FATO E DESTINO
Premessa
Fato e destino sono due parole spesso usate come sinonimi, il che contribuisce a fare confusione sulle attribuzioni di significato. Il fato è una forza esterna, ineluttabile e prestabilita, mentre il destino può essere influenzato dalle nostre azioni e dalle nostre scelte. La parola fato deriva dal latino “fatum”, che significa “ciò che è stato detto” (dagli dei), indicando una sentenza o un oracolo immutabile. Il destino deriva dal verbo latino “destinare”, che significa “fissare saldamente” o “stabilire”, suggerendo un percorso predeterminato ma potenzialmente influenzabile dalle azioni individuali.
ALCUNI SVILUPPI NEL TEMPO
GRECIA: Heimarmene
La Heimarmene per gli antichi greci era un concetto filosofico e religioso traducibile con “destino o fato” e rappresentava la forza ineluttabile e universale che determina il corso degli eventi, siano essi le vicende umane o il ciclo cosmico, ma non era vista come una divinità capricciosa, piuttosto come una legge razionale inalterabile a cui anche gli dèi erano sottomessi. Si può pensare a lei come alla trama del cosmo già tessuta, dove ogni cosa, dalla nascita di un eroe alla caduta di un impero, segue un percorso stabilito.
Il fato non era istituito da un’unica entità. Nella mitologia le Moire erano tre dee che tessevano il filo della vita e della morte e determinavano il destino ineluttabile di ogni essere umano, cui persino gli dèi dovevano sottostare: Cloto filava il filo, Lachesi ne determinava la lunghezza e Atropo lo tagliava. Stessa cosa facevano le dee equivalenti della tradizione romana, le Parche Nona, Decima e Morta.
I miti greci, come la storia di Edipo, mostravano l’eroe che cerca di sfuggire a un fato ineluttabile, come anche la figura di Cassandra rappresentava un altro esempio perfetto di veggenza e fato: malgrado le sue accurate premonizioni, il suo destino era quello di non essere mai creduta, rendendo la caduta di Troia un evento ineluttabile: il suo personaggio metteva in evidenza la tragedia di conoscere il fato senza potervi intervenire. L’idea di un fato ineluttabile ha radici antiche, ed era già presente nei poemi di Omero, dove gli dèi potevano influenzare le vicende umane, ma non stravolgere il destino finale di una persona. Achille era destinato a morire giovane e glorioso e nessun intervento divino avrebbe potuto cambiare questo esito. In seguito, con la filosofia stoica, il concetto di Heimarmene raggiunse la sua massima espressione: gli stoici credevano che l’universo fosse retto da una ragione universale, il Logos, e che la Heimarmene fosse l’espressione di questa ragione. Con le correnti del platonismo e del neoplatonismo, la Heimarmene venne spesso associata a un destino imposto dall’alto, ma con un margine di libertà. Si sosteneva che l’anima, prima di incarnarsi, scegliesse il proprio destino, pur rimanendo all’interno dei confini stabiliti dalla legge cosmica. In sintesi, la Heimarmene non era semplicemente una forza cieca e brutale ma un destino razionale, spesso visto come parte di un ordine più grande e incomprensibile all’uomo, che trovava nella sua accettazione una forma di saggezza.



I
INSEGNAMENTO ERMETICO
Secondo la tradizione ermetica, il fato è un’inevitabile forza meccanica e cosmica legata alla necessità e all’ordine astrale, visto come un determinismo astrologico, o influenza dell’energia manifestata anche nei corpi celesti sulla vita umana (abbiamo due Influenze: la prima al momento del concepimento, la seconda al momento della nascita. Il fato è riferito alla prima), come la Heimarmene dei greci, mentre il destino è il percorso spirituale, l’evoluzione individuale. L’ermetista non si limita a subire il fato, ma cerca di superarlo attraverso la conoscenza (gnosi), il libero arbitrio e la magia teurgica, per poter forgiare attivamente il proprio destino. Gli autori ermetisti ritenevano che, attraverso la comprensione delle leggi universali (ciò che in basso è come ciò che è in alto) l’uomo potesse elevarsi al di sopra della fatalità e ricongiungersi con il divino.
Un autore fondamentale che esprime questo pensiero è Ermete Trismegisto stesso, nel Corpus Hermeticum. Altri esponenti del Rinascimento che hanno ripreso e sviluppato questi concetti in chiave ermetica, sono stati Giordano Bruno e Marsillio Ficino.
I testi ermetici che discutono il concetto di fato, necessità e ordine sono: il dialogo intitolato Asclepius (o Discorso Perfetto), il Trattato I, Poimandres, il Trattato XII e il Trattato XVI, che fanno tutti parte del Corpus Hermeticum. In diversi punti di questi dialoghi Ermete Trismegisto spiega la relazione tra queste forze, posizionandole in una gerarchia sotto la volontà di Dio. Riassumo alcuni aspetti salienti:
Dall’Asclepio:
- FATO (Heimarmene): è la necessità di tutti gli eventi , legati l’uno all’altro in una catena ininterrotta. E’ l’artefice di ogni cosa, il secondo dio creato dal Dio sommo, o l’ordine di tutte le cose nel cielo e sulla terra. Il fato è il mezzo attraverso il quale la volontà di Dio si manifesta nel mondo.
- NECESSITA’: è la conseguenza del volere di Dio, l’effetto che deriva dalla sua volontà. Non può esistere nulla che Dio abbia voluto e di cui poi si sia dispiaciuto, poiché Egli sa in anticipo che le cose accadranno.
- ORDINE: è il principio che governa il cosmo, mantenuto dalla volontà di Dio. Il testo afferma che gli dèi celesti amministrano le realtà universali mantenendo un ordine unico e immutabile, che hanno ricevuto dal Padre sin dall’inizio. Questo ordine, a sua volta, influisce sugli eventi terrestri.
Dal Poimandres, Trattato I, uno dei testi più noti del C.H.:
- Discesa dell’anima attraverso le sfere planetarie, che determinano il suo fato. Ermete Trismegisto descrive una visione mistica che riceve dall’essere divino , Poimandres, la Mente Universale. Il Trattato si concentra sulla creazione del cosmo e dell’uomo e spiega la caduta dell’anima nel mondo materiale. Viene illustrato il concetto del fato come una forza che lega l’anima all’esistenza terrestre, ma si sottolinea anche la possibilità per l’anima di elevarsi, tornando alla sua origine divina attraverso la conoscenza (gnosi) e la virtù.
Dal Trattato XII
- Elevazione della mente (NOUS) sopra le influenze del fato. Questo Trattato approfondisce il tema della mente Nous e del suo rapporto con il fato. Spiega che l’uomo che possiede la mente divina è superiore al destino, poiché è in grado di comprendere e agire al di là delle influenze dei pianeti e degli elementi terreni. L’opera suggerisce che la mente è una parte di Dio nell’uomo e, coltivandola, è possibile non solo dominare il fato, ma anche raggiungere l’immortalità e l’unione con il divino. Il Trattato è una vera e propria esortazione a liberare l’anima dai legami materiali attraverso la conoscenza.
Dal Trattato XVI
- Mente e destino. Questo testo, sebbene più breve, è anch’esso centrale su questo tema. Chiarisce che non si tratta di fuggire dal mondo, ma di trasformare l’individuo in modo che il fato non abbia più potere su di lui. Viene sottolineato il ruolo cruciale della volontà e dell’autoconsapevolezza nel processo di liberazione; è il capitolo che più direttamente afferma il potere dell’uomo di essere il creatore della propria realtà, elevandosi al di sopra della semplice casualità degli eventi e diventando co-creatore del proprio destino.


Secondo il pensiero ermetico, il libero arbitrio non può agire direttamente sul fato o sulla necessità, che, ripeto, sono forze cosmiche ineludibili; l’uomo può, tuttavia, elevare la sua coscienza attraverso la gnosi, o conoscenza spirituale, che ci porta a comprendere le leggi che governano l’universo e il proprio posto in esse. L’elevazione spirituale richiede un lavoro in se stessi per purificare anima e intelletto, distaccandosi dalle passioni e dalla materia e richiede il libero arbitrio, ovvero l’uso della propria volontà per compiere azioni che allineino il proprio destino individuale con l’ordine cosmico posto in esse. Questi strumenti ci allontanano dall’esserne passivamente schiavi. L’obbiettivo è trasformare il proprio destino da un cammino prestabilito a un percorso di evoluzione o crescita consapevole.
Per rimanere nel tema della tradizione ermetica, il Kybalion offre una prospettiva sul superamento del fato attraverso i suoi principi, in particolare con il principio del ritmo, che governa il flusso e il riflusso di ogni cosa, rappresentando un aspetto del destino ciclico. Il testo insegna a dominare tale ritmo applicando il principio della polarità, per non farsi trascinare dalle oscillazioni della vita e resistere loro, per non subirne gli effetti estremizzanti: non significa che non si vivano più cause ed effetti ma che, usando un principio superiore come il libero arbitrio, si diventa la causa di azioni deliberate anziché l’effetto passivo di eventi esterni. Si smette di reagire, il che fa restare nel duale, e si inizia ad agire, completando l’altra metà, quella mancante e non vista, volontariamente porgendo l’altra guancia per “chiudere” quel cerchio.



TRADIZIONE EBRAICA E CABALA
Nella tradizione ebraica e nella Cabala il concetto di fato come forza esterna ineluttabile simile a quella greca non esiste: l’ebraismo enfatizza il libero arbitrio (behirà chofshit), la capacità dell’uomo di scegliere il bene e il male. La differenza tra fato e destino si spiega con il rapporto tra la volontà divina e le azioni umane. Il fato è ciò che è già scritto, ovvero il piano divino generale per il mondo (mazal): si tratta di un’influenza astrale o cosmica che determina alcune circostanze della vita, come il luogo di nascita o il potenziale di una persona, ma non le sue scelte. Il destino è il percorso che l’individuo crea con il proprio libero arbitrio. Anche se esiste un piano divino (fato) le scelte morali e le azioni dell’uomo (destino) possono influenzare, persino cambiare, il suo percorso di vita: è l’individuo a decidere se realizzare il proprio potenziale fatto in modo positivo o negativo.



Potremmo fare un esempio immaginando una persona con grande potenziale per la leadership (mazal o fato): Il suo destino sarà costituito dalle scelte che compirà, potendo usare questa dote, nel senso di eredità del fato, per guidare le persone verso il bene o per manipolarle a proprio vantaggio. La scelta individuale è sempre al centro, nonostante le condizioni iniziali siano determinate dal fato.
MISTICA CRISTIANA
Nella mistica cristiana il concetto di fato viene reinterpretato come Divina Provvidenza, il piano eterno imperscrutabile di Dio per l’umanità e per ogni singolo individuo. Il destino invece è il percorso spirituale dell’uomo che, tramite il proprio libero arbitrio, decide se cooperare con il piano divino o resistervi, determinando così la propria salvezza o perdizione. Non è un percorso prestabilito da forze cieche, ma il risultato della sinergia (o del conflitto) tra volontà divina e scelte umane.



AVANTI NEL TEMPO
Durante il Rinascimento Giordano Bruno e Niccolò Machiavelli hanno discusso del rapporto tra il destino (la fortuna) e la capacità dell’uomo di affrontarlo con la virtù. Nella letteratura il Romanticismo ha spesso contrapposto il fato, visto come una forza immutabile che schiaccia l’individuo, al destino, un percorso che il protagonista può in qualche modo influenzare. Troviamo presente il concetto di destino anche nella narrativa russa e francese di fine 800 come in Anna Karenina di Tolstoj, dove una premonizione sul treno anticipa il finale.
Nelle tradizioni esoteriche e per alcuni autori come Eliphas Levi e Rudolph Steiner, la distinzione è cruciale. Il fato (fatalità) è visto come la concatenazione inevitabile di cause ed effetti nel mondo fisico, una sorta di necessità meccanica; il destino è un percorso che può essere influenzato dalla volontà individuale, dal libero arbitrio e dal lavoro spirituale.
Eliphas Levi riteneva che la magia e l’esoterismo permettessero all’individuo di “piegare” la fatalità per realizzare il suo proprio destino, agendo sull’agente magico universale.
Rudolf Steiner, il fondatore dell’Antroposofia, vedeva il destino come il Karma, ovvero il risultato delle azioni passate, anche di vite precedenti, che l’individuo ha la possibilità di comprendere e trasformare nel corso della sua esistenza, evolvendo spiritualmente.
In sintesi, mentre il fato è una forza cieca e ineluttabile, il destino nelle tradizioni esoteriche è un percorso evolutivo che l’uomo può plasmare attivamente attraverso la conoscenza e la volontà.
KARMA
Parlando di fato e destino è inevitabile toccare l’argomento Karma, visto che ha molto a che fare con il tema. Non parlerò in modo esteso delle tradizioni induista e buddista, e nemmeno in modo approfondito di Karma, ma ne scriverò quanto utile per completare Il pensiero espresso finora. (Oltre tutto non sono esperta in questi due ambiti).
Il Karma è un concetto centrale in diverse religioni e filosofie orientali come l’induismo e il buddismo, e si riferisce al principio di causa ed effetto dove le azioni di un individuo, sia fisiche che mentali, determinano il suo destino futuro. In sostanza le azioni positive generano risultati positivi, mentre quelle negative portano a conseguenze negative. Il Karma non è visto come un destino predeterminato ma come il risultato delle proprie scelte. Direi che, per certi aspetti, assomiglia al noto principio della fisica “a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.
Nell’induismo ci sono tre tipi principali di Karma:
- Sanchita Karma, ovvero il Karma accumulato da tutte le vite passate. E’ un magazzino di azioni che non si sono ancora manifestate.
- Prarabdha Karma, la parte del sanchita karma che si sta manifestando nella vita attuale. È il Karma che sta dando i suoi frutti ora.
- Kriyamana Karma: le azioni che si compiono nel presente che creeranno un karma futuro, noto anche come Agami Karma: questo è il Karma che si ha la possibilità di influenzare.



A differenza dell’induismo , il buddismo classifica il Karma in altri modi:
- Karma proiettante, azioni che determinano la rinascita futura.
- Karma completante, azioni che influenzano le circostanze della vita attuale.
- Karma del corpo, della parola e della mente, la classificazione più comune basata sulla forma dell’azione.
Un’ulteriore classificazione si basa sul tipo di risultato:
- Karma oscuro, azioni negative che portano alla sofferenza.
- Karma brillante, azioni virtuose che portano a felicità.
- Karma misto, azioni che producono sia felicità che sofferenza.
- Karma non oscuro e non brillante, azioni che non generano più cicli di rinascita portando al Nirvana.



Il Karma può maturare in questa vita, con conseguenze immediate, nella reincarnazione successiva o sono richieste molte esistenze per manifestarsi.
FILMOGRAFIA E ANALOGIE
Anche la filmografia è ricca di spunti interessanti che esplorano la differenza tra destino e fato. Il primo a venirmi in mente è il film “Sliding Doors” che mostra come un evento casuale, perdere la metro , crei due destini paralleli: il fato è la coincidenza che fa perdere a Helen il treno, un evento al di fuori del suo controllo; il destino, invece è il risultato delle diverse vite che le due Helen vivono, portandole entrambe a un finale comune che sembra già predeterminato: l’incontro con James.



Anche il film “Ritorno al futuro” illustra il personaggio, Marty, che manipola il suo destino intervenendo sul passato, mostrando che non sia ineluttabile come il fato: cambiano delle circostanze, ma non il risultato finale, ovvero sua la nascita nel tempo previsto.
Ci sono altri esempi che si possono fare per descrivere efficacemente la differenza tra fato e destino: il videogioco è il più semplice e diretto: abbiamo una struttura inevitabile del gioco, costituita dalla trama, dai livelli da superare e dal finale che rappresentano il fato, mentre il destino è rappresentato dalle scelte del singolo giocatore, ovvero l’ordine delle azioni, le missioni secondarie, il tipo di equipaggiamento, le scelte di avversari e compagni eccetera, tenendo conto delle varie vite che avrà il personaggio per completare il suo gioco.
Si può inoltre pensare al fato come un mazzo di carte da gioco, che viene distribuito e non si può scegliere quali carte si ricevono, e il destino come si decide di giocarle: le proprie scelte, le mosse e la strategia che si adottano determineranno il risultato finale. Le carte sono un dato di fatto, il gioco è un percorso personale.
Altro esempio chiarificatore è il fato visto come la destinazione finale di un viaggio, un punto di arrivo già stabilito, e il destino il viaggio stesso: le strade che si scelgono, le deviazioni che si prendono e le persone che si incontrano lungo il percorso. La destinazione è fissa ma il viaggio è modellato dalle proprie decisioni. Per riassumere in una singola frase: “la mappa non è il territorio”, e vale anche per i viaggi mentali.


Si può ben valutare che, da più punti di vista e da più sistemi, l’obbiettivo finale sia la liberazione da un ciclo di vincoli: il ciclo delle sfere planetarie per l’ermetismo come il ciclo delle rinascite per il Karma. L’unione con la mente divina interrompe il legame dell’anima con le influenze astrologiche proprio come l’estinzione del desiderio estingue il Karma, portando al Nirvana. In un certo senso, l’atto di risvegliarsi alla realtà sovrasensibile equivale a ottenere la gnosi che permette di interrompere il ciclo e ricongiungerci alla mente divina: il Sognatore del Sogno sa che sta sognando…
Vania
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