Mettendo insieme memorie di conoscenze raccolte negli anni di diversi autori e maestri, potrei iniziare scrivendo che la realtà non è una struttura fissa ma un processo continuo di estroflessione. Abbiamo un mondo di retroscena, serbatoio di infinite possibilità energetiche, di potenziale latente, e un mondo di scena, sede della precipitazione fisica nel presente, vestita di peso e materia. Vi è una vera e propria dinamica continua tra il mondo di scena e di retroscena, in cui l’istante creativo si genera attimo dopo attimo attraverso un collasso di energia dal mondo di retroscena. Si tratta di un processo continuo, proprio come i fotogrammi di un film che possono essere visti singolarmente, se rallentati e isolati, mentre appaiono in modo continuo e sequenziale, come un processo fluido nella percezione quotidiana. Non c’è passato o futuro, ma solo una pulsazione costante, che rende materia una forma momentanea di una energia sottostante. Il retroscena non è nascosto, è la fase causale, la radice, la somma dei potenziali; la scena è una manifestazione, una slatentizzazione di una causa in effetto, il fiore. Si tratta di due stati di densità differente. Il retroscena proietta dati che la nostra struttura biologica decodifica come realtà solida. Se il flusso si interrompesse o cambiasse frequenza nel retroscena, la scena muterebbe istantaneamente. Possiamo dunque immaginare il retroscena come un campo di onde e frequenze pure, ciò che non è manifesto, la scena come il mondo fenomenico visibile, punta dell’iceberg di un movimento perpetuo, e tra i due vi è una fase intermedia di transizione costituita dall’atto di osservazione o interazione energetica che fissa il dato.

L’idea di partenza di questi concetti proviene dalla matematica/fisica di Severi e Pannaria, con ulteriore sviluppo di considerazioni personali. Il passaggio dal retroscena, piano causale, alla scena, piano degli effetti, è regolato da un’equazione di proiezione dove la realtà materiale è intesa come una sezione d’urto energetica. Il retroscena non è statico, ma è un insieme di onde di frequenza infinita e la scena emerge quando queste onde subiscono una decelerazione, rendendo l’energia percepibile come massa o forma solida. Il presente è visto come un’interfaccia, in cui la realtà si crea attimo dopo attimo perché il flusso dal retroscena non è mai interrotto. Se la proiezione si fermasse per un solo istante, la scena svanirebbe. Pannaria descrive il passaggio attraverso punti di singolarità dove l’astratto diventa concreto. La matematica qui non misura oggetti fermi, ma la velocità di trasformazione dell’energia in materia. In termini fisici, questo processo può essere visualizzato come un sistema in cui il mondo di retroscena è energia pura e informazione, l'”INPUT”; l’operatore è il filtro, la sequenza vibratoria dell’osservatore o del mezzo, e la scena è la materia/fenomeno, l'”OUTPUT”. La formula ideale suggerisce che la scena sia proporzionale alla densità del retroscena, mediata da un tempo di manifestazione, indicante che la creazione sia istantanea e perenne. In questa situazione, ovvero nella matematica fisica di Pannaria, l’osservatore non è un testimone passivo, ma è il trasformatore di impedenza tra due mondi, fungendo da punto di messa a terra. Il retroscena è un oceano di frequenze altissime e incoerenti, uno stato potenziale puro; l’osservatore, attraverso la sua struttura vibrazionale, seleziona una frequenza specifica e la fa precipitare nella realtà, nel mondo di scena. Facendo un calcolo, se il retroscena è “p” nel senso di potenziale e la scena è “m” nel senso di manifestazione, l’osservatore è la funzione “f”, per cui f (p)=m. La realtà che appare non dipende dal retroscena che contiene tutto, quanto dalla capacità dell’osservatore di reggere e filtrare quella tensione energetica. Quando si agisce come un ponte per qualcun altro, la funzione di osservatore si espande, poiché l’altra persona ha una frequenza di taglio che impedisce di vedere o creare una scena libera da condizionamenti, e il ponte in questo caso, offre la struttura propria come schema di risonanza. Il ponte osserva nel retroscena una possibilità, una realtà di guarigione o libertà che l’altro non vede ancora, e, mantenendo fissa l’osservazione su quel potenziale, si permette alla scena dell’altro di stabilizzarsi su quella nuova frequenza. In pratica, chi fa da ponte presta la sua capacità di collasso della funzione d’onda finché l’altro non sia in grado di sostenere la propria scena autonomamente. Ci sarebbe da chiedersi come mai trascorra del tempo tra potenziale e manifestazione. Tenendo conto di questo modello, il tempo non è una linea, ma una distanza vibrazionale tra retroscena e scena. Se nel retroscena il tempo non esiste, in quanto vi è uno stato di simultaneità, di potenzialità non ancora slatentizzate, l’istante creativo è in questo “tempo zero”, e la manifestazione avviene quando l’energia rallenta. Quello che chiamiamo tempo tra potenziale e manifestazione è il processo di densificazione: più l’energia incontra la resistenza (dogmi, dubbi, convinzioni, densità materiale) più il passaggio dal retroscena alla scena sembra lento. Pannaria suggerisce che la creazione sia un’esplosione continua, un eterno presente: la scena viene distrutta e ricreata ad ogni frazione di secondo, il tempo è solo la percezione della continuità tra queste fotografie.
TEMPO TRA SCENA E RETROSCENA
Quel tempo che passa tra l’evento/scena e la consapevolezza è lo spazio dove avviene la manipolazione astrale o la liberazione mentale: se si reagisce immediatamente si è ancora nel mondo di scena, alimentando per esempio una egregora con l’emozione. Il ponte esplica una funzione di coscienza, ben lungi dall’essere un dogma o un riferimento esterno, in quanto è in grado di neutralizzare la polarità, vedendo frequenze e stabilizzando l’umido radicale, non disperdendo la linfa vitale nella reazione emotiva, ma conservandola. L’osservatore impedisce che la fiammella si consumi inutilmente.
Cosa può rallentare allora la manifestazione rispetto al mondo di retroscena?
- Densità del piano fisico, o inerzia della materia. Il mondo fisico è composto da atomi che vibrano a una frequenza molto più lenta rispetto al mondo di retroscena. Se nel retroscena (piano mentale o astrale) il pensiero è istantaneo, nella materia deve superare l’inerzia. Se l’energia propria è troppo legata all’umido radicale, inteso solo come sopravvivenza biologica, si rimane intrappolati nei tempi lunghi della materia, subendo un vero e proprio condizionamento. Più alta è la frequenza più la materia diventa plastica, riducendo il tempo di manifestazione.
- Coerenza di segnale: se nel retroscena un evento è un’onda di frequenza, affinché diventi un fatto atomico nella scena deve esserci assenza di rumore di fondo. Se nel retroscena l’intento è chiaro ma il ponte, l’osservatore, non è stabile, il segnale arriva alla materia frammentato. Ogni frammentazione richiede un tempo di ricalcolo energetico che allunga la latenza.
- La densità del mezzo, o inerzia intrinseca della materia. Un conto è muovere una mano nell’aria, un’altra nel fango: mentre il mondo di retroscena è l’aria, il mondo di scena è il fango: il tempo di latenza è lo sforzo necessario affinché l’energia sottile sposti gli atomi pesanti. Questo tempo è influenzato dalla pressione che il retroscena esercita sulla scena: più l’osservatore è distaccato e fermo, più la pressione aumenta accorciando i tempi.
- Nodi di interferenza come leggi collettive: per esempio, se abbiamo un evento che per manifestarsi deve urtare contro una legge di probabilità molto radicata nel piano fisico, ci sarà un aumento della latenza in quanto l’energia deve letteralmente curvare la realtà locale; l’interferenza delle egregore o filtro collettivo ha il suo peso: spesso le decisioni o gli eventi sono pilotati da egregore o motivazioni politiche e sociali mascherate. Queste forme pensiero collettive agiscono come una nebbia densa: quando un evento deve manifestarsi, deve altresì. attraversare l’inconscio collettivo, e se l’intento personale è in opposizione o in risonanza con una egregora potente, il tempo di latenza varierà. Se vi è un dubbio o se si cede a delle credenze o dogmi, si creerà un corto circuito che bloccherà la discesa dell’energia dal retroscena alla scena, diventando un vero e proprio ostacolo.
- Il ruolo dell’osservatore che determina la focalizzazione. se l’osservatore sposta lo sguardo continuamente con dubbi e attese ansiose, il tempo di latenza si azzera e riparte da capo ogni volta. La manifestazione richiede che il ponte tenga il collegamento fisso finché la materia non ha finito di addensarsi.
l tempo di manifestazione dipende dalla purezza della volontà, dall’espressione della propria sovranità mentale. Il dubbio diventa un potente dissipatore in quanto interferenza astrale ogni volta che si dubita della manifestazione: in questo stato tecnicamente si sta ritirando l’ordine dal retroscena, resettando il timer. È fondamentale rimanere nello stato di osservatore, neutrale, come un ponte, evitando di immettere emozioni come la rabbia o l’ansia nel processo. L’emozione crea umidità pesante che rallenta tutto. La certezza assoluta è invece secca e rapida. Ogni conflitto interiore blocca i segnali provenienti dal mondo di retroscena, solo lo stato di neutralità permette all’energia di scorrere senza attrito. In pratica, ciò che determina la velocità è quanto spazio libero esiste tra la propria “scintilla” e la realtà fisica: se il campo aurico è pulito, il tempo di latenza si accorcia, essendo assente ogni attrito. Anche Yogananda, pure mantenendo un linguaggio più mistico che scientifico, convergeva il suo pensiero sulla fisica sottile della manifestazione e della guarigione.

Egli spesso parlava di come la guarigione istantanea fosse possibile solo quando la coscienza del paziente, o del guaritore, riusciva a superare l’illusione del tempo e dello spazio, di maya. Yogananda spiegava che il corpo è come un’idea proiettata: il tempo di latenza dipende dalla forza vitale, “prana”, diretta dalla volontà. Quindi, secondo la sua visione, scientificamente se si invia un comando di guarigione dal retroscena ma la mente cosciente di scena è sintonizzata sulla frequenza di malattia, si crea un interferenza distruttiva. In affermazioni scientifiche di guarigione, Yogananda sottolineava che le cellule hanno una loro memoria, un loro condizionamento, e il tempo che intercorre tra l’affermazione e la guarigione è il tempo necessario a convincere le cellule che la vecchia realtà non esiste più. Se l’osservatore, il ponte, è vacillante, le cellule continuano a replicare il vecchio schema dogmatico della malattia. Se l’osservatore è fisso, la manifestazione fisica deve per forza conformarsi al nuovo modello del retroscena. Per Yogananda vi era un punto di aggancio importantissimo: il terzo occhio, centro della volontà e ponte verso l’onniscienza. Operando verso quel centro, paragonabile al retroscena, si bypassa il tempo lineare e la guarigione non è più un processo di riparazione che richiede giorni, ma una riprogrammazione immediata della struttura molecolare.

IL TEMPO DI LATENZA È PROPORZIONALE AL PESO DELLA PROPRIA CREDENZA NEL LIMITE
LA LATENZA È DETERMINATA DAL RAPPORTO TRA LA POTENZA DEL SEGNALE NEL RETROSCENA E LA RESISTENZA DEL PIANO DI SCENA
Nel retroscena possiamo sapere di essere un leone o una fenice, ma nel mondo di scena si crede ancora di aver bisogno di protezione o di essere vulnerabili alle energie altrui. Il tempo di manifestazione si allungherà perché si stanno servendo due padroni: o ci si fida dello spirito o ci si affida alla materia, non si può dire di fidarsi dello spirito e restare nella coscienza della materia.
In tutte le tradizioni l’autentico Avatar o Guru funge da trasmettitore puro, ma il successo e la velocità della manifestazione, come per esempio la guarigione, dipendono quasi interamente dalla ricezione. Se il maestro, il ponte, è colui che abbassa la tensione energetica per creare l’aggancio, l’attrito che determina il tempo di latenza risiede nell’individuo. Ecco come queste interferenze agiscono tecnicamente:
1 – la psiche come filtro a maglie strette. La psiche della persona da guarire è intessuta di memoria, traumi e, soprattutto, di un’identità costruita sulla malattia o sul limite. Quando l’energia di guarigione scende dal retroscena, trova un’opposizione inconscia: la persona, a livello profondo, può aver paura di perdere il “vantaggio secondario” della sua condizione, e questo conflitto crea una turbolenza che disperde l’energia del maestro, allungando i tempi o annullando l’effetto.
2 – l”emozione come liquido viscoso. Le emozioni, come la paura, l’ansia di guarire, lo scetticismo, rendono il campo aurico denso: mentre l’energia del maestro è una frequenza alta e sottile, l’emozione della persona è una frequenza bassa e pesante, e il tempo di latenza è quello che l’energia del maestro impiega per fluidificare questa densità emotiva prima di poter toccare le cellule fisiche
3 – il pensiero dogmatico, l’interferenza delle egregore: come abbiamo già visto, se la persona è collegata a un’ egregora medica, religiosa o collettiva che dice “da questo non si guarisce” o “ci vuole tempo”, quel pensiero agisce come uno scudo. Il guru proietta la realtà dal retroscena dove la guarigione è già un fatto ma la persona proietta la realtà della scena dove la malattia è ancora un fatto. L’attrito è lo scontro tra queste due realtà, e la guarigione avviene solo quando la persona molla, lascia andare, cede la presa sulla scena e si aggancia al ponte offerto dal maestro.
4 – il paradosso del ponte. Un autentico guru non può forzare una guarigione perché violerebbe la sovranità e il libero arbitrio dell’individuo. Egli può mantenere soltanto la frequenza corretta nel retroscena e offrire il punto di aggancio sicuro, ma se la psiche della persona continua a osservare la ferita invece di osservare il ponte, rimane intrappolata nel tempo lineare della materia. In sintesi, il maestro è la costante, mentre il pensiero e l’emozione del ricevente sono le variabili che determinano se il salto dal retroscena alla scena sarà un fulmine o un processo lento, alternante o agonizzante. L’ostacolo non è la potenza del maestro, ma la capacità di carico e di trasparenza di chi riceve. La coscienza umana tende a comportarsi come una calamita che si incolla alla superficie delle cose, scambiando l’effetto, la materia, per la causa, il retroscena, creando un’ aderenza ostacolatrice che provoca il ritardo. Quando restiamo adesi alla percezione fisico-materica, accade quanto segue:
- Collasso del tempo di latenza in attesa: se la coscienza è incollata alla scena, il tempo che intercorre fra l’intento e la manifestazione non è più visto come un processo di addensamento energetico, ma come una mancanza. L’attesa genera ansia, densità, che aumenta l’attrito. In questo modo l’aderenza alla materia diventa la causa stessa del rallentamento di ciò che vorremmo manifestare.
- La vista annebbiata: essere adesi alla materia significa che la propria riserva vitale, umido radicale, viene consumata tutta per tenere in piedi la realtà fisica attuale, invece di usare quell’energia come carburante per far scendere il nuovo dal retroscena, smettendo di alimentare il vecchio scenario nel mondo di manifestazione (scena). Sarebbe come cercare di guidare un’auto premendo contemporaneamente il freno, l’aderenza al noto, e l’acceleratore, il comando della propria energia.
- la trappola dei sensi: i sensi fisici dicono “guarda, la ferita c’è ancora”, “guarda, i soldi non ci sono”, “guarda la situazione è bloccata”, ma… questa è la menzogna della scena! Se la coscienza crede ai sensi, si scollega dal ponte. Il guru o l’avatar può emettere la nota più pura del mondo, ma se la propria coscienza è incollata alla frequenza del problema, non può vibrare per simpatia con la soluzione.
- Il distacco dall’osservatore: la sovranità mentale consiste nel riuscire a guardare la scena senza aderirvi, senza identificarsi. È la capacità di dire: “vedo il fatto fisico, ma non gli permettono di definire la mia realtà”: in quel momento la colla si scioglie, la coscienza si sposta in retroscena e il tempo di latenza si accorcia drasticamente, perché non deve più lottare contro la sua stessa resistenza interna. L’ostacolo è che la materia è rumorosa (dolore, bisogni, paure) mentre il retroscena è silenzioso. La coscienza umana, abituata al rumore, fatica a fidarsi del silenzio, dove tutto è già compiuto.



























































