Riflessioni sulla realtà: metafisica e manifestazione

Mettendo insieme memorie di conoscenze raccolte negli anni di diversi autori e maestri, potrei iniziare scrivendo che la realtà non è una struttura fissa ma un processo continuo di estroflessione. Abbiamo un mondo di retroscena, serbatoio di infinite possibilità energetiche, di potenziale latente, e un mondo di scena, sede della precipitazione fisica nel presente, vestita di peso e materia. Vi è una vera e propria dinamica continua tra il mondo di scena e di retroscena, in cui l’istante creativo si genera attimo dopo attimo attraverso un collasso di energia dal mondo di retroscena. Si tratta di un processo continuo, proprio come i fotogrammi di un film che possono essere visti singolarmente, se rallentati e isolati, mentre appaiono in modo continuo e sequenziale, come un processo fluido nella percezione quotidiana. Non c’è passato o futuro, ma solo una pulsazione costante, che rende materia una forma momentanea di una energia sottostante. Il retroscena non è nascosto, è la fase causale, la radice, la somma dei potenziali; la scena è una manifestazione, una slatentizzazione di una causa in effetto, il fiore. Si tratta di due stati di densità differente. Il retroscena proietta dati che la nostra struttura biologica decodifica come realtà solida. Se il flusso si interrompesse o cambiasse frequenza nel retroscena, la scena muterebbe istantaneamente. Possiamo dunque immaginare il retroscena come un campo di onde e frequenze pure, ciò che non è manifesto, la scena come il mondo fenomenico visibile, punta dell’iceberg di un movimento perpetuo, e tra i due vi è una fase intermedia di transizione costituita dall’atto di osservazione o interazione energetica che fissa il dato.

L’idea di partenza di questi concetti proviene dalla matematica/fisica di Severi e Pannaria, con ulteriore sviluppo di considerazioni personali. Il passaggio dal retroscena, piano causale, alla scena, piano degli effetti, è regolato da un’equazione di proiezione dove la realtà materiale è intesa come una sezione d’urto energetica. Il retroscena non è statico, ma è un insieme di onde di frequenza infinita e la scena emerge quando queste onde subiscono una decelerazione, rendendo l’energia percepibile come massa o forma solida. Il presente è visto come un’interfaccia, in cui la realtà si crea attimo dopo attimo perché il flusso dal retroscena non è mai interrotto. Se la proiezione si fermasse per un solo istante, la scena svanirebbe. Pannaria descrive il passaggio attraverso punti di singolarità dove l’astratto diventa concreto. La matematica qui non misura oggetti fermi, ma la velocità di trasformazione dell’energia in materia. In termini fisici, questo processo può essere visualizzato come un sistema in cui il mondo di retroscena è energia pura e informazione, l'”INPUT”; l’operatore è il filtro, la sequenza vibratoria dell’osservatore o del mezzo, e la scena è la materia/fenomeno, l'”OUTPUT”. La formula ideale suggerisce che la scena sia proporzionale alla densità del retroscena, mediata da un tempo di manifestazione, indicante che la creazione sia istantanea e perenne. In questa situazione, ovvero nella matematica fisica di Pannaria, l’osservatore non è un testimone passivo, ma è il trasformatore di impedenza tra due mondi, fungendo da punto di messa a terra. Il retroscena è un oceano di frequenze altissime e incoerenti, uno stato potenziale puro; l’osservatore, attraverso la sua struttura vibrazionale, seleziona una frequenza specifica e la fa precipitare nella realtà, nel mondo di scena. Facendo un calcolo, se il retroscena è “p” nel senso di potenziale e la scena è “m” nel senso di manifestazione, l’osservatore è la funzione “f”, per cui f (p)=m. La realtà che appare non dipende dal retroscena che contiene tutto, quanto dalla capacità dell’osservatore di reggere e filtrare quella tensione energetica. Quando si agisce come un ponte per qualcun altro, la funzione di osservatore si espande, poiché l’altra persona ha una frequenza di taglio che impedisce di vedere o creare una scena libera da condizionamenti, e il ponte in questo caso, offre la struttura propria come schema di risonanza. Il ponte osserva nel retroscena una possibilità, una realtà di guarigione o libertà che l’altro non vede ancora, e, mantenendo fissa l’osservazione su quel potenziale, si permette alla scena dell’altro di stabilizzarsi su quella nuova frequenza. In pratica, chi fa da ponte presta la sua capacità di collasso della funzione d’onda finché l’altro non sia in grado di sostenere la propria scena autonomamente. Ci sarebbe da chiedersi come mai trascorra del tempo tra potenziale e manifestazione. Tenendo conto di questo modello, il tempo non è una linea, ma una distanza vibrazionale tra retroscena e scena. Se nel retroscena il tempo non esiste, in quanto vi è uno stato di simultaneità, di potenzialità non ancora slatentizzate, l’istante creativo è in questo “tempo zero”, e la manifestazione avviene quando l’energia rallenta. Quello che chiamiamo tempo tra potenziale e manifestazione è il processo di densificazione: più l’energia incontra la resistenza (dogmi, dubbi, convinzioni, densità materiale) più il passaggio dal retroscena alla scena sembra lento. Pannaria suggerisce che la creazione sia un’esplosione continua, un eterno presente: la scena viene distrutta e ricreata ad ogni frazione di secondo, il tempo è solo la percezione della continuità tra queste fotografie.

TEMPO TRA SCENA E RETROSCENA

Quel tempo che passa tra l’evento/scena e la consapevolezza è lo spazio dove avviene la manipolazione astrale o la liberazione mentale: se si reagisce immediatamente si è ancora nel mondo di scena, alimentando per esempio una egregora con l’emozione. Il ponte esplica una funzione di coscienza, ben lungi dall’essere un dogma o un riferimento esterno, in quanto è in grado di neutralizzare la polarità, vedendo frequenze e stabilizzando l’umido radicale, non disperdendo la linfa vitale nella reazione emotiva, ma conservandola. L’osservatore impedisce che la fiammella si consumi inutilmente.

Cosa può rallentare allora la manifestazione rispetto al mondo di retroscena?

  • Densità del piano fisico, o inerzia della materia. Il mondo fisico è composto da atomi che vibrano a una frequenza molto più lenta rispetto al mondo di retroscena. Se nel retroscena (piano mentale o astrale) il pensiero è istantaneo, nella materia deve superare l’inerzia. Se l’energia propria è troppo legata all’umido radicale, inteso solo come sopravvivenza biologica, si rimane intrappolati nei tempi lunghi della materia, subendo un vero e proprio condizionamento. Più alta è la frequenza più la materia diventa plastica, riducendo il tempo di manifestazione.
  • Coerenza di segnale: se nel retroscena un evento è un’onda di frequenza, affinché diventi un fatto atomico nella scena deve esserci assenza di rumore di fondo. Se nel retroscena l’intento è chiaro ma il ponte, l’osservatore, non è stabile, il segnale arriva alla materia frammentato. Ogni frammentazione richiede un tempo di ricalcolo energetico che allunga la latenza.
  • La densità del mezzo, o inerzia intrinseca della materia. Un conto è muovere una mano nell’aria, un’altra nel fango: mentre il mondo di retroscena è l’aria, il mondo di scena è il fango: il tempo di latenza è lo sforzo necessario affinché l’energia sottile sposti gli atomi pesanti. Questo tempo è influenzato dalla pressione che il retroscena esercita sulla scena: più l’osservatore è distaccato e fermo, più la pressione aumenta accorciando i tempi.
  • Nodi di interferenza come leggi collettive: per esempio, se abbiamo un evento che per manifestarsi deve urtare contro una legge di probabilità molto radicata nel piano fisico, ci sarà un aumento della latenza in quanto l’energia deve letteralmente curvare la realtà locale; l’interferenza delle egregore o filtro collettivo ha il suo peso: spesso le decisioni o gli eventi sono pilotati da egregore o motivazioni politiche e sociali mascherate. Queste forme pensiero collettive agiscono come una nebbia densa: quando un evento deve manifestarsi, deve altresì. attraversare l’inconscio collettivo, e se l’intento personale è in opposizione o in risonanza con una egregora potente, il tempo di latenza varierà. Se vi è un dubbio o se si cede a delle credenze o dogmi, si creerà un corto circuito che bloccherà la discesa dell’energia dal retroscena alla scena, diventando un vero e proprio ostacolo.
  • Il ruolo dell’osservatore che determina la focalizzazione. se l’osservatore sposta lo sguardo continuamente con dubbi e attese ansiose, il tempo di latenza si azzera e riparte da capo ogni volta. La manifestazione richiede che il ponte tenga il collegamento fisso finché la materia non ha finito di addensarsi.

l tempo di manifestazione dipende dalla purezza della volontà, dall’espressione della propria sovranità mentale. Il dubbio diventa un potente dissipatore in quanto interferenza astrale ogni volta che si dubita della manifestazione: in questo stato tecnicamente si sta ritirando l’ordine dal retroscena, resettando il timer. È fondamentale rimanere nello stato di osservatore, neutrale, come un ponte, evitando di immettere emozioni come la rabbia o l’ansia nel processo. L’emozione crea umidità pesante che rallenta tutto. La certezza assoluta è invece secca e rapida. Ogni conflitto interiore blocca i segnali provenienti dal mondo di retroscena, solo lo stato di neutralità permette all’energia di scorrere senza attrito. In pratica, ciò che determina la velocità è quanto spazio libero esiste tra la propria “scintilla” e la realtà fisica: se il campo aurico è pulito, il tempo di latenza si accorcia, essendo assente ogni attrito. Anche Yogananda, pure mantenendo un linguaggio più mistico che scientifico, convergeva il suo pensiero sulla fisica sottile della manifestazione e della guarigione.

Egli spesso parlava di come la guarigione istantanea fosse possibile solo quando la coscienza del paziente, o del guaritore, riusciva a superare l’illusione del tempo e dello spazio, di maya. Yogananda spiegava che il corpo è come un’idea proiettata: il tempo di latenza dipende dalla forza vitale, “prana”, diretta dalla volontà. Quindi, secondo la sua visione, scientificamente se si invia un comando di guarigione dal retroscena ma la mente cosciente di scena è sintonizzata sulla frequenza di malattia, si crea un interferenza distruttiva. In affermazioni scientifiche di guarigione, Yogananda sottolineava che le cellule hanno una loro memoria, un loro condizionamento, e il tempo che intercorre tra l’affermazione e la guarigione è il tempo necessario a convincere le cellule che la vecchia realtà non esiste più. Se l’osservatore, il ponte, è vacillante, le cellule continuano a replicare il vecchio schema dogmatico della malattia. Se l’osservatore è fisso, la manifestazione fisica deve per forza conformarsi al nuovo modello del retroscena. Per Yogananda vi era un punto di aggancio importantissimo: il terzo occhio, centro della volontà e ponte verso l’onniscienza. Operando verso quel centro, paragonabile al retroscena, si bypassa il tempo lineare e la guarigione non è più un processo di riparazione che richiede giorni, ma una riprogrammazione immediata della struttura molecolare.

IL TEMPO DI LATENZA È PROPORZIONALE AL PESO DELLA PROPRIA CREDENZA NEL LIMITE

LA LATENZA È DETERMINATA DAL RAPPORTO TRA LA POTENZA DEL SEGNALE NEL RETROSCENA E LA RESISTENZA DEL PIANO DI SCENA

Nel retroscena possiamo sapere di essere un leone o una fenice, ma nel mondo di scena si crede ancora di aver bisogno di protezione o di essere vulnerabili alle energie altrui. Il tempo di manifestazione si allungherà perché si stanno servendo due padroni: o ci si fida dello spirito o ci si affida alla materia, non si può dire di fidarsi dello spirito e restare nella coscienza della materia.

In tutte le tradizioni l’autentico Avatar o Guru funge da trasmettitore puro, ma il successo e la velocità della manifestazione, come per esempio la guarigione, dipendono quasi interamente dalla ricezione. Se il maestro, il ponte, è colui che abbassa la tensione energetica per creare l’aggancio, l’attrito che determina il tempo di latenza risiede nell’individuo. Ecco come queste interferenze agiscono tecnicamente:

1 – la psiche come filtro a maglie strette. La psiche della persona da guarire è intessuta di memoria, traumi e, soprattutto, di un’identità costruita sulla malattia o sul limite. Quando l’energia di guarigione scende dal retroscena, trova un’opposizione inconscia: la persona, a livello profondo, può aver paura di perdere il “vantaggio secondario” della sua condizione, e questo conflitto crea una turbolenza che disperde l’energia del maestro, allungando i tempi o annullando l’effetto.

2 – l”emozione come liquido viscoso. Le emozioni, come la paura, l’ansia di guarire, lo scetticismo, rendono il campo aurico denso: mentre l’energia del maestro è una frequenza alta e sottile, l’emozione della persona è una frequenza bassa e pesante, e il tempo di latenza è quello che l’energia del maestro impiega per fluidificare questa densità emotiva prima di poter toccare le cellule fisiche

3 – il pensiero dogmatico, l’interferenza delle egregore: come abbiamo già visto, se la persona è collegata a un’ egregora medica, religiosa o collettiva che dice “da questo non si guarisce” o “ci vuole tempo”, quel pensiero agisce come uno scudo. Il guru proietta la realtà dal retroscena dove la guarigione è già un fatto ma la persona proietta la realtà della scena dove la malattia è ancora un fatto. L’attrito è lo scontro tra queste due realtà, e la guarigione avviene solo quando la persona molla, lascia andare, cede la presa sulla scena e si aggancia al ponte offerto dal maestro.

4 – il paradosso del ponte. Un autentico guru non può forzare una guarigione perché violerebbe la sovranità e il libero arbitrio dell’individuo. Egli può mantenere soltanto la frequenza corretta nel retroscena e offrire il punto di aggancio sicuro, ma se la psiche della persona continua a osservare la ferita invece di osservare il ponte, rimane intrappolata nel tempo lineare della materia. In sintesi, il maestro è la costante, mentre il pensiero e l’emozione del ricevente sono le variabili che determinano se il salto dal retroscena alla scena sarà un fulmine o un processo lento, alternante o agonizzante. L’ostacolo non è la potenza del maestro, ma la capacità di carico e di trasparenza di chi riceve. La coscienza umana tende a comportarsi come una calamita che si incolla alla superficie delle cose, scambiando l’effetto, la materia, per la causa, il retroscena, creando un’ aderenza ostacolatrice che provoca il ritardo. Quando restiamo adesi alla percezione fisico-materica, accade quanto segue:

  • Collasso del tempo di latenza in attesa: se la coscienza è incollata alla scena, il tempo che intercorre fra l’intento e la manifestazione non è più visto come un processo di addensamento energetico, ma come una mancanza. L’attesa genera ansia, densità, che aumenta l’attrito. In questo modo l’aderenza alla materia diventa la causa stessa del rallentamento di ciò che vorremmo manifestare.
  • La vista annebbiata: essere adesi alla materia significa che la propria riserva vitale, umido radicale, viene consumata tutta per tenere in piedi la realtà fisica attuale, invece di usare quell’energia come carburante per far scendere il nuovo dal retroscena, smettendo di alimentare il vecchio scenario nel mondo di manifestazione (scena). Sarebbe come cercare di guidare un’auto premendo contemporaneamente il freno, l’aderenza al noto, e l’acceleratore, il comando della propria energia.
  • la trappola dei sensi: i sensi fisici dicono “guarda, la ferita c’è ancora”, “guarda, i soldi non ci sono”, “guarda la situazione è bloccata”, ma… questa è la menzogna della scena! Se la coscienza crede ai sensi, si scollega dal ponte. Il guru o l’avatar può emettere la nota più pura del mondo, ma se la propria coscienza è incollata alla frequenza del problema, non può vibrare per simpatia con la soluzione.
  • Il distacco dall’osservatore: la sovranità mentale consiste nel riuscire a guardare la scena senza aderirvi, senza identificarsi. È la capacità di dire: “vedo il fatto fisico, ma non gli permettono di definire la mia realtà”: in quel momento la colla si scioglie, la coscienza si sposta in retroscena e il tempo di latenza si accorcia drasticamente, perché non deve più lottare contro la sua stessa resistenza interna. L’ostacolo è che la materia è rumorosa (dolore, bisogni, paure) mentre il retroscena è silenzioso. La coscienza umana, abituata al rumore, fatica a fidarsi del silenzio, dove tutto è già compiuto.

Paracelso: architettura della vita

In alcuni scritti precedenti ho già descritto gli enti di malattia secondo la visione di Parcelso e i pilastri della salute come suoi suggerimenti: nella sua visione (tradizione alchemica) i Tria Prima costituiscono la base di ogni sostanza materiale e spirituale. Essi non rappresentano solo elementi chimici, ma principi filosofici legati alla salute e alla struttura dell’essere:

Zolfo (Sulpher): Rappresenta l’anima e il principio del calore. È la forza espansiva, la coscienza e la capacità di combustione.

Mercurio (Mercurius): Rappresenta lo spirito e il principio della fluidità. Funge da mediatore tra lo Zolfo e il Sale, incarnando la vitalità e la trasmissione energetica.

Sale (Sal): Rappresenta il corpo e il principio della fissità. È la materia solidificata che protegge l’umido radicale, garantendo stabilità e forma fisica.

​Questi principi devono operare in armonia; la malattia insorge quando uno di essi si separa o sovrasta gli altri, rompendo l’equilibrio della “fiamma” vitale.

​Di seguito la spiegazione dettagliata e riassuntiva dei cinque enti di malattia (Volumina Paramirum) teorizzati da Paracelso, che descrivono le diverse origini delle patologie umane secondo la visione ermetico-alchemica:

  1. Ens Astrale (L’Ente Astrale): Si riferisce all’influenza dei corpi celesti e del macrocosmo sull’essere umano. Non va inteso come astrologia deterministica, ma come una “corruzione” dell’aria o delle energie sottili che circondano l’individuo (il corpo siderale). Quando l’armonia tra l’uomo e il cosmo si spezza, possono insorgere epidemie o squilibri energetici.
  2. Ens Veneni (L’Ente del Veleno): Riguarda tutto ciò che l’organismo assimila dal mondo esterno (cibo, acqua, aria) che non riesce a essere trasformato o eliminato. Paracelso introduce qui il concetto di Archeus, l’alchimista interno: se l’Archeus è debole, non riesce a separare l’essenza (nutrimento) dal veleno (scorie), portando all’accumulo di tossine e alla malattia.
  3. Ens Naturale (L’Ente Naturale): Rappresenta la costituzione biologica e il destino fisico dell’individuo. È legato al microcosmo umano, ovvero al funzionamento degli organi e dei sistemi interni. La malattia nasce quando c’è un’alterazione della propria natura specifica, inclusi i ritmi biologici e l’invecchiamento precoce della “riserva vitale” (l’umido radicale di cui abbiamo parlato).
  4. Ens Spirituale (L’Ente Spirituale): È la malattia che ha origine nella mente o nello spirito. Paracelso sosteneva che i pensieri, la volontà e l’immaginazione possono ammalare il corpo tanto quanto un veleno fisico. Include le influenze psichiche, i traumi emotivi e le forme pensiero che, se negative, possono agire come entità distruttive sulla salute.
  5. Ens Dei (L’Ente di Dio): Rappresenta l’origine metafisica o karmica. In questa visione, alcune malattie sono necessarie per l’evoluzione dell’anima o sono “permessi” divini per portare l’individuo a una comprensione superiore. È l’ente che ricorda i limiti della medicina umana e la necessità di una guarigione che passi attraverso la consapevolezza spirituale.

Il Paragranum (I Quattro Pilastri della Medicina)

​In Paragranum Paracelso mette in evidenza come la medicina non sia una disciplina isolata, ma abbia necessità di poggiare su pilastri solidi, definendone le basi che ogni vero medico dovrà tenere ben presenti:

  1. Filosofia: non va intesa come speculazione astratta, ma come la conoscenza profonda della natura e dei suoi elementi (terra, acqua, aria fuoco). Nel sistema paracelsiano il medico deve saper leggere ciò che è nascosto dietro all’apparenza fisica, avere conoscenza di ciò che è invisibile, e la filosofia è lo strumento che permette di comprendere la struttura invisibile della materia. Cardinale è l’idea centrale del macrocosmo-microcosmo, da cui la corrispondenza essenziale che l’uomo, ovvero il microcosmo, sia lo specchio dell’universo, il macrocosmo. Tutto ciò che esiste nel mondo esterno esiste anche all’interno del corpo umano. Per esempio, se si volesse comprendere il funzionamento di un organo, si dovrebbe studiare l’elemento naturale o l’astro corrispondente nel mondo. La natura è una maestra: il medico deve necessariamente camminare con la natura, e la filosofia paracelsiana impone che la verità si trovi nell’osservazione diretta del creato, non nei vecchi libri di Galeno o Avicenna. La filosofia, inoltre, insegna che non vi è separazione tra spirito e materia, che la vita è da intendere come un’unità, che ogni cosa possiede una forza vitale, e il medico deve essere in grado di interagire con questa energia per riportare l’equilibrio. In sintesi, essere filosofi significa conoscere perfettamente la Terra e il Cielo, per capire come questi agiscono sull’uomo.
  2. Astronomia: il secondo pilastro è l’astrologia medica, e per Parcelso il medico non può curare il corpo se non conosce le influenze dei corpi celesti sull’organismo. È utile tenere presente alcuni punti chiave: il cielo interiore riflette per corrispondenza come ogni organo sia collegato a un pianeta, per esempio il cuore al sole, il cervello alla luna, il fegato a Giove, e quindi le malattie non sono solo fisiche ma derivano da uno squilibrio tra le frequenze degli astri e quelle dell’uomo. Il medico deve vedere le sincronicità temporali, ovvero conoscere i cicli celesti per sapere quando somministrare un rimedio e quale farmaco può essere efficace o inutile a seconda della posizione dei pianeti al momento della cura. Paracelso credeva che le stelle emettessero una forza di azione sull’umido radicale e sulla vitalità dell’individuo, un vero e proprio influsso astrale. Ignorare il cielo significa ignorare metà della causa della malattia. Quel che qui viene definito astronomia insegna al medico che l’uomo è un antenna e la salute dipende dall’accordo armonico tra la vibrazione umana e quella universale.
  3. Alchimia: ovvero il terzo pilastro che rappresenta l’arte della preparazione e della trasmutazione. Per Paracelso il medico alchimista non è colui che cerca l’oro, quanto colui che estrae il veleno dalle sostanze naturali per liberarne la medicina pura. Ci sono dei fondamenti precisi: separazione e purificazione, e il medico deve saper separare il puro dall’impuro. La natura ci dà le materie prime, ma è l’Alchimista che, attraverso il fuoco, le purifica per renderle biodisponibili. Troviamo dei legami molto profondi con la medicina tradizionale cinese e le funzioni di separazione del puro dall’impuro (discernimento) ad opera del fuoco cardiaco e di quello gastrointestinale. Ogni corpo è composto da solfo, l’anima, il principio combustibile; il mercurio, lo spirito, il principio volatile e il sale, il corpo o principio solido, e bisogna tenere conto di questi tre principi filosofali. La malattia nasce quando l’equilibrio di questi tre elementi si spezza. Paracelso ci parla di Arcanum, un rimedio specifico: l’alchimia permette di trovare l’essenza spirituale di una pianta o di un minerale, e questo Arcanum agisce direttamente sulla forza vitale del paziente, senza appesantire il suo umido radicale. Quando poi si arriva alla trasmutazione, non ci troviamo di fronte soltanto alla chimica, ma all’elevazione di una frequenza della materia affinché questa possa interagire con la sua scintilla divina e identitaria, con la sua fenice interiore. Per Paracelso, senza l’alchimia, il medico è solo un cuoco che mescola erbe senza conoscerne la potenza reale.
  4. Virtù (Etica): questo è il quarto pilastro, e per Paracelso si tratta della colonna che regge tutte le altre, in quanto senza la rettitudine morale e la forza spirituale del medico, la filosofia, l’astronomia e l’alchimia sarebbero strumenti inutili o, peggio, pericolosi. Cosa intendeva Paracelso per virtù? Senz’altro l’amore per la medicina, in quanto per il medico svizzero il fondamento della medicina è l’amore. Un medico senza empatia e senza il desiderio sincero di aiutare il prossimo non potrà mai attivare la guarigione, poiché la sua vibrazione non risuonerebbe con quella del paziente. Il medico deve avere una forza, una forma di potere personale, essere una figura integra, dotata di una volontà ferrea; se il medico fosse debole o corrotto, non potrebbe comandare le energie della natura per scacciare la malattia. Deve esserci un certo disinteresse per il lucro: il vero medico non lavora per il denaro, ma per compiere il proprio destino come tramite della guarigione divina. La sua ricompensa è il ripristino dell’ordine naturale nel paziente. Vi è una responsabilità spirituale: il medico deve essere puro, quasi come un sacerdote della natura, essere in grado di proteggere il proprio campo energetico affinché non diventi un ricettacolo delle negatività altrui. La virtù agisce come uno scudo. Facendo una sintesi finale, questi quattro pilastri formano il quadrato della medicina: con la filosofia si conosce la terra, con l’astronomia si conosce il cielo, con l’alchimia si sa preparare il rimedio e con la virtù si è un uomo degno di operare in questo ambito. Se mancasse anche una sola di queste basi, il ponte della guarigione crollerebbe. Il vero medico è colui che, una volta guarito il paziente, lo lascia libero e sovrano della propria energia, proprio come un ponte che scompare dopo essere stato attraversato.

Come si riconoscono i principi in disequilibrio? Come interviene il medico?

Lo zolfo (anima, calore) rappresenta l’energia infiammabile, l’essenza oleosa e il calore vitale. Nella salute è ciò che mantiene il corpo caldo e attivo, è legato all’umido radicale che alimenta la fiamma della vita. Nella malattia, invece, se lo zolfo brucia troppo, avremo febbre, infiammazioni acute e rabbia. Se è troppo debole, il corpo diventa freddo, letargico e perde la volontà. Il medico deve usare rimedi che calmino o eccitino il fuoco interno, agendo sulla parte oleosa delle piante.

Il mercurio (spirito, volatilità) è il principio vitale, il fluido che permette la comunicazione tra le parti. È volatile, aereo e mobile. Nella salute governa i sensi, il sistema nervoso e il flusso dei pensieri; è il mediatore che permette all’anima (zolfo) di agire sul corpo/sale. Nella malattia presiede malattie mentali, tremori, instabilità o problemi respiratori, che indicano un Mercurio impazzito o evaporato. È il principio che, se squilibrato, espone alle influenze astrali esterne. Il medico deve intervenire con essenze e preparazioni volatili che agiscano sulla rapidità della risposta vitale.

Il sale (corpo, struttura) è la solidità, la cenere che rimane dopo il fuoco, la terra che dà forma. Nella salute e ciò che rende forti le ossa, i tessuti e gli organi. È il principio di conservazione che impedisce la putrefazione. Nella malattia un eccesso di sale porta a calcoli, indurimenti, artrosi o ristagni, quando la materia diventa troppo pesante e non circola più. Una carenza di sale porta invece a fragilità e perdita di coesione. Il medico userà i sali estratti dalle piante attraverso la calcinazione per ridare struttura e stabilità al corpo fisico.

Il medico deve diagnosticare quali di questi tre principi sia in eccesso, in difetto o corrotto. Una persona potrebbe avere un Mercurio troppo aperto e poco protetto, mancando di filtro spirituale o uno zolfo, fuoco interno, troppo basso per bruciare le influenze esterne. Il rimedio alchemico perfetto riunisce questi tre principi, purificati separatamente, in un’unica medicina che parli direttamente alla struttura trinitaria dell’uomo, e di questo si occupa la Spagiria.

Paracelso, inoltre, sostiene che la parola ha potere curativo perché agisce come un veicolo dell’energia spirituale e della volontà del medico. Egli crede che il linguaggio possa influenzare l’ Archeus ma sottolinea che l’efficacia dipenda dalla forza interiore di chi parla, non solo dal suono letterale.

Secondo la sua visione, la parola agisce come un “incantesimo” naturale capace di riequilibrare i piani sottili dell’essere umano.

Per Paracelso, il legame tra la parola (il Verbum) e la rigenerazione dell’Umido Radicale risiede nella natura vibrazionale della vita stessa. Nella sua visione, l’essere umano non è solo un aggregato chimico, ma un’entità sostenuta da una forza vitale che può essere influenzata sia da sostanze materiali (il lato alchemico) che da potenze spirituali (il lato magico-ermetico).

​Ecco come si articola questo collegamento secondo la tradizione paracelsiana e i principi che abbiamo discusso:

​La Parola come “Seme” Vibrazionale

​Paracelso afferma che la parola non sia solo un suono, ma un’espressione del Logos creativo. Se l’Umido Radicale è la “riserva energetica”, l’olio della lampada, la parola agisce come la scintilla o il soffio che regola la combustione di quell’olio. Una parola “giusta”, pronunciata con volontà e fede (il Fiat interiore), può riordinare il caos interno e stimolare la rigenerazione della forza vitale. Le parole hanno potere quando provengono dal nostro centro animico, in pieno collegamento con la nostra parte spirituale.

​Il Verbo e l’Archeus

​Il principio che governa la salute nel corpo è l’Archeus, il maestro architetto o alchimista interno, una forza vitale intelligente che governa i processi biologici separando il puro dell’impuro. Paracelso ritiene che l’Archeus risponda alle frequenze della natura. Ha funzione di coordinare la digestione e la rigenerazione degli organi, è un principio invisibile che agisce come ponte tra lo spirito e il corpo fisico e la malattia si manifesta quando questi è indebolito o incapace di filtrare le tossine, o gli astri interni. Poiché l’Umido Radicale è la sostanza sottile che nutre l’Archeus, l’uso di parole sacre, incantesimi o semplicemente di un pensiero retto, agisce come un comando diretto per la “manutenzione” di questa riserva. Se la parola è armoniosa, l’Umido Radicale viene preservato e non sprecato in passioni disordinate.

​Nella medicina paracelsiana, la guarigione avviene quando si riporta l’equilibrio tra lo zolfo (l’anima/calore), il mercurio (lo spirito/frequenza) e il sale (il corpo/materia). La virtù sta nel mezzo, nella mediazione.

​In sintesi, per Paracelso la parola è lo strumento con cui l’uomo esercita la sua sovranità sulla propria biologia spirituale: la parola non crea l’umido dal nulla, ma ordina alla natura di rigenerarlo e lo protegge dalla dispersione, mantenendo la “fiamma della Fenice” accesa e stabile. Attraverso il “Verbo”, l’uomo può richiamare le energie celesti (le stelle interiori) per nutrire l’umido che si sta consumando. È un processo di “trasformazione di frequenza”: il Maestro o l’Avatar, usando la parola, funge da ponte per aiutare l’individuo a riattivare la propria fonte interna, impedendo che l’umido radicale si esaurisca precocemente sotto il peso dei condizionamenti o della malattia.

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​Compendio sulla Fissazione del Corpo di Gloria

​1. La Natura del Corpo di Gloria: Conquista o Dono?

​Quante volte, lungo un cammino di conoscenza, ci troviamo di fronte a indicazioni che appaiono in netto contrasto tra loro, se non addirittura in antitesi?

La discussione su questo tema nasce da un paradosso: per alcune tradizioni (non-duali) la natura gloriosa è un dato di fatto già presente, per altre (ermetiche) è il risultato di un lavoro faticoso, di conquista, il che metterebbe in contrasto, in senso diametralmente opposto, il processo di ritorno o fissazione della nostra essenza. Molta confusione emerge anche dall’utilizzo di parole che in realtà non sono sinonimi, come anima, spirito, principio spirituale, scintilla divina, ma anche ego, io sè e sè superiore, essenza, personalità, senza dimenticarci degli ulteriori innesti provenienti dalla psicologia come inconscio, subconscio e conscio. Altra domanda che sorge, contingente, è: si tratta davvero di due indirizzi in contrasto, o vi è una complementareità, o una sequenzialità, non subito intuibile? Inoltre, si tratta di due sentieri legati alla differenza esistente tra una via mistico/devozionale e una via Iniziatico/esoterica, una via umida e una via secca? La sintesi risiede nel fatto che, sebbene la scintilla divina sia innata, la capacità di mantenere la coscienza integra dopo la morte non è garantita, anche se sarebbe fondamentale capire di quale coscienza stiamo parlando. Senza la “fissazione”, la coscienza si disperde come vapore. Resta evidente che o siamo già in manifestazione con un corpo di gloria che tornerà alla sua sede attraverso conoscenza, fede e opere, oppure dobbiamo lavorare per un consolidamento, una costruzione, o fissazione e coagulazione, di questo corpo, affinché preservi la coscienza. Quale coscienza? Quale memoria? Quali esperienze sono idonee a rimanere nella coscienza universale? Tutte?

​2. Il Processo Alchemico della Fissazione

​La fissazione è l’operazione di rendere stabile ciò che è mutevole e fuggitivo (volatile).​ Questo principio è fondamentale in quanto ogni insegnamento tramandato sa perfettamente che viviamo in un mondo di impermanenza, dove tutto cambia, dove vi è un inizio e una fine, sebbene, per quanto riguarda questa manifestazione, sia utile immaginare la circolarità del tempo tra l’inizio e la fine, che coincidono nello stesso punto. A tal proposito calza a pennello il loghion 18 dal vangelo di Tommaso, in cui viene descritto come i discepoli interrogarono Gesù sul compimento ultimo, sulla fine, e lui mise in evidenza la necessità di tornare all’origine per poter comprendere la meta finale. I discepoli chiesero a Gesù: “Dicci, quale sarà la nostra fine?” Gesù rispose: “avete dunque scoperto l’inizio che cercate la fine? Infatti dov’è l’inizio là sarà la fine. Beato colui che si terrà nell’inizio: egli conoscerà la fine e non gusterà la morte”. In poche parole, “tutto quello che deve accadere accadrà perché è già accaduto”. In questo contesto gnostico, Gesù suggerisce che la fine non è un evento temporale futuro, ma un ritorno allo stato originario di unità e luce da cui l’anima proviene. Conoscere l’inizio significa riscoprire la propria natura divina e preesistente (loghion 19 “beato colui che nacque prima di nascere”); chi raggiunge questa consapevolezza si libera dal ciclo della morte perché comprende di appartenere all’eterno. Pensando a una fissazione, che faccia da centro immutabile, come un primum immobile, come il mozzo di una ruota da cui convergono i raggi che la muovono, vengono in mente le parole della nota canzone “cerco un centro di gravità permanente”, che ci riportano agli insegnamenti di Gurdjieff. Anche partendo da questo insegnamento riportato nel vangelo gnostico di Tommaso, si può accettare che qualcosa di preesistente sia già stato fissato, come una nascita prima di nascere, una nascita su un piano ontologico, preesistente e preformante, più sottile, di natura spirituale, rispetto alla nascita nel corpo fisico di manifestazione materica. A questo punto, si può pensare a una complementarietà delle due visioni: una osserva dall’alto scendendo in basso, con un corpo di gloria già fissato che entra in manifestazione, provenendo da una coscienza universale in cui ci si riconosce nell’Uno; l’altra, quella ermetica, lascia all’uomo il compimento di un lavoro che dal basso deve riportare in alto, attraverso la volontà, la dedizione, la conoscenza, il fuoco sacro della passione spirituale, la nostalgia di casa e un’ operatività specifica che vedremo in seguito. Da una parte si parla già di un corpo realizzato, dall’altra di un principio embrionale, di un seme di questo corpo, il cui sviluppo, la cui fissazione/coagulazione spetta al lavoro di ciascun singolo uomo. La scala è la stessa: in una descrizione si parla di una discesa cosciente, responsabile, che sa cos’è venuta a fare qui e, dall’altra, della salita, del consolidamento dello scopo attraverso la conoscenza di sé e la riconoscenza dell’origine del principio seme incarnato. Si potrebbe immaginare che una via si occupi di una discesa in senso orario e l’altra di un’ascesa in senso antiorario. Il loghion 29 del vangelo di Tommaso recita: “Se la carne è venuta all’esistenza a causa dello spirito, è una meraviglia; ma se lo spirito è venuto all’esistenza a causa del corpo, è una meraviglia delle meraviglie”. Inoltre, abbiamo anche il loghion 7: “Beato il leone che l’uomo mangerà, e il leone diventerà uomo; e maledetto l’uomo che il leone mangerà, e il leone diventerà uomo”. Questo paradosso suggerisce che se la coscienza, l’uomo, domina l’istinto animale, il leone, la materia viene nobilitata; se invece l’istinto divora la coscienza, l’uomo decade. A ben pensarci, non si può evitare nemmeno il paragone con la parabola del seminatore e dei vari terreni sui quali il seme cade.

Fissazione del Corpo di Gloria

In cosa consiste, esattamente il lavoro operativo per fissare il corpo di Gloria, processo alchemico utile a stabilizzare la coscienza oltre la morte biologica?

Si articola in tre fasi pratiche:

  • Il Regime dei Fuochi: Mantenere un calore costante tramite la presenza ininterrotta. La distrazione raffredda il “vaso” e interrompe la cristallizzazione del corpo spirituale. Vediamo più nel dettaglio in che cosa consista. Il regime dei fuochi è il cuore pulsante dell’Opera, poiché è l’agente che permette ogni trasmutazione. Senza una corretta gestione del calore, la materia o “muore” (si brucia) o rimane “cruda” (inerte). Nella pratica alchemica e interiore, il regime dei fuochi non è lineare, ma segue un’intensità crescente, spesso associata alle quattro stagioni o alle ore del giorno. Vediamolo in profondità:
  • 1- il primo fuoco, il calore naturale (lento e umido). Questo è il fuoco della digestione. In questa fase, il calore deve essere simile a quello di una chioccia che cova l’uovo: a livello interiore è il fuoco dell’osservazione silenziosa. Non si interviene con la volontà bruta, ma si mantiene una presenza costante e tiepida sui propri processi mentali e fisici. È la fase della NIGREDO, il nero, dove il calore deve essere appena sufficiente a far fermentare la materia senza disperderne lo spirito. Il rischio è che se il fuoco fosse troppo basso, non accadrebbe nulla; se fosse troppo alto, l’umido radicale evaporerebbe prematuramente e la materia si seccherebbe, impedendo la rinascita.
  • 2- il secondo fuoco, il calore di circolazione (medio e secco). Qui il fuoco aumenta, è il regime della distillazione. La materia inizia a salire e a scendere nel vaso (il corpo,la mente). A livello interiore, è il fuoco della disciplina. Si inizia a separare ciò che è essenziale da ciò che è superfluo, le emozioni non vengono più solo subite, ma “scaldate” finché non rivelino la loro natura energetica. È un calore che purifica e inizia a imbiancare la materia, il bianco, l’ALBEDO. Per quanto riguarda l’azione, si tratta di mantenere un’attenzione focalizzata che non vacilli di fronte alle prime resistenze dell’ego.
  • 3- il terzo fuoco, fuoco di fusione (forte e violento). È il regime finale, quello che porta alla fissazione, attraverso il calore che permette l’unione degli opposti. A livello interiore rappresenta lo sforzo supremo o l’esperienza culminante dove la coscienza non è più frammentata. È un fuoco che trasforma la pietra in vetro flessibile o in oro. Qui il calore è così intenso da bruciare ogni scoria rimanente, portando alla RUBEDO, il rosso. Il risultato è la fissazione del corpo di gloria, in quanto in questa fase lo spirito è così “infuocato” da diventare solido, e la materia così purificata da diventare radiante.
  • 4- la chiave segreta: il fuoco segreto. Oltre al calore esterno (la pratica, l’ascesi), gli alchimisti parlano di un fuoco segreto o fuoco dei filosofi. Questo non è un fuoco che si accende dall’esterno, ma è un’energia potenziale racchiusa nella materia stessa, spesso identificata con la kundalini in Oriente o lo zolfo in Occidente. Il regime consiste nel sapere suscitare questo fuoco interno usando il calore esterno della disciplina, finché il fuoco interno non si accenda autonomamente, sostenendo la vita del corpo di Gloria senza più bisogno di stimoli esterni. Possiamo associare la parola disciplina al senso di rigore, ma non di rigidità.
  • Separare il Sottile dallo Spesso: Distinguere la propria identità dai condizionamenti biologici ed emotivi non è negazione, ma distacco consapevole. Vediamo meglio questo passaggio. La separazione del sottile dallo spesso è l’operazione di discernimento metafisico definita dal motto SOLVE (sciogli), che consiste nell’estrarre l’essenza spirituale dai legami della materia densa e dai condizionamenti egoici. Come si pratica il discernimento? Il primo passaggio è l’identificazione dello “spesso”, ovvero la parte grezza, pesante e transitoria: il corpo fisico, gli impulsi meccanici, le abitudini e il dogma inteso come credenza passiva che appesantisce la psiche; un altro passaggio è l’estrazione del “sottile”, ovvero l’energia vitale, la coscienza pura e l’umido radicale. Attraverso l’introspezione, si separa l’osservatore (sottile) dall’oggetto osservato (spesso). Per quanto riguarda l’aspetto tecnico procedurale, si opera con “grande ingegno”, ovvero senza violenza o forzature, ma con precisione chirurgica. Se lo spirito rimane troppo legato alla materia, non può elevarsi; se la separazione è troppo brusca, la vita organica si spezza. Lo scopo alchemico non è abbandonare lo “spesso” ma purificarlo ( VITRIOL). Una volta che il sottile è stato liberato e sublimato, deve tornare a fecondare la terra, il corpo, per renderla radiante. Questa fase prepara la materia alla fissazione, rendendola capace di accogliere la luce senza bruciare.
  • La Chiusura Ermetica (Lutazione): Sigillare il proprio sistema energetico significa non permettere agli stimoli esterni di provocare reazioni automatiche, trattenendo l’energia all’interno per nutrire il “feto spirituale”. Questo atto di sigillare il vaso (il corpo e la mente) impedisce la dispersione dell’energia accumulata. Senza questo sigillo, l’umido radicale e lo spirito estratti nelle fasi precedenti evaporerebbero, rendendo vana l’Opera. Caratteristiche della chiusura:
  • 1- sigillo di Ermete: rappresenta l’isolamento dalle influenze esterne. Non è una chiusura fisica, ma una barriera psichica contro le egregore e le distrazioni del mondo che drenano la forza vitale.
  • 2- pressione e trasformazione: chiudendo il vaso, il calore interno (il regime dei fuochi) genera una pressione che costringe la materia a trasmutare. È il principio della pentola a pressione: solo nel contenimento il “sottile” può penetrare e fissarsi stabilmente nello “spesso”.
  • 3- silenzio operativo: nella tradizione, il sigillo è anche silenzio in quanto non comunicare l’Opera in corso protegge il processo di fissazione del corpo di Gloria dalle proiezioni altrui che potrebbero destabilizzarlo. Quando la chiusura è perfetta, il vaso diventa un microcosmo autonomo dove viene la sintesi. Qui lo spirito non è più volatile ma si incarna definitivamente in una struttura che non teme più la corruzione del tempo.

Ulteriore riflessione da quanto scritto mi porta a considerare l’importanza delle persone che ci circondano, della protezione dalle proiezioni altrui, della gestione del silenzio e della parola. Inevitabile associare il “regime dei fuochi” e l’operatività basata sul “grande ingegno” da utilizzare nell’esecuzione dell’Opera alla scelleratezza del secolo precedente da parte di coloro che hanno messo mano sulla materia, forzando senza alcun ingegno fissazione e fusione nucleare. Troviamo lo stesso principio del grande ingegno nel WU WEI, tramandato dagli insegnamenti del Taoismo: l’agire senza agire è l’azione priva di alcun atto di forza bruta, a conferma del fatto che le verità sulle leggi di natura e divine sono presenti in tutti gli insegnamenti delle vie tradizionali. In sintesi, il corpo organico non è solo un contenitore, ma un vero e proprio crogiolo alchemico che deve mantenere un equilibrio preciso per permettere la trasmutazione. Se colleghiamo il concetto del leone ( la forza vitale grezza, istintuale) all’umido radicale, emergono punti affascinanti: il corpo come uovo alchemico, la nobilitazione della materia e il pericolo della corruzione. Il corpo, proprio come l’uovo della gallina, richiede un calore costante e umido per generare la vita, ovvero deve custodire il proprio “umido radicale”. Se questo “olio” si consuma troppo in fretta a causa di passioni sfrenate (il leone che mangia l’uomo), la fiamma vitale si estingue prematuramente. La sfida consiste nel mangiare il leone per assimilare la sua forza vitale (potenza, coraggio, energia) senza farsi travolgere dalla sua natura distruttiva. Il pericolo della corruzione avviene quando l’uomo viene mangiato dal leone, nel senso che si attua una digestione invertita: la coscienza viene sommersa dalla materia pesante. In termini alchemici, l’umido radicale diventa secco o bruciato, perdendo la capacità di rigenerarsi e trasformandosi in quel decadimento che interrompe la crescita spirituale. La nobilitazione della materia ci riporta al loghion 29 già menzionato, che definisce “meraviglia delle meraviglie” quando lo spirito nasce dal corpo, ma questo accade solo se la materia è mantenuta nel suo stato ottimale: lo stato di calore innato, legato alla scintilla spirituale, e la cura dell’umido radicale, che è il supporto biologico, il fluido vitale.

​3. Tecniche Pratiche nel Quotidiano

  • Economia del Verbo: Usare la parola con precisione, evitando la dispersione energetica del pettegolezzo o del lamento. Non è solo questione di parlare di meno, ma di eliminare il dogma della chiacchiera interiore. Ogni parola pronunciata o pensata inutilmente disperde l’umido radicale. Praticamente, prima di parlare è utile osservare l’impulso a farlo. Se la parola non è necessaria, è utile trattenere l’energia nel vaso, il corpo. Questo trasforma il linguaggio in un atto magico di potere invece che in una perdita di pressione.
  • Il Punto Immobile: Agire nel mondo mantenendo un centro di osservazione che non muta, creando una distinzione tra l’attore (mobile) e il testimone (fisso). Torniamo al centro di gravità permanente, ovvero la capacità di restare testimoni al centro del ciclone degli eventi, proprio nell’occhio del ciclone, invece di reagire meccanicamente alle emozioni (lo spesso). Facendo un esempio pratico, durante una discussione o in un momento di stress, è utile spostare l’attenzione non sul problema, ma sulla sensazione di esistere che non muta. È il perno su cui ruota la ruota del divenire senza che il perno stesso si muova. Lao Tzu diceva nel capitolo 11 del Tao Te Ching: “Trenta raggi si uniscono in un solo mozzo, ma è nel suo vuoto che risiede l’utilità del carro. Si plasma l’argilla per farne un vaso, ma è nel suo vuoto che risiede l’utilità del vaso. Si aprono porte e finestre per fare una casa, ma è nel loro vuoto che risiede l’utilità della casa. Perciò l’essere costituisce il possesso, ma il non essere costituisce l’utilità.” I 30 raggi sono le facoltà, i pensieri e le azioni nel mondo sensibile materico, l”io stesso; il mozzo è il punto immobile, il vuoto di coscienza pura che non partecipa al movimento ma lo rende possibile. Il vuoto centrale ruota su se stesso, i raggi compiono una rivoluzione del cerchio. Se ci si identifica con i raggi, si subisce l’attrito della vita; se si risiede nel vuoto del mozzo attraverso la chiusura ermetica si resta stabili mentre tutto ruota intorno a noi. La fissazione del corpo di Gloria viene proprio in quel vuoto centrale, dove la pressione del vaso trasforma il nulla in un centro di potere indistruttibile.
  • Il Sogno Lucido: Utilizzare lo stato di sogno come palestra equivale a raggiungere la lucidità nel sogno, ed è la prova che la fissazione sta procedendo, poiché la coscienza rimane sveglia anche senza il supporto del corpo fisico. Rappresenta quindi il test finale della fissazione: se la tua coscienza si spegne quando il corpo dorme, significa che non è ancora abbastanza solida. Pratica: la lucidità nel sogno si prepara durante la veglia attraverso i primi due punti: se riesci a dire “io sono” mentre sogni, hai creato un ponte tra il corpo denso e quello sottile. E la prova che il corpo di Gloria sta iniziando a mantenere la propria coerenza indipendentemente dal supporto biologico. Interessanti sono le analogie con la via dello sciamanesimo tolteco raccontato da Castaneda sul sogno lucido.

​4. Il Legame con l’Immortalità Cosciente

​L’immortalità nell’ermetismo non è automatica. È una continuità di memoria e consapevolezza. La fissazione serve a costruire un “veicolo” (il Corpo di Gloria) capace di resistere alla “seconda morte” (la dissoluzione dei corpi sottili). Chi ha fissato il proprio centro non subisce la morte come un blackout, ma come un passaggio lucido da un supporto all’altro.

Prima di concludere vorrei aggiungere alcune note sul significato di “umido radicale” che spesso ricorre nel testo: possiamo definirlo come un principio vitale fluido e oleoso che, nella tradizione alchemica ed ermetica, funge da riserva energetica dell’organismo. Esso lubrifica e alimenta il “calore innato”, agendo come il combustibile di una lampada: la sua presenza garantisce la rigenerazione e la vita, mentre il suo progressivo esaurimento determina l’invecchiamento e la morte naturale. Sostanzialmente, rappresenta il sostrato biologico e spirituale che permette alla fiamma della vita di bruciare senza consumare istantaneamente il corpo. Viene da accostare inevitabilmente l’analogia con la parabola delle dieci vergini, il cui parallelismo è calzante: l’olio rappresenta proprio quella riserva interiore necessaria per mantenere accesa la luce della coscienza, la fiamma, durante l’attesa dello sposo. Sotto il profilo ermetico, l’umido radicale è il carburante ontologico, l’olio o la sostanza vitale accumulata e preservata; la fiamma è lo spirito o il calore innato che trasforma la materia in luce e la lanterna è il corpo fisico che contiene questa interazione. Proprio come le vergini stolte rimangono al buio per aver dissipato il proprio olio, l’organismo decade quando l’umido radicale si consuma senza essere rigenerato o protetto. Per preservare o nutrire l’umido radicale, la tradizione ermetica suggerisce tre vie principali:

  • Nutrizione e calore: mantenere un calore umido, simile alla temperatura dell’uovo in cova, attraverso cibi vitali e un’esposizione equilibrata al sole, evitando eccessi che secchino il corpo.
  • conservazione dell’essenza: limitare la dissipazione delle energie vitali e dei fluidi seminali, visti come le manifestazioni più dense e preziose di questo olio spirituale.
  • circolazione: impedendo che il principio vitale ristagni o si consumi prematuramente per eccessi provenienti dal mondo esterno o da passioni fuori misura.

​video relativo sul mio canale YouTube “Il Riflessometro”

Fonti Dottrinali e Bibliografiche

​Questo insieme di insegnamenti attinge a diverse correnti della sapienza perenne:

  1. Ermetismo Classico e Alchimia:
    • Corpus Hermeticum (attribuito a Ermete Trismegisto): Per il concetto di mente come veicolo divino.
    • Il segreto del Fiore d’Oro (testo alchemico taoista, commentato da C.G. Jung): Fondamentale per la tecnica della “Circolazione della Luce” e la creazione del corpo di diamante.
    • Turba Philosophorum e testi di Paracelso: Per la distinzione tra corpo astrale e corpo di gloria.
  2. Tradizionalismo Integrale (XX secolo):
    • Julius Evola: In particolare La Tradizione Ermetica e Lo Yoga della Potenza. Evola è la fonte principale per la distinzione tra la “via della grazia” (passiva) e la “via eroica” (attiva/sforzo).
    • René Guénon: Per il concetto di stati molteplici dell’essere e la critica alla sopravvivenza psichica ordinaria.
  3. Insegnamenti di “Quarta Via”:
    • Georges I. Gurdjieff e P.D. Ouspensky (Frammenti di un insegnamento sconosciuto): Da qui deriva l’idea che l’uomo non nasca con un’anima immortale, ma debba “fabbricarla” attraverso lo sforzo e il ricordo di sé (il “fuoco” della presenza).
  4. Mistica Cristiana ed Esicasmo:
    • ​La Filocalia: Per le tecniche di vigilanza (nepsis) e la preghiera del cuore, che mirano a fissare la mente in un unico punto per attirare la “Luce Taborica” (il corpo di gloria cristiano).

L’inguaribilità

Mai parole furono più vere… in ogni settore che si occupi di cure naturali. Spesso capita di consigliare delle cose e quando, sentendo le persone, queste non hanno funzionato, scopri che in realtà non le hanno mai utilizzate per diverse ragioni, che vanno dalla mancanza di tempo, dalla pigrizia, dal considerarle trascurabili al costo di un prodotto.

Riporto letteralmente.

“Chi viene a consultarmi chiede aiuto ma nello stesso tempo lo rifiuta.

L’atto terapeutico è una strana battaglia: si lotta strenuamente per aiutare qualcuno che innalza tutte le barriere possibili per provocare il fallimento della guarigione.

In un certo senso, per chi è malato il guaritore è una speranza di salvezza e contemporaneamente un nemico.
Chi soffre teme che gli venga rivelata la fonte del suo male di vivere, per cui vuole un sedativo, vuole che qualcuno lo renda insensibile al dolore, ma non desidera assolutamente cambiare, non vuole che gli si dimostri che i suoi problemi sono la protesta di un’anima rinchiusa nella prigione di un’identità fasulla.

Il cervello umano reagisce come un animale, difende il proprio territorio identificandolo con la propria vita.

Fanno parte di questo spazio, delimitato con l’orina e gli escrementi, i genitori, i fratelli, i partner, i collaboratori e, soprattutto, il corpo.

Ma chi è il padrone? È un individuo con limitazioni che corrispondono al proprio livello di coscienza. Più il livello di coscienza è elevato, più grande è la libertà.

Per raggiungere tale grado di libertà, nel quale il territorio non si limita più a una manciata di metri quadrati o a un piccolo gruppo di soci, ma è l’intero pianeta e la totalità degli uomini, o meglio ancora, l’universo intero e la totalità degli esseri viventi, innanzitutto occorre cicatrizzare la ferita originaria, liberarsi dai condizionamenti fetali, poi da quelli famigliari e infine da quelli sociali.

Per realizzare la mutazione nella quale il sofferente, avendo lasciato perdere ogni pretesa, riesce a vivere con gratitudine il miracolo di essere vivo, occorre essere consapevoli dei propri meccanismi di difesa. E sono i meccanismi che tutti gli animali impiegano per sfuggire ai nemici predatori.

Sanno incistarsi e anche fingere di essere morti, si arrotolano su se stessi, si ricoprono di squame chitinose, si nascondono nel fango, trattengono il respiro e perfino i battiti del cuore.

L’essere umano fa lo stesso: si blocca, finisce in un circolo vizioso di gesti ripetitivi, desideri, emozioni, pensieri, e vegeta in questi limiti ristretti rifiutando ogni informazione nuova, immerso nell’incessante ripetizione del passato.

Per fuggire dalle profondità, si lascia vivere galleggiando sopra un tessuto di sensazioni superficiali, come anestetizzato.

Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura.

Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni, che la vittima deve accettare anche se è incomprensibile. Si pretende che il bambino non sia quello che è, se disobbedisce viene castigato.

E il castigo più grande è non essere amato”..

Alejandro Jodorowsky

Aggiungo qualche saggezza popolare:

Chi è causa del suo mal pianga se stesso

Aiutati che il ciel ti aiuta

A chi non vuol far fatiche, il terreno produce ortiche

Chi dorme non piglia pesci

Chi mal semina mal raccoglie

Guarigione per via spirituale

Nel corso del tempo si sono incontrati esseri umani speciali che hanno indicato, attraverso il loro esempio di vita, come sia stato possibile stare bene in spirito, anima e corpo, arrivando a uno stato di guarigione tangibile. Il tema della guarigione spirituale andrebbe approfondito su più livelli in quanto una scienza lungimirante e olistica potrebbe valutare tutti gli aspetti che entrano in gioco. Si potrebbe in tal caso parlare di vera e propria scienza dello spirito. Bruno Gröning è stato un grande taumaturgo e ha lasciato Istruzioni molto semplici e concrete utili a conseguire uno stato di salute. Scrivo queste poche righe in occasione di un evento che si terrà il 1º novembre a milano e il 2 novembre ad Aosta con i riferimenti per potervi partecipare.

http://youtube.com/post/Ugkx6M3WYhsVJ_HeEYdjzwLrSvGo9OTcoksq?si=ykzY_JbjkteziHyo

http://youtube.com/post/UgkxcXJxoosan4deEx91eKavIOofX2FrC52h?si=0WEZHT1Be6JPiRUz

La lateralità biologica e Sun Tsu…

Oggi facevo una riflessione, o meglio, si sono incrociate una frase tratta da ” L’arte della guerra” di Sun Tsu e un’osservazione dedotta dalle 5 leggi biologiche.

Questa la frase:
“… Sull’altopiano invece trova un punto vantaggioso.Posizionati con le cime alla tua destra e il campo di battaglia di fronte: di fronte a te c’è la morte, dietro la vita”.

Abbi le alture alla tua destra e il campo di battaglia di fronte fa riferimento al modo in cui l’esercito era equipaggiato a quell’epoca: infatti, il lato destro di un esercito era il più vulnerabile alle frecce, perché lo scudo si portava sulla sinistra.

I destrimani usano la spada o l’arma di attacco a destra e la difesa, lo scudo, a sinistra ed essendo costoro percentualmente la maggioranza, si spiega la vulnerabilità sul lato della difesa. Per i mancini la lateralità degli strumenti tra attacco e difesa sono invertiti, perciò, se ci fosse stata disponibilità, sarebbe stato utile coprire il lato destro con soldati mancini.
Anche in biologia i mancini sono i sostituti alla debolezza dei destrimani, che vivono il conflitto di territorio risolvendo con l’infarto, per cui sono poco vulnerabili su quel tipo di conflittualità.

Le 5 leggi biologiche sono vere in quanto riflettono le leggi di natura: in questo caso abbiamo un esempio tipico della legge di polarità.

Paracelso diceva…

“Colui che non sa niente, non ama niente. Colui che non fa niente, non capisce niente. Colui che non capisce niente è sgradevole, ma colui che capisce, ama, vede, osserva… La maggior conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore. Chiunque creda che tutti i frutti maturino contemporaneamente come le fragole non sa nulla dell’uva.”

“Non sia di altri chi può esser di se stesso”.

“La natura causa e cura le malattie, ed è quindi necessario che il medico conosca i processi di Natura, l’uomo invisibile al pari dell’uomo visibile”.

“L’immaginazione può creare la fame e la sete, produrre secrezioni Anormali e causare malattie”.

“Il ciarlatano studia le malattie negli organi colpiti, dove non trova altro che effetti già avvenuti, e resta sempre un ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie, studia l’uomo universale”.

“Se conosciamo l’anatomia dell’uomo interiore, possiamo vedere la natura delle sue malattie al pari dei rimedi. Ciò che vediamo con gli occhi esterni è l’ultima materia.”

Paracelso

Il giorno della fine ti servirà l’inglese?

“Quando tutto crolla, che cosa resta? Non si tratta di un’idea, ma di un fatto, di un fatto che bisogna vivere. È una realtà che ci viene fatta vivere, fatta vivere al mondo intero, che il mondo lo voglia o no arriva al punto in cui deve sentire, cioè vivere, la realtà del suo essere, quanto è in grado di sopravvivere, capite? E se gli uomini non vogliono arrivarci, beh, ci saranno costretti dalle circostanze e, se rifiutano, saranno spazzati via. No, davvero siamo a una svolta evolutiva, e, quindi, non si tratta certo di discutere, di filosofeggiare, di avere delle idee. Si tratta di trovare quanto in noi può vivere. Questa non è filosofia, non è capitalismo, o marxismo o gandhismo, non è qualcosa di orientale o di occidentale, è un fatto dell’uomo, di un uomo che ancora non conosciamo affatto, perchè ricoperto da una corazza politica, di una corazza familiare. L”attività umana è completamente ricoperta. Ebbene, questa copertura si sta spaccando. Che cosa vuol dire apocalisse? Vuol dire ” mettere a nudo”, “riivelare” è ancora filosofia. Bisogna che l’uomo, in quanto specie, trovi il proprio potere, la propria forza, che trovi quello che egli è, e se non riesce a essere quello che è, la propria realtà profonda, allora non sopravviverà. Scomparirà come sono scomparse altre specie. Il problema è tutto qui. Non si tratta di trovare una migliore filosofia o una migliore religione, ma di essere quanto ha il potere di durare, e così tutto va a pezzi per costringerci ad arrivare a quell’attimo umano in cui diventare ciò che l’uomo è davvero.”


“Questa è la realtà umana. Non ha nome, no, ma è una forza, una forza di grande dolcezza, come se all’improvviso tutto scivolasse via dalle mani, e resta una dolcezza che capisce tutto, non una cosa dolciastra, ma forte, che guarda dall’alto tutta questa commedia, tutta questa tragedia, e che d’un tratto apre uno sguardo come da altrove. È questo l’uomo, e nessuno può scalfire quella cosa. Possono fucilarti, possono torturarti ma quella cosa resta immobile perchè è. È questo l’anello evolutivo mancante, questo il modo in cui potremo passare altrove, in un’altra specie, meno tragica e meno ridicola. È questa la realtà che ha potere di passare alla prossima tappa. Non saranno certo le nostre filosofie.

Niente di quanto conosciamo ci aiuterà a compiere la traversata, no, proprio niente, nè Carl Marx, nè il Papa, nessuno, ma semplicemente quella cosa, ” l’essere puro” di ciò che siamo, quella cosa che è come il battito vero del cuore. Questo sì che può passare, perchè è la sola realtà. Tutto il resto sono solo trucchetti che ci hanno insegnato ad avvicinarci un poco alla realtà di ciò che siamo: trucchi religiosi, trucchi marxisti, trucchi ghandisti; tutti trucchi umani che sono serviti semplicemente a farci avvicinare passo passo alla realtà umana, e adesso il fatto, il fatto mondiale che tutti questi espedienti stanno andando in frantumi. Ci è data l’enorme Grazia di vedere sgretolarsi tutte le nostre idee, tutti i nostri sentimenti, tutte le nostre morali. Davvero, abbiamo la Grazia di essere messi a nudo per trovare la cosa che può sopravvivere, la cosa creatrice. Infatti, quando ci troviamo a quel punto d’essere, troviamo che si tratta della forza creatrice, cioè di quanto può cambiare tutto, ma l’evoluzione non è una faccenda individuale; allora bisogna che l’umanità, nel suo insieme, si trovi davanti a quel punto irrevocabile, a quel punto in cui sei oppure non sei. Non essere vuol dire andarsene, sparire, come sono sparite tante specie, ed essere vuol dire poter attraversare tutto, non soltanto, ma trovare la chiave per la ragion dev’essere di questa catastrofe nella quale ci troviamo.

La bomba è la falsa catastrofe. La vera catastrofe è quando l’uomo non ha più nulla su cui appoggiarsi.

ma insieme, è la meraviglia.

Le circostanze ci stanno costringendo. …
Ecco dove veniamo portati, dove stiamo andando.”

Satprem

L’UOMO DOPO L’UOMO

Vania Nadia Franceschini

Criteri di selezione per gli effetti avversi

Mi sono imbattuta in uno scritto di alcuni anni fa, che avevo condiviso come post su Facebook, i cui contenuti sono interessanti e attuali. Lo riporto qua. Buona lettura.

Come sono valutate le correlazioni di danni in seguito ad immunizzazione, a vaccinazione? Come si stabiliscono i nessi causali? Su quali criteri?
Il post sarà un po’ lungo, ma penso sia importante leggere fino in fondo. Sappiamo che esistono due forme di farmacovigilanza, una passiva e una attiva.
Nel primo caso, si raccolgono segnalazioni fatte pervenire da medici e pazienti, mentre nel secondo vi è un monitoraggio attento che segue i pazienti post somministrazione, con raccolta dati. Inutile sottolineare le grandi differenze in numeri e percentuali, anche se poi l’interpretazione dei dati richiederebbe attenti studi. In Puglia qualche anno fa si sperimentò la forma attiva post vaccinale, che portò al riscontro di un aumento considerevole (4%) di effetti avversi gravi riportati. In rete trovate i riferimenti in merito.

La domanda principale è: quali criteri si usano per dire, a poche ore o giorni di distanza, nessuna correlazione?

Semplice: avete presente il detto ” fatta la legge, trovato l’inganno”? La legge viene scritta per favorire determinati interessi, ma noi lo scopriamo a posteriori, con i fatti, sempre se lo scopriamo.

Fatto il danno, trovato il criterio di correlazione.

Stessa cosa. Lo vediamo nei fatti, ma il criterio stabilito non dà attribuzione in modo corretto, mettendo davanti il ” lo dice la scienza” come un mantra religioso.

Ci siamo mai chiesti come proceda il criterio?

Come dice il mio dottore, “se dopo che ti sei dato una martellata si forma un ematoma, non correre a conclusioni affrettate, potrebbe benissimo trattarsi di un difetto della coagulazione che hai da sempre e che ha deciso di manifestarsi proprio nei minuti/ore successivi al contatto… gli esperti del martello le chiamano coincidenze”, vuoi vedere che il criterio di attribuzione viene deviato ad un bivio? Quale criterio? Il primo, il più logico: quello temporale. Al pari, quello di associazione: assunzione di farmaco o vaccino con l’evento, e attenzione, sia come evento unico che ripetuto ( l’assunzione continua di farmaci non ci esime da effetti avversi, in quanto vanno considerati nel medio e lungo termine). Qui avviene la prima manipolazione sulla sequenza logica: se ci può essere qualsiasi altra cosa, anche poco consistente, correlabile, anche filologicamente, si esclude il vaccino. Strano, vero? Criterio applicato pedissequamente per togliere più nessi possibili con le vaccinazioni ma calpestato con stivali di fango e rulli compressori nell’attribuire tutte le morti alla malattia Cov.

Ora, ringraziando un mio contatto, Valentina Di Chiaro, giro quanto mi ha inoltrato.

Copioincollo:”Stamattina mi chiedevo: ma da chi vengono valutati gli AEFI – Adverse Event Following Immunization – (le inculate post vaxc1n0 per capirci), e soprattutto come?
Bene, Google, se sai filtrare le balle, ti può dare delle soddisfazioni.
Cerco di spiegare brevemente ma nei commenti allegherò un link per approfondimenti, per chi fosse interessato.
Allora, la prima domanda è facile. A valutare gli AEFI è l’OMS. E non sarebbe così strano se non avesse enormi conflitti di interesse, ma non è questo il punto del post.
Il punto è il come.
Usano un algoritmo. Una serie di fasi e domande da verificare secondo un preciso ordine.
Fino a qualche anno fa si usava la valutazione della causalità secondo i Criteri di Brighton.
I termini di causalità erano molto semplici:
Molto probabile o Certezza,
Probabile,
Possibile,
Improbabile,
Non correlato,
Non classificabile.
Esaminiamo solo il secondo, perché il primo era associato solo a eventi di shock anafilattico.
Probabile. Riguardava eventi clinici con un rapporto temporale ragionevole con la somministrazione del vaxc1n0 e con una bassa probabilità di causalità da parte di una eventuale malattia concomitante o ad altri farmaci o droghe assunti.
In soldoni. Io inoculo e in un lasso di tempo accettabile (di solito un arco di pochi giorni) si verifica l’evento avverso. Preesiste una possibile causa che fino ad allora non aveva ancora provocato danni, ma che potrebbe per combinazione averli provocati proprio in quel momento, magari coadiuvata dalla somministrazione. Bene, in questo caso è Probabile che l’AEFI sia stata causata, almeno in parte, dal vaxc1no.
Nel 2010 le cose sono cambiate.
Dopo una serie di incontri, 40 esperti, di cui 19 con evidenti conflitto di interessi in quando rappresentanti del settore farmaceutico, decidono di mandare in pensione il Criterio di Brighton, che dava troppe seccature, e di riscrivere i criteri di valutazione della causalità.
Le categorie diventano:
Associazione causale coerente con l’immunizzazione, Indeterminata,
Associazione causale incoerente con l’immunizzazione,
Non classificabile.
Categorie molto ambigue, no? Riguardo la prima, quella con livello di causalità più ampio (anzi, direi l’unica con un tasso di causalità), secondo il manuale dell’AEFI, prima di rispondere alla domanda “Il vaxc1no ha causato l’evento segnalato?” occorre rispondere alla domanda “Il vaxc1no somministrato può causare quell’evento avverso?”. Solo se ci sono prove sulla popolazione che può causare quell’evento allora l’evento può essere associato alla somministrazione.
Ma se sul bugiardino non c’è scritto…
Questa clausola rende totalmente inutile la fase 4 della sperimentazione, quella che stiamo vivendo adesso, la vigilanza sull’effetto del farmaco sulla popolazione perché di fatto esclude in automatico tutti i nuovi possibili eventi avversi non ancora registrati.
Ma ora viene il bello.
La prassi è quella di cercare, per prima cosa, altre possibili cause di quell’evento e se ne esiste almeno una, l’AEFI viene classificato come “Inconsistente con l’associazione causale all’immunizzazione”. Un po’ come il ragionevole dubbio in tribunale, no? Se esiste la possibilità che il colpevole sia qualcun altro, allora l’imputato non può essere condannato.
Così il vaxc1no ne esce pulito praticamente sempre.
Questo per chi dice: “Va beh, ma tre morti su migliaia di vaxc1nati sono accettabili.”

ps.: il numero al posto delle lettere era un sistema, almeno agli inizi, per evitare blocchi e shadow ban su Facebook data la censura su certi argomenti

Le origini della malattia III – Paracelso e gli enti di malattia

Proseguiamo il nostro discorso sull’origine delle malattie accennando a Paracelso, come avevo lasciato in sospeso.

Paracelso fu un innovatore In campo medico nel periodo in cui visse (XVI secolo) per la visione che aveva sulla malattia e le sue origini: fu il primo a formulare la teoria dei simili, ripresa in seguito in omeopatia da Hahnemann. Egli era convinto che la  “sostanza” causante una malattia fosse anche in grado di curarla, introducendo il concetto o principio di similitudine: similia similibus curantur. Un altro precetto famoso di Paracelso era che il veleno fosse nella dose, e che questa potesse essere velenosa o meno, per cui avere un potere farmacologico curativo oppure distruttivo, in base all’uso quantitativo che se ne sarebbe fatto, introducendo il concetto di dose ponderale . Paracelso praticava l’alchimia e si dedicava alle preparazioni mediche da usare come rimedi. La sua visione e l’approccio di cura che usava erano mirati a raggiungere uno stato di equilibrio tra condizioni interne e interiori, poste su più livelli, e l’azione dell’ambiente esteriore. Ogni individuo è in grado di raggiungere la migliore condizione sulla base della sua costituzione, comprendente una visione olistica di spirito anima e corpo, raggiungibile attraverso quello che si definisce sommariamente stile di vita e le cure che si possono intraprendere. Il modello è di tipo vitalistico, in quanto si stimola la naturale predisposizione alla guarigione operata dalla vis medicatrix naturae. Ogni essere vivente è preceduto nella sua manifestazione fisica da una struttura energeticamente informata da archetipi che lo governano.  Paracelso utilizzava il tema natale per individuare punti di fragilità, debolezza e di forza in questa struttura personale, una vera e propria stoffa, costituita da trama e ordito, per poter scegliere un rimedio adatto,  riequilibrante e rinforzante. Ogni terapeuta può curare, ma sarà sempre il malato, o meglio la sua anima, a decidere di guarire o a mettersi in tali condizioni. Un punto cardine su cui basava la sua struttura di insorgenza di malattia era costituito dai vari livelli in cui questa si poteva manifestare. Esaminiamoli tutti uno alla volta.

PRIMA CAUSA DI MALATTIA: ENTE VELENOSO

Per Paracelso la prima causa di malattia è identificata nelle impurità o veleni che riescono a entrare nel nostro sistema, nel nostro corpo e che non riescono a essere metabolizzati, esonerati dagli emuntori, non essendo riconosciuti come estranei al corpo, rimanendone all’interno, diventando un tartaro difficile da eliminare. In senso moderno del termine, si tratta di quello che in naturopatia e in medicina naturale rientra sotto il termine di intossicazione o tossine, per cui la disintossicazione dovrebbe avvenire su un piano prettamente fisico. Può trattarsi di qualsiasi tipo di sostanza che possiamo avere ingerito o assorbito da qualsiasi via corporea in alte dosi ponderali, oppure alla quale siamo particolarmente suscettibili o sensibili. Dobbiamo tenere presente che, essendo costituiti da spirito, anima e corpo, la principale intossicazione avviene a livello psicologico: ci nutriamo infatti di cibo, aria e impressioni, e tutto ciò che non viene espresso resta impresso, il che equivale a dire che tutto ciò che non viene esonerato, che si tratti di evacuazioni intestinali, diuresi, sudorazione e respirazione, resta all’interno del corpo. Possiamo renderci conto di possedere un sistema emuntoriale sia sul piano psicologico che su quello fisico. Cosa pulisce l’interno di un organismo? Facciamo un esempio pratico: quando abbiamo una digestione debole, o un grosso boccone che ci rimane sullo stomaco, che facciamo fatica a mandare giù, abbiamo un problema di eliminazione di una tossina sia psicologica che fisica. Se l’organismo non risponde, e nemmeno la psiche lo fa, sarà necessaria una cura che aumenti il fuoco digestivo per bruciare le scorie.  Su un piano psichico avremo bisogno di rinforzare il nostro potere di digerire gli eventi, come sul piano fisico di aumentare il fuoco dei succhi gastrici che in quel momento potrebbero essere insufficienti, o degli altri prodotti adatti al catabolismo delle sostanze che non riusciamo a digerire. Chiaramente i veleni di origine esogena potranno essere sia  fisici che psicologici: cibi avariati, sostanze non idonee all’alimentazione, inquinanti come anche parole che feriscono, comportamenti irrispettosi o che possono causare sofferenza, shock, criticità, traumi, imprevisti, mentre i veleni di natura endogena sono il prodotto dell’interazione tra quello che arriva da fuori e percepiamo, e quello che possiamo considerare il nostro soggettivo modo di sentire, ovvero una percezione alterata e alterabile, e a un’elaborazione di quello che entra sulla base della nostra soggettività. Questa ultima osservazione dovrebbe renderci consapevoli che una tossina endogena fa parte della nostra stessa natura, che aspetti di malattia in senso di intossicazione siano qualcosa di insito nella nostra anima o psiche, e che questa possa mistificare e adulterare le esperienze che di per sé potrebbero essere neutre o anche benefiche: abbiamo un potere di trasformazione interiore degli eventi che ci toccano, sia nel bene che nel male, in quanto la nostra natura è duale: in noi coesistono il bene e il male. Questa causa può essere associata all’elemento terra, in senso alchemico, e va necessariamente rinforzata la costituzione energetica che precede la materializzazione del corpo, come anche la struttura energetica della nostra psiche.

SECONDA CAUSA DI MALATTIA: ENTE ASTRALE

La seconda causa di malattia, l’ente astrale, è legata al tema natale. Ognuno di noi, al momento della nascita, con il primo atto respiratorio, viene dotato di una struttura o configurazione di un cielo interiore in analogia con il cielo esteriore: la posizione dei pianeti, o meglio, dei geni o spiriti planetari, che vediamo nell’oroscopo in un preciso istante, non sono nient’altro che una fotografia istantanea in perfetta corrispondenza degli stessi che governano in noi: i pianeti sono già una materializzazione di queste funzioni su un piano fisico.

In quel momento preciso, quello del primo respiro, si stabilisce un contatto del mercurio nostro, o spirito universale, con il mondo sublunare materiale per generare il solfo filosofico o anima, e da questo momento il respiro non ci abbandonerà più fino alla morte. Il primo respiro quindi è un’impressione primeva, un sigillo, un segno sulle caratteristiche e le inclinazioni della nostra anima. Esaminando una carta natale, riusciremo a comprendere moltissime cose di una persona: la sua struttura energetica, i punti deboli e quelli forti, la possibilità di esprimerli, sia gli uni che gli altri nei vari ambiti della propria vita, quali potranno essere le occasioni di influenze esterne che potranno colpire ciascuno nel divenire della vita, le influenze delle stelle, o astrologia stellare, oltre a quelle planetarie, e le congiunzioni che entrambe incontrano, ma si potranno anche vedere le collocazioni degli organi del corpo, governati tutti da una forza archetipale precisa. In termini moderni possiamo dire che andiamo a studiare il genotipo di una persona e come questo si modifichi nel fenotipo nel seguito dei transiti e da ciò che si produce, una sorta di genetica sulla carta natale di nascita e di epigenetica che, nel corso del tempo, si produce con le interazioni delle forze in perpetuo movimento. Questo mi fa pensare alla celebre frase di Lao Tsu che menziona i trenta raggi e il mozzo della ruota, tratta dal Tao Te Ching: “Trenta raggi convergono in un mozzo ma è il vuoto centrale che rende utile la ruota”, come se il mozzo fosse l’oroscopo fisso nel momento del primo atto respiratorio e i trenta raggi la struttura planetaria in movimento. Essendo questi geni o spiriti planetari forze che operano dentro di noi secondo qualità precise, che agiscono come informatori in un campo sottile, riusciamo a intuire come potrà formarsi l’anima di una persona e, in successione, anche il corpo. Questi archetipi hanno un’azione plasmante attiva sul campo informativo, dandone qualità e caratteristiche precise, sia in eccesso che in difetto, ma anche in equilibrio o in neutralità. Studiare un tema natale in astrologia ci permette di comprendere e interpretare come si stanno muovendo gli archetipi che governano il nostro cielo interiore. Diventa consequenziale che la cura di un malato possa essere soltanto personalizzata e personalizzabile in funzione degli spiriti planetari in difficoltà in quel momento. Osservare la loro espressione energetica che si esprime e si esplica nella costituzione di ciascuno di noi,  ci permette di comprendere come intervenire: andrà rinforzato ciò che è più debole e andrà moderato ciò che è eccessivo, come in medicina tradizionale cinese andrà riempito il vuoto e svuotato il pieno per arrivare all’equilibrio.

Questo ente astrale è legato all’elemento acqua e bisogna intervenire sui punti deboli della costituzione archetipica.

TERZA CAUSA DI MALATTIA: ENTE NATURALE

La malattia causata da questo ente proviene da problemi di ordine morale e riguarda lo stato mentale, per cui quello psicologico. Pur utilizzando i suoi rimedi per stabilire una cura, Paracelso sapeva che non sarebbero stati sufficienti in questa situazione, in quanto sarebbero servite istruzioni per curare e migliorare lo stato morale della persona. Senz’altro è utile dare rimedi che possano indurre certi stati psichici positivi per il malato, ma occorre dare istruzioni, insegnamenti: il paziente diventa anche studente, gli va insegnato come pensare, cosa pensare di utile alla sua vita e allo stato di salute, come fare. Entra in gioco imparare la funzione del discernimento, carente in questo ente naturale, e vanno indotti cambiamenti nella struttura del pensiero. Le caratteristiche e la natura di questo ente sono state sviluppate e ampliate da moltissimi maestri nel corso del tempo, anche precedenti Paracelso, in quanto la capacità di pensare, il saper pensare e il saper selezionare, quindi discernere, pensieri nutrienti come se fossero un cibo per la psiche, per la mente, sono alla base di un buono stato di salute. La mente è un vero e proprio luogo dove possono stabilirsi, come dei residenti, pensieri, modi, modelli, abitudini, o, come diremmo nei tempi moderni, bias cognitivi  disfunzionali.

Ciò che pesa all’uomo moderno nella considerazione di questo ente naturale di malattia è sicuramente il termine “morale”, sentito spesso con accezione negativa. La parola “morale” deriva dal latino moralis, aggettivo derivato da mos, moris che significa semplicemente costume, uso, maniera. Questo termine latino fu coniato del greco  “ethos”, con un significato simile, ovvero costume, abitudine, carattere, disposizione interiore, insieme di qualità etiche e principi che guidano il comportamento di un individuo o di un gruppo. Per Aristotele l’ethos era una disposizione acquisita attraverso l’abitudine, in quanto le virtù etiche, come il coraggio, la giustizia, la temperanza, non sono innate ma abbiano bisogno di svilupparsi attraverso la pratica costante di azioni virtuose. Quindi l’insegnamento delle virtù e la pratica costante di azioni giuste ci renderanno giusti. L’abitudine è il mezzo attraverso il quale si forma e si manifesta il carattere, per cui,  in sintesi, la morale come l’etica ci portano da un significato iniziale legato a un luogo e a un’abitudine a un concetto fondamentale che descrive il carattere come la disposizione di una persona forgiata attraverso le sue azioni abituali. Possiamo dire che l’etimologia di morale rimanda al concetto di comportamento consuetudinario e di norme sociali che guidano le azioni umane. Infatti, originariamente il termine era strettamente legato alle usanze e alle pratiche di una comunità. Si comprende pertanto che laddove ci siano concetti diversi di morale, dettati da solchi nell’ambito del pensiero e del comportamento soggettivo in contrasto con quelli del periodo in cui si vive, l’attrito e il contrasto possano produrre malattia. Vorrei però considerare la parola anche in altri termini: in “m OR ALE” è contenuta sia la parola “orale”, in riferimento alla bocca, sia “oro”: mi fa pensare a qualcosa di prezioso come l’oro che può uscire dalla bocca. La lettera M riporta alla madre.

“Il mattino ha l’oro in bocca” dice un noto proverbio.

Mi vengono inevitabilmente in mente alcuni passaggi dei Vangeli:

Marco 07:15   “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; ma sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo”.

Matteo 15:11  “Non quello che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è quello che esce dalla bocca che contamina l’uomo!”

Altri passaggi che legano l’oro con l’oralità, il cuore e la parola sono:

Matteo 12:34,35  “Razza di vipere, come potete dire cose buone, essendo malvagi? Poiché dall’abbondanza del cuore la bocca parla. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, e l’uomo malvagio dal suo malvagio tesoro trae cose malvagie.

Luca 6:45  “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore tra i fuori il bene;  l’uomo malvagio dal malvagio tesoro del suo cuore trae fuori il male, perché dall’abbondanza del cuore parla la sua bocca.”

In medicina tradizionale cinese vi è una relazione tra organo pieno, viscere vuoto e altre parti del corpo: l’organo pieno è il cuore, che è in relazione con il suo viscere vuoto, l’intestino tenue (discernimento, ovvero separare il puro dall’impuro, che si tratti di pensieri e sentimenti come di cibo) e si apre sulla lingua (discernimento sulla parola).

Elemento è l’aria in quanto va rinforzata la moralità con un’istruzione adatta alla persona e a ciò che le serve.

QUARTA CAUSA DI MALATTIA: ENTE SPIRITUALE

Questo ente spirituale è in corrispondenza con la volontà, legato all’elemento fuoco, quindi riguarda le passioni, le ossessioni, immaginazioni e fantasie morbose, problemi di attaccamento e disordini interiori profondi. La mancanza di volontà è un difetto su un piano spirituale, difetto nel senso di mancanza, che provoca stati alterati di coscienza, anche assenze di coscienza, che possono prevaricare le istruzioni e gli insegnamenti dati sul piano morale. Paracelso diceva che gli stati psicologici possono provocare cambiamenti fisiologici, fatto noto anche nelle medicine antiche e sviluppato bene nel ventesimo secolo dal dottor Bach con i suoi fiori, come dalla medicina psicosomatica, dalla psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) e dalla medicina del dottor Hamer attraverso le 5 leggi biologiche e le relazioni tra shock e cambiamenti fisiologici. Per Paracelso un’immaginazione malvagia o malefica poteva influire sulla mente di un’altra persona, avvelenandone la vitalità, provocando danneggiamenti o addirittura uccidere. Secondo lui, questa causa di malattia poteva essere curata attraverso lo sviluppo della volontà e della fede, e per rinforzare la volontà è necessario rinforzare prima la fede. Chiaramente non si tratta di un concetto di fede associato alla credulità, e tantomeno al fatalismo, quanto il frutto di una conoscenza delle cose attraverso la certezza dell’esperienza diretta. Un buon terapeuta deve fare quelle esperienze che lo conducano alla fede, in quanto le esperienze ci permettono la conoscenza di chi siamo: conoscere e riconoscere noi stessi è necessario per poter aiutare gli altri. Conoscere attraverso l’esperienza diretta porta alla certezza,  per cui alla fede. Negli scritti ermetici alcuni autori hanno tradotto i tre principi filosofali, zolfo, mercurio e sale con fede, speranza e carità. La speranza non nel senso di “io speriamo che me la cavo”, lasciando tutto al caso e alla fatalità, quanto la capacità di orientare tutto sé stesso verso la direzione e lo scopo, ed è quello che dovrebbe fare il terapeuta nei confronti del paziente: orientarlo verso le esperienze che potranno essergli utili per sviluppare la sua fede e la sua volontà. La carità, o amore, sgorgherà da un cuore aperto.

Mi viene in mente un altro passaggio interessante attribuita all’apostolo Paolo nella lettera agli Ebrei capitolo 11 versetto 1: “Ora la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.”

In questa definizione ci sono aspetti fondamentali che connotano la fede: la certezza, in quanto non si tratta di un’opinione o di una vaga speranza quanto di una convinzione solida basata su una realtà sostanziale, sospinta dalla speranza. Come un titolo di proprietà o un fondamento sicuro, la fede è una prova convincente un argomento che rende reali, perché dimostrabili, le cose presenti, anche se non si possono percepire con i sensi esteriori, ma otteniamo una sorta di prova interiore della realtà, e questo spinge a credere .

Vorrei anche approfondire il senso della speranza, che ci orienta verso lo scopo: la parola ORI-entare vuol dire volgersi a oriente, ovvero verso il sorgere del sole, verso l’oro prezioso.

QUINTA CAUSA DI MALATTIA: ENTE DIVINO

Causa correlata con la quinta essenza, nulla può fare il terapeuta e nemmeno Il malato per guarire dalla malattia, se non che aspettare con molta pazienza che la legge della giustizia arrivi al suo compimento. Si possono dare sollievo alla malattia, sostegno, cure che possano alleggerire lo stato del bisognoso,  ma con questo ente nulla di altro si può fare, se non aspettare. Sembra esserci una certa inguaribilità, anche se questa non annulla la curabilità che va in ogni caso offerta. La situazione può durare mesi, anche anni. Può sembrare molto forte pensare che la malattia arrivi da Dio, e fa venire in mente quella frase della più famosa preghiera in cui si chiede al Padre di liberarci dal male. Questo ente di malattia, dipendendo dal compimento della legge di giustizia, è chiaramente in stretta relazione con quello che noi, superficialmente, nel senso che non è argomento ben conosciuto in Occidente, definiamo karma.

Per concludere, Paracelso diceva “Una e una sola è la causa di tutte le malattie ed è allontanarsi da Dio”.

Alla prossima con le sette regole di Paracelso per una buona salute.

Vania Nadia Franceschini

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