IL MONDO CHE CREIAMO: oltre il velo delle proiezioni

Troppo spesso, quando si parla di proiezioni in ambito spirituale, e non ci sono molte differenze rispetto a quello psicologico, si cade nell’errore di pensare che ciò che vediamo sia un’allucinazione totale, qualcosa che non esista affatto, ma la realtà è più complessa di così: la proiezione non è un’invenzione di sana pianta, piuttosto è il modo in cui noi rivestiamo le percezioni che riceviamo, non solo nella materia densa, ma anche sui piani sottili e astrali. Immaginiamo di trovarci di fronte a fenomeni che la nostra coscienza non sia ancora in grado di percepire nella loro interezza: non riuscendo a vedere la sostanza nuda, il vero, il reale, la materia prima, la mente interviene e cuce addosso a quel fenomeno un abito fatto di memorie, paure, desideri e interpretazioni personali, elaborazioni della propria esperienza di vita e conoscenze. Molto spesso mi sono trovata, personalmente o relativamente ad amici, di fronte a una descrizione di qualcosa non corrispondente alla realtà, quanto alla cosa conosciuta più somigliante nel database. Qui entra in gioco proprio il filtro mentale, soggettivo, che vorrei paragonare al naso di Pinocchio.

Pinocchio è il burattino di legno che aspira a diventare un bambino vero, un essere connesso direttamente alla sorgente della coscienza e della vita, non un assembramento di legnetti mosso da fili invisibili, meccanici e preordinati, che lo fanno esistere separato dalla realtà autentica. Pinocchio ha tempo ma non ha vita. Ogni volta che si allontana dal vero, il suo naso si allunga: quel filtro diventa una barriera che deforma la proporzione delle cose, trasformando la loro descrizione in bugia, tale in quanto lontana dal reale che descrive e, più si allunga il naso, meno è vicino a alla natura di ciò che sta osservando. Come nel vecchio adagio “dove c’è fumo c’è sempre arrosto”, è necessario ammettere che l’arrosto, la sostanza energetica o l’ente/essere che cerchiamo di conoscere, esista davvero, seppure dietro alla coltre di fumo. Il problema sorge quando, a causa del filtro, si inizia a delineare quell’ arrosto come un banchetto della più ampia varietà di selvaggina catturata, mettendo in mezzo al bottino, chissà, anche un bel cinghiale bianco, tanto per esaltare all’eccesso una inesistente magnificenza, o, al contrario, descrivendolo come un semplice e minuscolo moscerino fastidioso, unico quanto improbabile responsabile di tutto quel fumo.

La proiezione non riguarda tanto il cosa esista, ma il come noi lo interpretiamo sul sostrato dei nostri limiti di coscienza, di percezione e dei nostri filtri di interpretazione mentale. Essere connessi significa spogliare la realtà da questi rivestimenti per vedere finalmente l’arrosto per ciò che è, senza l’ingombro del nostro naso che cresce, si allunga e ci allontana. Non ha senso sentirsi in colpa per una percezione distorta, in quanto su un piano psicologico, per cui sotto l’interferenza di pensieri, emozioni e di un sentito memorizzato profondamente, è naturale non averne completezza e limpidezza, ma è necessario riconoscere l’inadeguatezza e l’incompletezza delle nostre descrizioni e valutazioni, che molto spesso sono soltanto punti di vista parziali e amputati di tutto ciò che sarebbe saggio conoscere prima di esprimersi. Il piano mentale e dell’esperienza ordinaria della vita lavorano su un asse orizzontale, per cui sarebbe come osservare al piano terra, o al massimo al primo piano di un edificio, gli aspetti delle varie manifestazioni, mentre per una visione del reale occorre approdare a livello della coscienza, ovvero poter spaziare dal micro al macro su infiniti piani e possibilità di osservazione e conoscenza, che bypassino il filtro mentale. Ciò nonostante, è necessario essere consapevoli che potremmo, molto più spesso di quanto pensiamo, dare significati, fare attribuzioni e valutazioni non corrispondenti al vero, al reale, infarcendo la nostra descrizione del fenomeno, impossibilitato a essere conosciuto nella sua intrinseca natura, utilizzando solo il piano mentale, attraverso i nostri personali occhiali percettivi. In un certo senso, siamo tutti un po’ daltonici. Se poi volessimo aggiungere la limitazione intrinseca (il limite della parola che determina) ed estrinseca (la nostra conoscenza del significato delle parole) del linguaggio, dell’uso delle parole limitanti la descrizione di esperienze, fatti e soggetti osservati, il danno sì mostrerebbe ancora maggiore.

LA TRAPPOLA DEL SOLIPSISMO: NEGARE L’ESISTENZA DEI MONDI O DI ALTRI ESSERI

Un errore comune nel percorso esoterico è credere che tutto ciò che percepiamo sui piani sottili sia unicamente un parto della nostra mente. Affermare che tutto sia proiezione è un atto di miopia che finisce per segare il ramo su cui siamo seduti. Se accettiamo l’esistenza del regno minerale, vegetale e animale nel mondo fisico, perché dovremmo negare la vita che pulsa nelle altre dimensioni, sotto altre forme e manifestata in altri stati di esistenza? Il fatto che non siamo ancora in grado di percepire questi esseri con una coscienza limpida e totale non significa che essi non esistano, piuttosto che, mancando una connessione diretta, abbiamo sostituito la realtà con il nostro filtro mentale. Quando questo accade, smettiamo di essere spettatori della vita multidimensionale e diventiamo prigionieri di un’interpretazione. Dire che un fenomeno astrale sia solo una proiezione equivale a chiudere gli occhi davanti alla vastità dell’universo. Ogni emanazione della coscienza ha una sua peculiarità e una sua dignità esistente nel e dall’Uno. La vera sfida non è negare ciò che vediamo quanto imparare a riconoscere le caratteristiche reali, spogliate dai racconti che la nostra mente sovrappone loro per paura o ignoranza. Questo vale anche per le interpretazioni altrui che prendiamo per vere. Il filtro non è fatto solo dalle nostre storie, ma anche da quelle che compriamo già confezionate dagli altri.

OLTRE IL RACCONTO: BLACKOUT E CONNESSIONE NATIVA

Lo strato mentale, forse più insidioso, è proprio costituito dalle interpretazioni e dai racconti altrui che accettiamo come verità assolute, che determinano l’espressione del potere di istituzioni o soggetti su un ampio numero di persone: tipico esempio sono le verità convenzionali che servono per la descrizione del mondo. Spesso non proiettiamo solo i nostri limiti, ma prendiamo in prestito anche quelli degli altri -presunti maestri, dogmi o correnti di pensiero- e li sovrapponiamo alla realtà finché non riusciamo più a distinguere l’arrosto dall’altrui fumo. Ho trovato interessante analizzare due figure che hanno vissuto la cessazione del filtro mentale e delle proiezioni in modo analogo ma con delle sostanziali differenze.

Da un lato abbiamo Anandamayi Ma, dall’altro U.G. Krishnamurti. La mistica indiana, forse ancora troppo poco conosciuta in occidente ma dotata di capacità stupefacenti, incarnava uno stato di connessione nativa, sin dalla nascita: era già nata bambina vera, priva del naso di Pinocchio, in stato di connessione ininterrotta con la coscienza dell’Uno. Alcuni testimoni, che l’hanno conosciuta in prima persona, raccontano che accettò di essere sottoposta a un esperimento atto a misurare la sua attività cerebrale, e che durante lo stesso gli aghi dell’elettroencefalogramma rimanessero immobili, facendo risultare piatta l’attività elettrica, mentre su altri presenti l’apparecchiatura funzionava normalmente. La sua mente non interferiva, non aveva bisogno di “interpretare l’arrosto” perché era una cosa sola con la fiamma e con il fumo, vi era uno stato unitario tra osservato e osservatore. In lei la proiezione non veniva spezzata, alterata, contraffatta: non ce n’era bisogno, in quanto non era mai nata con una mente, che non c’era: vedeva l’Unità in ogni sua emanazione e in relazione a tutto ciò che esiste.

Dall’altro lato troviamo Uppaluri Gopala Krishnamurti, conosciuto come U.G. Egli visse per decenni tormentato da tradizioni inculcategli sin da piccolo: era stato cresciuto da una famiglia con determinate conoscenze di insegnamento spirituale, di cui avrebbe dovuto ricalcare le orme, sentendo tuttavia interiormente il peso di un compito che non sentiva suo. Per molti anni della sua vita, dopo essere diventato un conferenziere famoso su questi temi, cercò disperatamente di farli propri, di sentirli veri, senza mai riuscirci, senza mai trovare autenticità dietro certi fenomeni attribuiti al mondo metafisico, senza sentire tutto quello che gli veniva descritto da altri maestri, tra i quali l’altro Krishnamurti, Jiddu. Portò se stesso a condurre la sua esistenza a limiti estremi, arrivando a vivere come uno sconosciuto barbone, nonostante provenisse da una famiglia benestante e fosse un personaggio assai noto nei suoi ambienti, sprofondando più volte in un nichilistico annientamento di se stesso, finché non arrivò la sua “calamità”. U.G. la descrisse come un evento biologico e fisico esplosivo, che annientò il suo senso di un sé separato, non come un’illuminazione spirituale, quanto come una rottura definitiva della continuità del pensiero, lasciando l’organismo nel suo stato naturale e puramente sensorio. Un vero e proprio blackout biologico, a mio avviso, un’ autocombustione del sistema che non reggeva più la pressione mentale del suo conflitto interiore, un blackout elettrico, come un impianto in sovraccarico non idoneo a reggere una corrente dal voltaggio troppo forte. Il suo filtro mentale andò in pezzi, bruciato, e il suo proiettore si ruppe, modificando di fatto il suo stato percettivo. U.G. descriveva quanto accaduto come lo stato naturale dell’uomo.

Vorrei aprire una parentesi importante: sarebbe senz’altro auspicabile il ritorno al nostro stato naturale, alle radici, a ciò che siamo veramente: le origini, il principio. Molti maestri ci hanno parlato di quanto sia importante ritrovare il nostro stato naturale, a dispetto dell’artificiosità che è andata espandendosi sempre di più nel corso dei secoli, alienando l’umanità dalla sua stessa natura.

Pur trattandosi di due esseri umani privi di mente o filtro mentale, vivendo lo stato naturale, si trovano delle differenze: Anandamayi Ma era già nata così, in connessione solo con la coscienza, in grado però di riconoscere ciò che le veniva descritto dai più svariati personaggi del calibro di Yogananda o Niels Bohr, giusto per citarne alcuni, e capace di affrontare qualsiasi argomento, nonostante non lo avesse mai studiato, con profondità, lasciando i suoi interlocutori nello stupore: lei era la stessa luce che illumina la realtà. Anandamayi Ma insegnava che l’amore umano è solo il riflesso parziale dell’Unico vero amore: la devozione incondizionata al Divino. Per lei amare gli altri significava servire Dio in ogni forma senza distinzioni o attaccamenti egoistici. Con chi la cercava, si comportava in modo spontaneo e materno, adattandosi perfettamente alla vibrazione di chi aveva di fronte: mostrava accoglienza totale, ricevendo poveri e saggi con la stessa equanimità, vedendo in ognuno una manifestazione dell’uomo. Faceva da specchio energetico: spesso non dava istruzioni formali, ma la sua semplice presenza induceva stati di pace profonda o risoluzioni interiori silenziose. Pur essendo premurosa, non creava mai dipendenze emotive, spingendo costantemente i devoti a trovare la propria forza spirituale interna, mostrando distacco amorevole.

U.G. sembra aver raggiunto la libertà attraverso la distruzione dello strumento: l’una non proiettava in quanto era luce, l’altro non proiettava in quanto aveva spento l’interruttore della mente, che si era fulminato: era stato rimosso l’ostacolo dei filtri. Anandamayi Ma è nata completa e integra in se stessa, espressione già diretta della coscienza che si incarna senza lo schermo mentale, priva dei bias selettivi, ma si può dire di U.G. la stessa cosa? Bruciare la mente e il filtro mentale è garanzia di immersione totale nello stato di coscienza? Può la distruzione di un’interferenza garantire la totale ricezione, connessione e allineamento allo stato di coscienza o si può restare bloccati in stati a livelli intermedi, come una gravidanza non compiuta, come un feto abortito, che pur essendo umano non è comunque un bambino formato? Può essere considerato lo stato naturale tale in se stesso, anche se ha interrotto il compimento di un processo di evoluzione? Può avvenire come se fosse un incidente? Può funzionare ugualmente la distruzione mentale lungo il percorso che non abbiamo ancora compiuto? Potrebbe Pinocchio diventare un bambino vero senza desiderarlo, ma soltanto perché detesta essere un burattino? Sono esistiti maestri connessi allo stato di coscienza ma che hanno mantenuto comunque una mente ( pulizia dei filtri?) per potersi interfacciare con i loro stessi simili umani e con la realtà di cui erano circondati? Dopo la sua calamità, U.G. divenne totalmente privo di affettività sociale o di intenzionalità psicologica nel rapportarsi agli altri; non agiva più in base a norme di cortesia o ruoli precostituiti, ma rispondeva in modo puramente fisico e meccanico agli stimoli esterni. Le sue interazioni erano caratterizzate da assenza di filtri, in quanto poteva essere brutalmente onesto o apparentemente indifferente, poiché non esisteva più un “io” che cercasse di compiacere o ferire il prossimo; mostrava risposte a specchio, ovvero il suo comportamento rifletteva spesso lo stato di chi aveva di fronte: se l’interlocutore era aggressivo, lui rispondeva con durezza, se c’era silenzio lui restava in silenzio. Un altro aspetto da parte di UG fu il rifiuto totale del ruolo di guru: trattava chiunque andasse da lui senza alcuna gerarchia spirituale, scoraggiando attivamente ogni forma di venerazione o dipendenza. In sostanza viveva in uno stato di reattività biologica, dove l’altro non era entità da istruire ma semplicemente parte di un ambiente a cui l’organismo rispondeva senza secondi fini. Si è davvero liberi quando si manifestano risposte riflesse puramente fisiche e meccaniche agli stimoli esterni? Capite perché manca almeno una fase in questo processo? Dov’è il cuore? In ogni caso, mi sento di fare un’altra domanda: potrebbe, in realtà, l’esperienza di U.G. svelare una prossima tappa di evoluzione umana ancora difficilmente accettabile? Per onestà è corretto chiedersi anche questo.

Il paragone tra Anandamayi Ma e U.G. che ho appena descritto mi ha condotto a riflettere sulla parola Dominio, o Dominus io, ovvero essere i signori, i governatori di quel qualcosa che chiamiamo “io”, al quale, in questa specifica situazione, conferisco l’accezione di mente: un essere cosciente sa tenere in mano le briglie della mente e direzionarla, dirigerla verso ciò che serve, attività necessaria fintantoché non spiccheremo quel salto evolutivo che ci porterà a essere altro rispetto a ciò che siamo adesso in questa manifestazione. C’è questa strana mania di distruggere tutto ciò che riguarda l”io”senza ancora avere la piena coscienza di che cosa sia, definendolo ora in un modo, poi in un altro per poi cambiare ancora il significato di che cosa sia, a conferma del grosso limite del linguaggio intrinseco ed estrinseco, senza avere quei ganci spirituali indispensabili per procedere verso certe trasformazioni o per compiere quei salti evolutivi. C’è il tempo giusto per ogni cosa: ogni accadimento, ogni azione deve seguire il fluire del tempo nel senso di Kairòs: il tempo opportuno, il momento qualitativo e carico di destino in cui un’azione specifica ha la massima efficacia. Il Kairòs rappresenta la frattura nel tempo ordinario Kronos: è l’istante in cui la consapevolezza interiore si allinea con l’evento esterno, permettendo il passaggio dalla reattività meccanica alla partecipazione cosciente. In senso filosofico e spirituale, è il momento della verità o la finestra di Grazia in cui il potenziale latente può manifestarsi pienamente. Tutto il resto è un atto di forza oppure un incidente lungo il percorso.

Uscire dalle proiezioni non significa dunque approdare al nulla, ma riappropriarsi della capacità di vedere la vita in tutte le sue emanazioni. Significa smettere di vestire il mondo con i nostri abiti o con quelli presi in prestito da terzi. Significa essere noi stessi, nel senso profondo del termine, radicati nel nostro centro, nell’uomo naturale. Solo quando il naso di Pinocchio smetterà di allungarsi, potremo finalmente riconoscere che ogni essere, ogni piano e ogni vibrazione è un pezzo reale di quell’unico arrosto che è la coscienza in esperienza.

IL GUARDIANO DELLA SOGLIA

Il Guardiano della Soglia

Il Guardiano della Soglia è una figura complessa e affascinante, presente sia nelle tradizioni esoteriche che in quelle psicologiche, spesso come archetipo. Rappresenta l’ostacolo, la prova o la sfida che si frappone fra l’individuo e il raggiungimento di una fase nuova di consapevolezza, conoscenza, crescita interiore o ampliamento di coscienza.

Nelle tradizioni esoteriche il Guardiano della Soglia è spesso descritto come un’entità, un essere minaccioso o un’energia che protegge l’accesso a mondi sovrasensibili, a conoscenze occulte o a stati di coscienza superiore.  Il Guardiano della Soglia espleta diverse funzioni:

  • Custode dei misteri: la sua funzione principale è quella di custodire. Non si tratta necessariamente un’entità malvagia quanto di un filtro che permette, solo a coloro che sono pronti e degni, di accedere a determinati livelli di conoscenza. Spesso questa figura mette alla prova l’adepto spaventandolo, facendogli affrontare le sue paure più profonde o i suoi attaccamenti al mondo materiale.
  • In alcuni insegnamenti, il Guardiano della Soglia è descritto come un’entità spirituale che ogni individuo porta dentro di sé, legato indissolubilmente alle azioni compiute nel mondo reale e che agisce come un giudice imparziale del nostro operato. Può manifestarsi per guidare il discepolo o l’adepto verso una dimensione superiore, ma solo se questi si è dimostrato meritevole attraverso un percorso di purificazione e crescita.
  • Iniziazione e trasformazione: il superamento del Guardiano della Soglia è una tappa cruciale nei percorsi iniziatici. Questo cammino implica una morte simbolica del vecchio sè verso una rinascita a un superiore livello di consapevolezza, passaggio questo spesso accompagnato da un confronto con le proprie debolezze, i propri demoni interiori e tutto ciò che impedisce il nostro progresso interiore e spirituale.
  • In psicologia, specialmente nella psicologia analitica di Carl Jung, il Guardiano della Soglia è interpretato come un archetipo, ovvero una struttura universale e innata dell’inconscio collettivo. Si tratta dell’archetipo dell’ostacolo, della prova: in questo caso il guardiano della soglia rappresenta la nostra resistenza al cambiamento, le paure interiori, i dubbi, le nevrosi e tutte quelle forze psicologiche che ostacolano il processo di individuazione e di crescita personale. In psicologia non si tratta di un’entità esterna ma di una manifestazione delle nostre dinamiche interne.
  • Confronto con l’ombra: spesso il Guardiano della Soglia è strettamente connesso all’archetipo dell’ombra, ovvero la parte di noi che contiene gli aspetti rifiutati, repressi o non riconosciuti della nostra personalità come difetti, istinti, desideri inaccettabili. L’incontro con il Guardiano può significare un confronto necessario con la propria ombra affinché questa sia integrata.
  • Rito di passaggio: nella narrativa e nel viaggio dell’eroe (reso popolare da Joseph Campbell, influenzato dalle teorie junghiane), il Guardiano della Soglia è il primo ostacolo significativo che l’eroe deve affrontare prima di entrare nel mondo straordinario, o extra-ordinario. Superarlo non significa necessariamente sconfiggerlo con la forza, ma possono essere necessarie astuzia, comprensione, integrazione o persino la trasformazione del guardiano in un alleato: dobbiamo affrontare una prova di determinazione e autenticità .
  • Crescita e consapevolezza: il superamento del guardiano della soglia porta a una maggiore consapevolezza di sé , a una maturazione psicologica e alla capacità di affrontare nuove sfide. Rappresenta la necessità di lasciare e andare ai vecchi schemi , convinzioni limitanti o paure che ci trattengono dal progredire nella vita.

In poche parole, sia nell’esoterismo quanto nella psicologia, questa figura simboleggia un momento cruciale di confronto e trasformazione; è la figura che ci spinge a guardare dentro di noi ad affrontare ciò che ci blocca e a superare i limiti percepiti per accedere a un livello superiore di esistenza o di autoconsapevolezza.

Che aspetto assume il Guardiano della Soglia? Possiamo dire che non ha una sembianza fissa e universale, perché la sua manifestazione è profondamente personale e simbolica, dipendendo sia dal contesto della tradizione che dall’individuo che lo percepisce, ma, in ogni caso, possiamo delineare delle caratteristiche comuni e delle modalità di apparizione. Le sue sembianze sono spesso disegnate per riflettere ciò che la persona teme di più: i suoi vizi,  le sue debolezze o le verità scomode che rifiuta di affrontare.

Mi viene inevitabile il paragone con la figura del molliccio della saga di Harry Potter…

Riassumiamo le forme più comuni.

FIGURE MINACCIOSE  GROTTESCHE

  • Mostri o demoni: il Guardiano della Soglia può apparire come un essere terrificante, un mostro, un demone o una creatura con caratteristiche animalesche e repulsive. Queste forme simboleggiano le paure primordiali, gli istinti repressi o gli aspetti oscuri dell’inconscio.
  • Orrende deformazioni: a volte assume sembianze umane ma orribilmente deformate, che riflettono la bruttezza interiore o la corruzione morale che l’individuo deve riconoscere e superare in sé stesso.
  • Figure incappucciate od ombrose: può manifestarsi come una figura indistinta, un’ombra minacciosa o un essere incappucciato che incarna l’ignoto e la paura di ciò che non si conosce.

RIFLESSO DI PAURE INTERIORI

  • Incarnazione dei vizi: per alcuni il Guardiano può prendere la forma del proprio vizio dominante: un’apparizione legata all’avidità, all’ira, alla lussuria o all’invidia.
  • Proiezioni dell’ombra: nella psicologia junghiana il Guardiano è spesso una proiezione dell’ombra personale, apparendo come ciò che l’individuo ha rifiutato o represso di sé stesso, e il suo aspetto è spaventoso proprio perché riflette parti di noi che non vogliamo vedere. Potrebbero essere la nostra codardia, la nostra aggressività, la nostra invidia o altre caratteristiche materializzate .

FIGURE INQUIETANTI MA NON NECESSARIAMENTE MALVAGIE

  • Un’apparenza comune ma sgradevole: in alcuni casi non è un mostro, ma una persona dall’aspetto sgradevole: un mendicante, un anziano decrepito o una figura che evoca un forte senso di disagio e repulsione. L’obiettivo non è spaventare fisicamente, ma indurre un senso di avversione o giudizio che l’adepto o il discepolo deve superare.
  • L’incarnazione della verità scomoda: può assumere l’aspetto di qualcuno che ci porta a una verità che non vogliamo sentire, o che ci mostra la nostra vulnerabilità.

DOVE E COME APPARE IL GUARDIANO DELLA SOGLIA?

Le modalità e i luoghi dell’apparizione del guardiano sono altrettanto vari e simbolici.

Possono presentarsi luoghi simbolici di transizione :

  • La soglia vera e propria. Spesso appare letteralmente sulla soglia di un nuovo regno o di una nuova fase: può essere l’ingresso di una caverna simbolo dell’inconscio, il confine di una foresta oscura, la porta di un tempio interiore o l’accesso a un luogo sacro o proibito.
  • In sogni o visioni: molto frequentemente l’incontro con il guardiano della soglia avviene in stati alterati di coscienza come sogni profondi, meditazioni intense, visioni indotte da pratiche spirituali o momenti di profonda introspezione. Questi sono i luoghi in cui la psiche può manifestare i suoi contenuti più profondi.
  • Momenti di crisi esistenziale: può manifestarsi in un momento di grande crisi personale, quando l’individuo è a un bivio nella vita e deve prendere decisioni difficili, che comportano un cambiamento radicale. La soglia in questo caso è un momento di transizione esistenziale .

MODALITA’ DI APPARIZIONE

In quali modi può apparire il guardiano della soglia?

  • Improvvisa e inaspettata: l’apparizione è spesso improvvisa e può cogliere l’individuo di sorpresa mettendolo immediatamente alla prova.
  • Con una prova o un interrogatorio : il Guardiano raramente attacca fisicamente, almeno nelle interpretazioni psicologiche; più spesso pone una domanda, un enigma, un dilemma morale o richiede una prova di valore, sincerità o determinazione. “Chi sei?” “Cosa cerchi veramente?”  “Sei degno di passare?” – sono domande tipiche.
  • Con una sensazione opprimente, anche senza una forma visibile, la sua presenza può essere percepita come un’ondata di paura, ansia o pressione, dubbio o scoraggiamento, che cerca di far desistere l’individuo.
  • Attraverso eventi esterni simbolici: a volte il Guardiano non è una figura ma una serie di ostacoli o “sincronicità” negative che sembrano impedire il progresso, spingendo l’individuo a riflettere sul suo intento e sulla sua preparazione.

In sintesi il Guardiano della Soglia è una manifestazione altamente personalizzata, un test che ci confronta con le nostre più grandi paure, con ciò che ci impedisce di progredire. La sua forma è spesso uno specchio delle nostre sfide interiori e il suo apparire è un invito, spesso terrificante, a un profondo auto esame verso un passo avanti nella propria evoluzione.

Chi ha parlato del Guardiano della Soglia in questi termini e descrizioni?

Rudolf Steiner (1861-1925), fondatore dell’antroposofia, è probabilmente colui che ha descritto in modo più dettagliato e sistematico il Guardiano della Soglia nel contesto dei suoi insegnamenti esoterici. Da “L’iniziazione o come si consegue la conoscenza dei mondi superiori” del 1904, che è uno dei suoi testi fondamentali, viene descritto il percorso del discepolo verso la conoscenza sopra sensibile e l’incontro con il “Piccolo guardiano della soglia” e, successivamente, con il “Grande guardiano della soglia”. Steiner li descrive non come entità esterne che appaiono improvvisamente, ma come manifestazioni delle proprie azioni passate (il piccolo guardiano) e come la somma delle proprie esperienze karmiche e la verità del proprio sé superiore (il grande guardiano). L’incontro è un momento di profonda crisi e purificazione in cui il discepolo deve affrontare la verità su se stesso e sulla propria relazione con il cosmo.

Steiner ha anche scritto una serie di drammi teatrali, tra cui “Il guardiano della soglia” (1912) in cui questa figura archetipica e i processi iniziatici vengono rappresentati scenicamente.

Carl Gustav Jung, il famoso psicologo, sebbene non abbia utilizzato la locuzione esatta “guardiano della soglia” con la stessa enfasi e definizione esoterica di Steiner, esprime in modo profondamente radicato il concetto nella sua psicologia analitica, in particolare nel contesto del “Viaggio dell’eroe”, che è stato poi reso popolare da Joseph Campbell, fortemente influenzato da Jung.

  • Archetipo dell’ombra: per Jung il guardiano della soglia può essere interpretato come una manifestazione dell’archetipo dell’ombra. L’ombra rappresenta gli aspetti repressivi, negati o non riconosciuti della personalità, come scritto poco sopra. L’incontro con il guardiano è il confronto con questa parte di sé , una sfida necessaria per l’integrazione e il processo di individuazione, ovvero il percorso verso la totalità e la completezza del sé.
  • Resistenza al cambiamento: in un senso più ampio, il guardiano della soglia nella psicologia junghiana simboleggia tutte le forze interiori (paure, ansie, nevrosi, attaccamenti) che oppongono resistenza al progresso psicologico e spirituale dell’individuo. Superare il guardiano significa affrontare e integrare queste resistenze.

Ci sono stati altri autori che hanno trattato il tema, come Edward Bulwer Lytton nel suo romanzo occulto del 1842 “Zanoni”. In questo romanzo viene introdotta una figura che può essere considerata un precursore del concetto moderno di guardiano della soglia, noto come il “Dweller of the Threshod”, l’abitante della soglia. Questo romanzo ebbe una grande influenza sugli ambienti esoterici successivi, come Madame Blavatsky, la fondatrice della teosofia, che riprese e sviluppò il concetto di abitante della soglia nei suoi scritti influenzata dall’autore.

Possiamo ricordare anche Tommaso Palamidessi, che nell’ambito dell’archeosofia , una disciplina esoterica italiana, nel “quaderno di archeosofia” numero 10 “I guardiani delle soglie e i cammino evolutivo”, pubblicato nel novembre del 1969, affronta il concetto di guardiano come un elemento fondamentale del percorso iniziatico. Nel contesto dell’archeosofia di Palamidessi, questi guardiani non sono necessariamente entità esterne o demoniache, ma possono essere manifestazioni della nostra stessa psiche, ostacoli interni che si frappongono al progresso della coscienza. I testo suggerisce che il cammino evolutivo è costellato da queste soglie sorvegliate da guardiani, che possono presentarsi in forme diverse, agire in maniera sottile e invisibile per ostacolare il cambiamento interiore . Palamidessi esplora la natura di questi guardiani sottolineando come spesso siano legati alla nostra personalità e ai nostri istinti di autoconservazione, che non desiderano che cambiamo . Si parla anche degli elementali come base per la creazione di questi guardiani, intesi come entità legate alla materia eterica, astrale e mentale. Il quaderno invita una profonda riflessione sulla costituzione occulta dell’uomo e sulla necessità di affrontare questi ostacoli interiori per proseguire nel cammino di crescita spirituale.

Da ricordare anche Eliphas Levi che, pur non avendo coniato il termine “guardiano della soglia” nella stessa accezione di Steiner, nei suoi scritti sulla magia cerimoniale sull’incontro con l’entità astrale e i pericoli del lato oscuro dell’occultismo sono contenuti elementi che possono essere interpretati come incontri con i guardiani o forze che proteggono i misteri o che mettono alla prova l’iniziato. Per Levi il guardiano della soglia non è tanto un’entità fisica esterna, quanto una manifestazione delle paure, dei dubbi, dei vizi e delle imperfezioni interiori dell’iniziato. E’ una sorta di ombra che si materializza o si percepisce nel momento in cui l’aspirante mago o studioso di esoterismo si avvicina a livelli di conoscenza o di coscienza superiori. In sostanza, il guardiano rappresenta le proprie debolezze e il proprio inconscio negativo. L’iniziato, nel suo percorso, è chiamato a confrontarsi con tutto ciò che lo limita, lo trattiene e lo inganna. Il guardiano è la personificazione di queste forze interiori, la prova della dignità per superare il guardiano, ma non è sufficiente la conoscenza teorica, quanto è necessaria una purificazione interiore, un’etica salda e una volontà incrollabile. Solo chi ha lavorato su se stesso, superando i propri limiti e le proprie illusioni, può passare oltre punto il limite tra il mondo ordinario e quello sopra sensibile: il guardiano si frappone fra la realtà comune e i piani superiori, proteggendo i segreti della magia e dell’occultismo da chi non è pronto a gestirlo e potrebbe abusarne. E’ una barriera che impedisce ai profani di accedere a conoscenze pericolose o di manipolare forze che non comprendono, un’opportunità di crescita: affrontare il guardiano non è solo un ostacolo, ma un momento cruciale di autoconoscenza e trasformazione. Superarlo significa integrare le proprie ombre e acquisire maggiore consapevolezza e potere sul proprio essere, Nei suoi scritti la figura del guardiano è legato alla necessità di una preparazione morale e spirituale imprescindibile per chiunque voglia addentrarsi nelle pratiche magiche ed esoteriche. Senza questa purificazione, il guardiano si presenterà in forme sempre più terrificanti, bloccando il progresso dell’iniziato o addirittura portandolo alla rovina.

Se il concetto di guardiano della soglia è antico e universale, ritrovabile nei miti e nei riti di passaggio, questi autori citati, in modo particolare Steiner e Jung, sono stati i primi autori dell’ambito esoterico moderno a fornire una profonda interpretazione esoterica e psicologica come archetipo dell’incontro del guardiano della soglia.

Mi sento di menzionare la Tavola VIII,  “La chiave del mistero”, tratta dalle Tavole di Smeraldo di Thoth l’atlantideo, in cui vengono menzionati i “guardiani o segugi della barriera”,  dai quali si può scappare solo lungo i circoli, attraverso movimenti curvilinei. In questa tavola Thoth descrive la sua esperienza di fuga da queste entità sottolineando che si muovono solo attraverso gli angoli, e che l’unico modo per sfuggire loro sia attraverso i movimenti curvilinei e circoli. Viene anche raccomandato di tornare al proprio corpo attraverso i circoli se si sente il “latrato di un segugio” mentre si è fuori dal corpo. Per quanto sia importante ricordare che le Tavole di Smeraldo siano una versione pubblicata da Maurice Doreal, considerata da molti un testo pseudo storico, i contenuti sono validissimi, e meritano attenzione e meditazione.

Le Tavole di Thoth verranno riprese in considerazione in seguito.

qui il relativo video sul mio canale you tube

Ogni bene.

Vania Nadia Franceschini