Riflessioni sulla realtà: metafisica e manifestazione

Mettendo insieme memorie di conoscenze raccolte negli anni di diversi autori e maestri, potrei iniziare scrivendo che la realtà non è una struttura fissa ma un processo continuo di estroflessione. Abbiamo un mondo di retroscena, serbatoio di infinite possibilità energetiche, di potenziale latente, e un mondo di scena, sede della precipitazione fisica nel presente, vestita di peso e materia. Vi è una vera e propria dinamica continua tra il mondo di scena e di retroscena, in cui l’istante creativo si genera attimo dopo attimo attraverso un collasso di energia dal mondo di retroscena. Si tratta di un processo continuo, proprio come i fotogrammi di un film che possono essere visti singolarmente, se rallentati e isolati, mentre appaiono in modo continuo e sequenziale, come un processo fluido nella percezione quotidiana. Non c’è passato o futuro, ma solo una pulsazione costante, che rende materia una forma momentanea di una energia sottostante. Il retroscena non è nascosto, è la fase causale, la radice, la somma dei potenziali; la scena è una manifestazione, una slatentizzazione di una causa in effetto, il fiore. Si tratta di due stati di densità differente. Il retroscena proietta dati che la nostra struttura biologica decodifica come realtà solida. Se il flusso si interrompesse o cambiasse frequenza nel retroscena, la scena muterebbe istantaneamente. Possiamo dunque immaginare il retroscena come un campo di onde e frequenze pure, ciò che non è manifesto, la scena come il mondo fenomenico visibile, punta dell’iceberg di un movimento perpetuo, e tra i due vi è una fase intermedia di transizione costituita dall’atto di osservazione o interazione energetica che fissa il dato.

L’idea di partenza di questi concetti proviene dalla matematica/fisica di Severi e Pannaria, con ulteriore sviluppo di considerazioni personali. Il passaggio dal retroscena, piano causale, alla scena, piano degli effetti, è regolato da un’equazione di proiezione dove la realtà materiale è intesa come una sezione d’urto energetica. Il retroscena non è statico, ma è un insieme di onde di frequenza infinita e la scena emerge quando queste onde subiscono una decelerazione, rendendo l’energia percepibile come massa o forma solida. Il presente è visto come un’interfaccia, in cui la realtà si crea attimo dopo attimo perché il flusso dal retroscena non è mai interrotto. Se la proiezione si fermasse per un solo istante, la scena svanirebbe. Pannaria descrive il passaggio attraverso punti di singolarità dove l’astratto diventa concreto. La matematica qui non misura oggetti fermi, ma la velocità di trasformazione dell’energia in materia. In termini fisici, questo processo può essere visualizzato come un sistema in cui il mondo di retroscena è energia pura e informazione, l'”INPUT”; l’operatore è il filtro, la sequenza vibratoria dell’osservatore o del mezzo, e la scena è la materia/fenomeno, l'”OUTPUT”. La formula ideale suggerisce che la scena sia proporzionale alla densità del retroscena, mediata da un tempo di manifestazione, indicante che la creazione sia istantanea e perenne. In questa situazione, ovvero nella matematica fisica di Pannaria, l’osservatore non è un testimone passivo, ma è il trasformatore di impedenza tra due mondi, fungendo da punto di messa a terra. Il retroscena è un oceano di frequenze altissime e incoerenti, uno stato potenziale puro; l’osservatore, attraverso la sua struttura vibrazionale, seleziona una frequenza specifica e la fa precipitare nella realtà, nel mondo di scena. Facendo un calcolo, se il retroscena è “p” nel senso di potenziale e la scena è “m” nel senso di manifestazione, l’osservatore è la funzione “f”, per cui f (p)=m. La realtà che appare non dipende dal retroscena che contiene tutto, quanto dalla capacità dell’osservatore di reggere e filtrare quella tensione energetica. Quando si agisce come un ponte per qualcun altro, la funzione di osservatore si espande, poiché l’altra persona ha una frequenza di taglio che impedisce di vedere o creare una scena libera da condizionamenti, e il ponte in questo caso, offre la struttura propria come schema di risonanza. Il ponte osserva nel retroscena una possibilità, una realtà di guarigione o libertà che l’altro non vede ancora, e, mantenendo fissa l’osservazione su quel potenziale, si permette alla scena dell’altro di stabilizzarsi su quella nuova frequenza. In pratica, chi fa da ponte presta la sua capacità di collasso della funzione d’onda finché l’altro non sia in grado di sostenere la propria scena autonomamente. Ci sarebbe da chiedersi come mai trascorra del tempo tra potenziale e manifestazione. Tenendo conto di questo modello, il tempo non è una linea, ma una distanza vibrazionale tra retroscena e scena. Se nel retroscena il tempo non esiste, in quanto vi è uno stato di simultaneità, di potenzialità non ancora slatentizzate, l’istante creativo è in questo “tempo zero”, e la manifestazione avviene quando l’energia rallenta. Quello che chiamiamo tempo tra potenziale e manifestazione è il processo di densificazione: più l’energia incontra la resistenza (dogmi, dubbi, convinzioni, densità materiale) più il passaggio dal retroscena alla scena sembra lento. Pannaria suggerisce che la creazione sia un’esplosione continua, un eterno presente: la scena viene distrutta e ricreata ad ogni frazione di secondo, il tempo è solo la percezione della continuità tra queste fotografie.

TEMPO TRA SCENA E RETROSCENA

Quel tempo che passa tra l’evento/scena e la consapevolezza è lo spazio dove avviene la manipolazione astrale o la liberazione mentale: se si reagisce immediatamente si è ancora nel mondo di scena, alimentando per esempio una egregora con l’emozione. Il ponte esplica una funzione di coscienza, ben lungi dall’essere un dogma o un riferimento esterno, in quanto è in grado di neutralizzare la polarità, vedendo frequenze e stabilizzando l’umido radicale, non disperdendo la linfa vitale nella reazione emotiva, ma conservandola. L’osservatore impedisce che la fiammella si consumi inutilmente.

Cosa può rallentare allora la manifestazione rispetto al mondo di retroscena?

  • Densità del piano fisico, o inerzia della materia. Il mondo fisico è composto da atomi che vibrano a una frequenza molto più lenta rispetto al mondo di retroscena. Se nel retroscena (piano mentale o astrale) il pensiero è istantaneo, nella materia deve superare l’inerzia. Se l’energia propria è troppo legata all’umido radicale, inteso solo come sopravvivenza biologica, si rimane intrappolati nei tempi lunghi della materia, subendo un vero e proprio condizionamento. Più alta è la frequenza più la materia diventa plastica, riducendo il tempo di manifestazione.
  • Coerenza di segnale: se nel retroscena un evento è un’onda di frequenza, affinché diventi un fatto atomico nella scena deve esserci assenza di rumore di fondo. Se nel retroscena l’intento è chiaro ma il ponte, l’osservatore, non è stabile, il segnale arriva alla materia frammentato. Ogni frammentazione richiede un tempo di ricalcolo energetico che allunga la latenza.
  • La densità del mezzo, o inerzia intrinseca della materia. Un conto è muovere una mano nell’aria, un’altra nel fango: mentre il mondo di retroscena è l’aria, il mondo di scena è il fango: il tempo di latenza è lo sforzo necessario affinché l’energia sottile sposti gli atomi pesanti. Questo tempo è influenzato dalla pressione che il retroscena esercita sulla scena: più l’osservatore è distaccato e fermo, più la pressione aumenta accorciando i tempi.
  • Nodi di interferenza come leggi collettive: per esempio, se abbiamo un evento che per manifestarsi deve urtare contro una legge di probabilità molto radicata nel piano fisico, ci sarà un aumento della latenza in quanto l’energia deve letteralmente curvare la realtà locale; l’interferenza delle egregore o filtro collettivo ha il suo peso: spesso le decisioni o gli eventi sono pilotati da egregore o motivazioni politiche e sociali mascherate. Queste forme pensiero collettive agiscono come una nebbia densa: quando un evento deve manifestarsi, deve altresì. attraversare l’inconscio collettivo, e se l’intento personale è in opposizione o in risonanza con una egregora potente, il tempo di latenza varierà. Se vi è un dubbio o se si cede a delle credenze o dogmi, si creerà un corto circuito che bloccherà la discesa dell’energia dal retroscena alla scena, diventando un vero e proprio ostacolo.
  • Il ruolo dell’osservatore che determina la focalizzazione. se l’osservatore sposta lo sguardo continuamente con dubbi e attese ansiose, il tempo di latenza si azzera e riparte da capo ogni volta. La manifestazione richiede che il ponte tenga il collegamento fisso finché la materia non ha finito di addensarsi.

l tempo di manifestazione dipende dalla purezza della volontà, dall’espressione della propria sovranità mentale. Il dubbio diventa un potente dissipatore in quanto interferenza astrale ogni volta che si dubita della manifestazione: in questo stato tecnicamente si sta ritirando l’ordine dal retroscena, resettando il timer. È fondamentale rimanere nello stato di osservatore, neutrale, come un ponte, evitando di immettere emozioni come la rabbia o l’ansia nel processo. L’emozione crea umidità pesante che rallenta tutto. La certezza assoluta è invece secca e rapida. Ogni conflitto interiore blocca i segnali provenienti dal mondo di retroscena, solo lo stato di neutralità permette all’energia di scorrere senza attrito. In pratica, ciò che determina la velocità è quanto spazio libero esiste tra la propria “scintilla” e la realtà fisica: se il campo aurico è pulito, il tempo di latenza si accorcia, essendo assente ogni attrito. Anche Yogananda, pure mantenendo un linguaggio più mistico che scientifico, convergeva il suo pensiero sulla fisica sottile della manifestazione e della guarigione.

Egli spesso parlava di come la guarigione istantanea fosse possibile solo quando la coscienza del paziente, o del guaritore, riusciva a superare l’illusione del tempo e dello spazio, di maya. Yogananda spiegava che il corpo è come un’idea proiettata: il tempo di latenza dipende dalla forza vitale, “prana”, diretta dalla volontà. Quindi, secondo la sua visione, scientificamente se si invia un comando di guarigione dal retroscena ma la mente cosciente di scena è sintonizzata sulla frequenza di malattia, si crea un interferenza distruttiva. In affermazioni scientifiche di guarigione, Yogananda sottolineava che le cellule hanno una loro memoria, un loro condizionamento, e il tempo che intercorre tra l’affermazione e la guarigione è il tempo necessario a convincere le cellule che la vecchia realtà non esiste più. Se l’osservatore, il ponte, è vacillante, le cellule continuano a replicare il vecchio schema dogmatico della malattia. Se l’osservatore è fisso, la manifestazione fisica deve per forza conformarsi al nuovo modello del retroscena. Per Yogananda vi era un punto di aggancio importantissimo: il terzo occhio, centro della volontà e ponte verso l’onniscienza. Operando verso quel centro, paragonabile al retroscena, si bypassa il tempo lineare e la guarigione non è più un processo di riparazione che richiede giorni, ma una riprogrammazione immediata della struttura molecolare.

IL TEMPO DI LATENZA È PROPORZIONALE AL PESO DELLA PROPRIA CREDENZA NEL LIMITE

LA LATENZA È DETERMINATA DAL RAPPORTO TRA LA POTENZA DEL SEGNALE NEL RETROSCENA E LA RESISTENZA DEL PIANO DI SCENA

Nel retroscena possiamo sapere di essere un leone o una fenice, ma nel mondo di scena si crede ancora di aver bisogno di protezione o di essere vulnerabili alle energie altrui. Il tempo di manifestazione si allungherà perché si stanno servendo due padroni: o ci si fida dello spirito o ci si affida alla materia, non si può dire di fidarsi dello spirito e restare nella coscienza della materia.

In tutte le tradizioni l’autentico Avatar o Guru funge da trasmettitore puro, ma il successo e la velocità della manifestazione, come per esempio la guarigione, dipendono quasi interamente dalla ricezione. Se il maestro, il ponte, è colui che abbassa la tensione energetica per creare l’aggancio, l’attrito che determina il tempo di latenza risiede nell’individuo. Ecco come queste interferenze agiscono tecnicamente:

1 – la psiche come filtro a maglie strette. La psiche della persona da guarire è intessuta di memoria, traumi e, soprattutto, di un’identità costruita sulla malattia o sul limite. Quando l’energia di guarigione scende dal retroscena, trova un’opposizione inconscia: la persona, a livello profondo, può aver paura di perdere il “vantaggio secondario” della sua condizione, e questo conflitto crea una turbolenza che disperde l’energia del maestro, allungando i tempi o annullando l’effetto.

2 – l”emozione come liquido viscoso. Le emozioni, come la paura, l’ansia di guarire, lo scetticismo, rendono il campo aurico denso: mentre l’energia del maestro è una frequenza alta e sottile, l’emozione della persona è una frequenza bassa e pesante, e il tempo di latenza è quello che l’energia del maestro impiega per fluidificare questa densità emotiva prima di poter toccare le cellule fisiche

3 – il pensiero dogmatico, l’interferenza delle egregore: come abbiamo già visto, se la persona è collegata a un’ egregora medica, religiosa o collettiva che dice “da questo non si guarisce” o “ci vuole tempo”, quel pensiero agisce come uno scudo. Il guru proietta la realtà dal retroscena dove la guarigione è già un fatto ma la persona proietta la realtà della scena dove la malattia è ancora un fatto. L’attrito è lo scontro tra queste due realtà, e la guarigione avviene solo quando la persona molla, lascia andare, cede la presa sulla scena e si aggancia al ponte offerto dal maestro.

4 – il paradosso del ponte. Un autentico guru non può forzare una guarigione perché violerebbe la sovranità e il libero arbitrio dell’individuo. Egli può mantenere soltanto la frequenza corretta nel retroscena e offrire il punto di aggancio sicuro, ma se la psiche della persona continua a osservare la ferita invece di osservare il ponte, rimane intrappolata nel tempo lineare della materia. In sintesi, il maestro è la costante, mentre il pensiero e l’emozione del ricevente sono le variabili che determinano se il salto dal retroscena alla scena sarà un fulmine o un processo lento, alternante o agonizzante. L’ostacolo non è la potenza del maestro, ma la capacità di carico e di trasparenza di chi riceve. La coscienza umana tende a comportarsi come una calamita che si incolla alla superficie delle cose, scambiando l’effetto, la materia, per la causa, il retroscena, creando un’ aderenza ostacolatrice che provoca il ritardo. Quando restiamo adesi alla percezione fisico-materica, accade quanto segue:

  • Collasso del tempo di latenza in attesa: se la coscienza è incollata alla scena, il tempo che intercorre fra l’intento e la manifestazione non è più visto come un processo di addensamento energetico, ma come una mancanza. L’attesa genera ansia, densità, che aumenta l’attrito. In questo modo l’aderenza alla materia diventa la causa stessa del rallentamento di ciò che vorremmo manifestare.
  • La vista annebbiata: essere adesi alla materia significa che la propria riserva vitale, umido radicale, viene consumata tutta per tenere in piedi la realtà fisica attuale, invece di usare quell’energia come carburante per far scendere il nuovo dal retroscena, smettendo di alimentare il vecchio scenario nel mondo di manifestazione (scena). Sarebbe come cercare di guidare un’auto premendo contemporaneamente il freno, l’aderenza al noto, e l’acceleratore, il comando della propria energia.
  • la trappola dei sensi: i sensi fisici dicono “guarda, la ferita c’è ancora”, “guarda, i soldi non ci sono”, “guarda la situazione è bloccata”, ma… questa è la menzogna della scena! Se la coscienza crede ai sensi, si scollega dal ponte. Il guru o l’avatar può emettere la nota più pura del mondo, ma se la propria coscienza è incollata alla frequenza del problema, non può vibrare per simpatia con la soluzione.
  • Il distacco dall’osservatore: la sovranità mentale consiste nel riuscire a guardare la scena senza aderirvi, senza identificarsi. È la capacità di dire: “vedo il fatto fisico, ma non gli permettono di definire la mia realtà”: in quel momento la colla si scioglie, la coscienza si sposta in retroscena e il tempo di latenza si accorcia drasticamente, perché non deve più lottare contro la sua stessa resistenza interna. L’ostacolo è che la materia è rumorosa (dolore, bisogni, paure) mentre il retroscena è silenzioso. La coscienza umana, abituata al rumore, fatica a fidarsi del silenzio, dove tutto è già compiuto.

Paracelso: architettura della vita

In alcuni scritti precedenti ho già descritto gli enti di malattia secondo la visione di Parcelso e i pilastri della salute come suoi suggerimenti: nella sua visione (tradizione alchemica) i Tria Prima costituiscono la base di ogni sostanza materiale e spirituale. Essi non rappresentano solo elementi chimici, ma principi filosofici legati alla salute e alla struttura dell’essere:

Zolfo (Sulpher): Rappresenta l’anima e il principio del calore. È la forza espansiva, la coscienza e la capacità di combustione.

Mercurio (Mercurius): Rappresenta lo spirito e il principio della fluidità. Funge da mediatore tra lo Zolfo e il Sale, incarnando la vitalità e la trasmissione energetica.

Sale (Sal): Rappresenta il corpo e il principio della fissità. È la materia solidificata che protegge l’umido radicale, garantendo stabilità e forma fisica.

​Questi principi devono operare in armonia; la malattia insorge quando uno di essi si separa o sovrasta gli altri, rompendo l’equilibrio della “fiamma” vitale.

​Di seguito la spiegazione dettagliata e riassuntiva dei cinque enti di malattia (Volumina Paramirum) teorizzati da Paracelso, che descrivono le diverse origini delle patologie umane secondo la visione ermetico-alchemica:

  1. Ens Astrale (L’Ente Astrale): Si riferisce all’influenza dei corpi celesti e del macrocosmo sull’essere umano. Non va inteso come astrologia deterministica, ma come una “corruzione” dell’aria o delle energie sottili che circondano l’individuo (il corpo siderale). Quando l’armonia tra l’uomo e il cosmo si spezza, possono insorgere epidemie o squilibri energetici.
  2. Ens Veneni (L’Ente del Veleno): Riguarda tutto ciò che l’organismo assimila dal mondo esterno (cibo, acqua, aria) che non riesce a essere trasformato o eliminato. Paracelso introduce qui il concetto di Archeus, l’alchimista interno: se l’Archeus è debole, non riesce a separare l’essenza (nutrimento) dal veleno (scorie), portando all’accumulo di tossine e alla malattia.
  3. Ens Naturale (L’Ente Naturale): Rappresenta la costituzione biologica e il destino fisico dell’individuo. È legato al microcosmo umano, ovvero al funzionamento degli organi e dei sistemi interni. La malattia nasce quando c’è un’alterazione della propria natura specifica, inclusi i ritmi biologici e l’invecchiamento precoce della “riserva vitale” (l’umido radicale di cui abbiamo parlato).
  4. Ens Spirituale (L’Ente Spirituale): È la malattia che ha origine nella mente o nello spirito. Paracelso sosteneva che i pensieri, la volontà e l’immaginazione possono ammalare il corpo tanto quanto un veleno fisico. Include le influenze psichiche, i traumi emotivi e le forme pensiero che, se negative, possono agire come entità distruttive sulla salute.
  5. Ens Dei (L’Ente di Dio): Rappresenta l’origine metafisica o karmica. In questa visione, alcune malattie sono necessarie per l’evoluzione dell’anima o sono “permessi” divini per portare l’individuo a una comprensione superiore. È l’ente che ricorda i limiti della medicina umana e la necessità di una guarigione che passi attraverso la consapevolezza spirituale.

Il Paragranum (I Quattro Pilastri della Medicina)

​In Paragranum Paracelso mette in evidenza come la medicina non sia una disciplina isolata, ma abbia necessità di poggiare su pilastri solidi, definendone le basi che ogni vero medico dovrà tenere ben presenti:

  1. Filosofia: non va intesa come speculazione astratta, ma come la conoscenza profonda della natura e dei suoi elementi (terra, acqua, aria fuoco). Nel sistema paracelsiano il medico deve saper leggere ciò che è nascosto dietro all’apparenza fisica, avere conoscenza di ciò che è invisibile, e la filosofia è lo strumento che permette di comprendere la struttura invisibile della materia. Cardinale è l’idea centrale del macrocosmo-microcosmo, da cui la corrispondenza essenziale che l’uomo, ovvero il microcosmo, sia lo specchio dell’universo, il macrocosmo. Tutto ciò che esiste nel mondo esterno esiste anche all’interno del corpo umano. Per esempio, se si volesse comprendere il funzionamento di un organo, si dovrebbe studiare l’elemento naturale o l’astro corrispondente nel mondo. La natura è una maestra: il medico deve necessariamente camminare con la natura, e la filosofia paracelsiana impone che la verità si trovi nell’osservazione diretta del creato, non nei vecchi libri di Galeno o Avicenna. La filosofia, inoltre, insegna che non vi è separazione tra spirito e materia, che la vita è da intendere come un’unità, che ogni cosa possiede una forza vitale, e il medico deve essere in grado di interagire con questa energia per riportare l’equilibrio. In sintesi, essere filosofi significa conoscere perfettamente la Terra e il Cielo, per capire come questi agiscono sull’uomo.
  2. Astronomia: il secondo pilastro è l’astrologia medica, e per Parcelso il medico non può curare il corpo se non conosce le influenze dei corpi celesti sull’organismo. È utile tenere presente alcuni punti chiave: il cielo interiore riflette per corrispondenza come ogni organo sia collegato a un pianeta, per esempio il cuore al sole, il cervello alla luna, il fegato a Giove, e quindi le malattie non sono solo fisiche ma derivano da uno squilibrio tra le frequenze degli astri e quelle dell’uomo. Il medico deve vedere le sincronicità temporali, ovvero conoscere i cicli celesti per sapere quando somministrare un rimedio e quale farmaco può essere efficace o inutile a seconda della posizione dei pianeti al momento della cura. Paracelso credeva che le stelle emettessero una forza di azione sull’umido radicale e sulla vitalità dell’individuo, un vero e proprio influsso astrale. Ignorare il cielo significa ignorare metà della causa della malattia. Quel che qui viene definito astronomia insegna al medico che l’uomo è un antenna e la salute dipende dall’accordo armonico tra la vibrazione umana e quella universale.
  3. Alchimia: ovvero il terzo pilastro che rappresenta l’arte della preparazione e della trasmutazione. Per Paracelso il medico alchimista non è colui che cerca l’oro, quanto colui che estrae il veleno dalle sostanze naturali per liberarne la medicina pura. Ci sono dei fondamenti precisi: separazione e purificazione, e il medico deve saper separare il puro dall’impuro. La natura ci dà le materie prime, ma è l’Alchimista che, attraverso il fuoco, le purifica per renderle biodisponibili. Troviamo dei legami molto profondi con la medicina tradizionale cinese e le funzioni di separazione del puro dall’impuro (discernimento) ad opera del fuoco cardiaco e di quello gastrointestinale. Ogni corpo è composto da solfo, l’anima, il principio combustibile; il mercurio, lo spirito, il principio volatile e il sale, il corpo o principio solido, e bisogna tenere conto di questi tre principi filosofali. La malattia nasce quando l’equilibrio di questi tre elementi si spezza. Paracelso ci parla di Arcanum, un rimedio specifico: l’alchimia permette di trovare l’essenza spirituale di una pianta o di un minerale, e questo Arcanum agisce direttamente sulla forza vitale del paziente, senza appesantire il suo umido radicale. Quando poi si arriva alla trasmutazione, non ci troviamo di fronte soltanto alla chimica, ma all’elevazione di una frequenza della materia affinché questa possa interagire con la sua scintilla divina e identitaria, con la sua fenice interiore. Per Paracelso, senza l’alchimia, il medico è solo un cuoco che mescola erbe senza conoscerne la potenza reale.
  4. Virtù (Etica): questo è il quarto pilastro, e per Paracelso si tratta della colonna che regge tutte le altre, in quanto senza la rettitudine morale e la forza spirituale del medico, la filosofia, l’astronomia e l’alchimia sarebbero strumenti inutili o, peggio, pericolosi. Cosa intendeva Paracelso per virtù? Senz’altro l’amore per la medicina, in quanto per il medico svizzero il fondamento della medicina è l’amore. Un medico senza empatia e senza il desiderio sincero di aiutare il prossimo non potrà mai attivare la guarigione, poiché la sua vibrazione non risuonerebbe con quella del paziente. Il medico deve avere una forza, una forma di potere personale, essere una figura integra, dotata di una volontà ferrea; se il medico fosse debole o corrotto, non potrebbe comandare le energie della natura per scacciare la malattia. Deve esserci un certo disinteresse per il lucro: il vero medico non lavora per il denaro, ma per compiere il proprio destino come tramite della guarigione divina. La sua ricompensa è il ripristino dell’ordine naturale nel paziente. Vi è una responsabilità spirituale: il medico deve essere puro, quasi come un sacerdote della natura, essere in grado di proteggere il proprio campo energetico affinché non diventi un ricettacolo delle negatività altrui. La virtù agisce come uno scudo. Facendo una sintesi finale, questi quattro pilastri formano il quadrato della medicina: con la filosofia si conosce la terra, con l’astronomia si conosce il cielo, con l’alchimia si sa preparare il rimedio e con la virtù si è un uomo degno di operare in questo ambito. Se mancasse anche una sola di queste basi, il ponte della guarigione crollerebbe. Il vero medico è colui che, una volta guarito il paziente, lo lascia libero e sovrano della propria energia, proprio come un ponte che scompare dopo essere stato attraversato.

Come si riconoscono i principi in disequilibrio? Come interviene il medico?

Lo zolfo (anima, calore) rappresenta l’energia infiammabile, l’essenza oleosa e il calore vitale. Nella salute è ciò che mantiene il corpo caldo e attivo, è legato all’umido radicale che alimenta la fiamma della vita. Nella malattia, invece, se lo zolfo brucia troppo, avremo febbre, infiammazioni acute e rabbia. Se è troppo debole, il corpo diventa freddo, letargico e perde la volontà. Il medico deve usare rimedi che calmino o eccitino il fuoco interno, agendo sulla parte oleosa delle piante.

Il mercurio (spirito, volatilità) è il principio vitale, il fluido che permette la comunicazione tra le parti. È volatile, aereo e mobile. Nella salute governa i sensi, il sistema nervoso e il flusso dei pensieri; è il mediatore che permette all’anima (zolfo) di agire sul corpo/sale. Nella malattia presiede malattie mentali, tremori, instabilità o problemi respiratori, che indicano un Mercurio impazzito o evaporato. È il principio che, se squilibrato, espone alle influenze astrali esterne. Il medico deve intervenire con essenze e preparazioni volatili che agiscano sulla rapidità della risposta vitale.

Il sale (corpo, struttura) è la solidità, la cenere che rimane dopo il fuoco, la terra che dà forma. Nella salute e ciò che rende forti le ossa, i tessuti e gli organi. È il principio di conservazione che impedisce la putrefazione. Nella malattia un eccesso di sale porta a calcoli, indurimenti, artrosi o ristagni, quando la materia diventa troppo pesante e non circola più. Una carenza di sale porta invece a fragilità e perdita di coesione. Il medico userà i sali estratti dalle piante attraverso la calcinazione per ridare struttura e stabilità al corpo fisico.

Il medico deve diagnosticare quali di questi tre principi sia in eccesso, in difetto o corrotto. Una persona potrebbe avere un Mercurio troppo aperto e poco protetto, mancando di filtro spirituale o uno zolfo, fuoco interno, troppo basso per bruciare le influenze esterne. Il rimedio alchemico perfetto riunisce questi tre principi, purificati separatamente, in un’unica medicina che parli direttamente alla struttura trinitaria dell’uomo, e di questo si occupa la Spagiria.

Paracelso, inoltre, sostiene che la parola ha potere curativo perché agisce come un veicolo dell’energia spirituale e della volontà del medico. Egli crede che il linguaggio possa influenzare l’ Archeus ma sottolinea che l’efficacia dipenda dalla forza interiore di chi parla, non solo dal suono letterale.

Secondo la sua visione, la parola agisce come un “incantesimo” naturale capace di riequilibrare i piani sottili dell’essere umano.

Per Paracelso, il legame tra la parola (il Verbum) e la rigenerazione dell’Umido Radicale risiede nella natura vibrazionale della vita stessa. Nella sua visione, l’essere umano non è solo un aggregato chimico, ma un’entità sostenuta da una forza vitale che può essere influenzata sia da sostanze materiali (il lato alchemico) che da potenze spirituali (il lato magico-ermetico).

​Ecco come si articola questo collegamento secondo la tradizione paracelsiana e i principi che abbiamo discusso:

​La Parola come “Seme” Vibrazionale

​Paracelso afferma che la parola non sia solo un suono, ma un’espressione del Logos creativo. Se l’Umido Radicale è la “riserva energetica”, l’olio della lampada, la parola agisce come la scintilla o il soffio che regola la combustione di quell’olio. Una parola “giusta”, pronunciata con volontà e fede (il Fiat interiore), può riordinare il caos interno e stimolare la rigenerazione della forza vitale. Le parole hanno potere quando provengono dal nostro centro animico, in pieno collegamento con la nostra parte spirituale.

​Il Verbo e l’Archeus

​Il principio che governa la salute nel corpo è l’Archeus, il maestro architetto o alchimista interno, una forza vitale intelligente che governa i processi biologici separando il puro dell’impuro. Paracelso ritiene che l’Archeus risponda alle frequenze della natura. Ha funzione di coordinare la digestione e la rigenerazione degli organi, è un principio invisibile che agisce come ponte tra lo spirito e il corpo fisico e la malattia si manifesta quando questi è indebolito o incapace di filtrare le tossine, o gli astri interni. Poiché l’Umido Radicale è la sostanza sottile che nutre l’Archeus, l’uso di parole sacre, incantesimi o semplicemente di un pensiero retto, agisce come un comando diretto per la “manutenzione” di questa riserva. Se la parola è armoniosa, l’Umido Radicale viene preservato e non sprecato in passioni disordinate.

​Nella medicina paracelsiana, la guarigione avviene quando si riporta l’equilibrio tra lo zolfo (l’anima/calore), il mercurio (lo spirito/frequenza) e il sale (il corpo/materia). La virtù sta nel mezzo, nella mediazione.

​In sintesi, per Paracelso la parola è lo strumento con cui l’uomo esercita la sua sovranità sulla propria biologia spirituale: la parola non crea l’umido dal nulla, ma ordina alla natura di rigenerarlo e lo protegge dalla dispersione, mantenendo la “fiamma della Fenice” accesa e stabile. Attraverso il “Verbo”, l’uomo può richiamare le energie celesti (le stelle interiori) per nutrire l’umido che si sta consumando. È un processo di “trasformazione di frequenza”: il Maestro o l’Avatar, usando la parola, funge da ponte per aiutare l’individuo a riattivare la propria fonte interna, impedendo che l’umido radicale si esaurisca precocemente sotto il peso dei condizionamenti o della malattia.

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​Compendio sulla Fissazione del Corpo di Gloria

​1. La Natura del Corpo di Gloria: Conquista o Dono?

​Quante volte, lungo un cammino di conoscenza, ci troviamo di fronte a indicazioni che appaiono in netto contrasto tra loro, se non addirittura in antitesi?

La discussione su questo tema nasce da un paradosso: per alcune tradizioni (non-duali) la natura gloriosa è un dato di fatto già presente, per altre (ermetiche) è il risultato di un lavoro faticoso, di conquista, il che metterebbe in contrasto, in senso diametralmente opposto, il processo di ritorno o fissazione della nostra essenza. Molta confusione emerge anche dall’utilizzo di parole che in realtà non sono sinonimi, come anima, spirito, principio spirituale, scintilla divina, ma anche ego, io sè e sè superiore, essenza, personalità, senza dimenticarci degli ulteriori innesti provenienti dalla psicologia come inconscio, subconscio e conscio. Altra domanda che sorge, contingente, è: si tratta davvero di due indirizzi in contrasto, o vi è una complementareità, o una sequenzialità, non subito intuibile? Inoltre, si tratta di due sentieri legati alla differenza esistente tra una via mistico/devozionale e una via Iniziatico/esoterica, una via umida e una via secca? La sintesi risiede nel fatto che, sebbene la scintilla divina sia innata, la capacità di mantenere la coscienza integra dopo la morte non è garantita, anche se sarebbe fondamentale capire di quale coscienza stiamo parlando. Senza la “fissazione”, la coscienza si disperde come vapore. Resta evidente che o siamo già in manifestazione con un corpo di gloria che tornerà alla sua sede attraverso conoscenza, fede e opere, oppure dobbiamo lavorare per un consolidamento, una costruzione, o fissazione e coagulazione, di questo corpo, affinché preservi la coscienza. Quale coscienza? Quale memoria? Quali esperienze sono idonee a rimanere nella coscienza universale? Tutte?

​2. Il Processo Alchemico della Fissazione

​La fissazione è l’operazione di rendere stabile ciò che è mutevole e fuggitivo (volatile).​ Questo principio è fondamentale in quanto ogni insegnamento tramandato sa perfettamente che viviamo in un mondo di impermanenza, dove tutto cambia, dove vi è un inizio e una fine, sebbene, per quanto riguarda questa manifestazione, sia utile immaginare la circolarità del tempo tra l’inizio e la fine, che coincidono nello stesso punto. A tal proposito calza a pennello il loghion 18 dal vangelo di Tommaso, in cui viene descritto come i discepoli interrogarono Gesù sul compimento ultimo, sulla fine, e lui mise in evidenza la necessità di tornare all’origine per poter comprendere la meta finale. I discepoli chiesero a Gesù: “Dicci, quale sarà la nostra fine?” Gesù rispose: “avete dunque scoperto l’inizio che cercate la fine? Infatti dov’è l’inizio là sarà la fine. Beato colui che si terrà nell’inizio: egli conoscerà la fine e non gusterà la morte”. In poche parole, “tutto quello che deve accadere accadrà perché è già accaduto”. In questo contesto gnostico, Gesù suggerisce che la fine non è un evento temporale futuro, ma un ritorno allo stato originario di unità e luce da cui l’anima proviene. Conoscere l’inizio significa riscoprire la propria natura divina e preesistente (loghion 19 “beato colui che nacque prima di nascere”); chi raggiunge questa consapevolezza si libera dal ciclo della morte perché comprende di appartenere all’eterno. Pensando a una fissazione, che faccia da centro immutabile, come un primum immobile, come il mozzo di una ruota da cui convergono i raggi che la muovono, vengono in mente le parole della nota canzone “cerco un centro di gravità permanente”, che ci riportano agli insegnamenti di Gurdjieff. Anche partendo da questo insegnamento riportato nel vangelo gnostico di Tommaso, si può accettare che qualcosa di preesistente sia già stato fissato, come una nascita prima di nascere, una nascita su un piano ontologico, preesistente e preformante, più sottile, di natura spirituale, rispetto alla nascita nel corpo fisico di manifestazione materica. A questo punto, si può pensare a una complementarietà delle due visioni: una osserva dall’alto scendendo in basso, con un corpo di gloria già fissato che entra in manifestazione, provenendo da una coscienza universale in cui ci si riconosce nell’Uno; l’altra, quella ermetica, lascia all’uomo il compimento di un lavoro che dal basso deve riportare in alto, attraverso la volontà, la dedizione, la conoscenza, il fuoco sacro della passione spirituale, la nostalgia di casa e un’ operatività specifica che vedremo in seguito. Da una parte si parla già di un corpo realizzato, dall’altra di un principio embrionale, di un seme di questo corpo, il cui sviluppo, la cui fissazione/coagulazione spetta al lavoro di ciascun singolo uomo. La scala è la stessa: in una descrizione si parla di una discesa cosciente, responsabile, che sa cos’è venuta a fare qui e, dall’altra, della salita, del consolidamento dello scopo attraverso la conoscenza di sé e la riconoscenza dell’origine del principio seme incarnato. Si potrebbe immaginare che una via si occupi di una discesa in senso orario e l’altra di un’ascesa in senso antiorario. Il loghion 29 del vangelo di Tommaso recita: “Se la carne è venuta all’esistenza a causa dello spirito, è una meraviglia; ma se lo spirito è venuto all’esistenza a causa del corpo, è una meraviglia delle meraviglie”. Inoltre, abbiamo anche il loghion 7: “Beato il leone che l’uomo mangerà, e il leone diventerà uomo; e maledetto l’uomo che il leone mangerà, e il leone diventerà uomo”. Questo paradosso suggerisce che se la coscienza, l’uomo, domina l’istinto animale, il leone, la materia viene nobilitata; se invece l’istinto divora la coscienza, l’uomo decade. A ben pensarci, non si può evitare nemmeno il paragone con la parabola del seminatore e dei vari terreni sui quali il seme cade.

Fissazione del Corpo di Gloria

In cosa consiste, esattamente il lavoro operativo per fissare il corpo di Gloria, processo alchemico utile a stabilizzare la coscienza oltre la morte biologica?

Si articola in tre fasi pratiche:

  • Il Regime dei Fuochi: Mantenere un calore costante tramite la presenza ininterrotta. La distrazione raffredda il “vaso” e interrompe la cristallizzazione del corpo spirituale. Vediamo più nel dettaglio in che cosa consista. Il regime dei fuochi è il cuore pulsante dell’Opera, poiché è l’agente che permette ogni trasmutazione. Senza una corretta gestione del calore, la materia o “muore” (si brucia) o rimane “cruda” (inerte). Nella pratica alchemica e interiore, il regime dei fuochi non è lineare, ma segue un’intensità crescente, spesso associata alle quattro stagioni o alle ore del giorno. Vediamolo in profondità:
  • 1- il primo fuoco, il calore naturale (lento e umido). Questo è il fuoco della digestione. In questa fase, il calore deve essere simile a quello di una chioccia che cova l’uovo: a livello interiore è il fuoco dell’osservazione silenziosa. Non si interviene con la volontà bruta, ma si mantiene una presenza costante e tiepida sui propri processi mentali e fisici. È la fase della NIGREDO, il nero, dove il calore deve essere appena sufficiente a far fermentare la materia senza disperderne lo spirito. Il rischio è che se il fuoco fosse troppo basso, non accadrebbe nulla; se fosse troppo alto, l’umido radicale evaporerebbe prematuramente e la materia si seccherebbe, impedendo la rinascita.
  • 2- il secondo fuoco, il calore di circolazione (medio e secco). Qui il fuoco aumenta, è il regime della distillazione. La materia inizia a salire e a scendere nel vaso (il corpo,la mente). A livello interiore, è il fuoco della disciplina. Si inizia a separare ciò che è essenziale da ciò che è superfluo, le emozioni non vengono più solo subite, ma “scaldate” finché non rivelino la loro natura energetica. È un calore che purifica e inizia a imbiancare la materia, il bianco, l’ALBEDO. Per quanto riguarda l’azione, si tratta di mantenere un’attenzione focalizzata che non vacilli di fronte alle prime resistenze dell’ego.
  • 3- il terzo fuoco, fuoco di fusione (forte e violento). È il regime finale, quello che porta alla fissazione, attraverso il calore che permette l’unione degli opposti. A livello interiore rappresenta lo sforzo supremo o l’esperienza culminante dove la coscienza non è più frammentata. È un fuoco che trasforma la pietra in vetro flessibile o in oro. Qui il calore è così intenso da bruciare ogni scoria rimanente, portando alla RUBEDO, il rosso. Il risultato è la fissazione del corpo di gloria, in quanto in questa fase lo spirito è così “infuocato” da diventare solido, e la materia così purificata da diventare radiante.
  • 4- la chiave segreta: il fuoco segreto. Oltre al calore esterno (la pratica, l’ascesi), gli alchimisti parlano di un fuoco segreto o fuoco dei filosofi. Questo non è un fuoco che si accende dall’esterno, ma è un’energia potenziale racchiusa nella materia stessa, spesso identificata con la kundalini in Oriente o lo zolfo in Occidente. Il regime consiste nel sapere suscitare questo fuoco interno usando il calore esterno della disciplina, finché il fuoco interno non si accenda autonomamente, sostenendo la vita del corpo di Gloria senza più bisogno di stimoli esterni. Possiamo associare la parola disciplina al senso di rigore, ma non di rigidità.
  • Separare il Sottile dallo Spesso: Distinguere la propria identità dai condizionamenti biologici ed emotivi non è negazione, ma distacco consapevole. Vediamo meglio questo passaggio. La separazione del sottile dallo spesso è l’operazione di discernimento metafisico definita dal motto SOLVE (sciogli), che consiste nell’estrarre l’essenza spirituale dai legami della materia densa e dai condizionamenti egoici. Come si pratica il discernimento? Il primo passaggio è l’identificazione dello “spesso”, ovvero la parte grezza, pesante e transitoria: il corpo fisico, gli impulsi meccanici, le abitudini e il dogma inteso come credenza passiva che appesantisce la psiche; un altro passaggio è l’estrazione del “sottile”, ovvero l’energia vitale, la coscienza pura e l’umido radicale. Attraverso l’introspezione, si separa l’osservatore (sottile) dall’oggetto osservato (spesso). Per quanto riguarda l’aspetto tecnico procedurale, si opera con “grande ingegno”, ovvero senza violenza o forzature, ma con precisione chirurgica. Se lo spirito rimane troppo legato alla materia, non può elevarsi; se la separazione è troppo brusca, la vita organica si spezza. Lo scopo alchemico non è abbandonare lo “spesso” ma purificarlo ( VITRIOL). Una volta che il sottile è stato liberato e sublimato, deve tornare a fecondare la terra, il corpo, per renderla radiante. Questa fase prepara la materia alla fissazione, rendendola capace di accogliere la luce senza bruciare.
  • La Chiusura Ermetica (Lutazione): Sigillare il proprio sistema energetico significa non permettere agli stimoli esterni di provocare reazioni automatiche, trattenendo l’energia all’interno per nutrire il “feto spirituale”. Questo atto di sigillare il vaso (il corpo e la mente) impedisce la dispersione dell’energia accumulata. Senza questo sigillo, l’umido radicale e lo spirito estratti nelle fasi precedenti evaporerebbero, rendendo vana l’Opera. Caratteristiche della chiusura:
  • 1- sigillo di Ermete: rappresenta l’isolamento dalle influenze esterne. Non è una chiusura fisica, ma una barriera psichica contro le egregore e le distrazioni del mondo che drenano la forza vitale.
  • 2- pressione e trasformazione: chiudendo il vaso, il calore interno (il regime dei fuochi) genera una pressione che costringe la materia a trasmutare. È il principio della pentola a pressione: solo nel contenimento il “sottile” può penetrare e fissarsi stabilmente nello “spesso”.
  • 3- silenzio operativo: nella tradizione, il sigillo è anche silenzio in quanto non comunicare l’Opera in corso protegge il processo di fissazione del corpo di Gloria dalle proiezioni altrui che potrebbero destabilizzarlo. Quando la chiusura è perfetta, il vaso diventa un microcosmo autonomo dove viene la sintesi. Qui lo spirito non è più volatile ma si incarna definitivamente in una struttura che non teme più la corruzione del tempo.

Ulteriore riflessione da quanto scritto mi porta a considerare l’importanza delle persone che ci circondano, della protezione dalle proiezioni altrui, della gestione del silenzio e della parola. Inevitabile associare il “regime dei fuochi” e l’operatività basata sul “grande ingegno” da utilizzare nell’esecuzione dell’Opera alla scelleratezza del secolo precedente da parte di coloro che hanno messo mano sulla materia, forzando senza alcun ingegno fissazione e fusione nucleare. Troviamo lo stesso principio del grande ingegno nel WU WEI, tramandato dagli insegnamenti del Taoismo: l’agire senza agire è l’azione priva di alcun atto di forza bruta, a conferma del fatto che le verità sulle leggi di natura e divine sono presenti in tutti gli insegnamenti delle vie tradizionali. In sintesi, il corpo organico non è solo un contenitore, ma un vero e proprio crogiolo alchemico che deve mantenere un equilibrio preciso per permettere la trasmutazione. Se colleghiamo il concetto del leone ( la forza vitale grezza, istintuale) all’umido radicale, emergono punti affascinanti: il corpo come uovo alchemico, la nobilitazione della materia e il pericolo della corruzione. Il corpo, proprio come l’uovo della gallina, richiede un calore costante e umido per generare la vita, ovvero deve custodire il proprio “umido radicale”. Se questo “olio” si consuma troppo in fretta a causa di passioni sfrenate (il leone che mangia l’uomo), la fiamma vitale si estingue prematuramente. La sfida consiste nel mangiare il leone per assimilare la sua forza vitale (potenza, coraggio, energia) senza farsi travolgere dalla sua natura distruttiva. Il pericolo della corruzione avviene quando l’uomo viene mangiato dal leone, nel senso che si attua una digestione invertita: la coscienza viene sommersa dalla materia pesante. In termini alchemici, l’umido radicale diventa secco o bruciato, perdendo la capacità di rigenerarsi e trasformandosi in quel decadimento che interrompe la crescita spirituale. La nobilitazione della materia ci riporta al loghion 29 già menzionato, che definisce “meraviglia delle meraviglie” quando lo spirito nasce dal corpo, ma questo accade solo se la materia è mantenuta nel suo stato ottimale: lo stato di calore innato, legato alla scintilla spirituale, e la cura dell’umido radicale, che è il supporto biologico, il fluido vitale.

​3. Tecniche Pratiche nel Quotidiano

  • Economia del Verbo: Usare la parola con precisione, evitando la dispersione energetica del pettegolezzo o del lamento. Non è solo questione di parlare di meno, ma di eliminare il dogma della chiacchiera interiore. Ogni parola pronunciata o pensata inutilmente disperde l’umido radicale. Praticamente, prima di parlare è utile osservare l’impulso a farlo. Se la parola non è necessaria, è utile trattenere l’energia nel vaso, il corpo. Questo trasforma il linguaggio in un atto magico di potere invece che in una perdita di pressione.
  • Il Punto Immobile: Agire nel mondo mantenendo un centro di osservazione che non muta, creando una distinzione tra l’attore (mobile) e il testimone (fisso). Torniamo al centro di gravità permanente, ovvero la capacità di restare testimoni al centro del ciclone degli eventi, proprio nell’occhio del ciclone, invece di reagire meccanicamente alle emozioni (lo spesso). Facendo un esempio pratico, durante una discussione o in un momento di stress, è utile spostare l’attenzione non sul problema, ma sulla sensazione di esistere che non muta. È il perno su cui ruota la ruota del divenire senza che il perno stesso si muova. Lao Tzu diceva nel capitolo 11 del Tao Te Ching: “Trenta raggi si uniscono in un solo mozzo, ma è nel suo vuoto che risiede l’utilità del carro. Si plasma l’argilla per farne un vaso, ma è nel suo vuoto che risiede l’utilità del vaso. Si aprono porte e finestre per fare una casa, ma è nel loro vuoto che risiede l’utilità della casa. Perciò l’essere costituisce il possesso, ma il non essere costituisce l’utilità.” I 30 raggi sono le facoltà, i pensieri e le azioni nel mondo sensibile materico, l”io stesso; il mozzo è il punto immobile, il vuoto di coscienza pura che non partecipa al movimento ma lo rende possibile. Il vuoto centrale ruota su se stesso, i raggi compiono una rivoluzione del cerchio. Se ci si identifica con i raggi, si subisce l’attrito della vita; se si risiede nel vuoto del mozzo attraverso la chiusura ermetica si resta stabili mentre tutto ruota intorno a noi. La fissazione del corpo di Gloria viene proprio in quel vuoto centrale, dove la pressione del vaso trasforma il nulla in un centro di potere indistruttibile.
  • Il Sogno Lucido: Utilizzare lo stato di sogno come palestra equivale a raggiungere la lucidità nel sogno, ed è la prova che la fissazione sta procedendo, poiché la coscienza rimane sveglia anche senza il supporto del corpo fisico. Rappresenta quindi il test finale della fissazione: se la tua coscienza si spegne quando il corpo dorme, significa che non è ancora abbastanza solida. Pratica: la lucidità nel sogno si prepara durante la veglia attraverso i primi due punti: se riesci a dire “io sono” mentre sogni, hai creato un ponte tra il corpo denso e quello sottile. E la prova che il corpo di Gloria sta iniziando a mantenere la propria coerenza indipendentemente dal supporto biologico. Interessanti sono le analogie con la via dello sciamanesimo tolteco raccontato da Castaneda sul sogno lucido.

​4. Il Legame con l’Immortalità Cosciente

​L’immortalità nell’ermetismo non è automatica. È una continuità di memoria e consapevolezza. La fissazione serve a costruire un “veicolo” (il Corpo di Gloria) capace di resistere alla “seconda morte” (la dissoluzione dei corpi sottili). Chi ha fissato il proprio centro non subisce la morte come un blackout, ma come un passaggio lucido da un supporto all’altro.

Prima di concludere vorrei aggiungere alcune note sul significato di “umido radicale” che spesso ricorre nel testo: possiamo definirlo come un principio vitale fluido e oleoso che, nella tradizione alchemica ed ermetica, funge da riserva energetica dell’organismo. Esso lubrifica e alimenta il “calore innato”, agendo come il combustibile di una lampada: la sua presenza garantisce la rigenerazione e la vita, mentre il suo progressivo esaurimento determina l’invecchiamento e la morte naturale. Sostanzialmente, rappresenta il sostrato biologico e spirituale che permette alla fiamma della vita di bruciare senza consumare istantaneamente il corpo. Viene da accostare inevitabilmente l’analogia con la parabola delle dieci vergini, il cui parallelismo è calzante: l’olio rappresenta proprio quella riserva interiore necessaria per mantenere accesa la luce della coscienza, la fiamma, durante l’attesa dello sposo. Sotto il profilo ermetico, l’umido radicale è il carburante ontologico, l’olio o la sostanza vitale accumulata e preservata; la fiamma è lo spirito o il calore innato che trasforma la materia in luce e la lanterna è il corpo fisico che contiene questa interazione. Proprio come le vergini stolte rimangono al buio per aver dissipato il proprio olio, l’organismo decade quando l’umido radicale si consuma senza essere rigenerato o protetto. Per preservare o nutrire l’umido radicale, la tradizione ermetica suggerisce tre vie principali:

  • Nutrizione e calore: mantenere un calore umido, simile alla temperatura dell’uovo in cova, attraverso cibi vitali e un’esposizione equilibrata al sole, evitando eccessi che secchino il corpo.
  • conservazione dell’essenza: limitare la dissipazione delle energie vitali e dei fluidi seminali, visti come le manifestazioni più dense e preziose di questo olio spirituale.
  • circolazione: impedendo che il principio vitale ristagni o si consumi prematuramente per eccessi provenienti dal mondo esterno o da passioni fuori misura.

​video relativo sul mio canale YouTube “Il Riflessometro”

Fonti Dottrinali e Bibliografiche

​Questo insieme di insegnamenti attinge a diverse correnti della sapienza perenne:

  1. Ermetismo Classico e Alchimia:
    • Corpus Hermeticum (attribuito a Ermete Trismegisto): Per il concetto di mente come veicolo divino.
    • Il segreto del Fiore d’Oro (testo alchemico taoista, commentato da C.G. Jung): Fondamentale per la tecnica della “Circolazione della Luce” e la creazione del corpo di diamante.
    • Turba Philosophorum e testi di Paracelso: Per la distinzione tra corpo astrale e corpo di gloria.
  2. Tradizionalismo Integrale (XX secolo):
    • Julius Evola: In particolare La Tradizione Ermetica e Lo Yoga della Potenza. Evola è la fonte principale per la distinzione tra la “via della grazia” (passiva) e la “via eroica” (attiva/sforzo).
    • René Guénon: Per il concetto di stati molteplici dell’essere e la critica alla sopravvivenza psichica ordinaria.
  3. Insegnamenti di “Quarta Via”:
    • Georges I. Gurdjieff e P.D. Ouspensky (Frammenti di un insegnamento sconosciuto): Da qui deriva l’idea che l’uomo non nasca con un’anima immortale, ma debba “fabbricarla” attraverso lo sforzo e il ricordo di sé (il “fuoco” della presenza).
  4. Mistica Cristiana ed Esicasmo:
    • ​La Filocalia: Per le tecniche di vigilanza (nepsis) e la preghiera del cuore, che mirano a fissare la mente in un unico punto per attirare la “Luce Taborica” (il corpo di gloria cristiano).

L’inguaribilità

Mai parole furono più vere… in ogni settore che si occupi di cure naturali. Spesso capita di consigliare delle cose e quando, sentendo le persone, queste non hanno funzionato, scopri che in realtà non le hanno mai utilizzate per diverse ragioni, che vanno dalla mancanza di tempo, dalla pigrizia, dal considerarle trascurabili al costo di un prodotto.

Riporto letteralmente.

“Chi viene a consultarmi chiede aiuto ma nello stesso tempo lo rifiuta.

L’atto terapeutico è una strana battaglia: si lotta strenuamente per aiutare qualcuno che innalza tutte le barriere possibili per provocare il fallimento della guarigione.

In un certo senso, per chi è malato il guaritore è una speranza di salvezza e contemporaneamente un nemico.
Chi soffre teme che gli venga rivelata la fonte del suo male di vivere, per cui vuole un sedativo, vuole che qualcuno lo renda insensibile al dolore, ma non desidera assolutamente cambiare, non vuole che gli si dimostri che i suoi problemi sono la protesta di un’anima rinchiusa nella prigione di un’identità fasulla.

Il cervello umano reagisce come un animale, difende il proprio territorio identificandolo con la propria vita.

Fanno parte di questo spazio, delimitato con l’orina e gli escrementi, i genitori, i fratelli, i partner, i collaboratori e, soprattutto, il corpo.

Ma chi è il padrone? È un individuo con limitazioni che corrispondono al proprio livello di coscienza. Più il livello di coscienza è elevato, più grande è la libertà.

Per raggiungere tale grado di libertà, nel quale il territorio non si limita più a una manciata di metri quadrati o a un piccolo gruppo di soci, ma è l’intero pianeta e la totalità degli uomini, o meglio ancora, l’universo intero e la totalità degli esseri viventi, innanzitutto occorre cicatrizzare la ferita originaria, liberarsi dai condizionamenti fetali, poi da quelli famigliari e infine da quelli sociali.

Per realizzare la mutazione nella quale il sofferente, avendo lasciato perdere ogni pretesa, riesce a vivere con gratitudine il miracolo di essere vivo, occorre essere consapevoli dei propri meccanismi di difesa. E sono i meccanismi che tutti gli animali impiegano per sfuggire ai nemici predatori.

Sanno incistarsi e anche fingere di essere morti, si arrotolano su se stessi, si ricoprono di squame chitinose, si nascondono nel fango, trattengono il respiro e perfino i battiti del cuore.

L’essere umano fa lo stesso: si blocca, finisce in un circolo vizioso di gesti ripetitivi, desideri, emozioni, pensieri, e vegeta in questi limiti ristretti rifiutando ogni informazione nuova, immerso nell’incessante ripetizione del passato.

Per fuggire dalle profondità, si lascia vivere galleggiando sopra un tessuto di sensazioni superficiali, come anestetizzato.

Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura.

Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni, che la vittima deve accettare anche se è incomprensibile. Si pretende che il bambino non sia quello che è, se disobbedisce viene castigato.

E il castigo più grande è non essere amato”..

Alejandro Jodorowsky

Aggiungo qualche saggezza popolare:

Chi è causa del suo mal pianga se stesso

Aiutati che il ciel ti aiuta

A chi non vuol far fatiche, il terreno produce ortiche

Chi dorme non piglia pesci

Chi mal semina mal raccoglie

Guarigione per via spirituale

Nel corso del tempo si sono incontrati esseri umani speciali che hanno indicato, attraverso il loro esempio di vita, come sia stato possibile stare bene in spirito, anima e corpo, arrivando a uno stato di guarigione tangibile. Il tema della guarigione spirituale andrebbe approfondito su più livelli in quanto una scienza lungimirante e olistica potrebbe valutare tutti gli aspetti che entrano in gioco. Si potrebbe in tal caso parlare di vera e propria scienza dello spirito. Bruno Gröning è stato un grande taumaturgo e ha lasciato Istruzioni molto semplici e concrete utili a conseguire uno stato di salute. Scrivo queste poche righe in occasione di un evento che si terrà il 1º novembre a milano e il 2 novembre ad Aosta con i riferimenti per potervi partecipare.

http://youtube.com/post/Ugkx6M3WYhsVJ_HeEYdjzwLrSvGo9OTcoksq?si=ykzY_JbjkteziHyo

http://youtube.com/post/UgkxcXJxoosan4deEx91eKavIOofX2FrC52h?si=0WEZHT1Be6JPiRUz

FATO E DESTINO

FATO E DESTINO

Premessa

Fato e destino sono due parole spesso usate come sinonimi, il che contribuisce a fare confusione sulle attribuzioni di significato. Il fato è una forza esterna, ineluttabile e prestabilita, mentre il destino può essere influenzato dalle nostre azioni e dalle nostre scelte. La parola fato deriva dal latino “fatum”, che significa “ciò che è stato detto” (dagli dei), indicando una sentenza o un oracolo immutabile. Il destino deriva dal verbo latino “destinare”, che significa “fissare saldamente” o “stabilire”, suggerendo un percorso predeterminato ma potenzialmente influenzabile dalle azioni individuali.

ALCUNI SVILUPPI NEL TEMPO

GRECIA: Heimarmene

La Heimarmene per gli antichi greci era un concetto filosofico e religioso traducibile con “destino o fato” e rappresentava la forza ineluttabile e universale che determina il corso degli eventi,  siano essi le vicende umane o il ciclo cosmico, ma non era vista come una divinità capricciosa,  piuttosto come una legge razionale inalterabile a cui anche gli dèi erano sottomessi. Si può pensare a lei come alla trama del cosmo già tessuta, dove ogni cosa, dalla nascita di un eroe alla caduta di un impero, segue un percorso stabilito.

Il fato non era istituito da un’unica entità. Nella mitologia le Moire erano tre dee che tessevano il filo della vita e della morte e determinavano il destino ineluttabile di ogni essere umano, cui persino gli dèi dovevano sottostare: Cloto filava il filo, Lachesi ne determinava la lunghezza e Atropo lo tagliava. Stessa cosa facevano le dee equivalenti della tradizione romana, le Parche Nona, Decima e Morta.

I miti greci, come la storia di Edipo, mostravano l’eroe che cerca di sfuggire a un fato ineluttabile, come anche la figura di Cassandra rappresentava un altro esempio perfetto di veggenza e fato: malgrado le sue accurate premonizioni, il suo destino era quello di non essere mai creduta, rendendo la caduta di Troia un evento ineluttabile: il suo personaggio metteva in evidenza la tragedia di conoscere il fato senza potervi intervenire. L’idea di un fato ineluttabile ha radici antiche, ed era già presente nei poemi di Omero, dove gli dèi potevano influenzare le vicende umane, ma non stravolgere il destino finale di una persona. Achille era destinato a morire giovane e glorioso e nessun intervento divino avrebbe potuto cambiare questo esito. In seguito, con la filosofia stoica, il concetto di Heimarmene raggiunse la sua massima espressione: gli stoici credevano che l’universo fosse retto da una ragione universale, il Logos, e che la Heimarmene fosse l’espressione di questa ragione. Con le correnti del platonismo e del neoplatonismo, la Heimarmene venne spesso associata a un destino imposto dall’alto, ma con un margine di libertà. Si sosteneva che l’anima, prima di incarnarsi, scegliesse il proprio destino, pur rimanendo all’interno dei confini stabiliti dalla legge cosmica. In sintesi, la Heimarmene non era semplicemente una forza cieca e brutale ma un destino razionale, spesso visto come parte di un ordine più grande e incomprensibile all’uomo, che trovava nella sua accettazione una forma di saggezza.

I

INSEGNAMENTO ERMETICO

Secondo la tradizione ermetica, il fato è un’inevitabile forza meccanica e cosmica legata alla necessità e all’ordine astrale, visto come un determinismo astrologico, o influenza dell’energia manifestata anche nei corpi celesti sulla vita umana (abbiamo due Influenze: la prima al momento del concepimento, la seconda al momento della nascita. Il fato è riferito alla prima), come la Heimarmene dei greci, mentre il destino è il percorso spirituale, l’evoluzione individuale. L’ermetista non si limita a subire il fato, ma cerca di superarlo attraverso la conoscenza (gnosi), il libero arbitrio e la magia teurgica, per poter forgiare attivamente il proprio destino. Gli autori ermetisti ritenevano che, attraverso la comprensione delle leggi universali (ciò che in basso è come ciò che è in alto) l’uomo potesse elevarsi al di sopra della fatalità e ricongiungersi con il divino.

Un autore fondamentale che esprime questo pensiero è Ermete Trismegisto stesso, nel Corpus Hermeticum. Altri esponenti del Rinascimento che hanno ripreso e sviluppato questi concetti in chiave ermetica, sono stati Giordano Bruno e Marsillio Ficino.

I testi ermetici che discutono il concetto di fato, necessità e ordine sono: il dialogo intitolato Asclepius (o Discorso Perfetto), il Trattato I, Poimandres, il Trattato XII e il Trattato XVI, che fanno tutti parte del Corpus Hermeticum. In diversi punti di questi dialoghi Ermete Trismegisto spiega la relazione tra queste forze, posizionandole in una gerarchia sotto la volontà di Dio. Riassumo alcuni aspetti salienti:

Dall’Asclepio:

  • FATO (Heimarmene): è la necessità di tutti gli eventi , legati l’uno all’altro in una catena ininterrotta. E’ l’artefice di ogni cosa, il secondo dio creato dal Dio sommo, o l’ordine di tutte le cose nel cielo e sulla terra. Il fato è il mezzo attraverso il quale la volontà di Dio si manifesta nel mondo.
  • NECESSITA’: è la conseguenza del volere di Dio, l’effetto che deriva dalla sua volontà. Non può esistere nulla che Dio abbia voluto e di cui poi si sia dispiaciuto, poiché Egli sa in anticipo che le cose accadranno.
  • ORDINE: è il principio che governa il cosmo, mantenuto dalla volontà di Dio. Il testo afferma che gli dèi celesti amministrano le realtà universali mantenendo un ordine unico e immutabile, che hanno ricevuto dal Padre sin dall’inizio. Questo ordine, a sua volta, influisce sugli eventi terrestri.

Dal Poimandres, Trattato I, uno dei testi più noti del C.H.:

  • Discesa dell’anima attraverso le sfere planetarie, che determinano il suo fato. Ermete Trismegisto descrive una visione mistica che riceve dall’essere divino , Poimandres, la Mente Universale. Il Trattato si concentra sulla creazione del cosmo e dell’uomo e spiega la caduta dell’anima nel mondo materiale. Viene illustrato il concetto del fato come una forza che lega l’anima all’esistenza terrestre, ma si sottolinea anche la possibilità per l’anima di elevarsi, tornando alla sua origine divina attraverso la conoscenza (gnosi) e la virtù.

Dal Trattato XII

  • Elevazione della mente (NOUS) sopra le influenze del fato. Questo Trattato approfondisce il tema della mente Nous e del suo rapporto con il fato. Spiega che l’uomo che possiede la mente divina è superiore al destino, poiché è in grado di comprendere e agire al di là delle influenze dei pianeti e degli elementi terreni. L’opera suggerisce che la mente è una parte di Dio nell’uomo e, coltivandola, è possibile non solo dominare il fato, ma anche raggiungere l’immortalità e l’unione con il divino. Il Trattato è una vera e propria esortazione a liberare l’anima dai legami materiali attraverso la conoscenza.

Dal Trattato XVI

  • Mente e destino. Questo testo, sebbene più breve, è anch’esso centrale su questo tema. Chiarisce che non si tratta di fuggire dal mondo, ma di trasformare l’individuo in modo che il fato non abbia più potere su di lui. Viene sottolineato il ruolo cruciale della volontà e dell’autoconsapevolezza nel processo di liberazione; è il capitolo che più direttamente afferma il potere dell’uomo di essere il creatore della propria realtà, elevandosi al di sopra della semplice casualità degli eventi e diventando co-creatore del proprio destino.

Secondo il pensiero ermetico, il libero arbitrio non può agire direttamente sul fato o sulla necessità, che, ripeto, sono forze cosmiche ineludibili; l’uomo può, tuttavia, elevare la sua coscienza attraverso la gnosi, o conoscenza spirituale, che ci porta a comprendere le leggi che governano l’universo e il proprio posto in esse. L’elevazione spirituale richiede  un lavoro in se stessi per purificare anima e intelletto, distaccandosi dalle passioni e dalla materia e richiede il libero arbitrio, ovvero l’uso della propria volontà per compiere azioni che allineino il proprio destino individuale con l’ordine cosmico posto in esse. Questi strumenti  ci allontanano dall’esserne passivamente schiavi.  L’obbiettivo è trasformare il proprio destino da un cammino prestabilito a un percorso di evoluzione o crescita consapevole.

Per rimanere nel tema della tradizione ermetica, il Kybalion offre una prospettiva sul superamento del fato attraverso i suoi principi, in particolare con il principio del ritmo, che governa il flusso e il riflusso di ogni cosa, rappresentando un aspetto del destino ciclico. Il testo insegna a dominare tale ritmo applicando il principio della polarità, per non farsi trascinare dalle oscillazioni della vita e resistere loro, per non subirne gli effetti estremizzanti: non significa che non si vivano più cause ed effetti ma che, usando un principio superiore come il libero arbitrio, si diventa la causa di azioni deliberate anziché l’effetto passivo di eventi esterni. Si smette di reagire, il che fa restare nel duale, e si inizia ad agire, completando l’altra metà, quella mancante e non vista, volontariamente porgendo l’altra guancia per “chiudere” quel cerchio.

TRADIZIONE EBRAICA E CABALA

Nella tradizione ebraica e nella Cabala il concetto di fato come forza esterna ineluttabile simile a quella greca non esiste: l’ebraismo enfatizza il libero arbitrio (behirà chofshit), la capacità dell’uomo di scegliere il bene e il male. La differenza tra fato e destino si spiega con il rapporto tra la volontà divina e le azioni umane. Il fato è ciò che è già scritto, ovvero il piano divino generale per il mondo (mazal): si tratta di un’influenza astrale o cosmica che determina alcune circostanze della vita, come il luogo di nascita o il potenziale di una persona, ma non le sue scelte. Il destino è il percorso che l’individuo crea con il proprio libero arbitrio. Anche se esiste un piano divino (fato) le scelte morali e le azioni dell’uomo (destino) possono influenzare, persino cambiare, il suo percorso di vita: è l’individuo a decidere se realizzare il proprio potenziale fatto in modo positivo o negativo.

Potremmo fare un esempio immaginando una persona con grande potenziale per la leadership (mazal o fato): Il suo destino sarà costituito dalle scelte che compirà, potendo usare questa dote, nel senso di eredità del fato, per guidare le persone verso il bene o per manipolarle a proprio vantaggio. La scelta individuale è sempre al centro, nonostante le condizioni iniziali siano determinate dal fato.

MISTICA CRISTIANA

Nella mistica cristiana il concetto di fato viene reinterpretato come Divina Provvidenza, il piano eterno imperscrutabile di Dio per l’umanità e per ogni singolo individuo. Il destino invece è il percorso spirituale dell’uomo che, tramite il proprio libero arbitrio, decide se cooperare con il piano divino o resistervi, determinando così la propria salvezza o perdizione. Non è un percorso prestabilito da forze cieche, ma il risultato della sinergia (o del conflitto) tra volontà divina e scelte umane.

AVANTI NEL TEMPO

Durante il Rinascimento Giordano Bruno e Niccolò Machiavelli hanno discusso del rapporto tra il destino (la fortuna) e la capacità dell’uomo di affrontarlo con la virtù. Nella letteratura il Romanticismo ha spesso contrapposto il fato, visto come una forza immutabile che schiaccia l’individuo, al destino, un percorso che il protagonista può in qualche modo influenzare. Troviamo presente il concetto di destino anche nella narrativa russa e francese di fine 800 come in Anna Karenina di Tolstoj, dove una premonizione sul treno anticipa il finale.

Nelle tradizioni esoteriche e per alcuni autori come Eliphas Levi e Rudolph Steiner, la distinzione è cruciale. Il fato (fatalità) è visto come la concatenazione inevitabile di cause ed effetti nel mondo fisico, una sorta di necessità meccanica; il destino è un percorso che può essere influenzato dalla volontà individuale, dal libero arbitrio e dal lavoro spirituale.

Eliphas Levi riteneva che la magia e l’esoterismo permettessero all’individuo di “piegare” la fatalità per realizzare il suo proprio destino, agendo sull’agente magico universale.

Rudolf Steiner, il fondatore dell’Antroposofia, vedeva il destino come il Karma, ovvero il risultato delle azioni passate, anche di vite precedenti, che l’individuo ha la possibilità di comprendere e trasformare nel corso della sua esistenza, evolvendo spiritualmente.

In sintesi, mentre il fato è una forza cieca e ineluttabile, il destino nelle tradizioni esoteriche è un percorso evolutivo che l’uomo può plasmare attivamente attraverso la conoscenza e la volontà.

KARMA

Parlando di fato e destino è inevitabile toccare l’argomento Karma, visto che ha molto a che fare con il tema. Non parlerò in modo esteso delle tradizioni induista e buddista, e nemmeno in modo approfondito di Karma, ma ne scriverò quanto utile per completare Il pensiero espresso finora. (Oltre tutto non sono esperta in questi due ambiti).

Il Karma è un concetto centrale in diverse religioni e filosofie orientali come l’induismo e il buddismo, e si riferisce al principio di causa ed effetto dove le azioni di un individuo, sia fisiche che mentali, determinano il suo destino futuro. In sostanza le azioni positive generano risultati positivi, mentre quelle negative portano a conseguenze negative. Il Karma non è visto come un destino predeterminato ma come il risultato delle proprie scelte. Direi che, per certi aspetti, assomiglia al noto principio della fisica “a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.

Nell’induismo ci sono tre tipi principali di Karma:

  • Sanchita Karma, ovvero il Karma accumulato da tutte le vite passate. E’ un magazzino di azioni che non si sono ancora manifestate.
  • Prarabdha Karma, la parte del sanchita karma che si sta manifestando nella vita attuale. È il Karma che sta dando i suoi frutti ora.
  • Kriyamana Karma: le azioni che si compiono nel presente che creeranno un karma futuro, noto anche come Agami Karma: questo è il Karma che si ha la possibilità di influenzare.

A differenza dell’induismo , il buddismo classifica il Karma in altri modi:

  • Karma proiettante, azioni che determinano la rinascita futura.
  • Karma completante, azioni che influenzano le circostanze della vita attuale.
  • Karma del corpo, della parola e della mente,  la classificazione più comune basata sulla forma dell’azione.

Un’ulteriore classificazione si basa sul tipo di risultato:

  • Karma oscuro, azioni negative che portano alla sofferenza.
  • Karma brillante, azioni virtuose che portano a felicità.
  • Karma misto, azioni che producono sia felicità che sofferenza.
  • Karma non oscuro e non brillante, azioni che non generano più cicli di rinascita portando al Nirvana.

Il Karma può maturare in questa vita, con conseguenze immediate, nella reincarnazione successiva o sono richieste molte esistenze per manifestarsi.

FILMOGRAFIA E ANALOGIE

Anche la filmografia è ricca di spunti interessanti che esplorano la differenza tra destino e fato. Il primo a venirmi in mente è il film “Sliding Doors” che mostra come un evento casuale, perdere la metro , crei due destini paralleli: il fato è la coincidenza che fa perdere a Helen il treno, un evento al di fuori del suo controllo; il destino, invece è il risultato delle diverse vite che le due Helen vivono, portandole entrambe a un finale comune che sembra già predeterminato: l’incontro con James.

Anche il film “Ritorno al futuro” illustra il personaggio, Marty, che manipola il suo destino intervenendo sul passato, mostrando che non sia ineluttabile come il fato: cambiano delle circostanze, ma non il risultato finale, ovvero sua la nascita nel tempo previsto.

Ci sono altri esempi che si possono fare per descrivere efficacemente la differenza tra fato e destino: il videogioco è il più semplice e diretto: abbiamo una struttura inevitabile del gioco, costituita dalla trama, dai livelli da superare e dal finale che rappresentano il fato, mentre il destino è rappresentato dalle scelte del singolo giocatore, ovvero l’ordine delle azioni, le missioni secondarie, il tipo di equipaggiamento, le scelte di avversari e compagni eccetera, tenendo conto delle varie vite che avrà il personaggio per completare il suo gioco.

Si può inoltre pensare al fato come un mazzo di carte da gioco, che viene distribuito e non si può scegliere quali carte si ricevono, e il destino  come si decide di giocarle: le proprie scelte, le mosse e la strategia che si adottano determineranno il risultato finale. Le carte sono un dato di fatto, il gioco è un percorso personale.

Altro esempio chiarificatore è il fato visto come la destinazione finale di un viaggio, un punto di arrivo già stabilito, e il destino il viaggio stesso: le strade che si scelgono, le deviazioni che si prendono e le persone che si incontrano lungo il percorso. La destinazione è fissa ma il viaggio è modellato dalle proprie decisioni. Per riassumere in una singola frase: “la mappa non è il territorio”, e vale anche per i viaggi mentali.

Si può ben valutare che, da più punti di vista e da più sistemi, l’obbiettivo finale sia la liberazione da un ciclo di vincoli: il ciclo delle sfere planetarie per l’ermetismo come il ciclo delle rinascite per il Karma. L’unione con la mente divina interrompe il legame dell’anima con le influenze astrologiche proprio come l’estinzione del desiderio estingue il Karma, portando al Nirvana. In un certo senso, l’atto di risvegliarsi alla realtà sovrasensibile equivale a ottenere la gnosi che permette di interrompere il ciclo e ricongiungerci alla mente divina: il Sognatore del Sogno sa che sta sognando…

Vania

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IL GUARDIANO DELLA SOGLIA

Il Guardiano della Soglia

Il Guardiano della Soglia è una figura complessa e affascinante, presente sia nelle tradizioni esoteriche che in quelle psicologiche, spesso come archetipo. Rappresenta l’ostacolo, la prova o la sfida che si frappone fra l’individuo e il raggiungimento di una fase nuova di consapevolezza, conoscenza, crescita interiore o ampliamento di coscienza.

Nelle tradizioni esoteriche il Guardiano della Soglia è spesso descritto come un’entità, un essere minaccioso o un’energia che protegge l’accesso a mondi sovrasensibili, a conoscenze occulte o a stati di coscienza superiore.  Il Guardiano della Soglia espleta diverse funzioni:

  • Custode dei misteri: la sua funzione principale è quella di custodire. Non si tratta necessariamente un’entità malvagia quanto di un filtro che permette, solo a coloro che sono pronti e degni, di accedere a determinati livelli di conoscenza. Spesso questa figura mette alla prova l’adepto spaventandolo, facendogli affrontare le sue paure più profonde o i suoi attaccamenti al mondo materiale.
  • In alcuni insegnamenti, il Guardiano della Soglia è descritto come un’entità spirituale che ogni individuo porta dentro di sé, legato indissolubilmente alle azioni compiute nel mondo reale e che agisce come un giudice imparziale del nostro operato. Può manifestarsi per guidare il discepolo o l’adepto verso una dimensione superiore, ma solo se questi si è dimostrato meritevole attraverso un percorso di purificazione e crescita.
  • Iniziazione e trasformazione: il superamento del Guardiano della Soglia è una tappa cruciale nei percorsi iniziatici. Questo cammino implica una morte simbolica del vecchio sè verso una rinascita a un superiore livello di consapevolezza, passaggio questo spesso accompagnato da un confronto con le proprie debolezze, i propri demoni interiori e tutto ciò che impedisce il nostro progresso interiore e spirituale.
  • In psicologia, specialmente nella psicologia analitica di Carl Jung, il Guardiano della Soglia è interpretato come un archetipo, ovvero una struttura universale e innata dell’inconscio collettivo. Si tratta dell’archetipo dell’ostacolo, della prova: in questo caso il guardiano della soglia rappresenta la nostra resistenza al cambiamento, le paure interiori, i dubbi, le nevrosi e tutte quelle forze psicologiche che ostacolano il processo di individuazione e di crescita personale. In psicologia non si tratta di un’entità esterna ma di una manifestazione delle nostre dinamiche interne.
  • Confronto con l’ombra: spesso il Guardiano della Soglia è strettamente connesso all’archetipo dell’ombra, ovvero la parte di noi che contiene gli aspetti rifiutati, repressi o non riconosciuti della nostra personalità come difetti, istinti, desideri inaccettabili. L’incontro con il Guardiano può significare un confronto necessario con la propria ombra affinché questa sia integrata.
  • Rito di passaggio: nella narrativa e nel viaggio dell’eroe (reso popolare da Joseph Campbell, influenzato dalle teorie junghiane), il Guardiano della Soglia è il primo ostacolo significativo che l’eroe deve affrontare prima di entrare nel mondo straordinario, o extra-ordinario. Superarlo non significa necessariamente sconfiggerlo con la forza, ma possono essere necessarie astuzia, comprensione, integrazione o persino la trasformazione del guardiano in un alleato: dobbiamo affrontare una prova di determinazione e autenticità .
  • Crescita e consapevolezza: il superamento del guardiano della soglia porta a una maggiore consapevolezza di sé , a una maturazione psicologica e alla capacità di affrontare nuove sfide. Rappresenta la necessità di lasciare e andare ai vecchi schemi , convinzioni limitanti o paure che ci trattengono dal progredire nella vita.

In poche parole, sia nell’esoterismo quanto nella psicologia, questa figura simboleggia un momento cruciale di confronto e trasformazione; è la figura che ci spinge a guardare dentro di noi ad affrontare ciò che ci blocca e a superare i limiti percepiti per accedere a un livello superiore di esistenza o di autoconsapevolezza.

Che aspetto assume il Guardiano della Soglia? Possiamo dire che non ha una sembianza fissa e universale, perché la sua manifestazione è profondamente personale e simbolica, dipendendo sia dal contesto della tradizione che dall’individuo che lo percepisce, ma, in ogni caso, possiamo delineare delle caratteristiche comuni e delle modalità di apparizione. Le sue sembianze sono spesso disegnate per riflettere ciò che la persona teme di più: i suoi vizi,  le sue debolezze o le verità scomode che rifiuta di affrontare.

Mi viene inevitabile il paragone con la figura del molliccio della saga di Harry Potter…

Riassumiamo le forme più comuni.

FIGURE MINACCIOSE  GROTTESCHE

  • Mostri o demoni: il Guardiano della Soglia può apparire come un essere terrificante, un mostro, un demone o una creatura con caratteristiche animalesche e repulsive. Queste forme simboleggiano le paure primordiali, gli istinti repressi o gli aspetti oscuri dell’inconscio.
  • Orrende deformazioni: a volte assume sembianze umane ma orribilmente deformate, che riflettono la bruttezza interiore o la corruzione morale che l’individuo deve riconoscere e superare in sé stesso.
  • Figure incappucciate od ombrose: può manifestarsi come una figura indistinta, un’ombra minacciosa o un essere incappucciato che incarna l’ignoto e la paura di ciò che non si conosce.

RIFLESSO DI PAURE INTERIORI

  • Incarnazione dei vizi: per alcuni il Guardiano può prendere la forma del proprio vizio dominante: un’apparizione legata all’avidità, all’ira, alla lussuria o all’invidia.
  • Proiezioni dell’ombra: nella psicologia junghiana il Guardiano è spesso una proiezione dell’ombra personale, apparendo come ciò che l’individuo ha rifiutato o represso di sé stesso, e il suo aspetto è spaventoso proprio perché riflette parti di noi che non vogliamo vedere. Potrebbero essere la nostra codardia, la nostra aggressività, la nostra invidia o altre caratteristiche materializzate .

FIGURE INQUIETANTI MA NON NECESSARIAMENTE MALVAGIE

  • Un’apparenza comune ma sgradevole: in alcuni casi non è un mostro, ma una persona dall’aspetto sgradevole: un mendicante, un anziano decrepito o una figura che evoca un forte senso di disagio e repulsione. L’obiettivo non è spaventare fisicamente, ma indurre un senso di avversione o giudizio che l’adepto o il discepolo deve superare.
  • L’incarnazione della verità scomoda: può assumere l’aspetto di qualcuno che ci porta a una verità che non vogliamo sentire, o che ci mostra la nostra vulnerabilità.

DOVE E COME APPARE IL GUARDIANO DELLA SOGLIA?

Le modalità e i luoghi dell’apparizione del guardiano sono altrettanto vari e simbolici.

Possono presentarsi luoghi simbolici di transizione :

  • La soglia vera e propria. Spesso appare letteralmente sulla soglia di un nuovo regno o di una nuova fase: può essere l’ingresso di una caverna simbolo dell’inconscio, il confine di una foresta oscura, la porta di un tempio interiore o l’accesso a un luogo sacro o proibito.
  • In sogni o visioni: molto frequentemente l’incontro con il guardiano della soglia avviene in stati alterati di coscienza come sogni profondi, meditazioni intense, visioni indotte da pratiche spirituali o momenti di profonda introspezione. Questi sono i luoghi in cui la psiche può manifestare i suoi contenuti più profondi.
  • Momenti di crisi esistenziale: può manifestarsi in un momento di grande crisi personale, quando l’individuo è a un bivio nella vita e deve prendere decisioni difficili, che comportano un cambiamento radicale. La soglia in questo caso è un momento di transizione esistenziale .

MODALITA’ DI APPARIZIONE

In quali modi può apparire il guardiano della soglia?

  • Improvvisa e inaspettata: l’apparizione è spesso improvvisa e può cogliere l’individuo di sorpresa mettendolo immediatamente alla prova.
  • Con una prova o un interrogatorio : il Guardiano raramente attacca fisicamente, almeno nelle interpretazioni psicologiche; più spesso pone una domanda, un enigma, un dilemma morale o richiede una prova di valore, sincerità o determinazione. “Chi sei?” “Cosa cerchi veramente?”  “Sei degno di passare?” – sono domande tipiche.
  • Con una sensazione opprimente, anche senza una forma visibile, la sua presenza può essere percepita come un’ondata di paura, ansia o pressione, dubbio o scoraggiamento, che cerca di far desistere l’individuo.
  • Attraverso eventi esterni simbolici: a volte il Guardiano non è una figura ma una serie di ostacoli o “sincronicità” negative che sembrano impedire il progresso, spingendo l’individuo a riflettere sul suo intento e sulla sua preparazione.

In sintesi il Guardiano della Soglia è una manifestazione altamente personalizzata, un test che ci confronta con le nostre più grandi paure, con ciò che ci impedisce di progredire. La sua forma è spesso uno specchio delle nostre sfide interiori e il suo apparire è un invito, spesso terrificante, a un profondo auto esame verso un passo avanti nella propria evoluzione.

Chi ha parlato del Guardiano della Soglia in questi termini e descrizioni?

Rudolf Steiner (1861-1925), fondatore dell’antroposofia, è probabilmente colui che ha descritto in modo più dettagliato e sistematico il Guardiano della Soglia nel contesto dei suoi insegnamenti esoterici. Da “L’iniziazione o come si consegue la conoscenza dei mondi superiori” del 1904, che è uno dei suoi testi fondamentali, viene descritto il percorso del discepolo verso la conoscenza sopra sensibile e l’incontro con il “Piccolo guardiano della soglia” e, successivamente, con il “Grande guardiano della soglia”. Steiner li descrive non come entità esterne che appaiono improvvisamente, ma come manifestazioni delle proprie azioni passate (il piccolo guardiano) e come la somma delle proprie esperienze karmiche e la verità del proprio sé superiore (il grande guardiano). L’incontro è un momento di profonda crisi e purificazione in cui il discepolo deve affrontare la verità su se stesso e sulla propria relazione con il cosmo.

Steiner ha anche scritto una serie di drammi teatrali, tra cui “Il guardiano della soglia” (1912) in cui questa figura archetipica e i processi iniziatici vengono rappresentati scenicamente.

Carl Gustav Jung, il famoso psicologo, sebbene non abbia utilizzato la locuzione esatta “guardiano della soglia” con la stessa enfasi e definizione esoterica di Steiner, esprime in modo profondamente radicato il concetto nella sua psicologia analitica, in particolare nel contesto del “Viaggio dell’eroe”, che è stato poi reso popolare da Joseph Campbell, fortemente influenzato da Jung.

  • Archetipo dell’ombra: per Jung il guardiano della soglia può essere interpretato come una manifestazione dell’archetipo dell’ombra. L’ombra rappresenta gli aspetti repressivi, negati o non riconosciuti della personalità, come scritto poco sopra. L’incontro con il guardiano è il confronto con questa parte di sé , una sfida necessaria per l’integrazione e il processo di individuazione, ovvero il percorso verso la totalità e la completezza del sé.
  • Resistenza al cambiamento: in un senso più ampio, il guardiano della soglia nella psicologia junghiana simboleggia tutte le forze interiori (paure, ansie, nevrosi, attaccamenti) che oppongono resistenza al progresso psicologico e spirituale dell’individuo. Superare il guardiano significa affrontare e integrare queste resistenze.

Ci sono stati altri autori che hanno trattato il tema, come Edward Bulwer Lytton nel suo romanzo occulto del 1842 “Zanoni”. In questo romanzo viene introdotta una figura che può essere considerata un precursore del concetto moderno di guardiano della soglia, noto come il “Dweller of the Threshod”, l’abitante della soglia. Questo romanzo ebbe una grande influenza sugli ambienti esoterici successivi, come Madame Blavatsky, la fondatrice della teosofia, che riprese e sviluppò il concetto di abitante della soglia nei suoi scritti influenzata dall’autore.

Possiamo ricordare anche Tommaso Palamidessi, che nell’ambito dell’archeosofia , una disciplina esoterica italiana, nel “quaderno di archeosofia” numero 10 “I guardiani delle soglie e i cammino evolutivo”, pubblicato nel novembre del 1969, affronta il concetto di guardiano come un elemento fondamentale del percorso iniziatico. Nel contesto dell’archeosofia di Palamidessi, questi guardiani non sono necessariamente entità esterne o demoniache, ma possono essere manifestazioni della nostra stessa psiche, ostacoli interni che si frappongono al progresso della coscienza. I testo suggerisce che il cammino evolutivo è costellato da queste soglie sorvegliate da guardiani, che possono presentarsi in forme diverse, agire in maniera sottile e invisibile per ostacolare il cambiamento interiore . Palamidessi esplora la natura di questi guardiani sottolineando come spesso siano legati alla nostra personalità e ai nostri istinti di autoconservazione, che non desiderano che cambiamo . Si parla anche degli elementali come base per la creazione di questi guardiani, intesi come entità legate alla materia eterica, astrale e mentale. Il quaderno invita una profonda riflessione sulla costituzione occulta dell’uomo e sulla necessità di affrontare questi ostacoli interiori per proseguire nel cammino di crescita spirituale.

Da ricordare anche Eliphas Levi che, pur non avendo coniato il termine “guardiano della soglia” nella stessa accezione di Steiner, nei suoi scritti sulla magia cerimoniale sull’incontro con l’entità astrale e i pericoli del lato oscuro dell’occultismo sono contenuti elementi che possono essere interpretati come incontri con i guardiani o forze che proteggono i misteri o che mettono alla prova l’iniziato. Per Levi il guardiano della soglia non è tanto un’entità fisica esterna, quanto una manifestazione delle paure, dei dubbi, dei vizi e delle imperfezioni interiori dell’iniziato. E’ una sorta di ombra che si materializza o si percepisce nel momento in cui l’aspirante mago o studioso di esoterismo si avvicina a livelli di conoscenza o di coscienza superiori. In sostanza, il guardiano rappresenta le proprie debolezze e il proprio inconscio negativo. L’iniziato, nel suo percorso, è chiamato a confrontarsi con tutto ciò che lo limita, lo trattiene e lo inganna. Il guardiano è la personificazione di queste forze interiori, la prova della dignità per superare il guardiano, ma non è sufficiente la conoscenza teorica, quanto è necessaria una purificazione interiore, un’etica salda e una volontà incrollabile. Solo chi ha lavorato su se stesso, superando i propri limiti e le proprie illusioni, può passare oltre punto il limite tra il mondo ordinario e quello sopra sensibile: il guardiano si frappone fra la realtà comune e i piani superiori, proteggendo i segreti della magia e dell’occultismo da chi non è pronto a gestirlo e potrebbe abusarne. E’ una barriera che impedisce ai profani di accedere a conoscenze pericolose o di manipolare forze che non comprendono, un’opportunità di crescita: affrontare il guardiano non è solo un ostacolo, ma un momento cruciale di autoconoscenza e trasformazione. Superarlo significa integrare le proprie ombre e acquisire maggiore consapevolezza e potere sul proprio essere, Nei suoi scritti la figura del guardiano è legato alla necessità di una preparazione morale e spirituale imprescindibile per chiunque voglia addentrarsi nelle pratiche magiche ed esoteriche. Senza questa purificazione, il guardiano si presenterà in forme sempre più terrificanti, bloccando il progresso dell’iniziato o addirittura portandolo alla rovina.

Se il concetto di guardiano della soglia è antico e universale, ritrovabile nei miti e nei riti di passaggio, questi autori citati, in modo particolare Steiner e Jung, sono stati i primi autori dell’ambito esoterico moderno a fornire una profonda interpretazione esoterica e psicologica come archetipo dell’incontro del guardiano della soglia.

Mi sento di menzionare la Tavola VIII,  “La chiave del mistero”, tratta dalle Tavole di Smeraldo di Thoth l’atlantideo, in cui vengono menzionati i “guardiani o segugi della barriera”,  dai quali si può scappare solo lungo i circoli, attraverso movimenti curvilinei. In questa tavola Thoth descrive la sua esperienza di fuga da queste entità sottolineando che si muovono solo attraverso gli angoli, e che l’unico modo per sfuggire loro sia attraverso i movimenti curvilinei e circoli. Viene anche raccomandato di tornare al proprio corpo attraverso i circoli se si sente il “latrato di un segugio” mentre si è fuori dal corpo. Per quanto sia importante ricordare che le Tavole di Smeraldo siano una versione pubblicata da Maurice Doreal, considerata da molti un testo pseudo storico, i contenuti sono validissimi, e meritano attenzione e meditazione.

Le Tavole di Thoth verranno riprese in considerazione in seguito.

qui il relativo video sul mio canale you tube

Ogni bene.

Vania Nadia Franceschini

La lateralità biologica e Sun Tsu…

Oggi facevo una riflessione, o meglio, si sono incrociate una frase tratta da ” L’arte della guerra” di Sun Tsu e un’osservazione dedotta dalle 5 leggi biologiche.

Questa la frase:
“… Sull’altopiano invece trova un punto vantaggioso.Posizionati con le cime alla tua destra e il campo di battaglia di fronte: di fronte a te c’è la morte, dietro la vita”.

Abbi le alture alla tua destra e il campo di battaglia di fronte fa riferimento al modo in cui l’esercito era equipaggiato a quell’epoca: infatti, il lato destro di un esercito era il più vulnerabile alle frecce, perché lo scudo si portava sulla sinistra.

I destrimani usano la spada o l’arma di attacco a destra e la difesa, lo scudo, a sinistra ed essendo costoro percentualmente la maggioranza, si spiega la vulnerabilità sul lato della difesa. Per i mancini la lateralità degli strumenti tra attacco e difesa sono invertiti, perciò, se ci fosse stata disponibilità, sarebbe stato utile coprire il lato destro con soldati mancini.
Anche in biologia i mancini sono i sostituti alla debolezza dei destrimani, che vivono il conflitto di territorio risolvendo con l’infarto, per cui sono poco vulnerabili su quel tipo di conflittualità.

Le 5 leggi biologiche sono vere in quanto riflettono le leggi di natura: in questo caso abbiamo un esempio tipico della legge di polarità.

Le sette regole di Paracelso per una buona salute

Riprendendo l’argomento sulle origini della malattia, diamo uno sguardo speciale ai sette principi di Paracelso per costruire e mantenere una buona salute, un numero regolato in base ai sette principi o geni planetari o 7 archetipi principali. Le sette regole per la salute di Paracelso si basano su una visione olistica dell’essere umano dove corpo, mente e spirito sono interconnessi, legati al reciproco stato di armonia.

PRIMO PRINCIPIO: L’ARIA PURA E LA LUCE DEL SOLE

Paracelso enfatizzava l’importanza di vivere in un ambiente con aria fresca e pulita e di esporsi alla luce solare. All’epoca questa era una consapevolezza notevole, dato che molte malattie erano associate a condizioni igieniche precarie e ambienti chiusi. L’aria viziata l’era vista come una fonte di tossine e la luce solare come una forza vitale e purificatrice essenziale per il benessere fisico e mentale. Noi sappiamo oggi, da ricerche scientifiche recenti (ma vi dico che ancora ne devono fare e ne faranno e tante cose verranno alla luce perché la medicina dovrà adeguarsi a quelle che sono le leggi di natura e le leggi divine che organizzano tutto il cosmo) che la luce del sole è davvero tanto benefica per lo spirito, per l’anima quanto per il corpo: sappiamo che è uno dei migliori disinfettanti e sterilizzanti per noi e l’ambiente, che è indispensabile per sintetizzare la vitamina D all’interno dell’organismo di molti viventi, che è un nutrimento sottile e che può cambiare lo stato d’animo e dell’umore. Nei luoghi in cui per lunghi periodi dell’anno manca la luce solare aumentano i casi di tristezza, di depressione e di suicidio. Provate a immaginarvi di vivere senza la luce solare e quanto questo aspetto possa influire sulla qualità della vita…

Il sole è in alchimia e in astrologia corrisponde alla vitalità, a quell’ essere cosciente, radiante e pieno di vita, che emana da se stesso per gli altri.

Anche l’aria è un ovvio principio fondamentale, ma deve essere pura, libera da miasmi. Nell’aria risiede il prana, il chi, l’energia del soffio vitale.

SECONDA REGOLA: L’ACQUA PURA

Bere acqua di buona qualità era fondamentale per Paracelso:  l’acqua era considerata un elemento purificatore e un veicolo essenziale per la vita, e assicurarsi che l’acqua fosse priva di contaminazioni e se possibile proveniente da sorgenti naturali, era visto come cruciale per mantenere l’equilibrio interno del corpo e favorire l’eliminazione delle scorie. Provate a pensare un attimo: acqua proveniente da sorgenti naturali… quale memoria di natura e salute può trasportare con sé?  Per quanto riguarda la materia siamo composti da più del 70 % di acqua nel nostro corpo e, da un punto di vista di massa, da più del 90 %: stiamo parlando dell’elemento fondamentale della nostra struttura fisica.

 TERZA REGOLA: ALIMENTAZIONE SANA

L’alimentazione naturale e sobria è fondamentale,  la dieta deve essere naturale e semplice e soprattutto senza eccessi. Paracelso sosteneva l’importanza di consumare cibi non manipolati, freschi e di stagione. Oggi  sarebbero da evitare cibi raffinati, troppo elaborati o in quantità eccessive, in compagnia del principio cardine della moderazione, vera chiave per non sovraccaricare il corpo e mantenere un metabolismo efficiente: il buon vecchio senso della misura. Inevitabili i paragoni con la buona pratica dei digiuni, che siano leggeri o come quello intermittente, che senz’altro rientrano nel tema della sobrietà.

QUARTA REGOLA: SONNO E RIPOSO ADEGUATI

 Il corpo ha bisogno di un riposo sufficiente e di un sonno di qualità per rigenerarsi. Paracelso riconosceva che il sonno non è solo un periodo di inattività ma un momento essenziale per il recupero dell’energia fisica e mentale, per la riparazione dei tessuti, il riequilibrio dei sistemi corporei. Il rispetto dei ritmi naturali del corpo era ed è cruciale: noi sappiamo che viviamo secondo i cicli circadiani: abbiamo una fase diurna attiva  in cui prevale il sistema simpatico e una fase notturna in cui prevale il sistema parasimpatico o vagotonico,  per cui si manifesta la dualità anche in questi aspetti del ciclo di vita.  La quotidianeità frenetica che accompagna i nostri tempi tiene poco conto dell’importanza di un corretto riposo e delle giuste ore di sonno, mentre già anticamente era noto, per esempio nella medicina tradizionale cinese, come al cambiare delle ore cambiavano le fasi dedicate a un organo specifico, al suo recupero e riparazione.

QUINTA REGOLA: ESERCIZIO FISICO MODERATO

E’ fondamentale mantenere il corpo in movimento attraverso un esercizio fisico regolare ma non eccessivo, oggi lo sappiamo bene, e per Paracelso questo era un altro pilastro importante.  L’attività fisica viene vista come un modo per mantenere la vitalità, migliora la circolazione, rafforza il corpo e previene la stagnazione delle energie. Questi concetti ancora una volta sono centrali in  medicina tradizionale cinese, ma lo erano anche per il medico svizzero: l’equilibrio tra attività e riposo è sempre stato un punto focale, in quanto l’energia non è mai statica, non è mai ferma, è sempre in movimento e trasformazione, come anche veicolo di informazione. La vita è un continuo divenire, non possiamo stagnare: diventeremmo come le acque putride di una palude.

SESTA REGOLA: EQUILIBRIO DI EMOZIONI E MENTE

Paracelso era fermamente convinto che la salute non dipendesse solo dal corpo ma anche dalla mente e dalle emozioni, e su questi temi ho già scritto in precedenza, evidenziando come la mente, i pensieri e le emozioni siano il luogo di origine di malattia: stress, traumi, ansia, rabbia e pensieri negativi  possono avere un impatto devastante sulla salute fisica. Mantenere uno stato di calma e tranquillità interiore il più possibile è di grandissimo aiuto, come  la gioia  o un atteggiamento positivo verso pensieri buoni era considerato tanto importante quanto la cura del corpo. Oggi siamo di fronte ad una dedizione totale alla cura del corpo, mentre per l’interiorità la cura è alquanto superficiale.

SETTIMA REGOLA: LA FORZA SPIRITUALE E IL CONTATTO CON LA NATURA

Questa regola spesso interpretata in diversi modi si riferisce alla necessità di nutrire lo spirito e di mantenere un senso di armonia con la natura e col cosmo. Per Paracelso la vera salute derivava anche dalla connessione con qualcosa di più grande di sé, dalla ricerca di significato e dalla consapevolezza del proprio posto nell’universo. Passare tempo nella natura e apprezzarne la bellezza poteva contribuire a questo equilibrio spirituale.

 

In sintesi, le regole di Paracelso ci invitano a vivere in armonia con la natura, i suoi cicli, i suoi ritmi e con ciò che può offrire, a prenderci cura del nostro corpo attraverso scelte consapevoli: aria pulita e respirazione, luce solare vitalizzante, acqua pura, cibo sano e semplice, equilibrio tra movimento e riposo, e a coltivare la serenità mentale e soprattutto spirituale. La sua filosofia anticipava molti dei principi della medicina moderna, soprattutto olistica, ponendo l’accento sulla prevenzione e sull’armonia come chiavi della salute. Paracelso anticipava il concetto di prevenzione come frutto di uno stile di vita a più dimensioni, dando indicazioni semplici e utili per imparare a stare al mondo in modo sano.

Vania

Paracelso diceva…

“Colui che non sa niente, non ama niente. Colui che non fa niente, non capisce niente. Colui che non capisce niente è sgradevole, ma colui che capisce, ama, vede, osserva… La maggior conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore. Chiunque creda che tutti i frutti maturino contemporaneamente come le fragole non sa nulla dell’uva.”

“Non sia di altri chi può esser di se stesso”.

“La natura causa e cura le malattie, ed è quindi necessario che il medico conosca i processi di Natura, l’uomo invisibile al pari dell’uomo visibile”.

“L’immaginazione può creare la fame e la sete, produrre secrezioni Anormali e causare malattie”.

“Il ciarlatano studia le malattie negli organi colpiti, dove non trova altro che effetti già avvenuti, e resta sempre un ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie, studia l’uomo universale”.

“Se conosciamo l’anatomia dell’uomo interiore, possiamo vedere la natura delle sue malattie al pari dei rimedi. Ciò che vediamo con gli occhi esterni è l’ultima materia.”

Paracelso