IL MONDO CHE CREIAMO: oltre il velo delle proiezioni

Troppo spesso, quando si parla di proiezioni in ambito spirituale, e non ci sono molte differenze rispetto a quello psicologico, si cade nell’errore di pensare che ciò che vediamo sia un’allucinazione totale, qualcosa che non esista affatto, ma la realtà è più complessa di così: la proiezione non è un’invenzione di sana pianta, piuttosto è il modo in cui noi rivestiamo le percezioni che riceviamo, non solo nella materia densa, ma anche sui piani sottili e astrali. Immaginiamo di trovarci di fronte a fenomeni che la nostra coscienza non sia ancora in grado di percepire nella loro interezza: non riuscendo a vedere la sostanza nuda, il vero, il reale, la materia prima, la mente interviene e cuce addosso a quel fenomeno un abito fatto di memorie, paure, desideri e interpretazioni personali, elaborazioni della propria esperienza di vita e conoscenze. Molto spesso mi sono trovata, personalmente o relativamente ad amici, di fronte a una descrizione di qualcosa non corrispondente alla realtà, quanto alla cosa conosciuta più somigliante nel database. Qui entra in gioco proprio il filtro mentale, soggettivo, che vorrei paragonare al naso di Pinocchio.

Pinocchio è il burattino di legno che aspira a diventare un bambino vero, un essere connesso direttamente alla sorgente della coscienza e della vita, non un assembramento di legnetti mosso da fili invisibili, meccanici e preordinati, che lo fanno esistere separato dalla realtà autentica. Pinocchio ha tempo ma non ha vita. Ogni volta che si allontana dal vero, il suo naso si allunga: quel filtro diventa una barriera che deforma la proporzione delle cose, trasformando la loro descrizione in bugia, tale in quanto lontana dal reale che descrive e, più si allunga il naso, meno è vicino a alla natura di ciò che sta osservando. Come nel vecchio adagio “dove c’è fumo c’è sempre arrosto”, è necessario ammettere che l’arrosto, la sostanza energetica o l’ente/essere che cerchiamo di conoscere, esista davvero, seppure dietro alla coltre di fumo. Il problema sorge quando, a causa del filtro, si inizia a delineare quell’ arrosto come un banchetto della più ampia varietà di selvaggina catturata, mettendo in mezzo al bottino, chissà, anche un bel cinghiale bianco, tanto per esaltare all’eccesso una inesistente magnificenza, o, al contrario, descrivendolo come un semplice e minuscolo moscerino fastidioso, unico quanto improbabile responsabile di tutto quel fumo.

La proiezione non riguarda tanto il cosa esista, ma il come noi lo interpretiamo sul sostrato dei nostri limiti di coscienza, di percezione e dei nostri filtri di interpretazione mentale. Essere connessi significa spogliare la realtà da questi rivestimenti per vedere finalmente l’arrosto per ciò che è, senza l’ingombro del nostro naso che cresce, si allunga e ci allontana. Non ha senso sentirsi in colpa per una percezione distorta, in quanto su un piano psicologico, per cui sotto l’interferenza di pensieri, emozioni e di un sentito memorizzato profondamente, è naturale non averne completezza e limpidezza, ma è necessario riconoscere l’inadeguatezza e l’incompletezza delle nostre descrizioni e valutazioni, che molto spesso sono soltanto punti di vista parziali e amputati di tutto ciò che sarebbe saggio conoscere prima di esprimersi. Il piano mentale e dell’esperienza ordinaria della vita lavorano su un asse orizzontale, per cui sarebbe come osservare al piano terra, o al massimo al primo piano di un edificio, gli aspetti delle varie manifestazioni, mentre per una visione del reale occorre approdare a livello della coscienza, ovvero poter spaziare dal micro al macro su infiniti piani e possibilità di osservazione e conoscenza, che bypassino il filtro mentale. Ciò nonostante, è necessario essere consapevoli che potremmo, molto più spesso di quanto pensiamo, dare significati, fare attribuzioni e valutazioni non corrispondenti al vero, al reale, infarcendo la nostra descrizione del fenomeno, impossibilitato a essere conosciuto nella sua intrinseca natura, utilizzando solo il piano mentale, attraverso i nostri personali occhiali percettivi. In un certo senso, siamo tutti un po’ daltonici. Se poi volessimo aggiungere la limitazione intrinseca (il limite della parola che determina) ed estrinseca (la nostra conoscenza del significato delle parole) del linguaggio, dell’uso delle parole limitanti la descrizione di esperienze, fatti e soggetti osservati, il danno sì mostrerebbe ancora maggiore.

LA TRAPPOLA DEL SOLIPSISMO: NEGARE L’ESISTENZA DEI MONDI O DI ALTRI ESSERI

Un errore comune nel percorso esoterico è credere che tutto ciò che percepiamo sui piani sottili sia unicamente un parto della nostra mente. Affermare che tutto sia proiezione è un atto di miopia che finisce per segare il ramo su cui siamo seduti. Se accettiamo l’esistenza del regno minerale, vegetale e animale nel mondo fisico, perché dovremmo negare la vita che pulsa nelle altre dimensioni, sotto altre forme e manifestata in altri stati di esistenza? Il fatto che non siamo ancora in grado di percepire questi esseri con una coscienza limpida e totale non significa che essi non esistano, piuttosto che, mancando una connessione diretta, abbiamo sostituito la realtà con il nostro filtro mentale. Quando questo accade, smettiamo di essere spettatori della vita multidimensionale e diventiamo prigionieri di un’interpretazione. Dire che un fenomeno astrale sia solo una proiezione equivale a chiudere gli occhi davanti alla vastità dell’universo. Ogni emanazione della coscienza ha una sua peculiarità e una sua dignità esistente nel e dall’Uno. La vera sfida non è negare ciò che vediamo quanto imparare a riconoscere le caratteristiche reali, spogliate dai racconti che la nostra mente sovrappone loro per paura o ignoranza. Questo vale anche per le interpretazioni altrui che prendiamo per vere. Il filtro non è fatto solo dalle nostre storie, ma anche da quelle che compriamo già confezionate dagli altri.

OLTRE IL RACCONTO: BLACKOUT E CONNESSIONE NATIVA

Lo strato mentale, forse più insidioso, è proprio costituito dalle interpretazioni e dai racconti altrui che accettiamo come verità assolute, che determinano l’espressione del potere di istituzioni o soggetti su un ampio numero di persone: tipico esempio sono le verità convenzionali che servono per la descrizione del mondo. Spesso non proiettiamo solo i nostri limiti, ma prendiamo in prestito anche quelli degli altri -presunti maestri, dogmi o correnti di pensiero- e li sovrapponiamo alla realtà finché non riusciamo più a distinguere l’arrosto dall’altrui fumo. Ho trovato interessante analizzare due figure che hanno vissuto la cessazione del filtro mentale e delle proiezioni in modo analogo ma con delle sostanziali differenze.

Da un lato abbiamo Anandamayi Ma, dall’altro U.G. Krishnamurti. La mistica indiana, forse ancora troppo poco conosciuta in occidente ma dotata di capacità stupefacenti, incarnava uno stato di connessione nativa, sin dalla nascita: era già nata bambina vera, priva del naso di Pinocchio, in stato di connessione ininterrotta con la coscienza dell’Uno. Alcuni testimoni, che l’hanno conosciuta in prima persona, raccontano che accettò di essere sottoposta a un esperimento atto a misurare la sua attività cerebrale, e che durante lo stesso gli aghi dell’elettroencefalogramma rimanessero immobili, facendo risultare piatta l’attività elettrica, mentre su altri presenti l’apparecchiatura funzionava normalmente. La sua mente non interferiva, non aveva bisogno di “interpretare l’arrosto” perché era una cosa sola con la fiamma e con il fumo, vi era uno stato unitario tra osservato e osservatore. In lei la proiezione non veniva spezzata, alterata, contraffatta: non ce n’era bisogno, in quanto non era mai nata con una mente, che non c’era: vedeva l’Unità in ogni sua emanazione e in relazione a tutto ciò che esiste.

Dall’altro lato troviamo Uppaluri Gopala Krishnamurti, conosciuto come U.G. Egli visse per decenni tormentato da tradizioni inculcategli sin da piccolo: era stato cresciuto da una famiglia con determinate conoscenze di insegnamento spirituale, di cui avrebbe dovuto ricalcare le orme, sentendo tuttavia interiormente il peso di un compito che non sentiva suo. Per molti anni della sua vita, dopo essere diventato un conferenziere famoso su questi temi, cercò disperatamente di farli propri, di sentirli veri, senza mai riuscirci, senza mai trovare autenticità dietro certi fenomeni attribuiti al mondo metafisico, senza sentire tutto quello che gli veniva descritto da altri maestri, tra i quali l’altro Krishnamurti, Jiddu. Portò se stesso a condurre la sua esistenza a limiti estremi, arrivando a vivere come uno sconosciuto barbone, nonostante provenisse da una famiglia benestante e fosse un personaggio assai noto nei suoi ambienti, sprofondando più volte in un nichilistico annientamento di se stesso, finché non arrivò la sua “calamità”. U.G. la descrisse come un evento biologico e fisico esplosivo, che annientò il suo senso di un sé separato, non come un’illuminazione spirituale, quanto come una rottura definitiva della continuità del pensiero, lasciando l’organismo nel suo stato naturale e puramente sensorio. Un vero e proprio blackout biologico, a mio avviso, un’ autocombustione del sistema che non reggeva più la pressione mentale del suo conflitto interiore, un blackout elettrico, come un impianto in sovraccarico non idoneo a reggere una corrente dal voltaggio troppo forte. Il suo filtro mentale andò in pezzi, bruciato, e il suo proiettore si ruppe, modificando di fatto il suo stato percettivo. U.G. descriveva quanto accaduto come lo stato naturale dell’uomo.

Vorrei aprire una parentesi importante: sarebbe senz’altro auspicabile il ritorno al nostro stato naturale, alle radici, a ciò che siamo veramente: le origini, il principio. Molti maestri ci hanno parlato di quanto sia importante ritrovare il nostro stato naturale, a dispetto dell’artificiosità che è andata espandendosi sempre di più nel corso dei secoli, alienando l’umanità dalla sua stessa natura.

Pur trattandosi di due esseri umani privi di mente o filtro mentale, vivendo lo stato naturale, si trovano delle differenze: Anandamayi Ma era già nata così, in connessione solo con la coscienza, in grado però di riconoscere ciò che le veniva descritto dai più svariati personaggi del calibro di Yogananda o Niels Bohr, giusto per citarne alcuni, e capace di affrontare qualsiasi argomento, nonostante non lo avesse mai studiato, con profondità, lasciando i suoi interlocutori nello stupore: lei era la stessa luce che illumina la realtà. Anandamayi Ma insegnava che l’amore umano è solo il riflesso parziale dell’Unico vero amore: la devozione incondizionata al Divino. Per lei amare gli altri significava servire Dio in ogni forma senza distinzioni o attaccamenti egoistici. Con chi la cercava, si comportava in modo spontaneo e materno, adattandosi perfettamente alla vibrazione di chi aveva di fronte: mostrava accoglienza totale, ricevendo poveri e saggi con la stessa equanimità, vedendo in ognuno una manifestazione dell’uomo. Faceva da specchio energetico: spesso non dava istruzioni formali, ma la sua semplice presenza induceva stati di pace profonda o risoluzioni interiori silenziose. Pur essendo premurosa, non creava mai dipendenze emotive, spingendo costantemente i devoti a trovare la propria forza spirituale interna, mostrando distacco amorevole.

U.G. sembra aver raggiunto la libertà attraverso la distruzione dello strumento: l’una non proiettava in quanto era luce, l’altro non proiettava in quanto aveva spento l’interruttore della mente, che si era fulminato: era stato rimosso l’ostacolo dei filtri. Anandamayi Ma è nata completa e integra in se stessa, espressione già diretta della coscienza che si incarna senza lo schermo mentale, priva dei bias selettivi, ma si può dire di U.G. la stessa cosa? Bruciare la mente e il filtro mentale è garanzia di immersione totale nello stato di coscienza? Può la distruzione di un’interferenza garantire la totale ricezione, connessione e allineamento allo stato di coscienza o si può restare bloccati in stati a livelli intermedi, come una gravidanza non compiuta, come un feto abortito, che pur essendo umano non è comunque un bambino formato? Può essere considerato lo stato naturale tale in se stesso, anche se ha interrotto il compimento di un processo di evoluzione? Può avvenire come se fosse un incidente? Può funzionare ugualmente la distruzione mentale lungo il percorso che non abbiamo ancora compiuto? Potrebbe Pinocchio diventare un bambino vero senza desiderarlo, ma soltanto perché detesta essere un burattino? Sono esistiti maestri connessi allo stato di coscienza ma che hanno mantenuto comunque una mente ( pulizia dei filtri?) per potersi interfacciare con i loro stessi simili umani e con la realtà di cui erano circondati? Dopo la sua calamità, U.G. divenne totalmente privo di affettività sociale o di intenzionalità psicologica nel rapportarsi agli altri; non agiva più in base a norme di cortesia o ruoli precostituiti, ma rispondeva in modo puramente fisico e meccanico agli stimoli esterni. Le sue interazioni erano caratterizzate da assenza di filtri, in quanto poteva essere brutalmente onesto o apparentemente indifferente, poiché non esisteva più un “io” che cercasse di compiacere o ferire il prossimo; mostrava risposte a specchio, ovvero il suo comportamento rifletteva spesso lo stato di chi aveva di fronte: se l’interlocutore era aggressivo, lui rispondeva con durezza, se c’era silenzio lui restava in silenzio. Un altro aspetto da parte di UG fu il rifiuto totale del ruolo di guru: trattava chiunque andasse da lui senza alcuna gerarchia spirituale, scoraggiando attivamente ogni forma di venerazione o dipendenza. In sostanza viveva in uno stato di reattività biologica, dove l’altro non era entità da istruire ma semplicemente parte di un ambiente a cui l’organismo rispondeva senza secondi fini. Si è davvero liberi quando si manifestano risposte riflesse puramente fisiche e meccaniche agli stimoli esterni? Capite perché manca almeno una fase in questo processo? Dov’è il cuore? In ogni caso, mi sento di fare un’altra domanda: potrebbe, in realtà, l’esperienza di U.G. svelare una prossima tappa di evoluzione umana ancora difficilmente accettabile? Per onestà è corretto chiedersi anche questo.

Il paragone tra Anandamayi Ma e U.G. che ho appena descritto mi ha condotto a riflettere sulla parola Dominio, o Dominus io, ovvero essere i signori, i governatori di quel qualcosa che chiamiamo “io”, al quale, in questa specifica situazione, conferisco l’accezione di mente: un essere cosciente sa tenere in mano le briglie della mente e direzionarla, dirigerla verso ciò che serve, attività necessaria fintantoché non spiccheremo quel salto evolutivo che ci porterà a essere altro rispetto a ciò che siamo adesso in questa manifestazione. C’è questa strana mania di distruggere tutto ciò che riguarda l”io”senza ancora avere la piena coscienza di che cosa sia, definendolo ora in un modo, poi in un altro per poi cambiare ancora il significato di che cosa sia, a conferma del grosso limite del linguaggio intrinseco ed estrinseco, senza avere quei ganci spirituali indispensabili per procedere verso certe trasformazioni o per compiere quei salti evolutivi. C’è il tempo giusto per ogni cosa: ogni accadimento, ogni azione deve seguire il fluire del tempo nel senso di Kairòs: il tempo opportuno, il momento qualitativo e carico di destino in cui un’azione specifica ha la massima efficacia. Il Kairòs rappresenta la frattura nel tempo ordinario Kronos: è l’istante in cui la consapevolezza interiore si allinea con l’evento esterno, permettendo il passaggio dalla reattività meccanica alla partecipazione cosciente. In senso filosofico e spirituale, è il momento della verità o la finestra di Grazia in cui il potenziale latente può manifestarsi pienamente. Tutto il resto è un atto di forza oppure un incidente lungo il percorso.

Uscire dalle proiezioni non significa dunque approdare al nulla, ma riappropriarsi della capacità di vedere la vita in tutte le sue emanazioni. Significa smettere di vestire il mondo con i nostri abiti o con quelli presi in prestito da terzi. Significa essere noi stessi, nel senso profondo del termine, radicati nel nostro centro, nell’uomo naturale. Solo quando il naso di Pinocchio smetterà di allungarsi, potremo finalmente riconoscere che ogni essere, ogni piano e ogni vibrazione è un pezzo reale di quell’unico arrosto che è la coscienza in esperienza.

Dove poniamo la nostra attenzione è il luogo dove va la nostra energia

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Paracelso: architettura della vita

In alcuni scritti precedenti ho già descritto gli enti di malattia secondo la visione di Parcelso e i pilastri della salute come suoi suggerimenti: nella sua visione (tradizione alchemica) i Tria Prima costituiscono la base di ogni sostanza materiale e spirituale. Essi non rappresentano solo elementi chimici, ma principi filosofici legati alla salute e alla struttura dell’essere:

Zolfo (Sulpher): Rappresenta l’anima e il principio del calore. È la forza espansiva, la coscienza e la capacità di combustione.

Mercurio (Mercurius): Rappresenta lo spirito e il principio della fluidità. Funge da mediatore tra lo Zolfo e il Sale, incarnando la vitalità e la trasmissione energetica.

Sale (Sal): Rappresenta il corpo e il principio della fissità. È la materia solidificata che protegge l’umido radicale, garantendo stabilità e forma fisica.

​Questi principi devono operare in armonia; la malattia insorge quando uno di essi si separa o sovrasta gli altri, rompendo l’equilibrio della “fiamma” vitale.

​Di seguito la spiegazione dettagliata e riassuntiva dei cinque enti di malattia (Volumina Paramirum) teorizzati da Paracelso, che descrivono le diverse origini delle patologie umane secondo la visione ermetico-alchemica:

  1. Ens Astrale (L’Ente Astrale): Si riferisce all’influenza dei corpi celesti e del macrocosmo sull’essere umano. Non va inteso come astrologia deterministica, ma come una “corruzione” dell’aria o delle energie sottili che circondano l’individuo (il corpo siderale). Quando l’armonia tra l’uomo e il cosmo si spezza, possono insorgere epidemie o squilibri energetici.
  2. Ens Veneni (L’Ente del Veleno): Riguarda tutto ciò che l’organismo assimila dal mondo esterno (cibo, acqua, aria) che non riesce a essere trasformato o eliminato. Paracelso introduce qui il concetto di Archeus, l’alchimista interno: se l’Archeus è debole, non riesce a separare l’essenza (nutrimento) dal veleno (scorie), portando all’accumulo di tossine e alla malattia.
  3. Ens Naturale (L’Ente Naturale): Rappresenta la costituzione biologica e il destino fisico dell’individuo. È legato al microcosmo umano, ovvero al funzionamento degli organi e dei sistemi interni. La malattia nasce quando c’è un’alterazione della propria natura specifica, inclusi i ritmi biologici e l’invecchiamento precoce della “riserva vitale” (l’umido radicale di cui abbiamo parlato).
  4. Ens Spirituale (L’Ente Spirituale): È la malattia che ha origine nella mente o nello spirito. Paracelso sosteneva che i pensieri, la volontà e l’immaginazione possono ammalare il corpo tanto quanto un veleno fisico. Include le influenze psichiche, i traumi emotivi e le forme pensiero che, se negative, possono agire come entità distruttive sulla salute.
  5. Ens Dei (L’Ente di Dio): Rappresenta l’origine metafisica o karmica. In questa visione, alcune malattie sono necessarie per l’evoluzione dell’anima o sono “permessi” divini per portare l’individuo a una comprensione superiore. È l’ente che ricorda i limiti della medicina umana e la necessità di una guarigione che passi attraverso la consapevolezza spirituale.

Il Paragranum (I Quattro Pilastri della Medicina)

​In Paragranum Paracelso mette in evidenza come la medicina non sia una disciplina isolata, ma abbia necessità di poggiare su pilastri solidi, definendone le basi che ogni vero medico dovrà tenere ben presenti:

  1. Filosofia: non va intesa come speculazione astratta, ma come la conoscenza profonda della natura e dei suoi elementi (terra, acqua, aria fuoco). Nel sistema paracelsiano il medico deve saper leggere ciò che è nascosto dietro all’apparenza fisica, avere conoscenza di ciò che è invisibile, e la filosofia è lo strumento che permette di comprendere la struttura invisibile della materia. Cardinale è l’idea centrale del macrocosmo-microcosmo, da cui la corrispondenza essenziale che l’uomo, ovvero il microcosmo, sia lo specchio dell’universo, il macrocosmo. Tutto ciò che esiste nel mondo esterno esiste anche all’interno del corpo umano. Per esempio, se si volesse comprendere il funzionamento di un organo, si dovrebbe studiare l’elemento naturale o l’astro corrispondente nel mondo. La natura è una maestra: il medico deve necessariamente camminare con la natura, e la filosofia paracelsiana impone che la verità si trovi nell’osservazione diretta del creato, non nei vecchi libri di Galeno o Avicenna. La filosofia, inoltre, insegna che non vi è separazione tra spirito e materia, che la vita è da intendere come un’unità, che ogni cosa possiede una forza vitale, e il medico deve essere in grado di interagire con questa energia per riportare l’equilibrio. In sintesi, essere filosofi significa conoscere perfettamente la Terra e il Cielo, per capire come questi agiscono sull’uomo.
  2. Astronomia: il secondo pilastro è l’astrologia medica, e per Parcelso il medico non può curare il corpo se non conosce le influenze dei corpi celesti sull’organismo. È utile tenere presente alcuni punti chiave: il cielo interiore riflette per corrispondenza come ogni organo sia collegato a un pianeta, per esempio il cuore al sole, il cervello alla luna, il fegato a Giove, e quindi le malattie non sono solo fisiche ma derivano da uno squilibrio tra le frequenze degli astri e quelle dell’uomo. Il medico deve vedere le sincronicità temporali, ovvero conoscere i cicli celesti per sapere quando somministrare un rimedio e quale farmaco può essere efficace o inutile a seconda della posizione dei pianeti al momento della cura. Paracelso credeva che le stelle emettessero una forza di azione sull’umido radicale e sulla vitalità dell’individuo, un vero e proprio influsso astrale. Ignorare il cielo significa ignorare metà della causa della malattia. Quel che qui viene definito astronomia insegna al medico che l’uomo è un antenna e la salute dipende dall’accordo armonico tra la vibrazione umana e quella universale.
  3. Alchimia: ovvero il terzo pilastro che rappresenta l’arte della preparazione e della trasmutazione. Per Paracelso il medico alchimista non è colui che cerca l’oro, quanto colui che estrae il veleno dalle sostanze naturali per liberarne la medicina pura. Ci sono dei fondamenti precisi: separazione e purificazione, e il medico deve saper separare il puro dall’impuro. La natura ci dà le materie prime, ma è l’Alchimista che, attraverso il fuoco, le purifica per renderle biodisponibili. Troviamo dei legami molto profondi con la medicina tradizionale cinese e le funzioni di separazione del puro dall’impuro (discernimento) ad opera del fuoco cardiaco e di quello gastrointestinale. Ogni corpo è composto da solfo, l’anima, il principio combustibile; il mercurio, lo spirito, il principio volatile e il sale, il corpo o principio solido, e bisogna tenere conto di questi tre principi filosofali. La malattia nasce quando l’equilibrio di questi tre elementi si spezza. Paracelso ci parla di Arcanum, un rimedio specifico: l’alchimia permette di trovare l’essenza spirituale di una pianta o di un minerale, e questo Arcanum agisce direttamente sulla forza vitale del paziente, senza appesantire il suo umido radicale. Quando poi si arriva alla trasmutazione, non ci troviamo di fronte soltanto alla chimica, ma all’elevazione di una frequenza della materia affinché questa possa interagire con la sua scintilla divina e identitaria, con la sua fenice interiore. Per Paracelso, senza l’alchimia, il medico è solo un cuoco che mescola erbe senza conoscerne la potenza reale.
  4. Virtù (Etica): questo è il quarto pilastro, e per Paracelso si tratta della colonna che regge tutte le altre, in quanto senza la rettitudine morale e la forza spirituale del medico, la filosofia, l’astronomia e l’alchimia sarebbero strumenti inutili o, peggio, pericolosi. Cosa intendeva Paracelso per virtù? Senz’altro l’amore per la medicina, in quanto per il medico svizzero il fondamento della medicina è l’amore. Un medico senza empatia e senza il desiderio sincero di aiutare il prossimo non potrà mai attivare la guarigione, poiché la sua vibrazione non risuonerebbe con quella del paziente. Il medico deve avere una forza, una forma di potere personale, essere una figura integra, dotata di una volontà ferrea; se il medico fosse debole o corrotto, non potrebbe comandare le energie della natura per scacciare la malattia. Deve esserci un certo disinteresse per il lucro: il vero medico non lavora per il denaro, ma per compiere il proprio destino come tramite della guarigione divina. La sua ricompensa è il ripristino dell’ordine naturale nel paziente. Vi è una responsabilità spirituale: il medico deve essere puro, quasi come un sacerdote della natura, essere in grado di proteggere il proprio campo energetico affinché non diventi un ricettacolo delle negatività altrui. La virtù agisce come uno scudo. Facendo una sintesi finale, questi quattro pilastri formano il quadrato della medicina: con la filosofia si conosce la terra, con l’astronomia si conosce il cielo, con l’alchimia si sa preparare il rimedio e con la virtù si è un uomo degno di operare in questo ambito. Se mancasse anche una sola di queste basi, il ponte della guarigione crollerebbe. Il vero medico è colui che, una volta guarito il paziente, lo lascia libero e sovrano della propria energia, proprio come un ponte che scompare dopo essere stato attraversato.

Come si riconoscono i principi in disequilibrio? Come interviene il medico?

Lo zolfo (anima, calore) rappresenta l’energia infiammabile, l’essenza oleosa e il calore vitale. Nella salute è ciò che mantiene il corpo caldo e attivo, è legato all’umido radicale che alimenta la fiamma della vita. Nella malattia, invece, se lo zolfo brucia troppo, avremo febbre, infiammazioni acute e rabbia. Se è troppo debole, il corpo diventa freddo, letargico e perde la volontà. Il medico deve usare rimedi che calmino o eccitino il fuoco interno, agendo sulla parte oleosa delle piante.

Il mercurio (spirito, volatilità) è il principio vitale, il fluido che permette la comunicazione tra le parti. È volatile, aereo e mobile. Nella salute governa i sensi, il sistema nervoso e il flusso dei pensieri; è il mediatore che permette all’anima (zolfo) di agire sul corpo/sale. Nella malattia presiede malattie mentali, tremori, instabilità o problemi respiratori, che indicano un Mercurio impazzito o evaporato. È il principio che, se squilibrato, espone alle influenze astrali esterne. Il medico deve intervenire con essenze e preparazioni volatili che agiscano sulla rapidità della risposta vitale.

Il sale (corpo, struttura) è la solidità, la cenere che rimane dopo il fuoco, la terra che dà forma. Nella salute e ciò che rende forti le ossa, i tessuti e gli organi. È il principio di conservazione che impedisce la putrefazione. Nella malattia un eccesso di sale porta a calcoli, indurimenti, artrosi o ristagni, quando la materia diventa troppo pesante e non circola più. Una carenza di sale porta invece a fragilità e perdita di coesione. Il medico userà i sali estratti dalle piante attraverso la calcinazione per ridare struttura e stabilità al corpo fisico.

Il medico deve diagnosticare quali di questi tre principi sia in eccesso, in difetto o corrotto. Una persona potrebbe avere un Mercurio troppo aperto e poco protetto, mancando di filtro spirituale o uno zolfo, fuoco interno, troppo basso per bruciare le influenze esterne. Il rimedio alchemico perfetto riunisce questi tre principi, purificati separatamente, in un’unica medicina che parli direttamente alla struttura trinitaria dell’uomo, e di questo si occupa la Spagiria.

Paracelso, inoltre, sostiene che la parola ha potere curativo perché agisce come un veicolo dell’energia spirituale e della volontà del medico. Egli crede che il linguaggio possa influenzare l’ Archeus ma sottolinea che l’efficacia dipenda dalla forza interiore di chi parla, non solo dal suono letterale.

Secondo la sua visione, la parola agisce come un “incantesimo” naturale capace di riequilibrare i piani sottili dell’essere umano.

Per Paracelso, il legame tra la parola (il Verbum) e la rigenerazione dell’Umido Radicale risiede nella natura vibrazionale della vita stessa. Nella sua visione, l’essere umano non è solo un aggregato chimico, ma un’entità sostenuta da una forza vitale che può essere influenzata sia da sostanze materiali (il lato alchemico) che da potenze spirituali (il lato magico-ermetico).

​Ecco come si articola questo collegamento secondo la tradizione paracelsiana e i principi che abbiamo discusso:

​La Parola come “Seme” Vibrazionale

​Paracelso afferma che la parola non sia solo un suono, ma un’espressione del Logos creativo. Se l’Umido Radicale è la “riserva energetica”, l’olio della lampada, la parola agisce come la scintilla o il soffio che regola la combustione di quell’olio. Una parola “giusta”, pronunciata con volontà e fede (il Fiat interiore), può riordinare il caos interno e stimolare la rigenerazione della forza vitale. Le parole hanno potere quando provengono dal nostro centro animico, in pieno collegamento con la nostra parte spirituale.

​Il Verbo e l’Archeus

​Il principio che governa la salute nel corpo è l’Archeus, il maestro architetto o alchimista interno, una forza vitale intelligente che governa i processi biologici separando il puro dell’impuro. Paracelso ritiene che l’Archeus risponda alle frequenze della natura. Ha funzione di coordinare la digestione e la rigenerazione degli organi, è un principio invisibile che agisce come ponte tra lo spirito e il corpo fisico e la malattia si manifesta quando questi è indebolito o incapace di filtrare le tossine, o gli astri interni. Poiché l’Umido Radicale è la sostanza sottile che nutre l’Archeus, l’uso di parole sacre, incantesimi o semplicemente di un pensiero retto, agisce come un comando diretto per la “manutenzione” di questa riserva. Se la parola è armoniosa, l’Umido Radicale viene preservato e non sprecato in passioni disordinate.

​Nella medicina paracelsiana, la guarigione avviene quando si riporta l’equilibrio tra lo zolfo (l’anima/calore), il mercurio (lo spirito/frequenza) e il sale (il corpo/materia). La virtù sta nel mezzo, nella mediazione.

​In sintesi, per Paracelso la parola è lo strumento con cui l’uomo esercita la sua sovranità sulla propria biologia spirituale: la parola non crea l’umido dal nulla, ma ordina alla natura di rigenerarlo e lo protegge dalla dispersione, mantenendo la “fiamma della Fenice” accesa e stabile. Attraverso il “Verbo”, l’uomo può richiamare le energie celesti (le stelle interiori) per nutrire l’umido che si sta consumando. È un processo di “trasformazione di frequenza”: il Maestro o l’Avatar, usando la parola, funge da ponte per aiutare l’individuo a riattivare la propria fonte interna, impedendo che l’umido radicale si esaurisca precocemente sotto il peso dei condizionamenti o della malattia.

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