: il medico deve necessariamente camminare con la natura, e la filosofia paracelsiana impone che la verità si trovi nell’osservazione diretta del creato, non nei vecchi libri di Galeno o Avicenna. La filosofia, inoltre, insegna che non vi è separazione tra spirito e materia, che la vita è da intendere come un’unità, che ogni cosa possiede una forza vitale, e il medico deve essere in grado di interagire con questa energia per riportare l’equilibrio. In sintesi, essere filosofi significa conoscere perfettamente la Terra e il Cielo, per capire come questi agiscono sull’uomo.
  2. Astronomia: il secondo pilastro è l’astrologia medica, e per Parcelso il medico non può curare il corpo se non conosce le influenze dei corpi celesti sull’organismo. È utile tenere presente alcuni punti chiave: il cielo interiore riflette per corrispondenza come ogni organo sia collegato a un pianeta, per esempio il cuore al sole, il cervello alla luna, il fegato a Giove, e quindi le malattie non sono solo fisiche ma derivano da uno squilibrio tra le frequenze degli astri e quelle dell’uomo. Il medico deve vedere le sincronicità temporali, ovvero conoscere i cicli celesti per sapere quando somministrare un rimedio e quale farmaco può essere efficace o inutile a seconda della posizione dei pianeti al momento della cura. Paracelso credeva che le stelle emettessero una forza di azione sull’umido radicale e sulla vitalità dell’individuo, un vero e proprio influsso astrale. Ignorare il cielo significa ignorare metà della causa della malattia. Quel che qui viene definito astronomia insegna al medico che l’uomo è un antenna e la salute dipende dall’accordo armonico tra la vibrazione umana e quella universale.
  3. Alchimia: ovvero il terzo pilastro che rappresenta l’arte della preparazione e della trasmutazione. Per Paracelso il medico alchimista non è colui che cerca l’oro, quanto colui che estrae il veleno dalle sostanze naturali per liberarne la medicina pura. Ci sono dei fondamenti precisi: separazione e purificazione, e il medico deve saper separare il puro dall’impuro. La natura ci dà le materie prime, ma è l’Alchimista che, attraverso il fuoco, le purifica per renderle biodisponibili. Troviamo dei legami molto profondi con la medicina tradizionale cinese e le funzioni di separazione del puro dall’impuro (discernimento) ad opera del fuoco cardiaco e di quello gastrointestinale. Ogni corpo è composto da solfo, l’anima, il principio combustibile; il mercurio, lo spirito, il principio volatile e il sale, il corpo o principio solido, e bisogna tenere conto di questi tre principi filosofali. La malattia nasce quando l’equilibrio di questi tre elementi si spezza. Paracelso ci parla di Arcanum, un rimedio specifico: l’alchimia permette di trovare l’essenza spirituale di una pianta o di un minerale, e questo Arcanum agisce direttamente sulla forza vitale del paziente, senza appesantire il suo umido radicale. Quando poi si arriva alla trasmutazione, non ci troviamo di fronte soltanto alla chimica, ma all’elevazione di una frequenza della materia affinché questa possa interagire con la sua scintilla divina e identitaria, con la sua fenice interiore. Per Paracelso, senza l’alchimia, il medico è solo un cuoco che mescola erbe senza conoscerne la potenza reale.
  4. Virtù (Etica): questo è il quarto pilastro, e per Paracelso si tratta della colonna che regge tutte le altre, in quanto senza la rettitudine morale e la forza spirituale del medico, la filosofia, l’astronomia e l’alchimia sarebbero strumenti inutili o, peggio, pericolosi. Cosa intendeva Paracelso per virtù? Senz’altro l’amore per la medicina, in quanto per il medico svizzero il fondamento della medicina è l’amore. Un medico senza empatia e senza il desiderio sincero di aiutare il prossimo non potrà mai attivare la guarigione, poiché la sua vibrazione non risuonerebbe con quella del paziente. Il medico deve avere una forza, una forma di potere personale, essere una figura integra, dotata di una volontà ferrea; se il medico fosse debole o corrotto, non potrebbe comandare le energie della natura per scacciare la malattia. Deve esserci un certo disinteresse per il lucro: il vero medico non lavora per il denaro, ma per compiere il proprio destino come tramite della guarigione divina. La sua ricompensa è il ripristino dell’ordine naturale nel paziente. Vi è una responsabilità spirituale: il medico deve essere puro, quasi come un sacerdote della natura, essere in grado di proteggere il proprio campo energetico affinché non diventi un ricettacolo delle negatività altrui. La virtù agisce come uno scudo. Facendo una sintesi finale, questi quattro pilastri formano il quadrato della medicina: con la filosofia si conosce la terra, con l’astronomia si conosce il cielo, con l’alchimia si sa preparare il rimedio e con la virtù si è un uomo degno di operare in questo ambito. Se mancasse anche una sola di queste basi, il ponte della guarigione crollerebbe. Il vero medico è colui che, una volta guarito il paziente, lo lascia libero e sovrano della propria energia, proprio come un ponte che scompare dopo essere stato attraversato.

Come si riconoscono i principi in disequilibrio? Come interviene il medico?

Lo zolfo (anima, calore) rappresenta l’energia infiammabile, l’essenza oleosa e il calore vitale. Nella salute è ciò che mantiene il corpo caldo e attivo, è legato all’umido radicale che alimenta la fiamma della vita. Nella malattia, invece, se lo zolfo brucia troppo, avremo febbre, infiammazioni acute e rabbia. Se è troppo debole, il corpo diventa freddo, letargico e perde la volontà. Il medico deve usare rimedi che calmino o eccitino il fuoco interno, agendo sulla parte oleosa delle piante.

Il mercurio (spirito, volatilità) è il principio vitale, il fluido che permette la comunicazione tra le parti. È volatile, aereo e mobile. Nella salute governa i sensi, il sistema nervoso e il flusso dei pensieri; è il mediatore che permette all’anima (zolfo) di agire sul corpo/sale. Nella malattia presiede malattie mentali, tremori, instabilità o problemi respiratori, che indicano un Mercurio impazzito o evaporato. È il principio che, se squilibrato, espone alle influenze astrali esterne. Il medico deve intervenire con essenze e preparazioni volatili che agiscano sulla rapidità della risposta vitale.

Il sale (corpo, struttura) è la solidità, la cenere che rimane dopo il fuoco, la terra che dà forma. Nella salute e ciò che rende forti le ossa, i tessuti e gli organi. È il principio di conservazione che impedisce la putrefazione. Nella malattia un eccesso di sale porta a calcoli, indurimenti, artrosi o ristagni, quando la materia diventa troppo pesante e non circola più. Una carenza di sale porta invece a fragilità e perdita di coesione. Il medico userà i sali estratti dalle piante attraverso la calcinazione per ridare struttura e stabilità al corpo fisico.

Il medico deve diagnosticare quali di questi tre principi sia in eccesso, in difetto o corrotto. Una persona potrebbe avere un Mercurio troppo aperto e poco protetto, mancando di filtro spirituale o uno zolfo, fuoco interno, troppo basso per bruciare le influenze esterne. Il rimedio alchemico perfetto riunisce questi tre principi, purificati separatamente, in un’unica medicina che parli direttamente alla struttura trinitaria dell’uomo, e di questo si occupa la Spagiria.

Paracelso, inoltre, sostiene che la parola ha potere curativo perché agisce come un veicolo dell’energia spirituale e della volontà del medico. Egli crede che il linguaggio possa influenzare l’ Archeus ma sottolinea che l’efficacia dipenda dalla forza interiore di chi parla, non solo dal suono letterale.

Secondo la sua visione, la parola agisce come un “incantesimo” naturale capace di riequilibrare i piani sottili dell’essere umano.

Per Paracelso, il legame tra la parola (il Verbum) e la rigenerazione dell’Umido Radicale risiede nella natura vibrazionale della vita stessa. Nella sua visione, l’essere umano non è solo un aggregato chimico, ma un’entità sostenuta da una forza vitale che può essere influenzata sia da sostanze materiali (il lato alchemico) che da potenze spirituali (il lato magico-ermetico).

​Ecco come si articola questo collegamento secondo la tradizione paracelsiana e i principi che abbiamo discusso:

​La Parola come “Seme” Vibrazionale

​Paracelso afferma che la parola non sia solo un suono, ma un’espressione del Logos creativo. Se l’Umido Radicale è la “riserva energetica”, l’olio della lampada, la parola agisce come la scintilla o il soffio che regola la combustione di quell’olio. Una parola “giusta”, pronunciata con volontà e fede (il Fiat interiore), può riordinare il caos interno e stimolare la rigenerazione della forza vitale. Le parole hanno potere quando provengono dal nostro centro animico, in pieno collegamento con la nostra parte spirituale.

​Il Verbo e l’Archeus

​Il principio che governa la salute nel corpo è l’Archeus, il maestro architetto o alchimista interno, una forza vitale intelligente che governa i processi biologici separando il puro dell’impuro. Paracelso ritiene che l’Archeus risponda alle frequenze della natura. Ha funzione di coordinare la digestione e la rigenerazione degli organi, è un principio invisibile che agisce come ponte tra lo spirito e il corpo fisico e la malattia si manifesta quando questi è indebolito o incapace di filtrare le tossine, o gli astri interni. Poiché l’Umido Radicale è la sostanza sottile che nutre l’Archeus, l’uso di parole sacre, incantesimi o semplicemente di un pensiero retto, agisce come un comando diretto per la “manutenzione” di questa riserva. Se la parola è armoniosa, l’Umido Radicale viene preservato e non sprecato in passioni disordinate.

​Nella medicina paracelsiana, la guarigione avviene quando si riporta l’equilibrio tra lo zolfo (l’anima/calore), il mercurio (lo spirito/frequenza) e il sale (il corpo/materia). La virtù sta nel mezzo, nella mediazione.

​In sintesi, per Paracelso la parola è lo strumento con cui l’uomo esercita la sua sovranità sulla propria biologia spirituale: la parola non crea l’umido dal nulla, ma ordina alla natura di rigenerarlo e lo protegge dalla dispersione, mantenendo la “fiamma della Fenice” accesa e stabile. Attraverso il “Verbo”, l’uomo può richiamare le energie celesti (le stelle interiori) per nutrire l’umido che si sta consumando. È un processo di “trasformazione di frequenza”: il Maestro o l’Avatar, usando la parola, funge da ponte per aiutare l’individuo a riattivare la propria fonte interna, impedendo che l’umido radicale si esaurisca precocemente sotto il peso dei condizionamenti o della malattia.

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​Compendio sulla Fissazione del Corpo di Gloria

​1. La Natura del Corpo di Gloria: Conquista o Dono?

​Quante volte, lungo un cammino di conoscenza, ci troviamo di fronte a indicazioni che appaiono in netto contrasto tra loro, se non addirittura in antitesi?

La discussione su questo tema nasce da un paradosso: per alcune tradizioni (non-duali) la natura gloriosa è un dato di fatto già presente, per altre (ermetiche) è il risultato di un lavoro faticoso, di conquista, il che metterebbe in contrasto, in senso diametralmente opposto, il processo di ritorno o fissazione della nostra essenza. Molta confusione emerge anche dall’utilizzo di parole che in realtà non sono sinonimi, come anima, spirito, principio spirituale, scintilla divina, ma anche ego, io sè e sè superiore, essenza, personalità, senza dimenticarci degli ulteriori innesti provenienti dalla psicologia come inconscio, subconscio e conscio. Altra domanda che sorge, contingente, è: si tratta davvero di due indirizzi in contrasto, o vi è una complementareità, o una sequenzialità, non subito intuibile? Inoltre, si tratta di due sentieri legati alla differenza esistente tra una via mistico/devozionale e una via Iniziatico/esoterica, una via umida e una via secca? La sintesi risiede nel fatto che, sebbene la scintilla divina sia innata, la capacità di mantenere la coscienza integra dopo la morte non è garantita, anche se sarebbe fondamentale capire di quale coscienza stiamo parlando. Senza la “fissazione”, la coscienza si disperde come vapore. Resta evidente che o siamo già in manifestazione con un corpo di gloria che tornerà alla sua sede attraverso conoscenza, fede e opere, oppure dobbiamo lavorare per un consolidamento, una costruzione, o fissazione e coagulazione, di questo corpo, affinché preservi la coscienza. Quale coscienza? Quale memoria? Quali esperienze sono idonee a rimanere nella coscienza universale? Tutte?

​2. Il Processo Alchemico della Fissazione

​La fissazione è l’operazione di rendere stabile ciò che è mutevole e fuggitivo (volatile).​ Questo principio è fondamentale in quanto ogni insegnamento tramandato sa perfettamente che viviamo in un mondo di impermanenza, dove tutto cambia, dove vi è un inizio e una fine, sebbene, per quanto riguarda questa manifestazione, sia utile immaginare la circolarità del tempo tra l’inizio e la fine, che coincidono nello stesso punto. A tal proposito calza a pennello il loghion 18 dal vangelo di Tommaso, in cui viene descritto come i discepoli interrogarono Gesù sul compimento ultimo, sulla fine, e lui mise in evidenza la necessità di tornare all’origine per poter comprendere la meta finale. I discepoli chiesero a Gesù: “Dicci, quale sarà la nostra fine?” Gesù rispose: “avete dunque scoperto l’inizio che cercate la fine? Infatti dov’è l’inizio là sarà la fine. Beato colui che si terrà nell’inizio: egli conoscerà la fine e non gusterà la morte”. In poche parole, “tutto quello che deve accadere accadrà perché è già accaduto”. In questo contesto gnostico, Gesù suggerisce che la fine non è un evento temporale futuro, ma un ritorno allo stato originario di unità e luce da cui l’anima proviene. Conoscere l’inizio significa riscoprire la propria natura divina e preesistente (loghion 19 “beato colui che nacque prima di nascere”); chi raggiunge questa consapevolezza si libera dal ciclo della morte perché comprende di appartenere all’eterno. Pensando a una fissazione, che faccia da centro immutabile, come un primum immobile, come il mozzo di una ruota da cui convergono i raggi che la muovono, vengono in mente le parole della nota canzone “cerco un centro di gravità permanente”, che ci riportano agli insegnamenti di Gurdjieff. Anche partendo da questo insegnamento riportato nel vangelo gnostico di Tommaso, si può accettare che qualcosa di preesistente sia già stato fissato, come una nascita prima di nascere, una nascita su un piano ontologico, preesistente e preformante, più sottile, di natura spirituale, rispetto alla nascita nel corpo fisico di manifestazione materica. A questo punto, si può pensare a una complementarietà delle due visioni: una osserva dall’alto scendendo in basso, con un corpo di gloria già fissato che entra in manifestazione, provenendo da una coscienza universale in cui ci si riconosce nell’Uno; l’altra, quella ermetica, lascia all’uomo il compimento di un lavoro che dal basso deve riportare in alto, attraverso la volontà, la dedizione, la conoscenza, il fuoco sacro della passione spirituale, la nostalgia di casa e un’ operatività specifica che vedremo in seguito. Da una parte si parla già di un corpo realizzato, dall’altra di un principio embrionale, di un seme di questo corpo, il cui sviluppo, la cui fissazione/coagulazione spetta al lavoro di ciascun singolo uomo. La scala è la stessa: in una descrizione si parla di una discesa cosciente, responsabile, che sa cos’è venuta a fare qui e, dall’altra, della salita, del consolidamento dello scopo attraverso la conoscenza di sé e la riconoscenza dell’origine del principio seme incarnato. Si potrebbe immaginare che una via si occupi di una discesa in senso orario e l’altra di un’ascesa in senso antiorario. Il loghion 29 del vangelo di Tommaso recita: “Se la carne è venuta all’esistenza a causa dello spirito, è una meraviglia; ma se lo spirito è venuto all’esistenza a causa del corpo, è una meraviglia delle meraviglie”. Inoltre, abbiamo anche il loghion 7: “Beato il leone che l’uomo mangerà, e il leone diventerà uomo; e maledetto l’uomo che il leone mangerà, e il leone diventerà uomo”. Questo paradosso suggerisce che se la coscienza, l’uomo, domina l’istinto animale, il leone, la materia viene nobilitata; se invece l’istinto divora la coscienza, l’uomo decade. A ben pensarci, non si può evitare nemmeno il paragone con la parabola del seminatore e dei vari terreni sui quali il seme cade.

Fissazione del Corpo di Gloria

In cosa consiste, esattamente il lavoro operativo per fissare il corpo di Gloria, processo alchemico utile a stabilizzare la coscienza oltre la morte biologica?

Si articola in tre fasi pratiche:

  • Il Regime dei Fuochi: Mantenere un calore costante tramite la presenza ininterrotta. La distrazione raffredda il “vaso” e interrompe la cristallizzazione del corpo spirituale. Vediamo più nel dettaglio in che cosa consista. Il regime dei fuochi è il cuore pulsante dell’Opera, poiché è l’agente che permette ogni trasmutazione. Senza una corretta gestione del calore, la materia o “muore” (si brucia) o rimane “cruda” (inerte). Nella pratica alchemica e interiore, il regime dei fuochi non è lineare, ma segue un’intensità crescente, spesso associata alle quattro stagioni o alle ore del giorno. Vediamolo in profondità:
  • 1- il primo fuoco, il calore naturale (lento e umido). Questo è il fuoco della digestione. In questa fase, il calore deve essere simile a quello di una chioccia che cova l’uovo: a livello interiore è il fuoco dell’osservazione silenziosa. Non si interviene con la volontà bruta, ma si mantiene una presenza costante e tiepida sui propri processi mentali e fisici. È la fase della NIGREDO, il nero, dove il calore deve essere appena sufficiente a far fermentare la materia senza disperderne lo spirito. Il rischio è che se il fuoco fosse troppo basso, non accadrebbe nulla; se fosse troppo alto, l’umido radicale evaporerebbe prematuramente e la materia si seccherebbe, impedendo la rinascita.
  • 2- il secondo fuoco, il calore di circolazione (medio e secco). Qui il fuoco aumenta, è il regime della distillazione. La materia inizia a salire e a scendere nel vaso (il corpo,la mente). A livello interiore, è il fuoco della disciplina. Si inizia a separare ciò che è essenziale da ciò che è superfluo, le emozioni non vengono più solo subite, ma “scaldate” finché non rivelino la loro natura energetica. È un calore che purifica e inizia a imbiancare la materia, il bianco, l’ALBEDO. Per quanto riguarda l’azione, si tratta di mantenere un’attenzione focalizzata che non vacilli di fronte alle prime resistenze dell’ego.
  • 3- il terzo fuoco, fuoco di fusione (forte e violento). È il regime finale, quello che porta alla fissazione, attraverso il calore che permette l’unione degli opposti. A livello interiore rappresenta lo sforzo supremo o l’esperienza culminante dove la coscienza non è più frammentata. È un fuoco che trasforma la pietra in vetro flessibile o in oro. Qui il calore è così intenso da bruciare ogni scoria rimanente, portando alla RUBEDO, il rosso. Il risultato è la fissazione del corpo di gloria, in quanto in questa fase lo spirito è così “infuocato” da diventare solido, e la materia così purificata da diventare radiante.
  • 4- la chiave segreta: il fuoco segreto. Oltre al calore esterno (la pratica, l’ascesi), gli alchimisti parlano di un fuoco segreto o fuoco dei filosofi. Questo non è un fuoco che si accende dall’esterno, ma è un’energia potenziale racchiusa nella materia stessa, spesso identificata con la kundalini in Oriente o lo zolfo in Occidente. Il regime consiste nel sapere suscitare questo fuoco interno usando il calore esterno della disciplina, finché il fuoco interno non si accenda autonomamente, sostenendo la vita del corpo di Gloria senza più bisogno di stimoli esterni. Possiamo associare la parola disciplina al senso di rigore, ma non di rigidità.

  • Separare il Sottile dallo Spesso: Distinguere la propria identità dai condizionamenti biologici ed emotivi non è negazione, ma distacco consapevole. Vediamo meglio questo passaggio. La separazione del sottile dallo spesso è l’operazione di discernimento metafisico definita dal motto SOLVE (sciogli), che consiste nell’estrarre l’essenza spirituale dai legami della materia densa e dai condizionamenti egoici. Come si pratica il discernimento? Il primo passaggio è l’identificazione dello “spesso”, ovvero la parte grezza, pesante e transitoria: il corpo fisico, gli impulsi meccanici, le abitudini e il dogma inteso come credenza passiva che appesantisce la psiche; un altro passaggio è l’estrazione del “sottile”, ovvero l’energia vitale, la coscienza pura e l’umido radicale. Attraverso l’introspezione, si separa l’osservatore (sottile) dall’oggetto osservato (spesso). Per quanto riguarda l’aspetto tecnico procedurale, si opera con “grande ingegno”, ovvero senza violenza o forzature, ma con precisione chirurgica. Se lo spirito rimane troppo legato alla materia, non può elevarsi; se la separazione è troppo brusca, la vita organica si spezza. Lo scopo alchemico non è abbandonare lo “spesso” ma purificarlo ( VITRIOL). Una volta che il sottile è stato liberato e sublimato, deve tornare a fecondare la terra, il corpo, per renderla radiante. Questa fase prepara la materia alla fissazione, rendendola capace di accogliere la luce senza bruciare.

  • La Chiusura Ermetica (Lutazione): Sigillare il proprio sistema energetico significa non permettere agli stimoli esterni di provocare reazioni automatiche, trattenendo l’energia all’interno per nutrire il “feto spirituale”. Questo atto di sigillare il vaso (il corpo e la mente) impedisce la dispersione dell’energia accumulata. Senza questo sigillo, l’umido radicale e lo spirito estratti nelle fasi precedenti evaporerebbero, rendendo vana l’Opera. Caratteristiche della chiusura:
  • 1- sigillo di Ermete: rappresenta l’isolamento dalle influenze esterne. Non è una chiusura fisica, ma una barriera psichica contro le egregore e le distrazioni del mondo che drenano la forza vitale.
  • 2- pressione e trasformazione: chiudendo il vaso, il calore interno (il regime dei fuochi) genera una pressione che costringe la materia a trasmutare. È il principio della pentola a pressione: solo nel contenimento il “sottile” può penetrare e fissarsi stabilmente nello “spesso”.
  • 3- silenzio operativo: nella tradizione, il sigillo è anche silenzio in quanto non comunicare l’Opera in corso protegge il processo di fissazione del corpo di Gloria dalle proiezioni altrui che potrebbero destabilizzarlo. Quando la chiusura è perfetta, il vaso diventa un microcosmo autonomo dove viene la sintesi. Qui lo spirito non è più volatile ma si incarna definitivamente in una struttura che non teme più la corruzione del tempo.

Ulteriore riflessione da quanto scritto mi porta a considerare l’importanza delle persone che ci circondano, della protezione dalle proiezioni altrui, della gestione del silenzio e della parola. Inevitabile associare il “regime dei fuochi” e l’operatività basata sul “grande ingegno” da utilizzare nell’esecuzione dell’Opera alla scelleratezza del secolo precedente da parte di coloro che hanno messo mano sulla materia, forzando senza alcun ingegno fissazione e fusione nucleare. Troviamo lo stesso principio del grande ingegno nel WU WEI, tramandato dagli insegnamenti del Taoismo: l’agire senza agire è l’azione priva di alcun atto di forza bruta, a conferma del fatto che le verità sulle leggi di natura e divine sono presenti in tutti gli insegnamenti delle vie tradizionali. In sintesi, il corpo organico non è solo un contenitore, ma un vero e proprio crogiolo alchemico che deve mantenere un equilibrio preciso per permettere la trasmutazione. Se colleghiamo il concetto del leone ( la forza vitale grezza, istintuale) all’umido radicale, emergono punti affascinanti: il corpo come uovo alchemico, la nobilitazione della materia e il pericolo della corruzione. Il corpo, proprio come l’uovo della gallina, richiede un calore costante e umido per generare la vita, ovvero deve custodire il proprio “umido radicale”. Se questo “olio” si consuma troppo in fretta a causa di passioni sfrenate (il leone che mangia l’uomo), la fiamma vitale si estingue prematuramente. La sfida consiste nel mangiare il leone per assimilare la sua forza vitale (potenza, coraggio, energia) senza farsi travolgere dalla sua natura distruttiva. Il pericolo della corruzione avviene quando l’uomo viene mangiato dal leone, nel senso che si attua una digestione invertita: la coscienza viene sommersa dalla materia pesante. In termini alchemici, l’umido radicale diventa secco o bruciato, perdendo la capacità di rigenerarsi e trasformandosi in quel decadimento che interrompe la crescita spirituale. La nobilitazione della materia ci riporta al loghion 29 già menzionato, che definisce “meraviglia delle meraviglie” quando lo spirito nasce dal corpo, ma questo accade solo se la materia è mantenuta nel suo stato ottimale: lo stato di calore innato, legato alla scintilla spirituale, e la cura dell’umido radicale, che è il supporto biologico, il fluido vitale.

​3. Tecniche Pratiche nel Quotidiano

  • Economia del Verbo: Usare la parola con precisione, evitando la dispersione energetica del pettegolezzo o del lamento. Non è solo questione di parlare di meno, ma di eliminare il dogma della chiacchiera interiore. Ogni parola pronunciata o pensata inutilmente disperde l’umido radicale. Praticamente, prima di parlare è utile osservare l’impulso a farlo. Se la parola non è necessaria, è utile trattenere l’energia nel vaso, il corpo. Questo trasforma il linguaggio in un atto magico di potere invece che in una perdita di pressione.
  • Il Punto Immobile: Agire nel mondo mantenendo un centro di osservazione che non muta, creando una distinzione tra l’attore (mobile) e il testimone (fisso). Torniamo al centro di gravità permanente, ovvero la capacità di restare testimoni al centro del ciclone degli eventi, proprio nell’occhio del ciclone, invece di reagire meccanicamente alle emozioni (lo spesso). Facendo un esempio pratico, durante una discussione o in un momento di stress, è utile spostare l’attenzione non sul problema, ma sulla sensazione di esistere che non muta. È il perno su cui ruota la ruota del divenire senza che il perno stesso si muova. Lao Tzu diceva nel capitolo 11 del Tao Te Ching: “Trenta raggi si uniscono in un solo mozzo, ma è nel suo vuoto che risiede l’utilità del carro. Si plasma l’argilla per farne un vaso, ma è nel suo vuoto che risiede l’utilità del vaso. Si aprono porte e finestre per fare una casa, ma è nel loro vuoto che risiede l’utilità della casa. Perciò l’essere costituisce il possesso, ma il non essere costituisce l’utilità.” I 30 raggi sono le facoltà, i pensieri e le azioni nel mondo sensibile materico, l”io stesso; il mozzo è il punto immobile, il vuoto di coscienza pura che non partecipa al movimento ma lo rende possibile. Il vuoto centrale ruota su se stesso, i raggi compiono una rivoluzione del cerchio. Se ci si identifica con i raggi, si subisce l’attrito della vita; se si risiede nel vuoto del mozzo attraverso la chiusura ermetica si resta stabili mentre tutto ruota intorno a noi. La fissazione del corpo di Gloria viene proprio in quel vuoto centrale, dove la pressione del vaso trasforma il nulla in un centro di potere indistruttibile.

  • Il Sogno Lucido: Utilizzare lo stato di sogno come palestra equivale a raggiungere la lucidità nel sogno, ed è la prova che la fissazione sta procedendo, poiché la coscienza rimane sveglia anche senza il supporto del corpo fisico. Rappresenta quindi il test finale della fissazione: se la tua coscienza si spegne quando il corpo dorme, significa che non è ancora abbastanza solida. Pratica: la lucidità nel sogno si prepara durante la veglia attraverso i primi due punti: se riesci a dire “io sono” mentre sogni, hai creato un ponte tra il corpo denso e quello sottile. E la prova che il corpo di Gloria sta iniziando a mantenere la propria coerenza indipendentemente dal supporto biologico. Interessanti sono le analogie con la via dello sciamanesimo tolteco raccontato da Castaneda sul sogno lucido.

​4. Il Legame con l’Immortalità Cosciente

​L’immortalità nell’ermetismo non è automatica. È una continuità di memoria e consapevolezza. La fissazione serve a costruire un “veicolo” (il Corpo di Gloria) capace di resistere alla “seconda morte” (la dissoluzione dei corpi sottili). Chi ha fissato il proprio centro non subisce la morte come un blackout, ma come un passaggio lucido da un supporto all’altro.

Prima di concludere vorrei aggiungere alcune note sul significato di “umido radicale” che spesso ricorre nel testo: possiamo definirlo come un principio vitale fluido e oleoso che, nella tradizione alchemica ed ermetica, funge da riserva energetica dell’organismo. Esso lubrifica e alimenta il “calore innato”, agendo come il combustibile di una lampada: la sua presenza garantisce la rigenerazione e la vita, mentre il suo progressivo esaurimento determina l’invecchiamento e la morte naturale. Sostanzialmente, rappresenta il sostrato biologico e spirituale che permette alla fiamma della vita di bruciare senza consumare istantaneamente il corpo. Viene da accostare inevitabilmente l’analogia con la parabola delle dieci vergini, il cui parallelismo è calzante: l’olio rappresenta proprio quella riserva interiore necessaria per mantenere accesa la luce della coscienza, la fiamma, durante l’attesa dello sposo. Sotto il profilo ermetico, l’umido radicale è il carburante ontologico, l’olio o la sostanza vitale accumulata e preservata; la fiamma è lo spirito o il calore innato che trasforma la materia in luce e la lanterna è il corpo fisico che contiene questa interazione. Proprio come le vergini stolte rimangono al buio per aver dissipato il proprio olio, l’organismo decade quando l’umido radicale si consuma senza essere rigenerato o protetto. Per preservare o nutrire l’umido radicale, la tradizione ermetica suggerisce tre vie principali:

  • Nutrizione e calore: mantenere un calore umido, simile alla temperatura dell’uovo in cova, attraverso cibi vitali e un’esposizione equilibrata al sole, evitando eccessi che secchino il corpo.
  • conservazione dell’essenza: limitare la dissipazione delle energie vitali e dei fluidi seminali, visti come le manifestazioni più dense e preziose di questo olio spirituale.
  • circolazione: impedendo che il principio vitale ristagni o si consumi prematuramente per eccessi provenienti dal mondo esterno o da passioni fuori misura.

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Fonti Dottrinali e Bibliografiche

​Questo insieme di insegnamenti attinge a diverse correnti della sapienza perenne:

  1. Ermetismo Classico e Alchimia:
    • Corpus Hermeticum (attribuito a Ermete Trismegisto): Per il concetto di mente come veicolo divino.
    • Il segreto del Fiore d’Oro (testo alchemico taoista, commentato da C.G. Jung): Fondamentale per la tecnica della “Circolazione della Luce” e la creazione del corpo di diamante.
    • Turba Philosophorum e testi di Paracelso: Per la distinzione tra corpo astrale e corpo di gloria.
  2. Tradizionalismo Integrale (XX secolo):
    • Julius Evola: In particolare La Tradizione Ermetica e Lo Yoga della Potenza. Evola è la fonte principale per la distinzione tra la “via della grazia” (passiva) e la “via eroica” (attiva/sforzo).
    • René Guénon: Per il concetto di stati molteplici dell’essere e la critica alla sopravvivenza psichica ordinaria.
  3. Insegnamenti di “Quarta Via”:
    • Georges I. Gurdjieff e P.D. Ouspensky (Frammenti di un insegnamento sconosciuto): Da qui deriva l’idea che l’uomo non nasca con un’anima immortale, ma debba “fabbricarla” attraverso lo sforzo e il ricordo di sé (il “fuoco” della presenza).
  4. Mistica Cristiana ed Esicasmo:
    • ​La Filocalia: Per le tecniche di vigilanza (nepsis) e la preghiera del cuore, che mirano a fissare la mente in un unico punto per attirare la “Luce Taborica” (il corpo di gloria cristiano).

L’inguaribilità

Mai parole furono più vere… in ogni settore che si occupi di cure naturali. Spesso capita di consigliare delle cose e quando, sentendo le persone, queste non hanno funzionato, scopri che in realtà non le hanno mai utilizzate per diverse ragioni, che vanno dalla mancanza di tempo, dalla pigrizia, dal considerarle trascurabili al costo di un prodotto.

Riporto letteralmente.

“Chi viene a consultarmi chiede aiuto ma nello stesso tempo lo rifiuta.

L’atto terapeutico è una strana battaglia: si lotta strenuamente per aiutare qualcuno che innalza tutte le barriere possibili per provocare il fallimento della guarigione.

In un certo senso, per chi è malato il guaritore è una speranza di salvezza e contemporaneamente un nemico.
Chi soffre teme che gli venga rivelata la fonte del suo male di vivere, per cui vuole un sedativo, vuole che qualcuno lo renda insensibile al dolore, ma non desidera assolutamente cambiare, non vuole che gli si dimostri che i suoi problemi sono la protesta di un’anima rinchiusa nella prigione di un’identità fasulla.

Il cervello umano reagisce come un animale, difende il proprio territorio identificandolo con la propria vita.

Fanno parte di questo spazio, delimitato con l’orina e gli escrementi, i genitori, i fratelli, i partner, i collaboratori e, soprattutto, il corpo.

Ma chi è il padrone? È un individuo con limitazioni che corrispondono al proprio livello di coscienza. Più il livello di coscienza è elevato, più grande è la libertà.

Per raggiungere tale grado di libertà, nel quale il territorio non si limita più a una manciata di metri quadrati o a un piccolo gruppo di soci, ma è l’intero pianeta e la totalità degli uomini, o meglio ancora, l’universo intero e la totalità degli esseri viventi, innanzitutto occorre cicatrizzare la ferita originaria, liberarsi dai condizionamenti fetali, poi da quelli famigliari e infine da quelli sociali.

Per realizzare la mutazione nella quale il sofferente, avendo lasciato perdere ogni pretesa, riesce a vivere con gratitudine il miracolo di essere vivo, occorre essere consapevoli dei propri meccanismi di difesa. E sono i meccanismi che tutti gli animali impiegano per sfuggire ai nemici predatori.

Sanno incistarsi e anche fingere di essere morti, si arrotolano su se stessi, si ricoprono di squame chitinose, si nascondono nel fango, trattengono il respiro e perfino i battiti del cuore.

L’essere umano fa lo stesso: si blocca, finisce in un circolo vizioso di gesti ripetitivi, desideri, emozioni, pensieri, e vegeta in questi limiti ristretti rifiutando ogni informazione nuova, immerso nell’incessante ripetizione del passato.

Per fuggire dalle profondità, si lascia vivere galleggiando sopra un tessuto di sensazioni superficiali, come anestetizzato.

Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura.

Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni, che la vittima deve accettare anche se è incomprensibile. Si pretende che il bambino non sia quello che è, se disobbedisce viene castigato.

E il castigo più grande è non essere amato”..

Alejandro Jodorowsky

Aggiungo qualche saggezza popolare:

Chi è causa del suo mal pianga se stesso

Aiutati che il ciel ti aiuta

A chi non vuol far fatiche, il terreno produce ortiche

Chi dorme non piglia pesci

Chi mal semina mal raccoglie

Guarigione per via spirituale

Nel corso del tempo si sono incontrati esseri umani speciali che hanno indicato, attraverso il loro esempio di vita, come sia stato possibile stare bene in spirito, anima e corpo, arrivando a uno stato di guarigione tangibile. Il tema della guarigione spirituale andrebbe approfondito su più livelli in quanto una scienza lungimirante e olistica potrebbe valutare tutti gli aspetti che entrano in gioco. Si potrebbe in tal caso parlare di vera e propria scienza dello spirito. Bruno Gröning è stato un grande taumaturgo e ha lasciato Istruzioni molto semplici e concrete utili a conseguire uno stato di salute. Scrivo queste poche righe in occasione di un evento che si terrà il 1º novembre a milano e il 2 novembre ad Aosta con i riferimenti per potervi partecipare.

http://youtube.com/post/Ugkx6M3WYhsVJ_HeEYdjzwLrSvGo9OTcoksq?si=ykzY_JbjkteziHyo

http://youtube.com/post/UgkxcXJxoosan4deEx91eKavIOofX2FrC52h?si=0WEZHT1Be6JPiRUz