Riflessioni sulla realtà: metafisica e manifestazione

Mettendo insieme memorie di conoscenze raccolte negli anni di diversi autori e maestri, potrei iniziare scrivendo che la realtà non è una struttura fissa ma un processo continuo di estroflessione. Abbiamo un mondo di retroscena, serbatoio di infinite possibilità energetiche, di potenziale latente, e un mondo di scena, sede della precipitazione fisica nel presente, vestita di peso e materia. Vi è una vera e propria dinamica continua tra il mondo di scena e di retroscena, in cui l’istante creativo si genera attimo dopo attimo attraverso un collasso di energia dal mondo di retroscena. Si tratta di un processo continuo, proprio come i fotogrammi di un film che possono essere visti singolarmente, se rallentati e isolati, mentre appaiono in modo continuo e sequenziale, come un processo fluido nella percezione quotidiana. Non c’è passato o futuro, ma solo una pulsazione costante, che rende materia una forma momentanea di una energia sottostante. Il retroscena non è nascosto, è la fase causale, la radice, la somma dei potenziali; la scena è una manifestazione, una slatentizzazione di una causa in effetto, il fiore. Si tratta di due stati di densità differente. Il retroscena proietta dati che la nostra struttura biologica decodifica come realtà solida. Se il flusso si interrompesse o cambiasse frequenza nel retroscena, la scena muterebbe istantaneamente. Possiamo dunque immaginare il retroscena come un campo di onde e frequenze pure, ciò che non è manifesto, la scena come il mondo fenomenico visibile, punta dell’iceberg di un movimento perpetuo, e tra i due vi è una fase intermedia di transizione costituita dall’atto di osservazione o interazione energetica che fissa il dato.

L’idea di partenza di questi concetti proviene dalla matematica/fisica di Severi e Pannaria, con ulteriore sviluppo di considerazioni personali. Il passaggio dal retroscena, piano causale, alla scena, piano degli effetti, è regolato da un’equazione di proiezione dove la realtà materiale è intesa come una sezione d’urto energetica. Il retroscena non è statico, ma è un insieme di onde di frequenza infinita e la scena emerge quando queste onde subiscono una decelerazione, rendendo l’energia percepibile come massa o forma solida. Il presente è visto come un’interfaccia, in cui la realtà si crea attimo dopo attimo perché il flusso dal retroscena non è mai interrotto. Se la proiezione si fermasse per un solo istante, la scena svanirebbe. Pannaria descrive il passaggio attraverso punti di singolarità dove l’astratto diventa concreto. La matematica qui non misura oggetti fermi, ma la velocità di trasformazione dell’energia in materia. In termini fisici, questo processo può essere visualizzato come un sistema in cui il mondo di retroscena è energia pura e informazione, l'”INPUT”; l’operatore è il filtro, la sequenza vibratoria dell’osservatore o del mezzo, e la scena è la materia/fenomeno, l'”OUTPUT”. La formula ideale suggerisce che la scena sia proporzionale alla densità del retroscena, mediata da un tempo di manifestazione, indicante che la creazione sia istantanea e perenne. In questa situazione, ovvero nella matematica fisica di Pannaria, l’osservatore non è un testimone passivo, ma è il trasformatore di impedenza tra due mondi, fungendo da punto di messa a terra. Il retroscena è un oceano di frequenze altissime e incoerenti, uno stato potenziale puro; l’osservatore, attraverso la sua struttura vibrazionale, seleziona una frequenza specifica e la fa precipitare nella realtà, nel mondo di scena. Facendo un calcolo, se il retroscena è “p” nel senso di potenziale e la scena è “m” nel senso di manifestazione, l’osservatore è la funzione “f”, per cui f (p)=m. La realtà che appare non dipende dal retroscena che contiene tutto, quanto dalla capacità dell’osservatore di reggere e filtrare quella tensione energetica. Quando si agisce come un ponte per qualcun altro, la funzione di osservatore si espande, poiché l’altra persona ha una frequenza di taglio che impedisce di vedere o creare una scena libera da condizionamenti, e il ponte in questo caso, offre la struttura propria come schema di risonanza. Il ponte osserva nel retroscena una possibilità, una realtà di guarigione o libertà che l’altro non vede ancora, e, mantenendo fissa l’osservazione su quel potenziale, si permette alla scena dell’altro di stabilizzarsi su quella nuova frequenza. In pratica, chi fa da ponte presta la sua capacità di collasso della funzione d’onda finché l’altro non sia in grado di sostenere la propria scena autonomamente. Ci sarebbe da chiedersi come mai trascorra del tempo tra potenziale e manifestazione. Tenendo conto di questo modello, il tempo non è una linea, ma una distanza vibrazionale tra retroscena e scena. Se nel retroscena il tempo non esiste, in quanto vi è uno stato di simultaneità, di potenzialità non ancora slatentizzate, l’istante creativo è in questo “tempo zero”, e la manifestazione avviene quando l’energia rallenta. Quello che chiamiamo tempo tra potenziale e manifestazione è il processo di densificazione: più l’energia incontra la resistenza (dogmi, dubbi, convinzioni, densità materiale) più il passaggio dal retroscena alla scena sembra lento. Pannaria suggerisce che la creazione sia un’esplosione continua, un eterno presente: la scena viene distrutta e ricreata ad ogni frazione di secondo, il tempo è solo la percezione della continuità tra queste fotografie.

TEMPO TRA SCENA E RETROSCENA

Quel tempo che passa tra l’evento/scena e la consapevolezza è lo spazio dove avviene la manipolazione astrale o la liberazione mentale: se si reagisce immediatamente si è ancora nel mondo di scena, alimentando per esempio una egregora con l’emozione. Il ponte esplica una funzione di coscienza, ben lungi dall’essere un dogma o un riferimento esterno, in quanto è in grado di neutralizzare la polarità, vedendo frequenze e stabilizzando l’umido radicale, non disperdendo la linfa vitale nella reazione emotiva, ma conservandola. L’osservatore impedisce che la fiammella si consumi inutilmente.

Cosa può rallentare allora la manifestazione rispetto al mondo di retroscena?

  • Densità del piano fisico, o inerzia della materia. Il mondo fisico è composto da atomi che vibrano a una frequenza molto più lenta rispetto al mondo di retroscena. Se nel retroscena (piano mentale o astrale) il pensiero è istantaneo, nella materia deve superare l’inerzia. Se l’energia propria è troppo legata all’umido radicale, inteso solo come sopravvivenza biologica, si rimane intrappolati nei tempi lunghi della materia, subendo un vero e proprio condizionamento. Più alta è la frequenza più la materia diventa plastica, riducendo il tempo di manifestazione.
  • Coerenza di segnale: se nel retroscena un evento è un’onda di frequenza, affinché diventi un fatto atomico nella scena deve esserci assenza di rumore di fondo. Se nel retroscena l’intento è chiaro ma il ponte, l’osservatore, non è stabile, il segnale arriva alla materia frammentato. Ogni frammentazione richiede un tempo di ricalcolo energetico che allunga la latenza.
  • La densità del mezzo, o inerzia intrinseca della materia. Un conto è muovere una mano nell’aria, un’altra nel fango: mentre il mondo di retroscena è l’aria, il mondo di scena è il fango: il tempo di latenza è lo sforzo necessario affinché l’energia sottile sposti gli atomi pesanti. Questo tempo è influenzato dalla pressione che il retroscena esercita sulla scena: più l’osservatore è distaccato e fermo, più la pressione aumenta accorciando i tempi.
  • Nodi di interferenza come leggi collettive: per esempio, se abbiamo un evento che per manifestarsi deve urtare contro una legge di probabilità molto radicata nel piano fisico, ci sarà un aumento della latenza in quanto l’energia deve letteralmente curvare la realtà locale; l’interferenza delle egregore o filtro collettivo ha il suo peso: spesso le decisioni o gli eventi sono pilotati da egregore o motivazioni politiche e sociali mascherate. Queste forme pensiero collettive agiscono come una nebbia densa: quando un evento deve manifestarsi, deve altresì. attraversare l’inconscio collettivo, e se l’intento personale è in opposizione o in risonanza con una egregora potente, il tempo di latenza varierà. Se vi è un dubbio o se si cede a delle credenze o dogmi, si creerà un corto circuito che bloccherà la discesa dell’energia dal retroscena alla scena, diventando un vero e proprio ostacolo.
  • Il ruolo dell’osservatore che determina la focalizzazione. se l’osservatore sposta lo sguardo continuamente con dubbi e attese ansiose, il tempo di latenza si azzera e riparte da capo ogni volta. La manifestazione richiede che il ponte tenga il collegamento fisso finché la materia non ha finito di addensarsi.

l tempo di manifestazione dipende dalla purezza della volontà, dall’espressione della propria sovranità mentale. Il dubbio diventa un potente dissipatore in quanto interferenza astrale ogni volta che si dubita della manifestazione: in questo stato tecnicamente si sta ritirando l’ordine dal retroscena, resettando il timer. È fondamentale rimanere nello stato di osservatore, neutrale, come un ponte, evitando di immettere emozioni come la rabbia o l’ansia nel processo. L’emozione crea umidità pesante che rallenta tutto. La certezza assoluta è invece secca e rapida. Ogni conflitto interiore blocca i segnali provenienti dal mondo di retroscena, solo lo stato di neutralità permette all’energia di scorrere senza attrito. In pratica, ciò che determina la velocità è quanto spazio libero esiste tra la propria “scintilla” e la realtà fisica: se il campo aurico è pulito, il tempo di latenza si accorcia, essendo assente ogni attrito. Anche Yogananda, pure mantenendo un linguaggio più mistico che scientifico, convergeva il suo pensiero sulla fisica sottile della manifestazione e della guarigione.

Egli spesso parlava di come la guarigione istantanea fosse possibile solo quando la coscienza del paziente, o del guaritore, riusciva a superare l’illusione del tempo e dello spazio, di maya. Yogananda spiegava che il corpo è come un’idea proiettata: il tempo di latenza dipende dalla forza vitale, “prana”, diretta dalla volontà. Quindi, secondo la sua visione, scientificamente se si invia un comando di guarigione dal retroscena ma la mente cosciente di scena è sintonizzata sulla frequenza di malattia, si crea un interferenza distruttiva. In affermazioni scientifiche di guarigione, Yogananda sottolineava che le cellule hanno una loro memoria, un loro condizionamento, e il tempo che intercorre tra l’affermazione e la guarigione è il tempo necessario a convincere le cellule che la vecchia realtà non esiste più. Se l’osservatore, il ponte, è vacillante, le cellule continuano a replicare il vecchio schema dogmatico della malattia. Se l’osservatore è fisso, la manifestazione fisica deve per forza conformarsi al nuovo modello del retroscena. Per Yogananda vi era un punto di aggancio importantissimo: il terzo occhio, centro della volontà e ponte verso l’onniscienza. Operando verso quel centro, paragonabile al retroscena, si bypassa il tempo lineare e la guarigione non è più un processo di riparazione che richiede giorni, ma una riprogrammazione immediata della struttura molecolare.

IL TEMPO DI LATENZA È PROPORZIONALE AL PESO DELLA PROPRIA CREDENZA NEL LIMITE

LA LATENZA È DETERMINATA DAL RAPPORTO TRA LA POTENZA DEL SEGNALE NEL RETROSCENA E LA RESISTENZA DEL PIANO DI SCENA

Nel retroscena possiamo sapere di essere un leone o una fenice, ma nel mondo di scena si crede ancora di aver bisogno di protezione o di essere vulnerabili alle energie altrui. Il tempo di manifestazione si allungherà perché si stanno servendo due padroni: o ci si fida dello spirito o ci si affida alla materia, non si può dire di fidarsi dello spirito e restare nella coscienza della materia.

In tutte le tradizioni l’autentico Avatar o Guru funge da trasmettitore puro, ma il successo e la velocità della manifestazione, come per esempio la guarigione, dipendono quasi interamente dalla ricezione. Se il maestro, il ponte, è colui che abbassa la tensione energetica per creare l’aggancio, l’attrito che determina il tempo di latenza risiede nell’individuo. Ecco come queste interferenze agiscono tecnicamente:

1 – la psiche come filtro a maglie strette. La psiche della persona da guarire è intessuta di memoria, traumi e, soprattutto, di un’identità costruita sulla malattia o sul limite. Quando l’energia di guarigione scende dal retroscena, trova un’opposizione inconscia: la persona, a livello profondo, può aver paura di perdere il “vantaggio secondario” della sua condizione, e questo conflitto crea una turbolenza che disperde l’energia del maestro, allungando i tempi o annullando l’effetto.

2 – l”emozione come liquido viscoso. Le emozioni, come la paura, l’ansia di guarire, lo scetticismo, rendono il campo aurico denso: mentre l’energia del maestro è una frequenza alta e sottile, l’emozione della persona è una frequenza bassa e pesante, e il tempo di latenza è quello che l’energia del maestro impiega per fluidificare questa densità emotiva prima di poter toccare le cellule fisiche

3 – il pensiero dogmatico, l’interferenza delle egregore: come abbiamo già visto, se la persona è collegata a un’ egregora medica, religiosa o collettiva che dice “da questo non si guarisce” o “ci vuole tempo”, quel pensiero agisce come uno scudo. Il guru proietta la realtà dal retroscena dove la guarigione è già un fatto ma la persona proietta la realtà della scena dove la malattia è ancora un fatto. L’attrito è lo scontro tra queste due realtà, e la guarigione avviene solo quando la persona molla, lascia andare, cede la presa sulla scena e si aggancia al ponte offerto dal maestro.

4 – il paradosso del ponte. Un autentico guru non può forzare una guarigione perché violerebbe la sovranità e il libero arbitrio dell’individuo. Egli può mantenere soltanto la frequenza corretta nel retroscena e offrire il punto di aggancio sicuro, ma se la psiche della persona continua a osservare la ferita invece di osservare il ponte, rimane intrappolata nel tempo lineare della materia. In sintesi, il maestro è la costante, mentre il pensiero e l’emozione del ricevente sono le variabili che determinano se il salto dal retroscena alla scena sarà un fulmine o un processo lento, alternante o agonizzante. L’ostacolo non è la potenza del maestro, ma la capacità di carico e di trasparenza di chi riceve. La coscienza umana tende a comportarsi come una calamita che si incolla alla superficie delle cose, scambiando l’effetto, la materia, per la causa, il retroscena, creando un’ aderenza ostacolatrice che provoca il ritardo. Quando restiamo adesi alla percezione fisico-materica, accade quanto segue:

  • Collasso del tempo di latenza in attesa: se la coscienza è incollata alla scena, il tempo che intercorre fra l’intento e la manifestazione non è più visto come un processo di addensamento energetico, ma come una mancanza. L’attesa genera ansia, densità, che aumenta l’attrito. In questo modo l’aderenza alla materia diventa la causa stessa del rallentamento di ciò che vorremmo manifestare.
  • La vista annebbiata: essere adesi alla materia significa che la propria riserva vitale, umido radicale, viene consumata tutta per tenere in piedi la realtà fisica attuale, invece di usare quell’energia come carburante per far scendere il nuovo dal retroscena, smettendo di alimentare il vecchio scenario nel mondo di manifestazione (scena). Sarebbe come cercare di guidare un’auto premendo contemporaneamente il freno, l’aderenza al noto, e l’acceleratore, il comando della propria energia.
  • la trappola dei sensi: i sensi fisici dicono “guarda, la ferita c’è ancora”, “guarda, i soldi non ci sono”, “guarda la situazione è bloccata”, ma… questa è la menzogna della scena! Se la coscienza crede ai sensi, si scollega dal ponte. Il guru o l’avatar può emettere la nota più pura del mondo, ma se la propria coscienza è incollata alla frequenza del problema, non può vibrare per simpatia con la soluzione.
  • Il distacco dall’osservatore: la sovranità mentale consiste nel riuscire a guardare la scena senza aderirvi, senza identificarsi. È la capacità di dire: “vedo il fatto fisico, ma non gli permettono di definire la mia realtà”: in quel momento la colla si scioglie, la coscienza si sposta in retroscena e il tempo di latenza si accorcia drasticamente, perché non deve più lottare contro la sua stessa resistenza interna. L’ostacolo è che la materia è rumorosa (dolore, bisogni, paure) mentre il retroscena è silenzioso. La coscienza umana, abituata al rumore, fatica a fidarsi del silenzio, dove tutto è già compiuto.

Paracelso: architettura della vita

In alcuni scritti precedenti ho già descritto gli enti di malattia secondo la visione di Parcelso e i pilastri della salute come suoi suggerimenti: nella sua visione (tradizione alchemica) i Tria Prima costituiscono la base di ogni sostanza materiale e spirituale. Essi non rappresentano solo elementi chimici, ma principi filosofici legati alla salute e alla struttura dell’essere:

Zolfo (Sulpher): Rappresenta l’anima e il principio del calore. È la forza espansiva, la coscienza e la capacità di combustione.

Mercurio (Mercurius): Rappresenta lo spirito e il principio della fluidità. Funge da mediatore tra lo Zolfo e il Sale, incarnando la vitalità e la trasmissione energetica.

Sale (Sal): Rappresenta il corpo e il principio della fissità. È la materia solidificata che protegge l’umido radicale, garantendo stabilità e forma fisica.

​Questi principi devono operare in armonia; la malattia insorge quando uno di essi si separa o sovrasta gli altri, rompendo l’equilibrio della “fiamma” vitale.

​Di seguito la spiegazione dettagliata e riassuntiva dei cinque enti di malattia (Volumina Paramirum) teorizzati da Paracelso, che descrivono le diverse origini delle patologie umane secondo la visione ermetico-alchemica:

  1. Ens Astrale (L’Ente Astrale): Si riferisce all’influenza dei corpi celesti e del macrocosmo sull’essere umano. Non va inteso come astrologia deterministica, ma come una “corruzione” dell’aria o delle energie sottili che circondano l’individuo (il corpo siderale). Quando l’armonia tra l’uomo e il cosmo si spezza, possono insorgere epidemie o squilibri energetici.
  2. Ens Veneni (L’Ente del Veleno): Riguarda tutto ciò che l’organismo assimila dal mondo esterno (cibo, acqua, aria) che non riesce a essere trasformato o eliminato. Paracelso introduce qui il concetto di Archeus, l’alchimista interno: se l’Archeus è debole, non riesce a separare l’essenza (nutrimento) dal veleno (scorie), portando all’accumulo di tossine e alla malattia.
  3. Ens Naturale (L’Ente Naturale): Rappresenta la costituzione biologica e il destino fisico dell’individuo. È legato al microcosmo umano, ovvero al funzionamento degli organi e dei sistemi interni. La malattia nasce quando c’è un’alterazione della propria natura specifica, inclusi i ritmi biologici e l’invecchiamento precoce della “riserva vitale” (l’umido radicale di cui abbiamo parlato).
  4. Ens Spirituale (L’Ente Spirituale): È la malattia che ha origine nella mente o nello spirito. Paracelso sosteneva che i pensieri, la volontà e l’immaginazione possono ammalare il corpo tanto quanto un veleno fisico. Include le influenze psichiche, i traumi emotivi e le forme pensiero che, se negative, possono agire come entità distruttive sulla salute.
  5. Ens Dei (L’Ente di Dio): Rappresenta l’origine metafisica o karmica. In questa visione, alcune malattie sono necessarie per l’evoluzione dell’anima o sono “permessi” divini per portare l’individuo a una comprensione superiore. È l’ente che ricorda i limiti della medicina umana e la necessità di una guarigione che passi attraverso la consapevolezza spirituale.

Il Paragranum (I Quattro Pilastri della Medicina)

​In Paragranum Paracelso mette in evidenza come la medicina non sia una disciplina isolata, ma abbia necessità di poggiare su pilastri solidi, definendone le basi che ogni vero medico dovrà tenere ben presenti:

  1. Filosofia: non va intesa come speculazione astratta, ma come la conoscenza profonda della natura e dei suoi elementi (terra, acqua, aria fuoco). Nel sistema paracelsiano il medico deve saper leggere ciò che è nascosto dietro all’apparenza fisica, avere conoscenza di ciò che è invisibile, e la filosofia è lo strumento che permette di comprendere la struttura invisibile della materia. Cardinale è l’idea centrale del macrocosmo-microcosmo, da cui la corrispondenza essenziale che l’uomo, ovvero il microcosmo, sia lo specchio dell’universo, il macrocosmo. Tutto ciò che esiste nel mondo esterno esiste anche all’interno del corpo umano. Per esempio, se si volesse comprendere il funzionamento di un organo, si dovrebbe studiare l’elemento naturale o l’astro corrispondente nel mondo. La natura è una maestra: il medico deve necessariamente camminare con la natura, e la filosofia paracelsiana impone che la verità si trovi nell’osservazione diretta del creato, non nei vecchi libri di Galeno o Avicenna. La filosofia, inoltre, insegna che non vi è separazione tra spirito e materia, che la vita è da intendere come un’unità, che ogni cosa possiede una forza vitale, e il medico deve essere in grado di interagire con questa energia per riportare l’equilibrio. In sintesi, essere filosofi significa conoscere perfettamente la Terra e il Cielo, per capire come questi agiscono sull’uomo.
  2. Astronomia: il secondo pilastro è l’astrologia medica, e per Parcelso il medico non può curare il corpo se non conosce le influenze dei corpi celesti sull’organismo. È utile tenere presente alcuni punti chiave: il cielo interiore riflette per corrispondenza come ogni organo sia collegato a un pianeta, per esempio il cuore al sole, il cervello alla luna, il fegato a Giove, e quindi le malattie non sono solo fisiche ma derivano da uno squilibrio tra le frequenze degli astri e quelle dell’uomo. Il medico deve vedere le sincronicità temporali, ovvero conoscere i cicli celesti per sapere quando somministrare un rimedio e quale farmaco può essere efficace o inutile a seconda della posizione dei pianeti al momento della cura. Paracelso credeva che le stelle emettessero una forza di azione sull’umido radicale e sulla vitalità dell’individuo, un vero e proprio influsso astrale. Ignorare il cielo significa ignorare metà della causa della malattia. Quel che qui viene definito astronomia insegna al medico che l’uomo è un antenna e la salute dipende dall’accordo armonico tra la vibrazione umana e quella universale.
  3. Alchimia: ovvero il terzo pilastro che rappresenta l’arte della preparazione e della trasmutazione. Per Paracelso il medico alchimista non è colui che cerca l’oro, quanto colui che estrae il veleno dalle sostanze naturali per liberarne la medicina pura. Ci sono dei fondamenti precisi: separazione e purificazione, e il medico deve saper separare il puro dall’impuro. La natura ci dà le materie prime, ma è l’Alchimista che, attraverso il fuoco, le purifica per renderle biodisponibili. Troviamo dei legami molto profondi con la medicina tradizionale cinese e le funzioni di separazione del puro dall’impuro (discernimento) ad opera del fuoco cardiaco e di quello gastrointestinale. Ogni corpo è composto da solfo, l’anima, il principio combustibile; il mercurio, lo spirito, il principio volatile e il sale, il corpo o principio solido, e bisogna tenere conto di questi tre principi filosofali. La malattia nasce quando l’equilibrio di questi tre elementi si spezza. Paracelso ci parla di Arcanum, un rimedio specifico: l’alchimia permette di trovare l’essenza spirituale di una pianta o di un minerale, e questo Arcanum agisce direttamente sulla forza vitale del paziente, senza appesantire il suo umido radicale. Quando poi si arriva alla trasmutazione, non ci troviamo di fronte soltanto alla chimica, ma all’elevazione di una frequenza della materia affinché questa possa interagire con la sua scintilla divina e identitaria, con la sua fenice interiore. Per Paracelso, senza l’alchimia, il medico è solo un cuoco che mescola erbe senza conoscerne la potenza reale.
  4. Virtù (Etica): questo è il quarto pilastro, e per Paracelso si tratta della colonna che regge tutte le altre, in quanto senza la rettitudine morale e la forza spirituale del medico, la filosofia, l’astronomia e l’alchimia sarebbero strumenti inutili o, peggio, pericolosi. Cosa intendeva Paracelso per virtù? Senz’altro l’amore per la medicina, in quanto per il medico svizzero il fondamento della medicina è l’amore. Un medico senza empatia e senza il desiderio sincero di aiutare il prossimo non potrà mai attivare la guarigione, poiché la sua vibrazione non risuonerebbe con quella del paziente. Il medico deve avere una forza, una forma di potere personale, essere una figura integra, dotata di una volontà ferrea; se il medico fosse debole o corrotto, non potrebbe comandare le energie della natura per scacciare la malattia. Deve esserci un certo disinteresse per il lucro: il vero medico non lavora per il denaro, ma per compiere il proprio destino come tramite della guarigione divina. La sua ricompensa è il ripristino dell’ordine naturale nel paziente. Vi è una responsabilità spirituale: il medico deve essere puro, quasi come un sacerdote della natura, essere in grado di proteggere il proprio campo energetico affinché non diventi un ricettacolo delle negatività altrui. La virtù agisce come uno scudo. Facendo una sintesi finale, questi quattro pilastri formano il quadrato della medicina: con la filosofia si conosce la terra, con l’astronomia si conosce il cielo, con l’alchimia si sa preparare il rimedio e con la virtù si è un uomo degno di operare in questo ambito. Se mancasse anche una sola di queste basi, il ponte della guarigione crollerebbe. Il vero medico è colui che, una volta guarito il paziente, lo lascia libero e sovrano della propria energia, proprio come un ponte che scompare dopo essere stato attraversato.

Come si riconoscono i principi in disequilibrio? Come interviene il medico?

Lo zolfo (anima, calore) rappresenta l’energia infiammabile, l’essenza oleosa e il calore vitale. Nella salute è ciò che mantiene il corpo caldo e attivo, è legato all’umido radicale che alimenta la fiamma della vita. Nella malattia, invece, se lo zolfo brucia troppo, avremo febbre, infiammazioni acute e rabbia. Se è troppo debole, il corpo diventa freddo, letargico e perde la volontà. Il medico deve usare rimedi che calmino o eccitino il fuoco interno, agendo sulla parte oleosa delle piante.

Il mercurio (spirito, volatilità) è il principio vitale, il fluido che permette la comunicazione tra le parti. È volatile, aereo e mobile. Nella salute governa i sensi, il sistema nervoso e il flusso dei pensieri; è il mediatore che permette all’anima (zolfo) di agire sul corpo/sale. Nella malattia presiede malattie mentali, tremori, instabilità o problemi respiratori, che indicano un Mercurio impazzito o evaporato. È il principio che, se squilibrato, espone alle influenze astrali esterne. Il medico deve intervenire con essenze e preparazioni volatili che agiscano sulla rapidità della risposta vitale.

Il sale (corpo, struttura) è la solidità, la cenere che rimane dopo il fuoco, la terra che dà forma. Nella salute e ciò che rende forti le ossa, i tessuti e gli organi. È il principio di conservazione che impedisce la putrefazione. Nella malattia un eccesso di sale porta a calcoli, indurimenti, artrosi o ristagni, quando la materia diventa troppo pesante e non circola più. Una carenza di sale porta invece a fragilità e perdita di coesione. Il medico userà i sali estratti dalle piante attraverso la calcinazione per ridare struttura e stabilità al corpo fisico.

Il medico deve diagnosticare quali di questi tre principi sia in eccesso, in difetto o corrotto. Una persona potrebbe avere un Mercurio troppo aperto e poco protetto, mancando di filtro spirituale o uno zolfo, fuoco interno, troppo basso per bruciare le influenze esterne. Il rimedio alchemico perfetto riunisce questi tre principi, purificati separatamente, in un’unica medicina che parli direttamente alla struttura trinitaria dell’uomo, e di questo si occupa la Spagiria.

Paracelso, inoltre, sostiene che la parola ha potere curativo perché agisce come un veicolo dell’energia spirituale e della volontà del medico. Egli crede che il linguaggio possa influenzare l’ Archeus ma sottolinea che l’efficacia dipenda dalla forza interiore di chi parla, non solo dal suono letterale.

Secondo la sua visione, la parola agisce come un “incantesimo” naturale capace di riequilibrare i piani sottili dell’essere umano.

Per Paracelso, il legame tra la parola (il Verbum) e la rigenerazione dell’Umido Radicale risiede nella natura vibrazionale della vita stessa. Nella sua visione, l’essere umano non è solo un aggregato chimico, ma un’entità sostenuta da una forza vitale che può essere influenzata sia da sostanze materiali (il lato alchemico) che da potenze spirituali (il lato magico-ermetico).

​Ecco come si articola questo collegamento secondo la tradizione paracelsiana e i principi che abbiamo discusso:

​La Parola come “Seme” Vibrazionale

​Paracelso afferma che la parola non sia solo un suono, ma un’espressione del Logos creativo. Se l’Umido Radicale è la “riserva energetica”, l’olio della lampada, la parola agisce come la scintilla o il soffio che regola la combustione di quell’olio. Una parola “giusta”, pronunciata con volontà e fede (il Fiat interiore), può riordinare il caos interno e stimolare la rigenerazione della forza vitale. Le parole hanno potere quando provengono dal nostro centro animico, in pieno collegamento con la nostra parte spirituale.

​Il Verbo e l’Archeus

​Il principio che governa la salute nel corpo è l’Archeus, il maestro architetto o alchimista interno, una forza vitale intelligente che governa i processi biologici separando il puro dell’impuro. Paracelso ritiene che l’Archeus risponda alle frequenze della natura. Ha funzione di coordinare la digestione e la rigenerazione degli organi, è un principio invisibile che agisce come ponte tra lo spirito e il corpo fisico e la malattia si manifesta quando questi è indebolito o incapace di filtrare le tossine, o gli astri interni. Poiché l’Umido Radicale è la sostanza sottile che nutre l’Archeus, l’uso di parole sacre, incantesimi o semplicemente di un pensiero retto, agisce come un comando diretto per la “manutenzione” di questa riserva. Se la parola è armoniosa, l’Umido Radicale viene preservato e non sprecato in passioni disordinate.

​Nella medicina paracelsiana, la guarigione avviene quando si riporta l’equilibrio tra lo zolfo (l’anima/calore), il mercurio (lo spirito/frequenza) e il sale (il corpo/materia). La virtù sta nel mezzo, nella mediazione.

​In sintesi, per Paracelso la parola è lo strumento con cui l’uomo esercita la sua sovranità sulla propria biologia spirituale: la parola non crea l’umido dal nulla, ma ordina alla natura di rigenerarlo e lo protegge dalla dispersione, mantenendo la “fiamma della Fenice” accesa e stabile. Attraverso il “Verbo”, l’uomo può richiamare le energie celesti (le stelle interiori) per nutrire l’umido che si sta consumando. È un processo di “trasformazione di frequenza”: il Maestro o l’Avatar, usando la parola, funge da ponte per aiutare l’individuo a riattivare la propria fonte interna, impedendo che l’umido radicale si esaurisca precocemente sotto il peso dei condizionamenti o della malattia.

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FATO E DESTINO

FATO E DESTINO

Premessa

Fato e destino sono due parole spesso usate come sinonimi, il che contribuisce a fare confusione sulle attribuzioni di significato. Il fato è una forza esterna, ineluttabile e prestabilita, mentre il destino può essere influenzato dalle nostre azioni e dalle nostre scelte. La parola fato deriva dal latino “fatum”, che significa “ciò che è stato detto” (dagli dei), indicando una sentenza o un oracolo immutabile. Il destino deriva dal verbo latino “destinare”, che significa “fissare saldamente” o “stabilire”, suggerendo un percorso predeterminato ma potenzialmente influenzabile dalle azioni individuali.

ALCUNI SVILUPPI NEL TEMPO

GRECIA: Heimarmene

La Heimarmene per gli antichi greci era un concetto filosofico e religioso traducibile con “destino o fato” e rappresentava la forza ineluttabile e universale che determina il corso degli eventi,  siano essi le vicende umane o il ciclo cosmico, ma non era vista come una divinità capricciosa,  piuttosto come una legge razionale inalterabile a cui anche gli dèi erano sottomessi. Si può pensare a lei come alla trama del cosmo già tessuta, dove ogni cosa, dalla nascita di un eroe alla caduta di un impero, segue un percorso stabilito.

Il fato non era istituito da un’unica entità. Nella mitologia le Moire erano tre dee che tessevano il filo della vita e della morte e determinavano il destino ineluttabile di ogni essere umano, cui persino gli dèi dovevano sottostare: Cloto filava il filo, Lachesi ne determinava la lunghezza e Atropo lo tagliava. Stessa cosa facevano le dee equivalenti della tradizione romana, le Parche Nona, Decima e Morta.

I miti greci, come la storia di Edipo, mostravano l’eroe che cerca di sfuggire a un fato ineluttabile, come anche la figura di Cassandra rappresentava un altro esempio perfetto di veggenza e fato: malgrado le sue accurate premonizioni, il suo destino era quello di non essere mai creduta, rendendo la caduta di Troia un evento ineluttabile: il suo personaggio metteva in evidenza la tragedia di conoscere il fato senza potervi intervenire. L’idea di un fato ineluttabile ha radici antiche, ed era già presente nei poemi di Omero, dove gli dèi potevano influenzare le vicende umane, ma non stravolgere il destino finale di una persona. Achille era destinato a morire giovane e glorioso e nessun intervento divino avrebbe potuto cambiare questo esito. In seguito, con la filosofia stoica, il concetto di Heimarmene raggiunse la sua massima espressione: gli stoici credevano che l’universo fosse retto da una ragione universale, il Logos, e che la Heimarmene fosse l’espressione di questa ragione. Con le correnti del platonismo e del neoplatonismo, la Heimarmene venne spesso associata a un destino imposto dall’alto, ma con un margine di libertà. Si sosteneva che l’anima, prima di incarnarsi, scegliesse il proprio destino, pur rimanendo all’interno dei confini stabiliti dalla legge cosmica. In sintesi, la Heimarmene non era semplicemente una forza cieca e brutale ma un destino razionale, spesso visto come parte di un ordine più grande e incomprensibile all’uomo, che trovava nella sua accettazione una forma di saggezza.

I

INSEGNAMENTO ERMETICO

Secondo la tradizione ermetica, il fato è un’inevitabile forza meccanica e cosmica legata alla necessità e all’ordine astrale, visto come un determinismo astrologico, o influenza dell’energia manifestata anche nei corpi celesti sulla vita umana (abbiamo due Influenze: la prima al momento del concepimento, la seconda al momento della nascita. Il fato è riferito alla prima), come la Heimarmene dei greci, mentre il destino è il percorso spirituale, l’evoluzione individuale. L’ermetista non si limita a subire il fato, ma cerca di superarlo attraverso la conoscenza (gnosi), il libero arbitrio e la magia teurgica, per poter forgiare attivamente il proprio destino. Gli autori ermetisti ritenevano che, attraverso la comprensione delle leggi universali (ciò che in basso è come ciò che è in alto) l’uomo potesse elevarsi al di sopra della fatalità e ricongiungersi con il divino.

Un autore fondamentale che esprime questo pensiero è Ermete Trismegisto stesso, nel Corpus Hermeticum. Altri esponenti del Rinascimento che hanno ripreso e sviluppato questi concetti in chiave ermetica, sono stati Giordano Bruno e Marsillio Ficino.

I testi ermetici che discutono il concetto di fato, necessità e ordine sono: il dialogo intitolato Asclepius (o Discorso Perfetto), il Trattato I, Poimandres, il Trattato XII e il Trattato XVI, che fanno tutti parte del Corpus Hermeticum. In diversi punti di questi dialoghi Ermete Trismegisto spiega la relazione tra queste forze, posizionandole in una gerarchia sotto la volontà di Dio. Riassumo alcuni aspetti salienti:

Dall’Asclepio:

  • FATO (Heimarmene): è la necessità di tutti gli eventi , legati l’uno all’altro in una catena ininterrotta. E’ l’artefice di ogni cosa, il secondo dio creato dal Dio sommo, o l’ordine di tutte le cose nel cielo e sulla terra. Il fato è il mezzo attraverso il quale la volontà di Dio si manifesta nel mondo.
  • NECESSITA’: è la conseguenza del volere di Dio, l’effetto che deriva dalla sua volontà. Non può esistere nulla che Dio abbia voluto e di cui poi si sia dispiaciuto, poiché Egli sa in anticipo che le cose accadranno.
  • ORDINE: è il principio che governa il cosmo, mantenuto dalla volontà di Dio. Il testo afferma che gli dèi celesti amministrano le realtà universali mantenendo un ordine unico e immutabile, che hanno ricevuto dal Padre sin dall’inizio. Questo ordine, a sua volta, influisce sugli eventi terrestri.

Dal Poimandres, Trattato I, uno dei testi più noti del C.H.:

  • Discesa dell’anima attraverso le sfere planetarie, che determinano il suo fato. Ermete Trismegisto descrive una visione mistica che riceve dall’essere divino , Poimandres, la Mente Universale. Il Trattato si concentra sulla creazione del cosmo e dell’uomo e spiega la caduta dell’anima nel mondo materiale. Viene illustrato il concetto del fato come una forza che lega l’anima all’esistenza terrestre, ma si sottolinea anche la possibilità per l’anima di elevarsi, tornando alla sua origine divina attraverso la conoscenza (gnosi) e la virtù.

Dal Trattato XII

  • Elevazione della mente (NOUS) sopra le influenze del fato. Questo Trattato approfondisce il tema della mente Nous e del suo rapporto con il fato. Spiega che l’uomo che possiede la mente divina è superiore al destino, poiché è in grado di comprendere e agire al di là delle influenze dei pianeti e degli elementi terreni. L’opera suggerisce che la mente è una parte di Dio nell’uomo e, coltivandola, è possibile non solo dominare il fato, ma anche raggiungere l’immortalità e l’unione con il divino. Il Trattato è una vera e propria esortazione a liberare l’anima dai legami materiali attraverso la conoscenza.

Dal Trattato XVI

  • Mente e destino. Questo testo, sebbene più breve, è anch’esso centrale su questo tema. Chiarisce che non si tratta di fuggire dal mondo, ma di trasformare l’individuo in modo che il fato non abbia più potere su di lui. Viene sottolineato il ruolo cruciale della volontà e dell’autoconsapevolezza nel processo di liberazione; è il capitolo che più direttamente afferma il potere dell’uomo di essere il creatore della propria realtà, elevandosi al di sopra della semplice casualità degli eventi e diventando co-creatore del proprio destino.

Secondo il pensiero ermetico, il libero arbitrio non può agire direttamente sul fato o sulla necessità, che, ripeto, sono forze cosmiche ineludibili; l’uomo può, tuttavia, elevare la sua coscienza attraverso la gnosi, o conoscenza spirituale, che ci porta a comprendere le leggi che governano l’universo e il proprio posto in esse. L’elevazione spirituale richiede  un lavoro in se stessi per purificare anima e intelletto, distaccandosi dalle passioni e dalla materia e richiede il libero arbitrio, ovvero l’uso della propria volontà per compiere azioni che allineino il proprio destino individuale con l’ordine cosmico posto in esse. Questi strumenti  ci allontanano dall’esserne passivamente schiavi.  L’obbiettivo è trasformare il proprio destino da un cammino prestabilito a un percorso di evoluzione o crescita consapevole.

Per rimanere nel tema della tradizione ermetica, il Kybalion offre una prospettiva sul superamento del fato attraverso i suoi principi, in particolare con il principio del ritmo, che governa il flusso e il riflusso di ogni cosa, rappresentando un aspetto del destino ciclico. Il testo insegna a dominare tale ritmo applicando il principio della polarità, per non farsi trascinare dalle oscillazioni della vita e resistere loro, per non subirne gli effetti estremizzanti: non significa che non si vivano più cause ed effetti ma che, usando un principio superiore come il libero arbitrio, si diventa la causa di azioni deliberate anziché l’effetto passivo di eventi esterni. Si smette di reagire, il che fa restare nel duale, e si inizia ad agire, completando l’altra metà, quella mancante e non vista, volontariamente porgendo l’altra guancia per “chiudere” quel cerchio.

TRADIZIONE EBRAICA E CABALA

Nella tradizione ebraica e nella Cabala il concetto di fato come forza esterna ineluttabile simile a quella greca non esiste: l’ebraismo enfatizza il libero arbitrio (behirà chofshit), la capacità dell’uomo di scegliere il bene e il male. La differenza tra fato e destino si spiega con il rapporto tra la volontà divina e le azioni umane. Il fato è ciò che è già scritto, ovvero il piano divino generale per il mondo (mazal): si tratta di un’influenza astrale o cosmica che determina alcune circostanze della vita, come il luogo di nascita o il potenziale di una persona, ma non le sue scelte. Il destino è il percorso che l’individuo crea con il proprio libero arbitrio. Anche se esiste un piano divino (fato) le scelte morali e le azioni dell’uomo (destino) possono influenzare, persino cambiare, il suo percorso di vita: è l’individuo a decidere se realizzare il proprio potenziale fatto in modo positivo o negativo.

Potremmo fare un esempio immaginando una persona con grande potenziale per la leadership (mazal o fato): Il suo destino sarà costituito dalle scelte che compirà, potendo usare questa dote, nel senso di eredità del fato, per guidare le persone verso il bene o per manipolarle a proprio vantaggio. La scelta individuale è sempre al centro, nonostante le condizioni iniziali siano determinate dal fato.

MISTICA CRISTIANA

Nella mistica cristiana il concetto di fato viene reinterpretato come Divina Provvidenza, il piano eterno imperscrutabile di Dio per l’umanità e per ogni singolo individuo. Il destino invece è il percorso spirituale dell’uomo che, tramite il proprio libero arbitrio, decide se cooperare con il piano divino o resistervi, determinando così la propria salvezza o perdizione. Non è un percorso prestabilito da forze cieche, ma il risultato della sinergia (o del conflitto) tra volontà divina e scelte umane.

AVANTI NEL TEMPO

Durante il Rinascimento Giordano Bruno e Niccolò Machiavelli hanno discusso del rapporto tra il destino (la fortuna) e la capacità dell’uomo di affrontarlo con la virtù. Nella letteratura il Romanticismo ha spesso contrapposto il fato, visto come una forza immutabile che schiaccia l’individuo, al destino, un percorso che il protagonista può in qualche modo influenzare. Troviamo presente il concetto di destino anche nella narrativa russa e francese di fine 800 come in Anna Karenina di Tolstoj, dove una premonizione sul treno anticipa il finale.

Nelle tradizioni esoteriche e per alcuni autori come Eliphas Levi e Rudolph Steiner, la distinzione è cruciale. Il fato (fatalità) è visto come la concatenazione inevitabile di cause ed effetti nel mondo fisico, una sorta di necessità meccanica; il destino è un percorso che può essere influenzato dalla volontà individuale, dal libero arbitrio e dal lavoro spirituale.

Eliphas Levi riteneva che la magia e l’esoterismo permettessero all’individuo di “piegare” la fatalità per realizzare il suo proprio destino, agendo sull’agente magico universale.

Rudolf Steiner, il fondatore dell’Antroposofia, vedeva il destino come il Karma, ovvero il risultato delle azioni passate, anche di vite precedenti, che l’individuo ha la possibilità di comprendere e trasformare nel corso della sua esistenza, evolvendo spiritualmente.

In sintesi, mentre il fato è una forza cieca e ineluttabile, il destino nelle tradizioni esoteriche è un percorso evolutivo che l’uomo può plasmare attivamente attraverso la conoscenza e la volontà.

KARMA

Parlando di fato e destino è inevitabile toccare l’argomento Karma, visto che ha molto a che fare con il tema. Non parlerò in modo esteso delle tradizioni induista e buddista, e nemmeno in modo approfondito di Karma, ma ne scriverò quanto utile per completare Il pensiero espresso finora. (Oltre tutto non sono esperta in questi due ambiti).

Il Karma è un concetto centrale in diverse religioni e filosofie orientali come l’induismo e il buddismo, e si riferisce al principio di causa ed effetto dove le azioni di un individuo, sia fisiche che mentali, determinano il suo destino futuro. In sostanza le azioni positive generano risultati positivi, mentre quelle negative portano a conseguenze negative. Il Karma non è visto come un destino predeterminato ma come il risultato delle proprie scelte. Direi che, per certi aspetti, assomiglia al noto principio della fisica “a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.

Nell’induismo ci sono tre tipi principali di Karma:

  • Sanchita Karma, ovvero il Karma accumulato da tutte le vite passate. E’ un magazzino di azioni che non si sono ancora manifestate.
  • Prarabdha Karma, la parte del sanchita karma che si sta manifestando nella vita attuale. È il Karma che sta dando i suoi frutti ora.
  • Kriyamana Karma: le azioni che si compiono nel presente che creeranno un karma futuro, noto anche come Agami Karma: questo è il Karma che si ha la possibilità di influenzare.

A differenza dell’induismo , il buddismo classifica il Karma in altri modi:

  • Karma proiettante, azioni che determinano la rinascita futura.
  • Karma completante, azioni che influenzano le circostanze della vita attuale.
  • Karma del corpo, della parola e della mente,  la classificazione più comune basata sulla forma dell’azione.

Un’ulteriore classificazione si basa sul tipo di risultato:

  • Karma oscuro, azioni negative che portano alla sofferenza.
  • Karma brillante, azioni virtuose che portano a felicità.
  • Karma misto, azioni che producono sia felicità che sofferenza.
  • Karma non oscuro e non brillante, azioni che non generano più cicli di rinascita portando al Nirvana.

Il Karma può maturare in questa vita, con conseguenze immediate, nella reincarnazione successiva o sono richieste molte esistenze per manifestarsi.

FILMOGRAFIA E ANALOGIE

Anche la filmografia è ricca di spunti interessanti che esplorano la differenza tra destino e fato. Il primo a venirmi in mente è il film “Sliding Doors” che mostra come un evento casuale, perdere la metro , crei due destini paralleli: il fato è la coincidenza che fa perdere a Helen il treno, un evento al di fuori del suo controllo; il destino, invece è il risultato delle diverse vite che le due Helen vivono, portandole entrambe a un finale comune che sembra già predeterminato: l’incontro con James.

Anche il film “Ritorno al futuro” illustra il personaggio, Marty, che manipola il suo destino intervenendo sul passato, mostrando che non sia ineluttabile come il fato: cambiano delle circostanze, ma non il risultato finale, ovvero sua la nascita nel tempo previsto.

Ci sono altri esempi che si possono fare per descrivere efficacemente la differenza tra fato e destino: il videogioco è il più semplice e diretto: abbiamo una struttura inevitabile del gioco, costituita dalla trama, dai livelli da superare e dal finale che rappresentano il fato, mentre il destino è rappresentato dalle scelte del singolo giocatore, ovvero l’ordine delle azioni, le missioni secondarie, il tipo di equipaggiamento, le scelte di avversari e compagni eccetera, tenendo conto delle varie vite che avrà il personaggio per completare il suo gioco.

Si può inoltre pensare al fato come un mazzo di carte da gioco, che viene distribuito e non si può scegliere quali carte si ricevono, e il destino  come si decide di giocarle: le proprie scelte, le mosse e la strategia che si adottano determineranno il risultato finale. Le carte sono un dato di fatto, il gioco è un percorso personale.

Altro esempio chiarificatore è il fato visto come la destinazione finale di un viaggio, un punto di arrivo già stabilito, e il destino il viaggio stesso: le strade che si scelgono, le deviazioni che si prendono e le persone che si incontrano lungo il percorso. La destinazione è fissa ma il viaggio è modellato dalle proprie decisioni. Per riassumere in una singola frase: “la mappa non è il territorio”, e vale anche per i viaggi mentali.

Si può ben valutare che, da più punti di vista e da più sistemi, l’obbiettivo finale sia la liberazione da un ciclo di vincoli: il ciclo delle sfere planetarie per l’ermetismo come il ciclo delle rinascite per il Karma. L’unione con la mente divina interrompe il legame dell’anima con le influenze astrologiche proprio come l’estinzione del desiderio estingue il Karma, portando al Nirvana. In un certo senso, l’atto di risvegliarsi alla realtà sovrasensibile equivale a ottenere la gnosi che permette di interrompere il ciclo e ricongiungerci alla mente divina: il Sognatore del Sogno sa che sta sognando…

Vania

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IL GUARDIANO DELLA SOGLIA

Il Guardiano della Soglia

Il Guardiano della Soglia è una figura complessa e affascinante, presente sia nelle tradizioni esoteriche che in quelle psicologiche, spesso come archetipo. Rappresenta l’ostacolo, la prova o la sfida che si frappone fra l’individuo e il raggiungimento di una fase nuova di consapevolezza, conoscenza, crescita interiore o ampliamento di coscienza.

Nelle tradizioni esoteriche il Guardiano della Soglia è spesso descritto come un’entità, un essere minaccioso o un’energia che protegge l’accesso a mondi sovrasensibili, a conoscenze occulte o a stati di coscienza superiore.  Il Guardiano della Soglia espleta diverse funzioni:

  • Custode dei misteri: la sua funzione principale è quella di custodire. Non si tratta necessariamente un’entità malvagia quanto di un filtro che permette, solo a coloro che sono pronti e degni, di accedere a determinati livelli di conoscenza. Spesso questa figura mette alla prova l’adepto spaventandolo, facendogli affrontare le sue paure più profonde o i suoi attaccamenti al mondo materiale.
  • In alcuni insegnamenti, il Guardiano della Soglia è descritto come un’entità spirituale che ogni individuo porta dentro di sé, legato indissolubilmente alle azioni compiute nel mondo reale e che agisce come un giudice imparziale del nostro operato. Può manifestarsi per guidare il discepolo o l’adepto verso una dimensione superiore, ma solo se questi si è dimostrato meritevole attraverso un percorso di purificazione e crescita.
  • Iniziazione e trasformazione: il superamento del Guardiano della Soglia è una tappa cruciale nei percorsi iniziatici. Questo cammino implica una morte simbolica del vecchio sè verso una rinascita a un superiore livello di consapevolezza, passaggio questo spesso accompagnato da un confronto con le proprie debolezze, i propri demoni interiori e tutto ciò che impedisce il nostro progresso interiore e spirituale.
  • In psicologia, specialmente nella psicologia analitica di Carl Jung, il Guardiano della Soglia è interpretato come un archetipo, ovvero una struttura universale e innata dell’inconscio collettivo. Si tratta dell’archetipo dell’ostacolo, della prova: in questo caso il guardiano della soglia rappresenta la nostra resistenza al cambiamento, le paure interiori, i dubbi, le nevrosi e tutte quelle forze psicologiche che ostacolano il processo di individuazione e di crescita personale. In psicologia non si tratta di un’entità esterna ma di una manifestazione delle nostre dinamiche interne.
  • Confronto con l’ombra: spesso il Guardiano della Soglia è strettamente connesso all’archetipo dell’ombra, ovvero la parte di noi che contiene gli aspetti rifiutati, repressi o non riconosciuti della nostra personalità come difetti, istinti, desideri inaccettabili. L’incontro con il Guardiano può significare un confronto necessario con la propria ombra affinché questa sia integrata.
  • Rito di passaggio: nella narrativa e nel viaggio dell’eroe (reso popolare da Joseph Campbell, influenzato dalle teorie junghiane), il Guardiano della Soglia è il primo ostacolo significativo che l’eroe deve affrontare prima di entrare nel mondo straordinario, o extra-ordinario. Superarlo non significa necessariamente sconfiggerlo con la forza, ma possono essere necessarie astuzia, comprensione, integrazione o persino la trasformazione del guardiano in un alleato: dobbiamo affrontare una prova di determinazione e autenticità .
  • Crescita e consapevolezza: il superamento del guardiano della soglia porta a una maggiore consapevolezza di sé , a una maturazione psicologica e alla capacità di affrontare nuove sfide. Rappresenta la necessità di lasciare e andare ai vecchi schemi , convinzioni limitanti o paure che ci trattengono dal progredire nella vita.

In poche parole, sia nell’esoterismo quanto nella psicologia, questa figura simboleggia un momento cruciale di confronto e trasformazione; è la figura che ci spinge a guardare dentro di noi ad affrontare ciò che ci blocca e a superare i limiti percepiti per accedere a un livello superiore di esistenza o di autoconsapevolezza.

Che aspetto assume il Guardiano della Soglia? Possiamo dire che non ha una sembianza fissa e universale, perché la sua manifestazione è profondamente personale e simbolica, dipendendo sia dal contesto della tradizione che dall’individuo che lo percepisce, ma, in ogni caso, possiamo delineare delle caratteristiche comuni e delle modalità di apparizione. Le sue sembianze sono spesso disegnate per riflettere ciò che la persona teme di più: i suoi vizi,  le sue debolezze o le verità scomode che rifiuta di affrontare.

Mi viene inevitabile il paragone con la figura del molliccio della saga di Harry Potter…

Riassumiamo le forme più comuni.

FIGURE MINACCIOSE  GROTTESCHE

  • Mostri o demoni: il Guardiano della Soglia può apparire come un essere terrificante, un mostro, un demone o una creatura con caratteristiche animalesche e repulsive. Queste forme simboleggiano le paure primordiali, gli istinti repressi o gli aspetti oscuri dell’inconscio.
  • Orrende deformazioni: a volte assume sembianze umane ma orribilmente deformate, che riflettono la bruttezza interiore o la corruzione morale che l’individuo deve riconoscere e superare in sé stesso.
  • Figure incappucciate od ombrose: può manifestarsi come una figura indistinta, un’ombra minacciosa o un essere incappucciato che incarna l’ignoto e la paura di ciò che non si conosce.

RIFLESSO DI PAURE INTERIORI

  • Incarnazione dei vizi: per alcuni il Guardiano può prendere la forma del proprio vizio dominante: un’apparizione legata all’avidità, all’ira, alla lussuria o all’invidia.
  • Proiezioni dell’ombra: nella psicologia junghiana il Guardiano è spesso una proiezione dell’ombra personale, apparendo come ciò che l’individuo ha rifiutato o represso di sé stesso, e il suo aspetto è spaventoso proprio perché riflette parti di noi che non vogliamo vedere. Potrebbero essere la nostra codardia, la nostra aggressività, la nostra invidia o altre caratteristiche materializzate .

FIGURE INQUIETANTI MA NON NECESSARIAMENTE MALVAGIE

  • Un’apparenza comune ma sgradevole: in alcuni casi non è un mostro, ma una persona dall’aspetto sgradevole: un mendicante, un anziano decrepito o una figura che evoca un forte senso di disagio e repulsione. L’obiettivo non è spaventare fisicamente, ma indurre un senso di avversione o giudizio che l’adepto o il discepolo deve superare.
  • L’incarnazione della verità scomoda: può assumere l’aspetto di qualcuno che ci porta a una verità che non vogliamo sentire, o che ci mostra la nostra vulnerabilità.

DOVE E COME APPARE IL GUARDIANO DELLA SOGLIA?

Le modalità e i luoghi dell’apparizione del guardiano sono altrettanto vari e simbolici.

Possono presentarsi luoghi simbolici di transizione :

  • La soglia vera e propria. Spesso appare letteralmente sulla soglia di un nuovo regno o di una nuova fase: può essere l’ingresso di una caverna simbolo dell’inconscio, il confine di una foresta oscura, la porta di un tempio interiore o l’accesso a un luogo sacro o proibito.
  • In sogni o visioni: molto frequentemente l’incontro con il guardiano della soglia avviene in stati alterati di coscienza come sogni profondi, meditazioni intense, visioni indotte da pratiche spirituali o momenti di profonda introspezione. Questi sono i luoghi in cui la psiche può manifestare i suoi contenuti più profondi.
  • Momenti di crisi esistenziale: può manifestarsi in un momento di grande crisi personale, quando l’individuo è a un bivio nella vita e deve prendere decisioni difficili, che comportano un cambiamento radicale. La soglia in questo caso è un momento di transizione esistenziale .

MODALITA’ DI APPARIZIONE

In quali modi può apparire il guardiano della soglia?

  • Improvvisa e inaspettata: l’apparizione è spesso improvvisa e può cogliere l’individuo di sorpresa mettendolo immediatamente alla prova.
  • Con una prova o un interrogatorio : il Guardiano raramente attacca fisicamente, almeno nelle interpretazioni psicologiche; più spesso pone una domanda, un enigma, un dilemma morale o richiede una prova di valore, sincerità o determinazione. “Chi sei?” “Cosa cerchi veramente?”  “Sei degno di passare?” – sono domande tipiche.
  • Con una sensazione opprimente, anche senza una forma visibile, la sua presenza può essere percepita come un’ondata di paura, ansia o pressione, dubbio o scoraggiamento, che cerca di far desistere l’individuo.
  • Attraverso eventi esterni simbolici: a volte il Guardiano non è una figura ma una serie di ostacoli o “sincronicità” negative che sembrano impedire il progresso, spingendo l’individuo a riflettere sul suo intento e sulla sua preparazione.

In sintesi il Guardiano della Soglia è una manifestazione altamente personalizzata, un test che ci confronta con le nostre più grandi paure, con ciò che ci impedisce di progredire. La sua forma è spesso uno specchio delle nostre sfide interiori e il suo apparire è un invito, spesso terrificante, a un profondo auto esame verso un passo avanti nella propria evoluzione.

Chi ha parlato del Guardiano della Soglia in questi termini e descrizioni?

Rudolf Steiner (1861-1925), fondatore dell’antroposofia, è probabilmente colui che ha descritto in modo più dettagliato e sistematico il Guardiano della Soglia nel contesto dei suoi insegnamenti esoterici. Da “L’iniziazione o come si consegue la conoscenza dei mondi superiori” del 1904, che è uno dei suoi testi fondamentali, viene descritto il percorso del discepolo verso la conoscenza sopra sensibile e l’incontro con il “Piccolo guardiano della soglia” e, successivamente, con il “Grande guardiano della soglia”. Steiner li descrive non come entità esterne che appaiono improvvisamente, ma come manifestazioni delle proprie azioni passate (il piccolo guardiano) e come la somma delle proprie esperienze karmiche e la verità del proprio sé superiore (il grande guardiano). L’incontro è un momento di profonda crisi e purificazione in cui il discepolo deve affrontare la verità su se stesso e sulla propria relazione con il cosmo.

Steiner ha anche scritto una serie di drammi teatrali, tra cui “Il guardiano della soglia” (1912) in cui questa figura archetipica e i processi iniziatici vengono rappresentati scenicamente.

Carl Gustav Jung, il famoso psicologo, sebbene non abbia utilizzato la locuzione esatta “guardiano della soglia” con la stessa enfasi e definizione esoterica di Steiner, esprime in modo profondamente radicato il concetto nella sua psicologia analitica, in particolare nel contesto del “Viaggio dell’eroe”, che è stato poi reso popolare da Joseph Campbell, fortemente influenzato da Jung.

  • Archetipo dell’ombra: per Jung il guardiano della soglia può essere interpretato come una manifestazione dell’archetipo dell’ombra. L’ombra rappresenta gli aspetti repressivi, negati o non riconosciuti della personalità, come scritto poco sopra. L’incontro con il guardiano è il confronto con questa parte di sé , una sfida necessaria per l’integrazione e il processo di individuazione, ovvero il percorso verso la totalità e la completezza del sé.
  • Resistenza al cambiamento: in un senso più ampio, il guardiano della soglia nella psicologia junghiana simboleggia tutte le forze interiori (paure, ansie, nevrosi, attaccamenti) che oppongono resistenza al progresso psicologico e spirituale dell’individuo. Superare il guardiano significa affrontare e integrare queste resistenze.

Ci sono stati altri autori che hanno trattato il tema, come Edward Bulwer Lytton nel suo romanzo occulto del 1842 “Zanoni”. In questo romanzo viene introdotta una figura che può essere considerata un precursore del concetto moderno di guardiano della soglia, noto come il “Dweller of the Threshod”, l’abitante della soglia. Questo romanzo ebbe una grande influenza sugli ambienti esoterici successivi, come Madame Blavatsky, la fondatrice della teosofia, che riprese e sviluppò il concetto di abitante della soglia nei suoi scritti influenzata dall’autore.

Possiamo ricordare anche Tommaso Palamidessi, che nell’ambito dell’archeosofia , una disciplina esoterica italiana, nel “quaderno di archeosofia” numero 10 “I guardiani delle soglie e i cammino evolutivo”, pubblicato nel novembre del 1969, affronta il concetto di guardiano come un elemento fondamentale del percorso iniziatico. Nel contesto dell’archeosofia di Palamidessi, questi guardiani non sono necessariamente entità esterne o demoniache, ma possono essere manifestazioni della nostra stessa psiche, ostacoli interni che si frappongono al progresso della coscienza. I testo suggerisce che il cammino evolutivo è costellato da queste soglie sorvegliate da guardiani, che possono presentarsi in forme diverse, agire in maniera sottile e invisibile per ostacolare il cambiamento interiore . Palamidessi esplora la natura di questi guardiani sottolineando come spesso siano legati alla nostra personalità e ai nostri istinti di autoconservazione, che non desiderano che cambiamo . Si parla anche degli elementali come base per la creazione di questi guardiani, intesi come entità legate alla materia eterica, astrale e mentale. Il quaderno invita una profonda riflessione sulla costituzione occulta dell’uomo e sulla necessità di affrontare questi ostacoli interiori per proseguire nel cammino di crescita spirituale.

Da ricordare anche Eliphas Levi che, pur non avendo coniato il termine “guardiano della soglia” nella stessa accezione di Steiner, nei suoi scritti sulla magia cerimoniale sull’incontro con l’entità astrale e i pericoli del lato oscuro dell’occultismo sono contenuti elementi che possono essere interpretati come incontri con i guardiani o forze che proteggono i misteri o che mettono alla prova l’iniziato. Per Levi il guardiano della soglia non è tanto un’entità fisica esterna, quanto una manifestazione delle paure, dei dubbi, dei vizi e delle imperfezioni interiori dell’iniziato. E’ una sorta di ombra che si materializza o si percepisce nel momento in cui l’aspirante mago o studioso di esoterismo si avvicina a livelli di conoscenza o di coscienza superiori. In sostanza, il guardiano rappresenta le proprie debolezze e il proprio inconscio negativo. L’iniziato, nel suo percorso, è chiamato a confrontarsi con tutto ciò che lo limita, lo trattiene e lo inganna. Il guardiano è la personificazione di queste forze interiori, la prova della dignità per superare il guardiano, ma non è sufficiente la conoscenza teorica, quanto è necessaria una purificazione interiore, un’etica salda e una volontà incrollabile. Solo chi ha lavorato su se stesso, superando i propri limiti e le proprie illusioni, può passare oltre punto il limite tra il mondo ordinario e quello sopra sensibile: il guardiano si frappone fra la realtà comune e i piani superiori, proteggendo i segreti della magia e dell’occultismo da chi non è pronto a gestirlo e potrebbe abusarne. E’ una barriera che impedisce ai profani di accedere a conoscenze pericolose o di manipolare forze che non comprendono, un’opportunità di crescita: affrontare il guardiano non è solo un ostacolo, ma un momento cruciale di autoconoscenza e trasformazione. Superarlo significa integrare le proprie ombre e acquisire maggiore consapevolezza e potere sul proprio essere, Nei suoi scritti la figura del guardiano è legato alla necessità di una preparazione morale e spirituale imprescindibile per chiunque voglia addentrarsi nelle pratiche magiche ed esoteriche. Senza questa purificazione, il guardiano si presenterà in forme sempre più terrificanti, bloccando il progresso dell’iniziato o addirittura portandolo alla rovina.

Se il concetto di guardiano della soglia è antico e universale, ritrovabile nei miti e nei riti di passaggio, questi autori citati, in modo particolare Steiner e Jung, sono stati i primi autori dell’ambito esoterico moderno a fornire una profonda interpretazione esoterica e psicologica come archetipo dell’incontro del guardiano della soglia.

Mi sento di menzionare la Tavola VIII,  “La chiave del mistero”, tratta dalle Tavole di Smeraldo di Thoth l’atlantideo, in cui vengono menzionati i “guardiani o segugi della barriera”,  dai quali si può scappare solo lungo i circoli, attraverso movimenti curvilinei. In questa tavola Thoth descrive la sua esperienza di fuga da queste entità sottolineando che si muovono solo attraverso gli angoli, e che l’unico modo per sfuggire loro sia attraverso i movimenti curvilinei e circoli. Viene anche raccomandato di tornare al proprio corpo attraverso i circoli se si sente il “latrato di un segugio” mentre si è fuori dal corpo. Per quanto sia importante ricordare che le Tavole di Smeraldo siano una versione pubblicata da Maurice Doreal, considerata da molti un testo pseudo storico, i contenuti sono validissimi, e meritano attenzione e meditazione.

Le Tavole di Thoth verranno riprese in considerazione in seguito.

qui il relativo video sul mio canale you tube

Ogni bene.

Vania Nadia Franceschini

Sulla magia II

Ho già descritto la magia come una capacità interiore dell’uomo di focalizzare e fissare delle immagini sul piano mentale, per cui della possibilità di lavorare con la luce interiore. Ho anche aggiunto che il mago sia il “giusto di voce”, in grado di usare il suono, le parole, ovvero imprimere informazioni, vibrazioni e frequenze sul campo sottostante, che diventa campo informativo. Un campo informativo, come dice la stessa parola, è uno spazio che mette in forma ciò che si trova al suo stesso interno, sotto la sua influenza, ordinando l’aggregazione della materia su diverse densità. L’arte dell’immaginazione creativa richiede lavoro interiore, spinto da necessità e da desideri profondi del cuore e da una mente disciplinata, a sua volta particella della mente cosmica, della mente divina. Com’è possibile che, a fronte di un potere immaginativo potente, seppure in senso sottile, la realtà che ci circonda sia una manifestazione caotica, distruttiva e volta al male? Quale maghi stanno immaginando questa realtà? Come possiamo influire, seppure in minima parte, sugli accadimenti intorno a noi? La realtà è complessa ma abbiamo qualche risposta semplice: possiamo definirla tale, caotica e volta alle cose peggiori, in quanto siamo imboccati di immagini terribili ogni giorno, in continuazione, e le riflettiamo il più delle volte inconsapevolmente. Siamo immersi in un campo informativo che è un fluire continuo di brutte notizie. Quante volte abbiamo sentito dire che nelle ultime generazioni la capacita’ di mantenere l’attenzione sia diminuita drasticamente, specialmente con l’avvento del mondo digitale? Già gli schermi come la televisione, l’utilizzo di fotografie su riviste, libri e giornali hanno iniziato a intaccare il potere immaginativo naturale, e, con lo sviluppo delle tecnologie audiovisive attuali, si è abbattuta ancora di più la capacità di immaginare: ci sono persone per le quali è difficile leggere testi e libri privi di figure e la capacità immaginativa è proprio saper creare dentro di sè visivamente tutte quelle immagini che si producono attraverso la lettura, in modo spontaneo.

Chiaro che mi stia riferendo a un uso/consumo fuori misura delle immagini esterne, un abuso sproporzionato, e non posso negare che immagini e illustrazioni posseggano senz’altro di base un valore aggiunto, ma ora siamo ben oltre l’utilizzo necessario. Tutto intorno a noi scorre rapido, il contrario di uno stato favorevole alla focalizzazione centrata.

Sarebbe efficace creare fotografie interiori, che non necessitino di quelle esteriori, lasciandoci ispirare dalla natura vivente, ma dove immagini artificiali e preconfezionate inizino a sostituirsi con maggior frequenza a quelle focalizzate nella mente, allora questo “muscolo interiore”, questa funzione visiva, anche se mi rendo conto che la parola muscolo è limitante e nel contempo utile per la comprensione, si atrofizza. Un conto è preparare da mangiare utilizzando gli ingredienti, un altro è essere serviti con del cibo già pronto: non saremmo mai in grado di preparare dei piatti e non ne faremmo esperienza, non faremmo esperienza del mondo immaginativo. Ci autosabotiamo quotidianamente di un grande potere, quello di influenzare la realtà, fosse anche quella del nostro piccolo ambito, del nostro mondo sul quale possiamo agire. La comunicazione, nel corso degli anni, si è trasformata utilizzando immagini in sequenze sempre più rapide, ripetute e continue, un martellamento inibente le funzioni cognitive, che non dà tregua, non dà spazio all’interiore.

Una musica senza pause, una scittura senza punteggiatura: la vista resta inchiodata dalla rapidità, dai colori, dallo scorrimento veloce, l’udito da suoni analoghi, fastidiosi, rumorosi privi di armonia, che attirano l’attenzione, e la semplice capacità di riflettere viene meno, manca il tempo/pausa per interiorizzare a livello cosciente tutto ciò che viene mostrato. Si mangia senza i tempi per la digestione. L’attività di immaginazione interiore è stata sostituita da un prêt-à-porter esteriore in taglia unica, fatto e finito, servito in ogni momento, spostandoci dalla vista ( e udito) interiore a quello esteriore. A queste condizioni si può solo prendere visione di qualcosa che è già stato formato, o formattato. Da chi? Quali gli scopi? In questa situazione diventa perno fondamentale ogni attività di comunicazione, a cominciare dai mass media, che diffonda immagini e storie di realtà frutto di menti malate, criminali, psicotiche e, soprattutto, volte al male o a interessi di pochi soggetti. Siamo circondati continuamente da notizie e, ancora di più, da relative immagini di disgrazie quotidiane, di guerre, di corruzione di tutte le peggiori attività che possano essere compiute da essere umani privi di ogni minima connessione con la propria anima e con lo spirito vivente. Le notizie raccontate con la voce sono il suono, e torniamo al concetto di “giusto di voce”, ironicamente parlando, e le immagini sono il surrogato sostituto di ciò che dovrebbe essere la nostra attività interiore della vista, del nuovo, del buono, di ciò che è amabile e desiderabile per il bene nostro e comune. Dovrebbe sorgere spontanea una riflessione: questo potere, per esprimersi su un piano realizzativo e concreto in manifestazione, ha bisogno di informare l’energia di tanti esseri umani e renderla risonante: l’energia/pensiero viene magicamente sfruttata per scopi non nostri. C’è chi chiama tutto questo propaganda, chi eggregora, chi pendolo, chi magia nera…

Per il maggior numero di persone possibili tutte le informazioni verbali e non verbali costituite da immagini e suoni creano il campo informativo per la realizzazione di fatti su un piano operativo concreto e, affinché questo avvenga sempre di più su larga scala, è necessario mettere in risonanza, in stato di coerenza, più menti possibili, che possano far cadere, come la funzione d’onda, un progetto già fatto, costruito. Ci troviamo di fronte a qualcuno che agisce attivamente su molti esseri umani che sono in uno stato soltanto di ricezione passiva e diventano inconsapevolmente ripetitori di immagini e parole altrui, trasformandosi in diffusori e concretizzatori di pensieri non propri.

Questo dovrebbe farci comprendere quanto profondamente possiamo essere coinvolti nello svolgimento di eventi, anche se pensiamo e crediamo di non farne parte, di non averci messo mano, di non essere e di non considerare noi stessi in alcun modo responsabili. Come lo diventiamo? Semplicemente come scritto poco sopra: diventando dei ripetitori inconsapevoli di immagini e parole altrui, spesso pure gratis. Avete presente il detto “non importa che se ne parli bene o se ne parli male, l’importante è che se ne parli”?

E così che funziona: continuare a parlare e riparlare.

È così che non si crea alcuna realtà, che non si manifesta il nuovo.

Alla prossima.

Vania

Essere il sale della Terra

Ci viene insegnato, in ambito religioso, che Gesù abbia inchiodato la morte nel senso che l’abbia vinta per la prima volta, aprendo una strada, sconfiggendo qualcosa che nessuno mai era riuscito a fare.

  • Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Giovanni 11:25-26

Entenglement? Campo informativo? Coscienze risonanti?

  • Credere è azione fondamentale: non si tratta di credulità, affabulazione o fatalismo, quanto di fede, di certezza provata e sentita
  • Un campo risonante crea un’unità coesa, armonia, unica voce formativa e formante. Se il Suo canto è Vita, chi si unisce al canto è vivo.
  • Chi appartiene alla stessa frequenza vibratoria è connesso simultaneamente al di là di tempo e spazio.

“E la gloria che tu hai dato a me io l’ho data a loro, perché siano uno come noi siamo uno” (Giovanni 17:22)

Gesù è il Figlio dell’Uomo, la faccia materiale della medaglia; il Cristo la scintilla del Padre, sostanza del Padre, il Suo seme che, morendo nella terra, origina il germoglio di una nuova vita. Esistono due realtà: una materiale, densa, di precipitazione in uno stato più condensato, quello dei corpi, in cui vige la dimenticanza del Sè, che possiamo identificare con “peccato”, proprio nel senso di caduta, di precipitazione in un sottomondo demiurgico saturnino, e uno più sottile, spirituale, rarefatto, in cui riemerge il ricordo, la natura dei Principi di cui siamo composti, l’origine solare/siderale dell’Uomo.

Di-MENTicare è funzione della mente, che viene resettata, cancellata, come in Luna nuova, ed è fondamentale assettarci su un asse verticale solare, per evitare di assorbire e riflettere ciò che luce non è, che proviene dai ladri della mente; ri-cORdare è azione del cuore, che ci permette il recupero della memoria cancellata, ma su un piano superiore, quello dell’oro solare.

“Il Figlio dell’Uomo è Signore del sabato” troviamo scritto in Luca, al rimprovero rivoltogli di aver lavorato di sabato, che era vietato dalla legge.

Questo in quanto Gesù l’uomo poteva infrangere le regole di Saturno, il demiurgico limite del libero arbitrio, e infatti il sabato è il giorno dedicato alla forza saturnina, mentre il Cristo le avrebbe annullate sempre attraverso la stessa forza del carceriere, sciogliendo o solvendo il corpo di materia, tornando in un corpo più sottile, rarefatto, spiritualizzato e luminoso.

Gesù ha avuto paura di essere stato scordato dal Padre, il Cristo in lui invece ha lasciato le faccende al suo corso, sapendo chi era, ponendosi sul circolo degli eventi, restando fermo nel mondo, sale fisso sulla croce della materia nel corpo, trasmutato nello spirito sale volatile, dimostrando che la morte non esiste, non è mai esistita se non all’interno del mondo limite del demiurgo e dello scorrere del tempo.

Il Figlio dell’Uomo, figlio solare in funzione antisaturnina, è caduto, precipitato nella materia, sottoposto a nascita e morte, nell’apparente separazione degli opposti, formatori di effetti, detti azioni/reazioni fuori gestione e controllo, che sono nutrimento continuo nel ciclo del karma, ma con una differenza: lui ha vissuto la realtà, la vita e gli opposti ponendosi un fine integrativo, positivo, agendo senza agire, ma di azioni frutto di una volontà allineata al divino, in divenire nell’umano.

Ha fatto morire il suo corpo per dimostrare che lo spirito continua a vivere, che mai èmorto, in quanto, al di là della materia, la morte non esiste.

Interessante questo passaggio di Paolo:

  • Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Filippesi 1:23-24

Sciogliere è padroneggiare la legge di Saturno, aver varcato la soglia della materia per lo spirito vivente, trasformando il sale grezzo in sale volatile, facendo uso sapiente dei livelli di densità.

Voi siete il sale della terra”.

Stare tre giorni negli inferi è stato il passaggio, l’iniziazione del seme alla buia terra. Curioso che 3 giorni corrispondano a 72 ore, come i battiti perfetti del cuore, come i 72 nomi di Dio.

Il Cristo apre la strada alla vittoria SULLA PAURA DELLA MORTE, mostra l’ascesa dello spirito sull’asse verticale, evitando di girare a vuoto nelle spire del cerchio del tempo/serpente.

Quindi, c’è qualcosa di noi che può tornare alle sue origini.

Giovanni 14:12: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me compirà anche le opere che io compio e ne compirà di maggiori, perché io vado al Padre”.

La gravità è stata la forza di caduta che ha fatto cadere i corpi nella materializzazione densa e pesante, e per questo soffre: più peso, più sofferenza; l’antigravità ci fa salire, rarefa i corpi che sfuggono alla forza gravità, e possono permettersi di formarsi su un piano più sottile, invisibile alla materia più densa. Altra dimensione, di cui Cristo è stato autentico Pontefice dell’era dei Pesci.

Ci sono altre testimonianze storiche e documentate di esseri speciali, che hanno ritrovato la via, divenendo ponti, appartenenti ad altre culture e vie spirituali o religiose, che verranno trattate sul blog in altri momenti.

Pensando a come uscire di qua, restando centrati, mi è venuto in mente il cestello lavatrice, giusto per usare il pensiero analogico.

La rotazione su se stessi, sul proprio centro, permette “l’entrata in” e “l’uscita da” la manifestazione, nel tempo, secondo lo spin rotatorio: in senso orario si entra, in senso antiorario si esce. Si può rallentare o accelerare, “prendendo la morte dal dietro o dal davanti”, ma questo mantiene l’equilibrio delle forze in gioco. La rotazione è legata all’asse verticale, mentre la rivoluzione all’asse orizzontale, al girare, lo scorrere degli eventi lungo il circolo. La rivoluzione della Terra intorno al Sole determina l’anno, le stagioni, i passaggi, i cambiamenti nel tempo, mentre la rotazione mette in risalto la dualità. Nuovi cieli e nuova terra ruoteranno con spin opposto rispetto ad ora.

L’essere ruota sul proprio asse, il divenire percorre il circolo/ciclo.

In lavatrice, tanto più la centrifuga va veloce, tanto più i panni restano attaccati sul “circolo”. Da tenere a mente questa parola, usata anche nelle tavole di Toth con un significato analogo.

Se la lavatrice si ferma, cadono sul fondo, non c’è movimento, non c’è tempo, non c’è anemos che muova. L’energia muove, si sa.

Se siamo nel centro, ruotiamo come la ruota di Lao Tsu:

Trenta raggi convergono sul mozzo,

ma è il foro centrale che rende utile la ruota.

Plasmiamo la creta per formare un recipiente

ma è il vuoto centrale che rende utile il recipiente.

Ritagliamo porte e finestre nelle pareti di una stanza:

sono queste aperture che rendono utile la stanza.

Perciò il pieno ha una sua funzione,

ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto.

Sul circolo accadono gli eventi, orizzonte dopo orizzonte, e chi vive solo su questi, vive l’orizzontalità, è del mondo; vivere stando al centro della rotazione, secondo vibrazione che ci verticalizza, fa vivere nel mondo, ma non ne siamo proprietà. Siamo padroni del sabato, non apparteniamo al demiurgo, siamo altro. L’occhio del ciclone, lo stato di neutralità perfettamente centrato: la polarizzazione potrebbe essere fatale.

L’essenza è il centro, il divenire gli gira intorno.

Mi viene in mente anche la centrifuga biologica

La centrifuga da laboratorio è uno strumento utilizzato per accelerare la separazione tra corpi di diversa densità attraverso l’uso della forza, o meglio, dell’accelerazione centrifuga.

Questo processo è definito centrifugazione e si basa sul fenomeno della sedimentazione di un corpo solido ad alta densità mescolato ad un fluido a densità più bassa.

Si tratta dell’applicazione del principio di Archimede e della Legge di Stokes. La centrifugazione, sostanzialmente, mira ad aumentare l’accelerazione gravitazionale applicata alla sospensione presa in esame sostituendola con la forza centrifuga, una specifica forza che agisce su un corpo che si muove con moto circolare.

La centrifugazione permette alle molecole di separarsi in base alla loro densità e, quindi, al loro comportamento in relazione al campo gravitazionale.

Particelle con massa diversa sedimentano a velocità diversa.

Essere sottili per passare il filtro…

Un setaccio.

E’ chiaro cosa stia succedendo di questi tempi: siamo in centrifuga, e ci sono filtri che separeranno l’oro dal piombo, il sole da saturno, il giorno dalla notte, il grano dalla zizzania. Abbiamo bisogno di adattarci alla frequenza giusta per “sedimentare” un corpo nuovo, sottile, con una massa diversa.

C’è da lavorarci.

Passare da materia a massa è come passare da terra ad acqua, e se vogliamo che viva, dotato di energia, ad aria.

Per chi ha capito, questa è l’unica azione sensata da intraprendere ORA.

Alla prossima

Vania

Sulla magia

Poter agire sugli elementi, le forze, gli eventi, le relazioni tra cose e persone… è ciò che viene in mente alla parola “magia”. Ci sono definizioni e disquisizioni in questo ambito, e cercando informazioni in rete in merito, si trovano quintali di luoghi comuni, che profilano il mago come il vecchio fattucchiere dai bianchi capelli scompigliati perso tra i suoi riti farneticanti, o come l’essere malvagio in combutta con entità in opposizione a certi ideali e dogmi, sia scientifici che religiosi.

Vorrei scrivere qualcosa in termini di “scienza” umanistica, poggiante su fenomeni fisici e metafisici, priva di alcun legame con illusionismo o gioco di prestigio.

La vita è la più grande e meravigliosa delle magie…

Passo subito all’argomento.

La magia può essere intesa come capacità di informare la luce, la luce dentro di noi, che poi si proietta nel mondo esteriore in quello che vediamo, esattamente, come la funzione di un proiettore. La magia non ha fondamento nel mondo di fantasia, nel fantasticare comune a tutti, quanto su una qualità differente: l’immaginazione. L’immaginazione è quella funzione mentale in grado di creare immagini interiori, precise, definite e mantenute per il tempo utile. Uno dei problemi che si incontrano sta nel fatto che scambiamo, come sinonimi di funzione e di operatività, l’immaginazione con la fantasia, seppure, come già anticipato, queste non siano la stessa cosa. Vediamo qualche differenza.

La fantasia è passiva, priva di struttura, di metodo, di controllo e di un io cosciente che osserva.

L’immaginazione è un processo di tipo attivo molto yang, si direbbe in Cina, durante il quale siamo in grado di focalizzare un’immagine dentro di noi e di mantenerla al punto tale che quello che riusciamo a immaginare, a focalizzare, a tenere fisso per un discreto tempo su quel piano mentale e visivo, si può trasferire come immagine attraverso un meccanismo di proiezione nel mondo esterno, nella realtà ordinaria, simultaneamente o a distanza di tempo. Questo può accadere perché l’immagine è già all’interno di noi, altrimenti non potrebbe esserci nessun comando, nessuna signoria sull’esterno. Vedere immagini interiori comporta un presupposto fondamentale: la presenza di luce, di luce sottile, interna, percepibile con i sensi sottili, con la vista interiore. Questa viene utilizzata per creare immagini, e al buio non si potrebbe, esattamente come accade nel mondo esterno. Senza concrezioni immaginative si mostrerebbero sul piano di realtà una serie incoerente di manifestazioni, frutto di un fantasticare più simile a un meccanicismo di un piano mentale fuori controllo, soggette alle leggi della fisica ordinaria per cui, ad ogni azione/manifestazione corrisponderebbe una reazione/contromanifestazione uguale e contraria. Mi ricorda tanto la figura dell’uomo meccanico, operativo soltanto su un asse orizzontale. Se tenessimo conto anche di un piano verticale, si potrebbe spaziare al di là delle dimensioni percepite dai sensi ordinari, che continuano a costituire un velo, una barriera, e si potrebbe accedere alla comprensione dell’atto dell’immaginazione creativa, l’unica che, in un ordine implicito usi la luce interiore. So che si tratta di un ambito spirituale, tuttavia fatti o aspetti spirituali sono anche fatti o aspetti fisici e metafisici: siamo in grado di creare, in senso potenzialmente immaginativo, qualcosa che esiste già su un piano che precede la manifestazione della stessa cosa, e questo è un atto di magia. Cosa serve al mago, esattamente? Sicuramente un grandissimo potere di concentrazione, di focalizzazione e nel contempo la quiete mentale: un insieme coesistente di onde cerebrali theta, tipiche di stati meditativi profondi, unite alle onde gamma, dall’alto potere di concentrazione, necessarie ad alti livelli di focalizzazione, di centratura extra-ordinaria. Più che “servirebbero”, queste onde sarebbero rilevate come conseguenti o meglio, concomitanti allo stato di coscienza dell’essere, del mago.

Il mago entra in un mondo in cui tutto esiste in uno stato di quiete, un serbatoio collettivo che in molti chiamerebbero inconscio: tutto ciò che esiste non è ancora stato portato al pelo dell’acqua, dentro il sè, pertanto un filo di coscienza permane sottile ma potente, in questo stato di quiete. Poi, arriva il momento in cui scocca l’atto, la scintilla immaginativa, tra spirito e materia sottile, attraverso il potere focalizzante, concentrante, supercosciente e attivo. La passività espressa, in modo femminile, con la calma morbida e ricettiva, e l’attività maschile, seme fecondante la luce/materia sottile, nell’atto del creare l’immagine (importanza dell’androgino…). Da questo punto, bisogna essere in grado di mantenerla dentro di sé: un fermo immagine sullo schermo, fissato sui “cristalli di sali d’argento” che memorizzano, quindi fissano, e riflettono all’esterno, delle vecchie pellicole cinematografiche. Un atto del “coagula” di alchemico insegnamento: una volta sulla pellicola: siamo sull’asse saturno/luna.

Si possono fare esercizi per allenare l’immaginazione. Eccone uno semplice: si chiudano gli occhi e si immagini, mettendola a fuoco, la fiamma di una candela, osservando per quanto tempo si riesca a trattenere quell’immagine. A volte, spesso o quasi sempre agli inizi, occorre proprio accendere una candela e osservarla per alcuni secondi, poi chiudere gli occhi e mantenerne l’immagine il più a lungo possibile. L’esercizio va ripetuto finchè serve, ed è utile allo sviluppo della visione interiore, della vista interiore, dato che, purtroppo, siamo talmente tanto concentrati alla visione esteriore da aver perso quella interiore. Il mago è in grado di immaginare creativamente cose che possono andare anche al di là di ciò che sono le conoscenze delle apparenze normali. Il vero mago attinge il suo potere di immaginazione creativa grazie alla conoscenza di sè, della sua natura, della sua origine divina, di quella scintilla sorgente di ogni potere interiore, delle leggi di natura, delle leggi cosmiche che ordinano gli stati dell’essere, dei viventi e del funzionamento armonico nel nostro universo. Si tratta di conoscere e ri-conoscere. Non ci sono velleità di protagonismo, presunzione e nemmeno supponenza. Ci sono tanto lavoro, un ardente fuoco interiore, il costante richiamo al ritorno di sè, verso la sua origine, le sue radici. Il Mago conosce bene le Forze che hanno delle funzioni precise, implicate ed esplicate, e sa come e quando usarle, e come mettersi in risonanza con queste, sistemando dentro di sè, rettifica dopo rettifica, quello che c’è da sistemare. Nel mondo interiore, di tutti, anche del mago, le forze sono implicate ma si esplicano attraverso pensieri, parole e azioni: possono esserci sia condizioni soggettive sia di circostanza in cui funzionano bene, o altre durante le quali non funzionano al meglio, per cui il momento per l’operatività va scelto con cura, secondo conoscenza del proprio tema natale e dell’oroscopo del cielo più adatto. Per fare un esempio concreto, quando scrutiamo e studiamo il cielo di un dato momento, osserviamo le posizioni dei geni planetari, che influenzano le qualità delle energie del mago, come di tutti, del resto, i cui condizionamenti iniziano ben prima della vista fisica dei pianeti, su un piano di funzione. I pianeti che vediamo in cielo riportati su un tema natale, pianeti che sarebbe preferibile chiamare appunto “geni planetari”, sono già manifestazioni, nella molteplicità delle creazioni, di funzioni cadute sul piano materico sotto forma di pianeta, anche manifeste in molti ambiti per principio di analogia e corrispondenza, per cui non è il pianeta in sé che ci condiziona quanto la funzione che esso rappresenta, così nel cielo del nostro sistema solare come nel nostro cielo interiore. Questo suggerisce che quando si deve operare, è necessario osservare sia il cielo, ovvero come sono disposte queste energie in quel dato momento, sia la carta natale dell’operatore, delle forze che sono al suo interno. Potremmo trovare delle funzioni in esilio o in caduta non adatte per una corretta esecuzione dell’atto magico, per costituzione astrologica o dipendente da un momento poco propizio; per esempio potrebbero essere in carenza o mal messe nel cielo del momento o nel cielo interiore del mago ( la sua carta natale) quelle funzioni utili per focalizzare, solidificare cristallizzare un’immagine, come Saturno per esempio, forza addetta al “solve et coagula”, o come la Luna, in grado di far da lente di convergenza per l’attuazione o meno di una procedura come del momento giusto considerando le sue fasi e le tappe, i passaggi dei suoi quarti. Serve un’altra cosa al mago: l’uso della parola, della voce. Mag makeru mak: ” giusto di voce” per gli antichi Egizi e la tradizione ermetica. L’immaginazione agisce nel mago, che è il giusto di voce, quindi, oltre all’uso della luce, vi è l’uso del suono, della parola. Il “giusto di voce” sa quali parole pronunciare, quando e come pronunciarle: volume e lunghezza della pronuncia, modalità della pronuncia, sequenza delle lettere, che hanno un potere specifico, fonazione…

Sappiamo che, cabalisticamente parlando, ogni lettera ha una sua energia, una sua forza specifica, un suo valore, un suo legame con delle funzioni associate ai geni planetari e legate anche a forze celesti, per cui il mago deve sapere esattamente cosa dire, come dirlo e quando dirlo. Potremmo aggiungere che “il mago sia un mago” anche sui campi informativi, le frequenze e le vibrazioni. Avete presente la cimatica?

nell’immagine si possono osservare formazioni armoniche di particolato che si concentrano su frequenze precise trasmesse sul fondo elastico: il suono crea le forme

Chi può fare il mago? Senz’altro un’anima incarnata verso questo percorso, in cui siano manifeste predisposizioni evidenti: deve possedere una struttura energetica idonea: come si potrebbe invocare, richiamare in sè, una forza, affinché possa esserci un compimento, se non si è in armonica risonanza con quella forza? Il rischio potrebbe essere l’incontinenza o l’alterazione di questa forza, e l’insuccesso operativo sarebbe davvero il minore dei mali, visto che potrebbero verificarsi rischi di malattia, consunzione energetica, dispersione di forze e capacità e via dicendo. Per cui il mago ha necessità di studiare attentamente la sua carta natale e provvedere a sistemare quel che va sistemato prima di mettersi nelle condizioni di praticare. Altra considerazione: si può operare per fare del male o per fare del bene. A questo proposito, ricordo quando feci il corso di astrologia con il professor Carlo Paredi, che ormai non è più tra noi, che ci disse, con molta chiarezza, di non divulgare a chicchessia l’ora di nascita per il calcolo dell’ascendente, piuttosto di dare diverse date od orari, in quanto sapere l’ascendente con l’ora precisa costituisce un vero e proprio tallone dall’Achille, una vulnerabilità usata per colpire ed attaccare. Chi sta ad alti vertici di potere lo sa bene, e di certi personaggi i dati sono introvabili oppure un po’ falsati. Ci sarebbe da chiedersi, visto che non tutti lo sanno, se qualche morte illustre improvvisa sia altro rispetto alle ipotesi più attribuite.

Insomma, io non sottovaluterei la questione.

Alla prossima

Vania

Ciò che deve accadere accadrà perchè è già accaduto

parte III

Diventa più difficile addentrarsi nei meandri filosofici e mistici provenienti da altre culture, conoscenze e discipline, specialmente se si resta fissati a livello di mente/pensiero, ma l’intenzione è quella di proseguire sul discorso iniziato con la prima parte di TUTTO CIO’ CHE DEVE ACCADERE ACCADRA’ PERCHE’ E’ GIA’ ACCADUTO fino a esaurimento scorte, nel senso di intuizioni, analogie e riflessioni sul tema, prendendo spunto da ciò che è già stato detto nel tempo e da ciò che arriva spontaneamente, restando in vigile attesa (in queste situazioni sì che ci vuole!).

La manifestazione oscilla tra due poli, come il dondolare di un’altalena o di una basculla, ma, nel contempo, c’è differenza tra le due. La basculla necessita di due soggetti in posizione opposta, un negativo e un positivo, che non si incontrano mai tranne che per un attimo, quello in cui il fulcro, il centro della giostra, è allineato in perfetta orizzontalità, permettendo ai due opposti di guardarsi dritto negli occhi, ma nelle altre posizioni ci sarà sempre una dominanza di una parte verso l’altra, una in pieno e una in vuoto, in cui una forza sarà in basso e una in alto. A leggere bene le cose, ciò che difetta da una parte abbonda al suo opposto nell’altra e se pensiamo al movimento della basculla, l’oscillazione è la perfetta rappresentazione di una frequenza d’onda: chi si trova in alto, contemporaneamente a chi sta in basso, al massimo degli estremi, sta determinando l’ampiezza dell’onda oscillatoria

La velocità di dondolamento sul gioco determina la frequenza dell’onda per unità di tempo.

Frequenza d’onda
Basculla: la bimba in alto determina l’ampiezza, come anche il bimbo in basso, rispetto all’asse di oscillazione sul fulcro, il centro della giostra

Quando si dice comunemente che si deve “vibrare alto”, cosa vuol dire di preciso? Arrivare alla massima verticalizzazione possibile della basculla? Si cadrebbe, senza un CENTRO di gravità… permanente che non “fa cambiare idea sulle cose e sulla gente”. E’ necessario rendersi conto se si è pronti o meno per salire in verticale senza rischiare di cadere, e si cade se non siamo in perfetto allineamento con il baricentro. Vi è un baricentro per il corpo come anche uno per lo spirito. Inoltre, per evitare la caduta, la frequenza deve essere tale da vincere la forza di densità, di caduta, come i panni all’interno del cestello di una lavatrice durante la centrifuga.

1 Corinzi 9: 9-12

9 Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime dei serpenti. 10 Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. 11 Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. 12 Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

Il serpente rappresenta la perpetua oscillazione nel e del ciclo, la salita e la discesa sulla giostra, e in questo senso si cade vittime del serpente: spostare il centro su una delle due polarizzazioni ci fa cadere nel punto di massima esposizione, ci porta inevitabilmente ad esserne inghiottiti nei cicli e ricicli, in quanto ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: agire sul mondo porta una reazione conseguente.

I movimenti dell’onda della basculla, oscillando simultaneamente sui due lati, creano una circonferenza lungo la quale si sale e si scende: sembra il ciclo di generazione del Tao, ma anche il simbolo dell’infinito, un 8 più o meno ampio in base all’altezza d’onda.

Essere nell’oscillazione ma non prenderne parte polarizzandoci equivale all’agire senza agire, o principio del Wu-Wei, all’essere “nel mondo ma non del mondo”.

In poche parole, ci si può credere verticali finchè si vuole, ma se siamo polarizzati e fuori dal baricentro, si cade tra le spire del serpente, del karma di causa effetto, azione/reazione.

Occorre una comprensione profonda di questo senso della vita, e il principio espresso nella terza legge della termodinamica rende chiaro come mai “chi colpirà di spada morirà di spada”, in quanto si esce dal principio del non agire, sotto la legge dell’azione/reazione.

Quando ci si trova, nel mondo fisico, alla massima distanza polarizzata perfettamente di fronte, siamo davanti a una possibilità: trattandosi di due complementari, uno non può sussistere senza l’altro, in quanto pilastri opposti su cui è edificato il mondo: occorre l’integrazione nel centro. In un atomo, il neutrone, che è formato dall’unione di un protone e di un elettrone, è un’integrazione, un atto di eros, il centro, che permette l’oscillazione dei due opposti ed evita l’annichilimento della materia, dell’elettrone sul protone, sull’asse orizzontale. Cosa fanno il maschio e la femmina, quando sono uno di fronte all’altro? Se vogliono integrarsi, si uniscono. L’atto sessuale è l’unione, l’avvicinamento, la messa a terra, come nei fili elettrici, dei poli opposti nel centro: nella zona del baricentro, in zona osso sacro, abbiamo i genitali maschili che hanno archetipicamente la forma di ciò che tende al verticale, il fallo del padre e degli Dei evirati della mitologia, ed entra nella forma femminile da fecondare: un ovulo pronto come una piccola luna in attesa della luce in arrivo, che poi rifletterà nel figlio concepito, verso un terreno/nutrice che circonda uno spazio vuoto, uno spazio madre. Il maschile padre è il numero 1, con unica funzione fecondante, il femminile il numero 2: la compagna che accoglie ed esegue le istruzioni per creare, e la madre, che offre un terreno per far crescere, accudire e proteggere la precedente creazione, come le due fasi lunari.

Ogni movimento oscillatorio produce energia, che sfocia nella vita, e si svela sensato il movimento oscillatorio che si imprime ai rimedi omeopatici al fine di potentizzarli, indicato da Hanhemann, da eseguire con forza e con un angolo di 90°, dall’alto del verticale al basso dell’orizzontale ( lui si appoggiava in orizzontale sopra una Bibbia).

Così

Succussioni omeopatiche per dinamizzare il rimedio

La potentizzazione del rimedio si ottiene come nel video, anche se il braccio dovrebbe essere alzato ancora di più in verticale, vicini ai 90° tra il piano e l’asse di partenza della caduta. Questo movimento meccanico, dal verticale all’orizzontale, è un trasferimento di energia dinamica, di movimento, di animazione del rimedio. Anemòs: ciò che muove.

Sul piano orizzontale abbiamo il maschile e il femminile, su quello verticale lo spirito e la materia.

Due facce della stessa medaglia, o meglio, quattro facce dei due assi/medaglia.

Ad ogni picco e contropicco di un’onda, vediamo il massimo di Yang e, contrapposto, di Yin. A questo punto, abbiamo due oscillazioni: una circolare oraria e antioraria, dal basso all’alto e dall’alto al basso passando sul diametro verticale, e un’altra emicircolare, destra e sinistra, sui lati del pilastro centrale, come le due parti di una mela tagliata ai lati del torsolo. Torno di nuovo per un attimo all’immagine dell’uomo Vitruviano, accennato già nella parte II: nel quadrato, nella materialità, l’uomo è nel mondo in quanto sottoposto alla croce della materia, con le braccia orizzontali ai due poli opposti, inchiodato dal fato, ma nel cerchio braccia e gambe seguono il divenire, il circolare dello spirito nella manifestazione, lasciandosi andare al flusso degli eventi, testimoni che fanno esperienza della vita, nell’armonia dell’agire senza agire, nel mondo ma non del mondo.

Uomo sugli assi verticale e orizzontale

Se si osserva l’immagine in questione, partendo dalla mano appoggiata sul cerchio a destra, proseguendo verso il piede sinistro, risalendo alla mano sinistra, per poi tornare sul piede destro e ricominciando di nuovo, cosa posso vedere? Un’onda di frequenza che si ripete continuamente, formando un 8, il simbolo dell’infinito, o anche lo stesso movimento della basculla.

Quindi, i nostri corpi fisici sono sottoposti a frequenze precise in questa densità di manifestazione, ma quanti altri cerchi di possibili mondi ci sono, in cui oscillare, con altri corpi, forse simili e forse no, ma con le medesime essenze e altri livelli di coscienza? Quanti i (e quanto i) regni di natura?

L’ampiezza d’onda determina il cerchio; i due poli opposti orizzontali rappresentano la lunghezza di un diametro, sono l’est e l’ovest, la destra e la sinistra, il maschile e il femminile; l’altezza d’onda, dal punto più basso a quello più alto, un altro diametro: il sud e il nord, la testa e i piedi uniti lungo l’asse della colonna vertebrale. In ordine, l’asse Ariete e Bilancia, il sorgere e il tramontare del sole: tutto ciò che sta dall’alba al tramonto, dall’ascendente al discendente in astrologia, passando per il medio cielo, è lo Yang e tutto ciò che sta dal discendente all’ascendente, passando per il fondo cielo, è lo Yin; poi l’asse Cancro e Capricorno, la massima espressione dello Yang e dello Yin, del caldo e del freddo, la Porta degli Uomini e la Porta degli Dei, inconscio e conscio, impresso ed espresso, giorno e notte, luce e buio. La basculla, per poter funzionare, ha bisogno di due persone che salgano ai lati opposti, e il fulcro di oscillazione è esterno a loro stessi. Possiamo dire trattarsi espressione di una funzione lunare, in cui la centralità della coscienza è fuori da lei, e può solo essere assorbita nella prima metà fase, riflessa nel pieno, e ceduta nella seconda metà fase.

Nelle immagini sotto ci sono le fasi lunari ma anche le oscillazioni sui due lati della basculla; il punto del fulcro è al centro. L’unico momento di chiusura del cerchio è la luna piena, attimo in cui le fasi si toccano sull’asse verticale, trasformandola in un circolo, ma la completa chiusura si verifica in asse verticale, momento importante quando accade anche dentro di noi.

Cosa cambia andando in altalena? Intanto c’è una sola persona, il fulcro è in alto e gravita, nel senso che precipita, nel nostro baricentro mentre dondoliamo. Non occorrono due persone diverse nel movimento di dondolamento, ma una sola vive entrambi i movimenti sull’asse alto/basso. Ci parla un po’ della caduta sulla terra questa altalena…

Il fulcro, il centro, è un punto fisso, che ruota su se stesso, in senso orario oppure antiorario. In generale, ciò che ruota in senso orario va verso la materia, ciò che ruota in senso antiorario va verso lo spirito, ma si può anche parlare di freccia del tempo: “avanti nel passato e indietro nel futuro”. Quando avvitiamo, giriamo con il cacciavite in senso orario e la vite entra sempre più in profondità, quando svitiamo, la vite esce dal pezzo di legno. Lo spirito si radica nella materia, si avvita in essa, diventa le sue radici, il suo nutrimento. Quel corpo che viaggia sull’asse dell’intangibile, VITalizza il legno quando scende, avVITandosi, e sVITandosi si riconduce alla sorgente. Noi portiamo, nel corpo come un tempio, quel fulcro che si è fatto peso cadendo in basso il sottile è gravitato nello spesso, si è condensato in fuoco coagulato, cristallizzato da Saturno. In altalena, la dualità è spostata all’interno di noi, non abbiamo altri occhi di fronte, ma l’osservazione di noi stessi e l’apparente opposizione è all’interno, nella nostra mente, che sia di superficie versus quella profonda, o che sia la mente razionale sul cuore. In effetti, la nostra struttura anatomica è fatta di due emiparti: sull’asse orizzontale: abbiamo due emisferi, riuniti dal centrale corpo calloso, due mani e due braccia, due piedi e due gambe, due occhi e due orecchie, e dove vi è dualità, non vi è supremazia o una parte migliore di un’altra, quanto la necessità della loro integrazione, visto che, per funzionare bene, vi è un’alternanza armonica e armonizzabile, e non una simultaneità. Facciamo un passo alla volta, giusto? Certo, se vogliamo un cammino, l’alternanza è necessaria, così come ogni occhio vedrà l’emiparte dello spazio di sua spettanza, ogni emisfero si occuperà di ciò per cui è funzionale e così via. In altalena, gli opposti vanno riuniti dentro di noi, e diventa necessario mantenere l’equilibrio nell’oscillazione del verticale. L’equilibrio è nel naso, che unisce due narici, nella bocca, che riunisce il labbro superiore con quello inferiore, ovvero affetto e istinto, negli organi copulativi, che sono complementari, e in quelli singoli. Poi, mi viene da pensare alla lingua associata alla parola e alla verità che dovrebbe pronunciare, e alle lingue biforcute…

Oscillazione dell’altalena, come le fasi della luna

In questa epoca siamo al massimo dello Yin, dell’inconsapevolezza, del buio, ma il punto di Yang all’interno ci dice che, una volta raggiunta la cresta massima dell’onda, ci sarà una caduta verso il polo opposto, il punto indicante il massimo potenziale slatentizzabile del suo opposto, e viceversa. Mentre il buio è in alto, la luce è in basso, ma il punto di luce è “l’alba all’imbrunire”. Stessa cosa per un oggetto che sta per cadere ma non è ancora caduto: ha in sè il massimo potenziale di energia cinetica, che ancora non si è liberata.

Matteo 5:

13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Il divenire si attua attraverso l’unità degli opposti, il loro conflitto genera energia e l’attrito dello scontro abbatte l’armonia del fluire, il che dovrebbe farci capire molte situazioni di questi tempi. Occorre un atto di Eros per riunire gli opposti.

Se siamo in una realtà illusoria, governata dalla percezione parziale, ha senso agire disarmonicamente all’interno di una sfera temporale? Se è già tutto scritto, ha senso l’azione frutto di un’oscillazione polarizzata, o la sua reazione, che inevitabilmente produrranno una serie di squilibri non compensabili se non con altri tentativi di aggiustamento? Ha senso farlo, se la struttura di questo Cosmo è fatta così, secondo queste leggi? Cosa potrebbe comportare su di noi ogni alterazione degli equilibri, uscendo fuori dal nostro ruolo?

Diventa fondamentale sapere quale sia il nostro ruolo, e assettarci sul piano verticale, lasciandoci andare al fluire del divenire, come se fosse una danza.

I Dervisci ruotano in senso antiorario sul proprio asse verticale, mantenendo stabile il baricentro

“Trenta raggi convergono sul mozzo, ma è il foro centrale che rende utile la ruota. Plasmiamo la creta per formare un recipiente, ma è il vuoto centrale che rende utile un recipiente. Ritagliamo porte e finestre nella pareti di una stanza: sono queste aperture che rendono utile una stanza. Perciò il pieno ha una sua funzione, ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto.”

“Se le acque sono calme, riflettono la luna. Allo stesso modo, se noi ci plachiamo, riflettiamo il divino.”

“Chiunque voglia portare la luce, deve conoscere le tenebre che sta per rischiarare.”

“La vita è una serie di cambiamenti spontanei e naturali. Non opporre loro resistenza: questo crea solo dispiacere. Lascia che la realtà sia realtà. Lascia che le cose fluiscano naturalmente in avanti in qualsiasi modo loro piaccia.”

“Se si vuole restringere, bisogna innazitutto estendere.

Se si vuole indebolire, bisogna innanzitutto rafforzare.

Se si vuole far perire, bisogna innanzi tutto far fiorire.

Se si vuole prender possesso, bisogna innanzi tutto offrire.

questo è ciò che si chiama una visione del sottile: il molle e il debole vincono il duro e il forte.

Non trar fuori il pesce dalle sue profondità; gli strumenti utili dello Stato non devono essere mostrati al popolo”

Lao Tsu e Tao te ching

Difficile?

Quel che deve accadere accadrà perchè è già accaduto

Parte II

L’asse verticale è un diametro che determina uno spazio che va dall’alto al basso in direzione discendente, e dal basso all’alto in direzione ascendente, da nord a sud, da sud a nord. Se da nord siamo caduti, andando a sud, è lì che dobbiamo tornare.

In astrologia l’asse nord/sud è quello di Capricorno/Cancro: nel primo segno abbiamo il dominio di Saturno, ma è un Saturno di terra, che qui coagula la materia densa. E’ il signore del karma, del ciclo causa/effetto di questo gioco/mondo. L’asse Capricorno/Cancro è quello della colonna vertebrale, che negli esseri umani è verticale rispetto al piano di appoggio, non parallela o semiparallela come negli altri animali, per i quali resta orizzontale, precludendo una risalita che evidentemente è condizionata ad alcuni presupposti. In questa compressione in caduta, viene inglobato il fuoco nella materia, come vediamo espresso nel glifo del segno.

Si tratta di un fuoco raffreddato, quasi congelato all’interno della struttura materica, rappresentato dal cerchiolino sul glifo, come anche nella colonna vertebrale, e se ci spostiamo al discorso dei chackra, appare evidente trattarsi del fuoco sacro di kundalini, alla base della stessa colonna vertebrale, che risale accendendo via via le stazioni poste sul percorso, dalla base della montagna al suo vertice. In Medicina Tradizionale Cinese abbiamo l’analogo Jing posto nel Ming Men, nella zona dei reni, un fuoco che costituisce l’energia ancestrale. Dove prende Saturno questo fuoco? Non è certo un suo elemento, visto che si esprime in terra e aria e non certo in fuoco, come nemmeno in acqua. Lo prende dove il sole cade, tramontando alle sue stagioni di dominio, primavera ed estate, all’equinozio di autunno, nel segno della Bilancia. Opposta alla Bilancia, dove questo asse ha il suo altro estremo, troviamo l’Ariete, segno in cui ritorna il Sole, esaltandosi all’equinozio di primavera, e il buio Saturno cade. Quindi, in un ciclo circolare, visto che Saturno/Kronos rappresenta il tempo, questo fuoco passerà dall’equinozio di Bilancia al solstizio di Capricorno, luogo del massimo freddo cristallizzatore/coagulatore, mentre in un passaggio verticale, esploderà in Ariete, liberato nel mondo di materia a inizio ciclo o inizio gioco. L’asse Ariete/Bilancia è l’asse est/ovest: il Sole sorge dove Saturno cade, Saturno sorge dove il Sole cade, e ci ritroviamo così anche un asse orizzontale, in quanto il Sole sorge e tramonta… all’ORIZZONTE. Destra/sinistra, luce/buio, bello/brutto, caldo/freddo e così via.

Assi Cancro/Capricorno e Ariete/Bilancia

Interessante che in Bilancia troviamo collocati reni, vescica, tubuli collettori, ureteri, uretra e surrenali, esattamente la zona del Jing nel Ming Men.

Quindi, si risale da sud verso nord e si è polarizzati da est verso ovest. A est abbiamo il segno cardinale dell’Ariete, che è il maschio della pecora, che sfonda le porte, usando anche dire “testa d’ariete”, che rappresenta l’inizio di una nuova stagione, o nuovo livello, mentre a nord abbiamo le capre, simbolo di Capricorno, animali che arrivano tranquillamente alle cime delle montagne, sfidando quasi le leggi fisiche, solide e cocciute quanto il fuoco compresso nella materia.

I due assi si incrociano e formano la croce.

Per risalire, occorre trovare un baricentro che metta in equilibrio le oscillazioni della polarizzazione, degli estremi oscillanti. I segni cardinali danno il via al movimento oscillante, e sono i segni che aprono le stagioni, che partono al via dello starter (Ariete, Cancro, Bilancia e Capricorno), i segni mutevoli sono quelli che conducono al cambiamento inteso come il passaggio successivo, antioscillamento speculare, come i frazionisti di una staffetta (Gemelli, Vergine, Sagittario e Pesci), mentre i segni fissi sono quelli del baricentro (Toro, Leone, Scorpione e Acquario), che tagliano il traguardo fissando l’arrivo. Questi ultimi sono al centro della croce, e in ordine abbiamo una croce di terra con il Toro, che governa la gola, lingua, laringe e corde vocali, quindi la parola; una croce di fuoco, che governa cuore e arterie, la “vista” sottile o intuizione; una croce di acqua, che governa organi femminili, ano e colon, quindi le passioni, le emozioni e la pulizia interiore, e una croce di aria, che governa il pancreas, il sistema linfatico e le vene, che integra ciò che è già stato precedentemente pulito e si occupa di deSIDERi e pensieri.

Un aspetto interessante è che dove signoreggiano Sole e Luna non si manifesta Saturno e viceversa. Dall’ Ariete alla Vergine, per cui con equinozio di primavera e solstizio di estate, abbiamo esilio e caduta di Saturno, e domicili ed esaltazioni dei due luminari. Questi sei segni rappresentano il giorno nella dualità. Da Bilancia fino ai Pesci, abbiamo esilio e caduta del Sole e della Luna, con domicilio ed esaltazione di Saturno, nei sei segni della notte zodiacale. Il massimo è esilio del Sole in Acquario, nel periodo più freddo dell’anno, in cui il luminario è più contratto e coagulato. Saturno è sia un anti-sole che un anti-luna. In questo settore dello zodiaco, Giove fa le veci del Sole, prendendo domicilio nel terzo fuoco del Sagittario, e della Luna, nell’acqua dei Pesci. Al posto di Saturno, nella zona/giorno dello zodiaco, in aria e terra compare Mercurio.

I segni fissi, i punti centrali, possono essere il “centro di gravità permanente che non ci fa cambiare idea sulle cose e sulla gente”. Ruotando sul nostro asse, siamo al centro, non polarizzati, quindi non sbilanciati, agendo senza agire, danzando secondo ritmo e ciclo in risonanza con l’asse verticale. Certo, si tratta di un continuo lavoro di osservazione di sé e di costruzione della volontà.

C’è però una croce importante, ed è quella del Leone, in quanto riguarda la centratura del cuore.

Ora osserviamo l’immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo.

Abbiamo lo stesso uomo in due posizioni diverse: una inserita nel quadrato, l’altra nel cerchio. Nel quadrato la posizione assunta è quella di una croce in cui l’allineamento e la postura, ritta in piedi sulla colonna, è posta sull’asse verticale, mentre le braccia allargate a 90° sulla colonna, sono posizionate in senso orizzontale. I piedi aderenti a terra, i chakra sull’asse verticale. Quattro elementi, quattro punti cardinali, quattro stagioni, mondo di materia. Il quadrato simboleggia la terra, la materializzazione dell’uomo in terra, il discendente. Il disceso porta la “sua croce su di sè”, la croce della legge dello spazio/tempo legato alla gravità, al peso della materia, o meglio, alla massa che ha acquistato peso cadendo di densità.

Anche il piano della scacchiera è un quadrato, a sua volta formato da una base di otto quadratini per un’altezza di altrettanti otto, bianchi e neri, yang e yin, e sappiamo che il numero 8 somiglia tanto al simbolo dell’infinito, al ripetersi del ciclo.

Quante possibilità di gioco e variabili ci stanno su una scacchiera, considerando le mosse di tutti i pezzi? Tante quante le combinazioni genetiche delle basi azotate nel nostro DNA? Chissà…

Il cerchio simboleggia il cielo, in opposizione alla terra, lo spirito alla materia. Il quadrato è il simbolo dell’universo creato, fatto di terra e cielo; il cerchio del non creato, del creatore, del trascendente, e, infatti, non tutto l’uomo riempie il cerchio, ma si posiziona allargando gambe e braccia, trasalendo la materia, ampliando la base di appoggio per rendere stabile il baricentro. Molto semplicisticamente, la posizione dell’uomo nel cerchio mi ha fatto pensare al classico cavatappi a omino: la base a spirale, girando in senso orario, si radica nel tappo di sughero, allargando le braccette di metallo che, una volta spinte in basso, neanche fosse uno sbattere di ali, permettono la salita del tappo. Si spinge verso il basso per salire, verticalmente.

La posizione sull’asse centrale è quello della scala a pioli per la risalita. Su questo asse si annullano gli opposti, vengono assorbiti, riuniti, nella figura dell’androgino, a cui è permesso salire. E’ la posizione che libera dal peso, e infatti il mercurio/androgino ha le ali, la densità è più leggera, quella dell’aria. Mentre il peso va a fondo, l’aria si alza sul pelo delle acque e oltre le vette delle montagne. Unisce in sè sole e luna, maschile e femminile.

“Quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno.” (Il Quinto Vangelo di Tommaso Apostolo)

Quindi, se accadrà di uscire in quanto già accaduto, ci troveremo leggeri come l’aria, con corpi più sottili, lungo un asse verticale, in condizione di neutralità interiore. In questa opzione, si può proprio cambiare il dischetto di gioco, non abbiamo debiti.

I giocatori che restano dentro hanno due possibilità: superare il livello di gioco, e incarnarsi per il successivo, sebbene sempre sullo stesso disco, oppure non completare il livello e il suo superamento, per le mosse sbagliate o in quanto fatti fuori dagli avversari se non, peggio ancora, dal fuoco amico.

Aumentare in numero dei giocatori non vuol dire necessariamente produrre qualità di gioco, specie se la qualità tende al ribasso.

Le opzioni per ripetere questo stesso livello sono esaurite da un cambiamento astrologico che riguarda Saturno.

Continua

Ciò che deve accadere accadrà perchè è già accaduto

Ciò che deve accadere, accadrà, perchè è già accaduto

Parte I

Cosa vuol dire tutto questo, in chiave più sottile?

Vediamo l’etimo, l’origine della parola: Etimologia: lat. volg. *accadēre, comp. di ăd e *cadēre ‘cadere’. (Garzanti linguistica)

Ho cercato la conferma in quanto era talmente ovvia la derivazione dal latino “cadere” che mi pareva troppo semplice cominciare da qui.

Il prefisso AC- (cadere) deriva dal latino AD, indicando vicino a, indicando moto a luogo con senso di avvicinamento.

Il primo pensiero a baluginare è stato il concetto di ciclo, di una serie di eventi, che si ripetono, intendendo il senso dei cicli e ricicli storici di Vico: la storia si ripete.

In effetti, questa visione di ripetizione porta a considerare il tempo non in funzione lineare, da un passato perso e immodificabile ad un futuro incerto e sconosciuto, quanto in funzione circolare in perpetua ripetizione, con variazioni sul tema, ma con una struttura sostanziale che non si modifica, come fosse una ripetizione continua che, pur cambiando d’abito, indossa sempre lo stesso messaggio. Che sia imposta la vitale necessità di comprendere la lezione di vita in questa classe, per cui repetita iuvant letteralmente?

Ci si chieda come mai sia necessario continuare a rivivere le stesse situazioni, piuttosto che affermare di non aver voluto tutto questo o di considerarci al di fuori o al di sopra senza averne le qualità, visto che altrimenti saremmo stati fuori dai giochi.

Mi viene alla vista il classico videogioco: abbiamo uno scenario, che varia al variare dei livelli, con tanti personaggi, di cui uno siamo noi, il protagonista, e gli altri sono di sistema o amici e conoscenti che stanno giocando insieme a noi o nello stesso contesto. Se superiamo le prove, passiamo di livello. Per uscire dal gioco, è necessario finirlo, è una conditio sine qua non. Si tratta di regole, le stesse che strutturano il gioco, che lo determinano, che abbiamo necessariamente accettato prima di iniziare la partita.

Ogni disco un ciclo, una storia che si ripete a vari livelli. Ogni disco, una storia diversa. Noi oggi siamo sul disco che si chiama Terra, con tutte le sue regole di gioco.

Ogni gioco ha un tema, ed è per questo che la storia si ripete: se si sta in uno scenario con un tema di guerra, non possiamo aspettarci di trovare Paperino, Minnie e Topolino che vengono a salutarci tirati da Super Pippo con scorta di noccioline per mantenere la sua forza da super cane! Ci sono dettagli, le variazioni paesaggistiche, il cambio degli sfondi, delle forme usate e percepite, ma l’idea del gioco, il suo messaggio, non cambia, perchè è già stato creato da un programmatore (pro = prima, che precede; gramma = verbo, parola, suono, lettera, frequenza che crea le combinazioni; tore = re della T, della materializzazione, della coagulazione, legando la T a Saturno). Il gioco è un circolo, una serie di livelli/evento chiusi su un disco o una serie di bit come le informazioni di un seme dentro al suo involucro, che contiene nascita e morte di un albero, con tutta la sua apparente lineare vita, solo che, appena entriamo e iniziamo a giocare, la percezione, il susseguirsi e la variazione degli eventi ci porta a vedere e vivere il tutto in modo lineare. Ciò che deve accadere nel gioco, accadrà perchè è già accaduto nel momento in cui è stato scritto. Il “destino” del giocatore sta all’interno delle possibilità del gioco, che possono portarlo ad una diversità in base ai percorsi scelti, al viaggio che fa, ma sempre all’interno delle possibilità contemplate, del “fato” che non si può cambiare, in quanto contenitore e predecessore del destino. Il cerchio del gioco è, contenendolo in se stesso, un karma. Noi siamo parte dell’ideatore perchè ha creato lui i personaggi, che noi interpretiamo soggettivamente all’interno delle possibilità, ma siamo parte della sua mente creativa, siamo un piccolo e lunare specchio in cui si riflette e si conosce attraverso la curiosa molteplicità della diversità di ogni personaggio, a cui ha dato un io da sviluppare, una scintilla di coscienza che impara sul percorso, e che potrebbe dare un input inaspettato al sistema. Vi ricordate Neo di Matrix? Si può quindi dire che creatore del gioco e giocatori divengano una cosa sola, riempiendo quella sfera di contenuti in divenire tutti da scoprire, stando all’interno come personaggi nel qui e ora, ma con già tutto finito stando all’esterno in veste di osservatori: autocoscienza e coscienza, io e sè. Come mettere un vecchio disco che racchiude sui suoi solchi tutte le canzoni intere, ma che va fatto girare per ascoltare musiche e melodie, o un libro chiuso che deve aprirsi ed essere letto in tutta la sua storia. Nel qui e ora ascoltiamo la canzone, o leggiamo la storia, diventandone consapevoli, provando emozioni e sensazioni, e, attraverso la memoria, facendole diventare nostre; alla fine dell’esperienza sappiamo la canzone e possiamo raccontare la storia perchè le ricordiamo, le abbiamo nel cuore, vera sede della coscienza.

Le leggi del gioco sono appoggiate sulla matematica binaria.

Torniamo a noi, uscendo da Super Mario Bros.

Ritorniamo ad AC-cadere: cadere verso un moto a luogo, verso uno spazio.

L’uomo, come anche altri esseri che chiamiamo angeli, sono caduti. Si usa anche DE-caduti, per cui caduti di nuovo, due volte, inteso nel DUALE, nella polarizzazione. Questa caduta ha portato con sé lo spazio/tempo, ovvero gli AC-cadimenti.

Per cadere, occorre avere un peso, senza peso non si cade.

Per pesare qualcosa, serve una BI-lancia, uno strumento che metta in opposizione due valori, uno in vuoto e uno in pieno rispetto a una misura di riferimento: se il peso è una quantità in kg, si viaggia da assenza di peso a massima presenza di peso, evidenziandosi la legge della polarità. Cadere e accadere hanno un peso, sono legate alla forza di gravità che tira in basso.

La caduta di un peso avviene in linea verticale.

La forza di gravità nasce con la caduta nel duale, è necessaria per la determinazione dei pesi, e il peso è direttamente proporzionale alla quantità di materia, al grado di materializzazione. Più si è materializzati, più si è pesanti, e quindi più soggetti alla forza di gravità, intesa come forza letterale ma anche come forza di attrazione che ci lega ad un mondo percepito di sola materia con tutte le attrattive del caso, scendendo sempre più in basso nella caduta verticale.

Interessante considerare anche i sinonimi di “gravitas”: grave, e la voce grave è la più bassa nei suoi toni, pesante, peso, serietà, severità, solennità, importanza e via dicendo. Proprio Saturno, vero? Saturno che, evirando il padre Urano, si impossessa del suo fallo creatore, lo getta in mare (principio accogliente femminile, lunare, che genera) e dall’unione di questo membro con le acque nasce Venere, espressa a inizio ciclo, o gioco, dal segno più materializzato dello zodiaco, il più grave, ovvero il Toro. Nei successivi segni della triplicità, la materia verrà sempre più raffinata e alleggerita, fino alla vetta della montagna in Capricorno, pur restando all’interno del ciclo, ma di questo posso scrivere a parte, come anche dei passaggi comprensibili dall’albero delle Sephirot cabalistiche.

Saturno/Kronos rappresenta quindi un demiurgo, coagulatore/solvitore di un mondo di materia, di una sfera/gioco di karma, alla quale siamo tutti sottoposti finchè siamo del mondo e nel mondo. Come? Subendo la polarizzazione, che aggiunge o toglie peso, che ci sottopone alla sua forza, quella di gravità, che ci spinge di nuovo karmicamente verso il ciclo e riciclo.

Aggiungerò a questo passaggio in altro scritto cosa è cambiato con l’entrata di Saturno in Acquario.

In Medicina Tradizionale Cinese si parla della stessa identica cosa: Yin e Yang, pieno e vuoto, e la giusta misura si attua riempiendo i vuoti e svuotando i pieni, mentre la posizione centrale nel ciclo degli elementi è Terra 5: che sia un modo per intendere i quattro elementi sempre accompagnati dalla quinta essenza? Che la quinta essenza sia espressione della giusta misura?

Potremmo anche definire la ricerca della misura come ricerca del giusto peso, che ci ponga al centro della polarizzazione, in senso androgino, ovviamente spirituale in quanto sull’asse verticale, per attuare la risalita dopo la caduta.

Continua