Commissione parlamentare sulla pandemia in Italia

Commissione parlamentare e domande giuste

Ogni tanto mi aggiorno sulla commissione parlamentare in ambito pandemia Covid con tutti i suoi spin off (che poi tanto off non sono) ma, vedete, non resto più meravigliata da quello che emerge: si può dire e fare di tutto, anche il peggio o ciò che è sempre stato ritenuto inaccettabile dall’opinione pubblica che, tanto, le coscienze e i relativi atti che dovrebbero seguirne, se fossero sveglie in chi deputato al suo ruolo istituzionale, sono paragonabili ad un elettroencefalogramma piatto: inesistenti, non pervenuti, frutto di un’evidente morte etica, morale e interiore. Chi detiene l’autorità ha la verità per avvallo ideologico/politico, non certo per evidenze dei fatti, e si sa che se i fatti non confermano la teoria, tanto peggio per i fatti.
L’ultima discussione in parlamento che ho seguito era relativa alla corruzione emersa sulla compravendita delle mascherine, un vero e proprio giro di speculazione monetaria su prodotti garantiti come buoni ma scoperti non conformi. Qualche procura si è mossa? Vado oltre. Sentendo argomentare da più parti, pro o contro, sulla gestione infausta delle mascherine, mi viene da sorridere: gli studi sull’inutilità delle mascherine alla trasmissione di virus e dei danni che possono causare nell’utilizzo su bambini, lavoratori e per più ore di fila dove sono? Eppur ci sono…
Discutere di creste milionarie, e forse anche di miliardi, è corretto, seppure sarebbe da valutare l’uso obbligatorio di uno strumento non indispensabile alla trasmissione virale: da dove nasce, e per mezzo di chi, l’imposizione?
Per me il discorso mascherine è il meno importante, ci sarebbe da approfondire altro, primo su tutto questo fatto: EMA, AIFA e l’istituto superiore di sanità sanno e hanno menzionato sui siti ufficiali che il vaccino ( vediamo se fb mi blocca come ai vecchi tempi) NON serve a prevenire il contagio. Janine Small, convocata in sede parlamentare europea in vece di Bourla, pertanto ha fatto da portavoce al CDA di Pfizer, ha chiaramente dichiarato che il vaccino non è stato preparato per prevenire il contagio e l’infezione ma i sintomi di malattia ( e anche qua ci sarebbe da dire, ma prendiamolo per buono, che le verità sono sempre mezze verità), quindi:

  • su quali basi scientifiche sono stati imposti gli obblighi a sanitari, insegnanti, forze dell’ordine e over 50, visto che il presupposto fondante di tali decreti e atti amministrativi era, di fatto, l’impedimento del contagio? Ricordo che in tanti hanno perso stipendio, contributi e anche il lavoro…
    Se già la premessa dei produttori era che i sieri non fossero stati preparati per impedire la diffusione virale, mi chiedo: i decisori hanno letto le schede tecniche dei prodotti, che erano lì a disposizione da subito? Chi ha forzato le leggi, pur essendo questi fatti noti?
    Chi ha permesso che sui media, dai giornali alle deliranti trasmissioni tevisive, si sbandierassero percentuali di immunità vicine al 100%, se il vaccino NON era stato testato e prodotto per questo scopo? Ricordate i titoloni dei giornali ” immunizza al 98%”? Poi 97, 95, 90, 88… fino ad arrivare all”immunizzazione negativa nel giro di un anno?
    E gli “esperti” presenti in ogni dove lo sapevano, visto che definirsi esperti dovrebbe essere garanzia di avere tutte le conoscenze utili in un dato ambito? Non so voi, ma io rammento altro uscito dalle bocche di questi esperti…
    Chiaro che le farmaceutiche non possono pensare di lavarsene le mani incolpando solo i politici: avrebbero potuto intervenire pubblicamente ad ogni abuso di potere perpetrato su falsi presupposti scienfifici, e non l’hanno fatto, anzi, in fase di sperimentazione hanno giocato su dati legati al contagio dei gruppi di sperimentatori tra vaccino e placebo facendoli passare da relativi ad assoluti, ma questo è un altro spin off.
    Poi, si sa che se ci sono azioni quotate in borsa…

Chi resterà con il cerino in mano?

Vania Nadia Franceschini

Scopo e volontà

Sto dedicando la mia attenzione a quanto scritto in ” Filosofia della libertà” di Rudolf Steiner, e mi rendo conto quanto sia necessario essere sia preparati che pronti per certi concetti, per comprenderne ogni incesellatura in relazione a precedenti insegnamenti, specialmente di altri maestri. Fondamentale l’attività del saper pensare, mi verrebbe da dire dell’igiene del saper pensare ( trovo molte somiglianze con le saggezze dell’insegnamento di Bruno Grõning).
Crediamo di pensare, in realtà facciamo infruttuoso uso della memoria, che è l’archivio del già pensato, ed già stato pensato tutto il pensabile, nulla di nuovo sotto il sole.
Ricordare è riportare al cuore: il dimenticato è diventato organico, stradigerito, seppure vitale. Ecco che, nonostante ci si trovi di fronte a un procedimento complesso, che segue le leggi del “vivente”, si tratta di riportare alla coscienza ciò che è stato depositato.

Nessuno è libero se non agisce secondo volere, se non sa davvero ciò che vuole. Mi è venuto in mente il dialogo, il primo, che in Matrix Neo, Morfeo e Trinity scambiano con il Merovingio:
“Tu sai perché siamo qui?”
“Sono un trafficante di informazioni: so tutto quello che serve conoscere. Il punto, semmai, è… voi lo sapete perché vi trovate qui?”
“Stiamo cercando il fabbricante di chiavi.”
“Ah già, è vero, sì… il fabbricante di chiavi, certo… ma… questa non è la ragione, non è il perchè. Il fabbricante di chiavi, per sua stessa natura, è un mezzo, non è certamente un fine, per cui cercare lui equivale cercare un mezzo per fare… cosa?”
“Tu hai la risposta a questa domanda.”
“Ma voi l’avete? Credete di averla ma non è così. Voi siete qui perchè siete stati mandati qui, vi è stato detto di venire qui e avete ubbidito.”

C’è differenza tra “fake it” e “make it”, tra imitazione e azione, tra ripetizione vuota e iniziazione cosciente.

Quale volontà precede il “fake it” e quale altra il “make it”? Scrivo solo questo: autenticità. Essere autentici come autenticità dell’essere. Conoscere se stessi implica il riconoscere se stessi e la propria origine.

Per il resto, che ne dite se restiamo con la domanda?

La coscienza non muore

Se la morte non esiste nel senso che muore solo il nostro veicolo, il corpo umano, ma la coscienza è qualcosa che rimane grazie al lavoro interiore di una vita come  una riconquista, la riunione con la coscienza cosmica universale, divina, con questa meravigliosa e omnicomprensiva coscienza divina, allora sarebbe meglio lasciare questo corpo nella consapevolezza di essere guariti piuttosto che andarsene in preda a pensieri di una malattia mortale che non siamo riusciti a sconfiggere. Perchè? Perchè tutto questo viene portato dietro e dentro con e nella nostra esperienza, a livello della nostra memoria individuale, pertanto non ci sarebbe possibilità di annullare questa impronta impressa pre-mortale,  questa energia informata portata sui piani sottili, e il rischio sarebbe quello di ritornare in un'altra esistenza sì con un nuovo veicolo, ma ancora con il pensiero di malattia, di malattia potente contro la quale nulla possiamo fare. Avremmo un corpo in-FORMATO sulle basi  che abbiamo lasciato in sospeso, che siano soluzioni riuscite e mancate, cerchi aperti da chiudere. Essere ancora preda di un'illusione legata a un pensiero, a un'informazione di malattia più forte, più potente di qualsiasi atto di guarigione e di salute equivale  ad aver già fatto cadere la funzione d'onda prima di andarsene di qua, ovvero ci porteremmo dietro il gatto nella famosa scatola di Shrödinger già pronto a comparire prima di ricominciare un qualsiasi altro tipo di esistenza. Questo potrebbe valere anche quando lasciamo il corpo in uno stato di conflittualità attiva (si direbbe secondo le 5 leggi biologiche), ovvero senza aver risolto tutti i problemi, tutti gli shock, tutte quelle masse conflittuali accumulate in una e più esistenze ma che non abbiamo risolto, come se fossero dei nodi letterali su un piano di energia, energia informata. Ce li portiamo dietro perché la vita è un continuum, non smette mai di fluire, per cui in quella coscienza che è appartenuta alla nostra esperienza soggettiva. Un quid rimasto, che si porta dietro i nodi irrisolti, che automaticamente ricompariranno in successione nell'incarnazione  seguente, pur essendo una successione apparente: in realtà la coscienza è uno stato di continuità dell'essere. Preziose le parole del vangelo "Il sole non tramonti mai sulla tua ira". Preziosi consigli ci suggeriscono di tornare indietro dove c'è un problema, anche sui propri passi, e di risolverlo, altrimenti ci si porterà dietro l'irrisolto. Inevitabilmente si tratta di inquadrare ciò che è considerato legge biologica in un assetto non solo orizzontale ma anche verticale e di profondità: noi immaginiamo lo scorrere del tempo, in realtà il tempo è tutto in un unico punto, ovvero tutto in una concentrazione di esperienza appartenente alla coscienza. La percezione del tempo esiste solo in tutti quei cicli di entrate e uscite da uno stato differente di coscienza che riguarda la materia, Saturno imprigiona nella materia e nel tempo, per cui i corpi nei quali la coscienza fa esperienza. Ciclo dopo ciclo possiamo srotolare questo punto in una linea, che assume forma circolare. Il punto va a farsi un giro in linea circolare, circolo che chiamiamo ciclo, ma comprendendo anche altre dimensioni possiamo parlare di sfera, in quanto un circolo in più dimensioni diventa sfera, un crono/topo, uno spazio/tempo in cui si svela. Si slatentizza, la coscienza, nell'esperienza, nell'azione, come se tutte le vite che viviamo, o meglio, tutte le esistenze incarnate, fossero momenti di attività di veglia alternati a momenti di sonno. La vita è sempre una: quella della coscienza.
Siamo forse morti la notte, mentre dormiamo?

Porgi l’altra guancia?

Ho un leggero senso di nausea, dato dell’ipocrisia. Che bella scoperta che la guerra sia sbagliata, che ci rimettano i soliti. Si dice che “i soliti”non c’entrino nulla, ma ho le mie riserve. Le situazioni esistono perchè sono complementari, almeno in un mondo fatto come questo. Ci sono i tiranni? Sì, ci sono, ma di fronte a loro, come complemento, c’è un gran numero, a volte immenso, di persone che hanno dato loro consenso, ubbidienza e appoggio. Se non si vuole il carnefice, non si deve essere vittime, ma è evidente che occorra un gran lavoro sull’individuo e il suo stato di coscienza per cambiare le cose e vederle espandersi in uno spazio collettivo, più ampio, che sia spontaneo e non l’esito di un atto di forza, traballante e fasullo. È da tanto che siamo in mano ai tiranni, quasi sempre legittimati dal consenso, e lo ottengono grazie all’inganno, ma… se c’è l’ingannatore è perchè c’è l’ingannato, che sia per imbecillità o per incoscienza, in ogni caso per una scelta disabile. È chiaro ed evidente che non avremo mai dei saggi al potere: il saggio, per questioni intrinseche e per conoscenza di questo mondo, lo evita come la peste, quindi ci troviamo a capo del mondo chi ci troviamo. Se uno ti fa un’offesa, “porgi l’altra guancia” vuol dire dare una possibilità diversa, alternativa, originale, inusuale, spiazzante: se ti si porge un attacco, anzichè rispondere reattivamente, agisci con qualcosa di nuovo, di diverso, su un altro piano, un gradino più in su. Poi, il resto sta a chi è rivolto l’invito, che può essere accettato o respinto, facendo entrare in gioco la sua natura. Porgere l’altra guancia è un atto di magia, di svolta, di trasformazione.

Per quanto? Per sempre?

No, se no si passa dall’essere saggi all’essere stupidi.
Se il terreno è buono, la trasformazione avviene, se no si passa oltre.

Dire che la guerra è sbagliata, al punto a cui siamo arrivati, non ha senso, perchè tradisce la completa incapacità di leggere i fatti, gli accadimenti e la storia. La guerra c’è, alimentata direttamente e indirettamente, e ci sarà sempre finché ci saranno vittime consenzienti. Ci sono, da ambo i lati, esseri indifferenti all’altra guancia, irrispettosi di tutto. Quindi, è ovvio che si vada avanti a guerre.

O si aggiunge alla presa il filo della messa a terra, o nulla cambia.

Vedere gli effetti e scambiarli per causa è il leit motiv mentale nelle teste globalizzate, nei ripetitori inseriti al posto della mente che sa pensare. Cercare di capire sarebbe già un primo passo, ma si vuole solo aver ragione.

Si usano bilance e misure opportunisticamente e ipocritamente diverse, e anche la guerra è occasione di palcoscenico. Che vuoto, che vuoti a perdere…

P.s
I bravi hanno esportato così tanta democrazia per gli altri che per loro non ve n’è più, l’hanno finita tutta.

Piante e carattere

In natura possiamo classificare le piante anche secondo dinamiche di empatia, considerando il modo in cui viene gestita l’interazione con l’uomo e non soltanto secondo canoni scientifici. In questo senso esistono quattro tipologie di piante:

  • quelle che vogliono la solitudine e sottolineano il loro desiderio attraverso La velenosità. Un esempio può essere la Digitale che è altamente tossica e con effetti collaterali pericolosi. Sono sicura che avrete pensato anche a piante di una certa fama, come la Belladonna, il Colchico, lo Stramonio…
  • quelle che si trovano in mezzo agli altri ma non esprimono voglia di comunicare, come la Gramigna che non ha intenzione di dialogare ma di infestare. Ho inevitabilmente pensato alla Robinia e all’Ailanto…
  • piante che non hanno l’intuizione del dialogo ma si donano e si lasciano lavorare in modo affabile, come tutta la categoria dei vegetali commestibili;
  • piante che non vivono a contatto con l’uomo ma che hanno sviluppato un innata capacità di dialogo interazione, modulando il loro intervento senza mostrare alcun tipo di resistenza come per esempio l’Aloe.

Qualche anno fa è esploso il boom riguardo all’Aloe, considerato la panacea di tutti i mali: mi ha sorpreso scoprire come fosse inclusa in un elenco di piante medicamentose, inciso su una tavola sumera di argilla datata intorno al 2000 avanti Cristo, trovato in Mesopotamia nella città di Nippur. Nefertiti e Cleopatra utilizzavano l’aloe nella loro routine di bellezza e Alessandro Magno la usò per curare le ferite dei suoi soldati reduci dalle battaglie sulla conquistata isola di Socotra, dove vi erano numerose piantagioni. Come sempre non c’è niente di nuovo sotto il sole .
Attribuita a Cristoforo Colombo è la frase seguente:
” Quattro vegetali sono indispensabili per il benessere dell’uomo: il frumento, la vite, l’olivo e l’aloe. Il primo lo nutre, il secondo gli rinfranca lo spirito, il terzo gli reca armonia, il quarto guarisce.”

È sorprendente come ogni Regno sia popolato da individui di natura con caratteristiche uniche e peculiari…

Libertà

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo dice la Costituzione. Per alcuni potrà sembrare confortante, per me no. Analizzando un po’ più da vicino questo concetto, mi appare chiaro l’appoggio della Costituzione alla società liberista in avvenire, in una sorta di squarcio visivo sulla realtà che si andava definendo di opposte ideologie comuniste e capitaliste. Alternativa?
“L’Italia è una Repubblica fondata sui diritti degli esseri umani alla vita, al benessere, alla preservazione e all’evoluzione migliorativa delle condizioni della nostra esistenza comune, sul piano individuale e su quello sociale, allo scopo di realizzare un’esistenza collettiva volta alle massime aspirazioni realizzabili, nel rispetto reciproco, nei confronti degli altri esseri viventi e dell’ambiente”.
L’unico lavoro che nobilita l’uomo e che rende liberi è quello scelto sulle proprie passioni e talenti personali, scevro da ogni sfruttamento.

La scritta all’entrata del campo di concentramento di Auschwitz è ben nota.
” Il lavoro rende liberi”

L’ostinazione

Sono veramente per la libera scelta, in un senso e nell’altro. Non lo dico per dire, crediamo di essere liberi e invece quasi tutti abbiamo una terribile paura della libertà perché non sappiamo gestirla. Chi afferma con sicurezza il contrario mente sapendo o non sapendo di farlo. La libertà quella vera è concessa a pochi esseri: sono quelli che se la prendono e basta e non danno fastidio al resto del mondo. La libertà è un diritto naturale. Proprio per questo per ogni scelta ci saranno delle conseguenze che ognuno dovrà assumersi responsabilmente. Spero soltanto resti tempo a sufficienza per la dimostrazione di certi fatti, non come troppo spesso succede per esempio a grandi personaggi di avere riscontri post mortem. Ogni discussione ultimamente si fa a colpi di studi pubblicati, anche se ci scommetto quello che volete che quasi tutti gli interlocutori non sanno nemmeno di cosa stanno parlando. Sapete cosa mi viene in mente? Le conversazioni fatte in ambito religioso a suon di versetti della Bibbia o di altri testi sacri religiosi al fine di dimostrare chi detiene la verità assoluta. La comunità scientifica non è una signora rintracciabile, che parla autorevolmente e che esiste in quanto tale, ma è composta da decine di migliaia gli scienziati sparsi in tutto il mondo, e gli scienziati sono esseri umani con tutti i pregi e i difetti del caso, incluse purtroppo le varie percentuali di corruttibilità. Chi stabilisce lo studio meritevole di pubblicazione oppure no? Chi è il filtro? Lo chiedo in quanto Horton stesso, direttore di The Lancet, prestigiosa rivista di pubblicazioni scientifiche, disse che più della metà delle ricerche scientifiche pubblicate sono da considerarsi inattendibili per una serie di ragioni, la più importante legata alla manipolazione dei dati. Chi chiama complottismo il conflitto di interessi in ambito di ricerca scientifica forse non ha riflettuto a sufficienza, forse non ha capito in che mondo si trova, perché non riesco a capire altre ragioni. Non capisco perché oscurare chi sostiene dei fatti quando la loro comprensione sarebbe a beneficio di tutti. Non capisco nemmeno questa voglia di fare la guerra per il puro gusto di farla mostrando incapacità ad una discussione sana. Ancora meno l’arroganza… non provo rabbia quando mi trovo risposte come quelle di troll e leoni da tastiera, quando si vede il prevenuto atteggiamento di chi crede di saperla lunga e di conoscere l’interlocutore, di chi discute per il gusto di discutere senza quella dimensione di profondità che dovrebbe avere la conoscenza, no, piuttosto la definirei amarezza. Non sono gli studi scientifici che danno le risposte definitive, siamo noi esseri umani a darle attraverso le nostre reazioni, le nostre esperienze e i fatti che accadono. Più e più volte sono state date verità scientifiche formato acciaio inox 18/10 che a distanza di anni sono state completamente ribaltate, e guai chi osava metterle in dubbio. Ricordo che ai tempi era la maggioranza a sostenere che la terra fosse piatta e un’estrema minoranza osteggiata e minacciata di scomunica a sostenerne e la sfericità. È sempre stata la minoranza ad aver cambiato i paradigmi del mondo. Fossimo in un’età dell’oro sarebbe il contrario. Mi rendo conto solo delle dell’estrema difficoltà a far passare concetti quando manca un reale background di tutte quelle conoscenze che vengono aprioristicamente scartate ma che sono fondamentali nella comprensione di come funzioniamo noi e di come funziona il mondo in tutte le sue scienze. Non ho idea di come si possa colmare questo gap, in quanto occorrono necessariamente anni di studio e di esperienza diretta, una mente sintetica ed intuitiva padrona rispetto a quella razionale ed analitica. Mi rendo altresì conto come in certi campi io stessa abbia dei gap da colmare e trovo questo fatto piacevole ed interessante perché vuol dire che ci sono settori di argomenti che devo ancora conoscere e studiare e sui quali posso soltanto esporre una limitata opinione. Credo che il primo passo sia quello di non considerare assoluto tutto ciò che in realtà è relativo. Il sostegno di qualsiasi assolutismo, in ogni ambito che coinvolga gli esseri umani, che sia teorico o pratico, porta in sè sempre il seme della violenza: il germe che si sviluppa è la mancanza di riconoscimento dell’esistenza di tutto ciò che sta alla polarità opposta, che esiste nonostante la persistente ostinazione nel non voler vedere e prendere in considerazione. Resteremo sempre essere incompiuti se non apporteremo dei cambiamenti…

Esistono due tipi di libertà: una è orizzontale, che libera DA. Costrizioni, coercizioni, impedimenti alla libertà di fare, il tutto limitato da regole. È quella che la maggioranza persegue, che confonde con una libertà superiore. Si trattano la compravendita o la cessione ( in ambo le direzioni) delle gabbie per le “mandrie” umane e del loro ampliamento, giusto che, almeno per un po’, non si vedano i confini delle nuove sbarre.

Poi vi è una libertà verticale, che ci rende liberi DI. È la libertà di essere, ma presuppone l’incontro con la natura della nostra autentica essenza, che non è certo quella della personalità, di una natura inferiore dedita alle brame, lontana dalla solarizzazione dell’Opera che siamo tenuti a compiere.

Natura dell’essenza.

Questa sconosciuta.

Ad ogni modo, si esce solo in verticale, puntando verso Nord.

Come si fa “politica” senza politica

Tutto ciò che determina l’organizzazione e la struttura della vita in ambito collettivo e sociale rientra nella definizione originale di politica: “Arte che attiene all’organizzazione, alla struttura di governo della città stato, della Polis”. Poi, nel corso del tempo, vuoi per un aumento di popolazione, vuoi per la nascita di forze di derivazione dalle classi sociali, per l’ampliarsi delle forme di mercato e commercio, per la capillarizzazione della scolarizzazione delle genti, per interessi nascenti rispetto ad altri consolidati e sempre più nelle mani di pochi potenti, alla fine per un’evoluzione di tutti i gruppi umani in un ambiente, ha preso piede la strutturazione in gruppi, organizzazioni, movimenti e partiti, bacino di fermentazione dell’accezione dispregiativa che si è trasformata in regola. Oggi in molti, di fronte alla parola politica, scappiamo a gambe levate, in quanto inevitabilmente identificata con la regola del marciume quotidiano, il cui olezzo ci ha reso insensibili. Ormai è tristemente noto che principi e i valori universali non siano fonti primarie di ispirazione della politica, che fino a qualche tempo fa seguiva comunque idealismi, definibili come sottocategorie di alcuni principi, aumentati per eccesso o diminuiti per difetto a seconda della propria visione del mondo, determinata da raggruppamenti di persone con i medesimi interessi. Non è mai un ideale a essere assolutamente giusto o sbagliato quanto il senso della misura ad esso applicato o meno, che porta a fanatismi e comportamenti dittatoriali, confusi con l’ideale di partenza, ma frutto di un mancato alchimista. Triste constatare come ci siano rimasti solo gli interessi (anche quelli bancari!), senza principi, nè valori e tantomeno ideali, interessi che non sono quelli della maggioranza dei cittadini del mondo, ma di una minoranza elitaria, che si guarda bene dal cedere potere, beni materiali e denaro. Non sia mai che i cittadini comuni facciano politica o ne siano in grado, scherziamo? Volete davvero che si dettino le regole di una buona organizzazione della vita comunitaria? Anche per quelli che (come me) si sentono nel mondo ma non del mondo, atti di politica operativa sono all’ordine del giorno: li compiamo con ogni scelta che si rifletta sulla comunità. Scegliere i prodotti da acquistare o meno, il cibo di cui ci nutriamo, le terapie mediche da seguire , la raccolta differenziata dei rifiuti, l’uso della moneta corrente per gli scambi, raccogliere gli escrementi dei nostri cani e via con lungo elenco, al pari della lista della spesa, sono atti politici, perché determinano gli effetti sulla micro e macro società in cui viviamo. Fa parte delle regole del gioco, anche quando non vi prendiamo parte decisionale attiva ma accettiamo passivamente dei comportamenti che riteniamo più consoni. Quando parliamo di consapevolezza, che precede, accompagna e segue ogni nostro atto, aspiriamo direttamente a un principio che ci spinge a seguire quel modello di comportamento. Se il principio è interiorizzato, l’azione sarà consapevole e produrrà politica, ma accadrà la stessa cosa se ogni gesto compiuto sarà un automatismo privo di riflessioni pulsanti la coscienza, nel senso che avrà sempre un effetto sulla collettività, ma si tratterà di azione vuota. Siamo sempre più di fronte ad insiemi di atti privi di contenuti valoriali. Esseri umani ripetitori, come vuoti a perdere, che credono di avere linee guida personali, quando si tratta di opinioni frutto di schemi preconfezionati, politicamente corretti in quanto già stabiliti. Chi pensa di pensieri propri? Sono pochissimi in grado di farlo, non stiamo a raccontarcela, si tratta di un altro argomento. Chi adotta pensieri differenti dal pretaporter del corretto pensare consumistico viene
fatto fuori in svariati modi, ma ce n’è uno su tutti che va di moda: si confonde l’opinione politica con il reato, sentendosi liberi di essere nel giusto, eliminando di fatto da ogni confronto chi non segue il diktat di pensiero pre formato, additandolo come se fosse realmente colpevole di azioni terribili, in realtà mai compiute, se non nella mente dell’inquisitore. Più la visione personale si discosta da una realtà effettiva, ma è opinione dissenziente, più sono evidenti la psicosi (non mi rendo conto che ci possa essere una realtà diversa da quella che vedo) e la nevrosi (mi rendo conto che la realtà è diversa, ma non mi piace, per cui la rifiuto), che ci portano alla separazione di un pensiero diverso, che nemmeno dovrebbe esistere. Non vi è reale integrazione delle differenze, ma un rifiuto. Non che l’integrazione sia un atto obbligatorio, intendiamoci bene: ognuno è libero di integrare quello che vuole e ritiene opportuno e necessario, un po’ meno lo è far fuori l’avversario semplicemente perché non la pensa allo stesso modo. Vivi e lascia vivere, o no?

Sapere, pensare, saper pensare

Sto dedicando la mia attenzione a quanto scritto in ” Filosofia della libertà” di Rudolf Steiner, e mi rendo conto quanto sia necessario essere sia preparati che pronti per certi concetti, per comprenderne ogni incesellatura in relazione a precedenti insegnamenti, specialmente di altri maestri. Fondamentale l’attività del saper pensare, mi verrebbe da dire dell’igiene del saper pensare ( trovo molte somiglianze con le saggezze dell’insegnamento di Bruno Grõning).
Crediamo di pensare, in realtà facciamo infruttuoso uso della memoria, che è l’archivio del già pensato, ed già stato pensato tutto il pensabile, nulla di nuovo sotto il sole.
Ricordare è riportare al cuore: il dimenticato è diventato organico, stradigerito, seppure vitale. Ecco che, nonostante ci si trovi di fronte a un procedimento complesso, che segue le leggi del “vivente”, si tratta di riportare alla coscienza ciò che è stato depositato.

Nessuno è libero se non agisce secondo volere, se non sa davvero ciò che vuole. Mi è venuto in mente il dialogo, il primo, che in Matrix Neo, Morfeo e Trinity scambiano con il Merovingio:
“Tu sai perché siamo qui?”
“Sono un trafficante di informazioni: so tutto quello che serve conoscere. Il punto, semmai, è… voi lo sapete perché vi trovate qui?”
“Stiamo cercando il fabbricante di chiavi.”
“Ah già, è vero, sì… il fabbricante di chiavi, certo… ma… questa non è la ragione, non è il perchè. Il fabbricante di chiavi, per sua stessa natura, è un mezzo, non è certamente un fine, per cui cercare lui equivale cercare un mezzo per fare… cosa?”
“Tu hai la risposta a questa domanda.”
“Ma voi l’avete? Credete di averla ma non è così. Voi siete qui perchè siete stati mandati qui, vi è stato detto di venire qui e avete ubbidito.” Come sostiene Bruno Gröning, “Saggezza di Vita di Bruno Groening:

” Molte persone credono di poter pensare chiaramente con la loro testa, di sentire chiaramente. Sono solo tutti in un delirio.”

Ci sono deliri personali e deliri di gruppo, che sono il prodotto della distanza tra il reale e il percepito come tale, tra il vero e il fantastico, tra l’essenza e la sua interpretazione frutto del filtro che si frappone nel processo di lettura del fenomeno, che non è quasi mai pura lettura. Tutto viene filtrato da occhiali che alterano il reale, adeguati e tarati sulle nostre cognizioni limitate e limitanti, sui nostri bias cognitivi.

Andando oltre, per Bruno Gröning noi crediamo di pensare, ma non lo facciamo, piuttosto ci limitiamo a selezionare e accettare i pensieri che già esistono, come agglomerati energetici esistenti, che siano buoni o cattivi, utili o dannosi. In chiave analogica, visto che si attribuisce la funzione del pensare all’attività cerebrale, sappiamo che il cervello ha segnatura lunare ( Luna crescente), pertanto argentina funzione di specchio riflettente, ovvero la mente cerebrale riflette ciò che passa davanti. Che il libero arbitrio consista nella scelta dei pensieri che accogliamo? Viene in mente il celebre passaggio del Cristo:”Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.” Quindi, i pensieri alla sorgente richiedono necessario “taglio”, di netto, se portano alla natura inferiore, e nel contempo occorre pulire percezione (l’occhio che fa inciampare) e l’azione che ne consegue ( la mano). La Luna governa cabalisticamente Yesod, la sfera dell’astrale, che tutto riflette. Quale la soluzione? Occorre irradiare, funzione solare, cardiaca, del Logos Cristico, della sfera Tiphareth, sorgente del vero pensiero. Lì si dovrebbe giungere e, se ancora vi è incertezza e mancanza di solarizzazione del corpo mercuriale, di ignificazione, occorre ispirarsi a chi è solarizzato, fintanto che un lume, come un bacio, accenda un altro lume.

Vivente o non vivente?

Un assunto in biologia e medicina dice che un virus muta in varianti sempre meno pericolose ma più contagiose perchè non vuole morire, pertanto non è consono, per continuare la sua stessa sopravvivenza, far morire il suo ospite.

Vivere e voler vivere.

Pensateci.

La sopravvivenza è un vero e proprio programma biologico dotato di senso, di scopo.

È necessaria un’infinitesima coscienza di specie, di senzienza di essere un vivente per lottare per la propria sopravvivenza.

Pensate: cos’è un virus?
Un vivente?

No!

Non respira, per cui non è dotato di spirito vivente, non si nutre, non elimina prodotti metabolici perchè non ha metabolismo, non si riproduce.

È un insieme di amminoacidi avvolti da una membrana.

Come alcune pagine di un libro chiuse in una scatola.

Come potrebbe dunque avere coscienza di sè e della propria sopravvivenza?

Chi ha bisogno di chi?

Un essere VIVENTE o un NON vivente? Come può chi non è vivo aver bisogno di fare le cose di un vivo?

Siamo NOI viventi che abbiamo bisogno di un’informazione sensata per proseguire un cammino, risolvere un problema, migliorare una funzione, superare una malattia, non il contrario.

Atomi di silicio non hanno lo scopo di diventare vetro, è chi ha bisogno del vetro che li usa perchè si trovano nella sabbia.

Quindi, perchè i virus si attenuano fino a sparire, in caso di pandemie?

Vi ricordate la spagnola?

Perchè l’umanità è riuscita a fare il vetro, ha superato una fase di evoluzione a fronte di un programma biologico sensato.

Nelle epidemie vale la stessa cosa per le popolazioni più circoscritte.

In natura, ovvio.

Poi, ci sono i conflitti scatenati artificialmente grazie a metodi di ingegneria sociale.

Per creare una pandemia, è necessario un conflitto di massa.

Interessante, vero?