Come si fa “politica” senza politica

Tutto ciò che determina l’organizzazione e la struttura della vita in ambito collettivo e sociale rientra nella definizione originale di politica: “Arte che attiene all’organizzazione, alla struttura di governo della città stato, della Polis”. Poi, nel corso del tempo, vuoi per un aumento di popolazione, vuoi per la nascita di forze di derivazione dalle classi sociali, per l’ampliarsi delle forme di mercato e commercio, per la capillarizzazione della scolarizzazione delle genti, per interessi nascenti rispetto ad altri consolidati e sempre più nelle mani di pochi potenti, alla fine per un’evoluzione di tutti i gruppi umani in un ambiente, ha preso piede la strutturazione in gruppi, organizzazioni, movimenti e partiti, bacino di fermentazione dell’accezione dispregiativa che si è trasformata in regola. Oggi in molti, di fronte alla parola politica, scappiamo a gambe levate, in quanto inevitabilmente identificata con la regola del marciume quotidiano, il cui olezzo ci ha reso insensibili. Ormai è tristemente noto che principi e i valori universali non siano fonti primarie di ispirazione della politica, che fino a qualche tempo fa seguiva comunque idealismi, definibili come sottocategorie di alcuni principi, aumentati per eccesso o diminuiti per difetto a seconda della propria visione del mondo, determinata da raggruppamenti di persone con i medesimi interessi. Non è mai un ideale a essere assolutamente giusto o sbagliato quanto il senso della misura ad esso applicato o meno, che porta a fanatismi e comportamenti dittatoriali, confusi con l’ideale di partenza, ma frutto di un mancato alchimista. Triste constatare come ci siano rimasti solo gli interessi (anche quelli bancari!), senza principi, nè valori e tantomeno ideali, interessi che non sono quelli della maggioranza dei cittadini del mondo, ma di una minoranza elitaria, che si guarda bene dal cedere potere, beni materiali e denaro. Non sia mai che i cittadini comuni facciano politica o ne siano in grado, scherziamo? Volete davvero che si dettino le regole di una buona organizzazione della vita comunitaria? Anche per quelli che (come me) si sentono nel mondo ma non del mondo, atti di politica operativa sono all’ordine del giorno: li compiamo con ogni scelta che si rifletta sulla comunità. Scegliere i prodotti da acquistare o meno, il cibo di cui ci nutriamo, le terapie mediche da seguire , la raccolta differenziata dei rifiuti, l’uso della moneta corrente per gli scambi, raccogliere gli escrementi dei nostri cani e via con lungo elenco, al pari della lista della spesa, sono atti politici, perché determinano gli effetti sulla micro e macro società in cui viviamo. Fa parte delle regole del gioco, anche quando non vi prendiamo parte decisionale attiva ma accettiamo passivamente dei comportamenti che riteniamo più consoni. Quando parliamo di consapevolezza, che precede, accompagna e segue ogni nostro atto, aspiriamo direttamente a un principio che ci spinge a seguire quel modello di comportamento. Se il principio è interiorizzato, l’azione sarà consapevole e produrrà politica, ma accadrà la stessa cosa se ogni gesto compiuto sarà un automatismo privo di riflessioni pulsanti la coscienza, nel senso che avrà sempre un effetto sulla collettività, ma si tratterà di azione vuota. Siamo sempre più di fronte ad insiemi di atti privi di contenuti valoriali. Esseri umani ripetitori, come vuoti a perdere, che credono di avere linee guida personali, quando si tratta di opinioni frutto di schemi preconfezionati, politicamente corretti in quanto già stabiliti. Chi pensa di pensieri propri? Sono pochissimi in grado di farlo, non stiamo a raccontarcela, si tratta di un altro argomento. Chi adotta pensieri differenti dal pretaporter del corretto pensare consumistico viene
fatto fuori in svariati modi, ma ce n’è uno su tutti che va di moda: si confonde l’opinione politica con il reato, sentendosi liberi di essere nel giusto, eliminando di fatto da ogni confronto chi non segue il diktat di pensiero pre formato, additandolo come se fosse realmente colpevole di azioni terribili, in realtà mai compiute, se non nella mente dell’inquisitore. Più la visione personale si discosta da una realtà effettiva, ma è opinione dissenziente, più sono evidenti la psicosi (non mi rendo conto che ci possa essere una realtà diversa da quella che vedo) e la nevrosi (mi rendo conto che la realtà è diversa, ma non mi piace, per cui la rifiuto), che ci portano alla separazione di un pensiero diverso, che nemmeno dovrebbe esistere. Non vi è reale integrazione delle differenze, ma un rifiuto. Non che l’integrazione sia un atto obbligatorio, intendiamoci bene: ognuno è libero di integrare quello che vuole e ritiene opportuno e necessario, un po’ meno lo è far fuori l’avversario semplicemente perché non la pensa allo stesso modo. Vivi e lascia vivere, o no?

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