“Quando tutto crolla, che cosa resta? Non si tratta di un’idea, ma di un fatto, di un fatto che bisogna vivere. È una realtà che ci viene fatta vivere, fatta vivere al mondo intero, che il mondo lo voglia o no arriva al punto in cui deve sentire, cioè vivere, la realtà del suo essere, quanto è in grado di sopravvivere, capite? E se gli uomini non vogliono arrivarci, beh, ci saranno costretti dalle circostanze e, se rifiutano, saranno spazzati via. No, davvero siamo a una svolta evolutiva, e, quindi, non si tratta certo di discutere, di filosofeggiare, di avere delle idee. Si tratta di trovare quanto in noi può vivere. Questa non è filosofia, non è capitalismo, o marxismo o gandhismo, non è qualcosa di orientale o di occidentale, è un fatto dell’uomo, di un uomo che ancora non conosciamo affatto, perchè ricoperto da una corazza politica, di una corazza familiare. L”attività umana è completamente ricoperta. Ebbene, questa copertura si sta spaccando. Che cosa vuol dire apocalisse? Vuol dire ” mettere a nudo”, “riivelare” è ancora filosofia. Bisogna che l’uomo, in quanto specie, trovi il proprio potere, la propria forza, che trovi quello che egli è, e se non riesce a essere quello che è, la propria realtà profonda, allora non sopravviverà. Scomparirà come sono scomparse altre specie. Il problema è tutto qui. Non si tratta di trovare una migliore filosofia o una migliore religione, ma di essere quanto ha il potere di durare, e così tutto va a pezzi per costringerci ad arrivare a quell’attimo umano in cui diventare ciò che l’uomo è davvero.”
…
“Questa è la realtà umana. Non ha nome, no, ma è una forza, una forza di grande dolcezza, come se all’improvviso tutto scivolasse via dalle mani, e resta una dolcezza che capisce tutto, non una cosa dolciastra, ma forte, che guarda dall’alto tutta questa commedia, tutta questa tragedia, e che d’un tratto apre uno sguardo come da altrove. È questo l’uomo, e nessuno può scalfire quella cosa. Possono fucilarti, possono torturarti ma quella cosa resta immobile perchè è. È questo l’anello evolutivo mancante, questo il modo in cui potremo passare altrove, in un’altra specie, meno tragica e meno ridicola. È questa la realtà che ha potere di passare alla prossima tappa. Non saranno certo le nostre filosofie. … Niente di quanto conosciamo ci aiuterà a compiere la traversata, no, proprio niente, nè Carl Marx, nè il Papa, nessuno, ma semplicemente quella cosa, ” l’essere puro” di ciò che siamo, quella cosa che è come il battito vero del cuore. Questo sì che può passare, perchè è la sola realtà. Tutto il resto sono solo trucchetti che ci hanno insegnato ad avvicinarci un poco alla realtà di ciò che siamo: trucchi religiosi, trucchi marxisti, trucchi ghandisti; tutti trucchi umani che sono serviti semplicemente a farci avvicinare passo passo alla realtà umana, e adesso il fatto, il fatto mondiale che tutti questi espedienti stanno andando in frantumi. Ci è data l’enorme Grazia di vedere sgretolarsi tutte le nostre idee, tutti i nostri sentimenti, tutte le nostre morali. Davvero, abbiamo la Grazia di essere messi a nudo per trovare la cosa che può sopravvivere, la cosa creatrice. Infatti, quando ci troviamo a quel punto d’essere, troviamo che si tratta della forza creatrice, cioè di quanto può cambiare tutto, ma l’evoluzione non è una faccenda individuale; allora bisogna che l’umanità, nel suo insieme, si trovi davanti a quel punto irrevocabile, a quel punto in cui sei oppure non sei. Non essere vuol dire andarsene, sparire, come sono sparite tante specie, ed essere vuol dire poter attraversare tutto, non soltanto, ma trovare la chiave per la ragion dev’essere di questa catastrofe nella quale ci troviamo. … La bomba è la falsa catastrofe. La vera catastrofe è quando l’uomo non ha più nulla su cui appoggiarsi. … ma insieme, è la meraviglia. … Le circostanze ci stanno costringendo. … Ecco dove veniamo portati, dove stiamo andando.”
Mi sono imbattuta in uno scritto di alcuni anni fa, che avevo condiviso come post su Facebook, i cui contenuti sono interessanti e attuali. Lo riporto qua. Buona lettura.
Come sono valutate le correlazioni di danni in seguito ad immunizzazione, a vaccinazione? Come si stabiliscono i nessi causali? Su quali criteri? Il post sarà un po’ lungo, ma penso sia importante leggere fino in fondo. Sappiamo che esistono due forme di farmacovigilanza, una passiva e una attiva. Nel primo caso, si raccolgono segnalazioni fatte pervenire da medici e pazienti, mentre nel secondo vi è un monitoraggio attento che segue i pazienti post somministrazione, con raccolta dati. Inutile sottolineare le grandi differenze in numeri e percentuali, anche se poi l’interpretazione dei dati richiederebbe attenti studi. In Puglia qualche anno fa si sperimentò la forma attiva post vaccinale, che portò al riscontro di un aumento considerevole (4%) di effetti avversi gravi riportati. In rete trovate i riferimenti in merito.
La domanda principale è: quali criteri si usano per dire, a poche ore o giorni di distanza, nessuna correlazione?
Semplice: avete presente il detto ” fatta la legge, trovato l’inganno”? La legge viene scritta per favorire determinati interessi, ma noi lo scopriamo a posteriori, con i fatti, sempre se lo scopriamo.
Fatto il danno, trovato il criterio di correlazione.
Stessa cosa. Lo vediamo nei fatti, ma il criterio stabilito non dà attribuzione in modo corretto, mettendo davanti il ” lo dice la scienza” come un mantra religioso.
Ci siamo mai chiesti come proceda il criterio?
Come dice il mio dottore, “se dopo che ti sei dato una martellata si forma un ematoma, non correre a conclusioni affrettate, potrebbe benissimo trattarsi di un difetto della coagulazione che hai da sempre e che ha deciso di manifestarsi proprio nei minuti/ore successivi al contatto… gli esperti del martello le chiamano coincidenze”, vuoi vedere che il criterio di attribuzione viene deviato ad un bivio? Quale criterio? Il primo, il più logico: quello temporale. Al pari, quello di associazione: assunzione di farmaco o vaccino con l’evento, e attenzione, sia come evento unico che ripetuto ( l’assunzione continua di farmaci non ci esime da effetti avversi, in quanto vanno considerati nel medio e lungo termine). Qui avviene la prima manipolazione sulla sequenza logica: se ci può essere qualsiasi altra cosa, anche poco consistente, correlabile, anche filologicamente, si esclude il vaccino. Strano, vero? Criterio applicato pedissequamente per togliere più nessi possibili con le vaccinazioni ma calpestato con stivali di fango e rulli compressori nell’attribuire tutte le morti alla malattia Cov.
Ora, ringraziando un mio contatto, Valentina Di Chiaro, giro quanto mi ha inoltrato.
Copioincollo:”Stamattina mi chiedevo: ma da chi vengono valutati gli AEFI – Adverse Event Following Immunization – (le inculate post vaxc1n0 per capirci), e soprattutto come? Bene, Google, se sai filtrare le balle, ti può dare delle soddisfazioni. Cerco di spiegare brevemente ma nei commenti allegherò un link per approfondimenti, per chi fosse interessato. Allora, la prima domanda è facile. A valutare gli AEFI è l’OMS. E non sarebbe così strano se non avesse enormi conflitti di interesse, ma non è questo il punto del post. Il punto è il come. Usano un algoritmo. Una serie di fasi e domande da verificare secondo un preciso ordine. Fino a qualche anno fa si usava la valutazione della causalità secondo i Criteri di Brighton. I termini di causalità erano molto semplici: Molto probabile o Certezza, Probabile, Possibile, Improbabile, Non correlato, Non classificabile. Esaminiamo solo il secondo, perché il primo era associato solo a eventi di shock anafilattico. Probabile. Riguardava eventi clinici con un rapporto temporale ragionevole con la somministrazione del vaxc1n0 e con una bassa probabilità di causalità da parte di una eventuale malattia concomitante o ad altri farmaci o droghe assunti. In soldoni. Io inoculo e in un lasso di tempo accettabile (di solito un arco di pochi giorni) si verifica l’evento avverso. Preesiste una possibile causa che fino ad allora non aveva ancora provocato danni, ma che potrebbe per combinazione averli provocati proprio in quel momento, magari coadiuvata dalla somministrazione. Bene, in questo caso è Probabile che l’AEFI sia stata causata, almeno in parte, dal vaxc1no. Nel 2010 le cose sono cambiate. Dopo una serie di incontri, 40 esperti, di cui 19 con evidenti conflitto di interessi in quando rappresentanti del settore farmaceutico, decidono di mandare in pensione il Criterio di Brighton, che dava troppe seccature, e di riscrivere i criteri di valutazione della causalità. Le categorie diventano: Associazione causale coerente con l’immunizzazione, Indeterminata, Associazione causale incoerente con l’immunizzazione, Non classificabile. Categorie molto ambigue, no? Riguardo la prima, quella con livello di causalità più ampio (anzi, direi l’unica con un tasso di causalità), secondo il manuale dell’AEFI, prima di rispondere alla domanda “Il vaxc1no ha causato l’evento segnalato?” occorre rispondere alla domanda “Il vaxc1no somministrato può causare quell’evento avverso?”. Solo se ci sono prove sulla popolazione che può causare quell’evento allora l’evento può essere associato alla somministrazione. Ma se sul bugiardino non c’è scritto… Questa clausola rende totalmente inutile la fase 4 della sperimentazione, quella che stiamo vivendo adesso, la vigilanza sull’effetto del farmaco sulla popolazione perché di fatto esclude in automatico tutti i nuovi possibili eventi avversi non ancora registrati. Ma ora viene il bello. La prassi è quella di cercare, per prima cosa, altre possibili cause di quell’evento e se ne esiste almeno una, l’AEFI viene classificato come “Inconsistente con l’associazione causale all’immunizzazione”. Un po’ come il ragionevole dubbio in tribunale, no? Se esiste la possibilità che il colpevole sia qualcun altro, allora l’imputato non può essere condannato. Così il vaxc1no ne esce pulito praticamente sempre. Questo per chi dice: “Va beh, ma tre morti su migliaia di vaxc1nati sono accettabili.”
ps.: il numero al posto delle lettere era un sistema, almeno agli inizi, per evitare blocchi e shadow ban su Facebook data la censura su certi argomenti
Proseguiamo il nostro discorso sull’origine delle malattie accennando a Paracelso, come avevo lasciato in sospeso.
Paracelso fu un innovatore In campo medico nel periodo in cui visse (XVI secolo) per la visione che aveva sulla malattia e le sue origini: fu il primo a formulare la teoria dei simili, ripresa in seguito in omeopatia da Hahnemann. Egli era convinto che la “sostanza” causante una malattia fosse anche in grado di curarla, introducendo il concetto o principio di similitudine: similia similibus curantur. Un altro precetto famoso di Paracelso era che il veleno fosse nella dose, e che questa potesse essere velenosa o meno, per cui avere un potere farmacologico curativo oppure distruttivo, in base all’uso quantitativo che se ne sarebbe fatto, introducendo il concetto di dose ponderale . Paracelso praticava l’alchimia e si dedicava alle preparazioni mediche da usare come rimedi. La sua visione e l’approccio di cura che usava erano mirati a raggiungere uno stato di equilibrio tra condizioni interne e interiori, poste su più livelli, e l’azione dell’ambiente esteriore. Ogni individuo è in grado di raggiungere la migliore condizione sulla base della sua costituzione, comprendente una visione olistica di spirito anima e corpo, raggiungibile attraverso quello che si definisce sommariamente stile di vita e le cure che si possono intraprendere. Il modello è di tipo vitalistico, in quanto si stimola la naturale predisposizione alla guarigione operata dalla vis medicatrix naturae. Ogni essere vivente è preceduto nella sua manifestazione fisica da una struttura energeticamente informata da archetipi che lo governano. Paracelso utilizzava il tema natale per individuare punti di fragilità, debolezza e di forza in questa struttura personale, una vera e propria stoffa, costituita da trama e ordito, per poter scegliere un rimedio adatto, riequilibrante e rinforzante. Ogni terapeuta può curare, ma sarà sempre il malato, o meglio la sua anima, a decidere di guarire o a mettersi in tali condizioni. Un punto cardine su cui basava la sua struttura di insorgenza di malattia era costituito dai vari livelli in cui questa si poteva manifestare. Esaminiamoli tutti uno alla volta.
PRIMA CAUSA DI MALATTIA: ENTE VELENOSO
Per Paracelso la prima causa di malattia è identificata nelle impurità o veleni che riescono a entrare nel nostro sistema, nel nostro corpo e che non riescono a essere metabolizzati, esonerati dagli emuntori, non essendo riconosciuti come estranei al corpo, rimanendone all’interno, diventando un tartaro difficile da eliminare. In senso moderno del termine, si tratta di quello che in naturopatia e in medicina naturale rientra sotto il termine di intossicazione o tossine, per cui la disintossicazione dovrebbe avvenire su un piano prettamente fisico. Può trattarsi di qualsiasi tipo di sostanza che possiamo avere ingerito o assorbito da qualsiasi via corporea in alte dosi ponderali, oppure alla quale siamo particolarmente suscettibili o sensibili. Dobbiamo tenere presente che, essendo costituiti da spirito, anima e corpo, la principale intossicazione avviene a livello psicologico: ci nutriamo infatti di cibo, aria e impressioni, e tutto ciò che non viene espresso resta impresso, il che equivale a dire che tutto ciò che non viene esonerato, che si tratti di evacuazioni intestinali, diuresi, sudorazione e respirazione, resta all’interno del corpo. Possiamo renderci conto di possedere un sistema emuntoriale sia sul piano psicologico che su quello fisico. Cosa pulisce l’interno di un organismo? Facciamo un esempio pratico: quando abbiamo una digestione debole, o un grosso boccone che ci rimane sullo stomaco, che facciamo fatica a mandare giù, abbiamo un problema di eliminazione di una tossina sia psicologica che fisica. Se l’organismo non risponde, e nemmeno la psiche lo fa, sarà necessaria una cura che aumenti il fuoco digestivo per bruciare le scorie. Su un piano psichico avremo bisogno di rinforzare il nostro potere di digerire gli eventi, come sul piano fisico di aumentare il fuoco dei succhi gastrici che in quel momento potrebbero essere insufficienti, o degli altri prodotti adatti al catabolismo delle sostanze che non riusciamo a digerire. Chiaramente i veleni di origine esogena potranno essere sia fisici che psicologici: cibi avariati, sostanze non idonee all’alimentazione, inquinanti come anche parole che feriscono, comportamenti irrispettosi o che possono causare sofferenza, shock, criticità, traumi, imprevisti, mentre i veleni di natura endogena sono il prodotto dell’interazione tra quello che arriva da fuori e percepiamo, e quello che possiamo considerare il nostro soggettivo modo di sentire, ovvero una percezione alterata e alterabile, e a un’elaborazione di quello che entra sulla base della nostra soggettività. Questa ultima osservazione dovrebbe renderci consapevoli che una tossina endogena fa parte della nostra stessa natura, che aspetti di malattia in senso di intossicazione siano qualcosa di insito nella nostra anima o psiche, e che questa possa mistificare e adulterare le esperienze che di per sé potrebbero essere neutre o anche benefiche: abbiamo un potere di trasformazione interiore degli eventi che ci toccano, sia nel bene che nel male, in quanto la nostra natura è duale: in noi coesistono il bene e il male. Questa causa può essere associata all’elemento terra, in senso alchemico, e va necessariamente rinforzata la costituzione energetica che precede la materializzazione del corpo, come anche la struttura energetica della nostra psiche.
SECONDA CAUSA DI MALATTIA: ENTE ASTRALE
La seconda causa di malattia, l’ente astrale, è legata al tema natale. Ognuno di noi, al momento della nascita, con il primo atto respiratorio, viene dotato di una struttura o configurazione di un cielo interiore in analogia con il cielo esteriore: la posizione dei pianeti, o meglio, dei geni o spiriti planetari, che vediamo nell’oroscopo in un preciso istante, non sono nient’altro che una fotografia istantanea in perfetta corrispondenza degli stessi che governano in noi: i pianeti sono già una materializzazione di queste funzioni su un piano fisico.
In quel momento preciso, quello del primo respiro, si stabilisce un contatto del mercurio nostro, o spirito universale, con il mondo sublunare materiale per generare il solfo filosofico o anima, e da questo momento il respiro non ci abbandonerà più fino alla morte. Il primo respiro quindi è un’impressione primeva, un sigillo, un segno sulle caratteristiche e le inclinazioni della nostra anima. Esaminando una carta natale, riusciremo a comprendere moltissime cose di una persona: la sua struttura energetica, i punti deboli e quelli forti, la possibilità di esprimerli, sia gli uni che gli altri nei vari ambiti della propria vita, quali potranno essere le occasioni di influenze esterne che potranno colpire ciascuno nel divenire della vita, le influenze delle stelle, o astrologia stellare, oltre a quelle planetarie, e le congiunzioni che entrambe incontrano, ma si potranno anche vedere le collocazioni degli organi del corpo, governati tutti da una forza archetipale precisa. In termini moderni possiamo dire che andiamo a studiare il genotipo di una persona e come questo si modifichi nel fenotipo nel seguito dei transiti e da ciò che si produce, una sorta di genetica sulla carta natale di nascita e di epigenetica che, nel corso del tempo, si produce con le interazioni delle forze in perpetuo movimento. Questo mi fa pensare alla celebre frase di Lao Tsu che menziona i trenta raggi e il mozzo della ruota, tratta dal Tao Te Ching: “Trenta raggi convergono in un mozzo ma è il vuoto centrale che rende utile la ruota”, come se il mozzo fosse l’oroscopo fisso nel momento del primo atto respiratorio e i trenta raggi la struttura planetaria in movimento. Essendo questi geni o spiriti planetari forze che operano dentro di noi secondo qualità precise, che agiscono come informatori in un campo sottile, riusciamo a intuire come potrà formarsi l’anima di una persona e, in successione, anche il corpo. Questi archetipi hanno un’azione plasmante attiva sul campo informativo, dandone qualità e caratteristiche precise, sia in eccesso che in difetto, ma anche in equilibrio o in neutralità. Studiare un tema natale in astrologia ci permette di comprendere e interpretare come si stanno muovendo gli archetipi che governano il nostro cielo interiore. Diventa consequenziale che la cura di un malato possa essere soltanto personalizzata e personalizzabile in funzione degli spiriti planetari in difficoltà in quel momento. Osservare la loro espressione energetica che si esprime e si esplica nella costituzione di ciascuno di noi, ci permette di comprendere come intervenire: andrà rinforzato ciò che è più debole e andrà moderato ciò che è eccessivo, come in medicina tradizionale cinese andrà riempito il vuoto e svuotato il pieno per arrivare all’equilibrio.
Questo ente astrale è legato all’elemento acqua e bisogna intervenire sui punti deboli della costituzione archetipica.
TERZA CAUSA DI MALATTIA: ENTE NATURALE
La malattia causata da questo ente proviene da problemi di ordine morale e riguarda lo stato mentale, per cui quello psicologico. Pur utilizzando i suoi rimedi per stabilire una cura, Paracelso sapeva che non sarebbero stati sufficienti in questa situazione, in quanto sarebbero servite istruzioni per curare e migliorare lo stato morale della persona. Senz’altro è utile dare rimedi che possano indurre certi stati psichici positivi per il malato, ma occorre dare istruzioni, insegnamenti: il paziente diventa anche studente, gli va insegnato come pensare, cosa pensare di utile alla sua vita e allo stato di salute, come fare. Entra in gioco imparare la funzione del discernimento, carente in questo ente naturale, e vanno indotti cambiamenti nella struttura del pensiero. Le caratteristiche e la natura di questo ente sono state sviluppate e ampliate da moltissimi maestri nel corso del tempo, anche precedenti Paracelso, in quanto la capacità di pensare, il saper pensare e il saper selezionare, quindi discernere, pensieri nutrienti come se fossero un cibo per la psiche, per la mente, sono alla base di un buono stato di salute. La mente è un vero e proprio luogo dove possono stabilirsi, come dei residenti, pensieri, modi, modelli, abitudini, o, come diremmo nei tempi moderni, bias cognitivi disfunzionali.
Ciò che pesa all’uomo moderno nella considerazione di questo ente naturale di malattia è sicuramente il termine “morale”, sentito spesso con accezione negativa. La parola “morale” deriva dal latino moralis, aggettivo derivato da mos, moris che significa semplicemente costume, uso, maniera. Questo termine latino fu coniato del greco “ethos”, con un significato simile, ovvero costume, abitudine, carattere, disposizione interiore, insieme di qualità etiche e principi che guidano il comportamento di un individuo o di un gruppo. Per Aristotele l’ethos era una disposizione acquisita attraverso l’abitudine, in quanto le virtù etiche, come il coraggio, la giustizia, la temperanza, non sono innate ma abbiano bisogno di svilupparsi attraverso la pratica costante di azioni virtuose. Quindi l’insegnamento delle virtù e la pratica costante di azioni giuste ci renderanno giusti. L’abitudine è il mezzo attraverso il quale si forma e si manifesta il carattere, per cui, in sintesi, la morale come l’etica ci portano da un significato iniziale legato a un luogo e a un’abitudine a un concetto fondamentale che descrive il carattere come la disposizione di una persona forgiata attraverso le sue azioni abituali. Possiamo dire che l’etimologia di morale rimanda al concetto di comportamento consuetudinario e di norme sociali che guidano le azioni umane. Infatti, originariamente il termine era strettamente legato alle usanze e alle pratiche di una comunità. Si comprende pertanto che laddove ci siano concetti diversi di morale, dettati da solchi nell’ambito del pensiero e del comportamento soggettivo in contrasto con quelli del periodo in cui si vive, l’attrito e il contrasto possano produrre malattia. Vorrei però considerare la parola anche in altri termini: in “m OR ALE” è contenuta sia la parola “orale”, in riferimento alla bocca, sia “oro”: mi fa pensare a qualcosa di prezioso come l’oro che può uscire dalla bocca. La lettera M riporta alla madre.
“Il mattino ha l’oro in bocca” dice un noto proverbio.
Mi vengono inevitabilmente in mente alcuni passaggi dei Vangeli:
Marco 07:15 “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; ma sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo”.
Matteo 15:11 “Non quello che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è quello che esce dalla bocca che contamina l’uomo!”
Altri passaggi che legano l’oro con l’oralità, il cuore e la parola sono:
Matteo 12:34,35 “Razza di vipere, come potete dire cose buone, essendo malvagi? Poiché dall’abbondanza del cuore la bocca parla. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, e l’uomo malvagio dal suo malvagio tesoro trae cose malvagie.
Luca 6:45 “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore tra i fuori il bene; l’uomo malvagio dal malvagio tesoro del suo cuore trae fuori il male, perché dall’abbondanza del cuore parla la sua bocca.”
In medicina tradizionale cinese vi è una relazione tra organo pieno, viscere vuoto e altre parti del corpo: l’organo pieno è il cuore, che è in relazione con il suo viscere vuoto, l’intestino tenue (discernimento, ovvero separare il puro dall’impuro, che si tratti di pensieri e sentimenti come di cibo) e si apre sulla lingua (discernimento sulla parola).
Elemento è l’aria in quanto va rinforzata la moralità con un’istruzione adatta alla persona e a ciò che le serve.
QUARTA CAUSA DI MALATTIA: ENTE SPIRITUALE
Questo ente spirituale è in corrispondenza con la volontà, legato all’elemento fuoco, quindi riguarda le passioni, le ossessioni, immaginazioni e fantasie morbose, problemi di attaccamento e disordini interiori profondi. La mancanza di volontà è un difetto su un piano spirituale, difetto nel senso di mancanza, che provoca stati alterati di coscienza, anche assenze di coscienza, che possono prevaricare le istruzioni e gli insegnamenti dati sul piano morale. Paracelso diceva che gli stati psicologici possono provocare cambiamenti fisiologici, fatto noto anche nelle medicine antiche e sviluppato bene nel ventesimo secolo dal dottor Bach con i suoi fiori, come dalla medicina psicosomatica, dalla psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) e dalla medicina del dottor Hamer attraverso le 5 leggi biologiche e le relazioni tra shock e cambiamenti fisiologici. Per Paracelso un’immaginazione malvagia o malefica poteva influire sulla mente di un’altra persona, avvelenandone la vitalità, provocando danneggiamenti o addirittura uccidere. Secondo lui, questa causa di malattia poteva essere curata attraverso lo sviluppo della volontà e della fede, e per rinforzare la volontà è necessario rinforzare prima la fede. Chiaramente non si tratta di un concetto di fede associato alla credulità, e tantomeno al fatalismo, quanto il frutto di una conoscenza delle cose attraverso la certezza dell’esperienza diretta. Un buon terapeuta deve fare quelle esperienze che lo conducano alla fede, in quanto le esperienze ci permettono la conoscenza di chi siamo: conoscere e riconoscere noi stessi è necessario per poter aiutare gli altri. Conoscere attraverso l’esperienza diretta porta alla certezza, per cui alla fede. Negli scritti ermetici alcuni autori hanno tradotto i tre principi filosofali, zolfo, mercurio e sale con fede, speranza e carità. La speranza non nel senso di “io speriamo che me la cavo”, lasciando tutto al caso e alla fatalità, quanto la capacità di orientare tutto sé stesso verso la direzione e lo scopo, ed è quello che dovrebbe fare il terapeuta nei confronti del paziente: orientarlo verso le esperienze che potranno essergli utili per sviluppare la sua fede e la sua volontà. La carità, o amore, sgorgherà da un cuore aperto.
Mi viene in mente un altro passaggio interessante attribuita all’apostolo Paolo nella lettera agli Ebrei capitolo 11 versetto 1: “Ora la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.”
In questa definizione ci sono aspetti fondamentali che connotano la fede: la certezza, in quanto non si tratta di un’opinione o di una vaga speranza quanto di una convinzione solida basata su una realtà sostanziale, sospinta dalla speranza. Come un titolo di proprietà o un fondamento sicuro, la fede è una prova convincente un argomento che rende reali, perché dimostrabili, le cose presenti, anche se non si possono percepire con i sensi esteriori, ma otteniamo una sorta di prova interiore della realtà, e questo spinge a credere .
Vorrei anche approfondire il senso della speranza, che ci orienta verso lo scopo: la parola ORI-entare vuol dire volgersi a oriente, ovvero verso il sorgere del sole, verso l’oro prezioso.
QUINTA CAUSA DI MALATTIA: ENTE DIVINO
Causa correlata con la quinta essenza, nulla può fare il terapeuta e nemmeno Il malato per guarire dalla malattia, se non che aspettare con molta pazienza che la legge della giustizia arrivi al suo compimento. Si possono dare sollievo alla malattia, sostegno, cure che possano alleggerire lo stato del bisognoso, ma con questo ente nulla di altro si può fare, se non aspettare. Sembra esserci una certa inguaribilità, anche se questa non annulla la curabilità che va in ogni caso offerta. La situazione può durare mesi, anche anni. Può sembrare molto forte pensare che la malattia arrivi da Dio, e fa venire in mente quella frase della più famosa preghiera in cui si chiede al Padre di liberarci dal male. Questo ente di malattia, dipendendo dal compimento della legge di giustizia, è chiaramente in stretta relazione con quello che noi, superficialmente, nel senso che non è argomento ben conosciuto in Occidente, definiamo karma.
Per concludere, Paracelso diceva “Una e una sola è la causa di tutte le malattie ed è allontanarsi da Dio”.
Alla prossima con le sette regole di Paracelso per una buona salute.
Continuiamo a parlare delle origini della malattia approfondendo aspetti della natura dei viventi. Inizio subito facendo un esempio, per introdurre il concetto di terreno. Se lanciassimo un sasso contro un vetro, sarebbe facile immaginarne il risultato : il vetro comune si romperebbe, si infrangebbe facilmente. Potrebbe sembrare che la rottura del vetro sia “colpa” di un’azione malvagia, una causa sfortunata, attribuendo un giudizio negativo al lancio del sasso. Se tirassimo lo stesso sasso contro una cascata d’acqua, su una porta di legno o di metallo, oppure lo buttassimo nella terra, che sia soffice o più arida, avremmo delle reazioni totalmente differenti, e non presteremmo attenzione all’aspetto negativo del lancio sul vetro. Cosa ci porta a dare quella particolare accezione di causalità negativa alla rottura del vetro a fronte del medesimo lancio del sasso? Eppure gli effetti non sono gli stessi, pur innanzi alla fattualità, la pietra tirata. Ci spostiamo subito dal vetro rotto e dalla sua natura intrinseca all’apparente causa delle conseguenze subite, spostando il focus sull’azione esterna, il sasso, anziché puntarlo sul soggetto colpito e le sue caratteristiche: un sasso è un sasso, come un accadimento è un accadimento, ma cambia profondamente la natura degli elementi che sono stati coinvolti. Il vetro ha una struttura fragile agli urti di un oggetto pesante e solido, molto meno una parete di legno o di metallo, ininfluente l’acqua o la terra, il suolo. Ognuno di questi elementi presenta delle caratteristiche in grado di attutire e assorbire l’azione, l’onda d’urto del sasso sul loro stesso corpo. Proviamo ora a immaginare che il vetro sia toccato da gocce di pioggia: non succederà proprio nulla, anzi, la pioggia potrebbe addirittura pulirlo; se la stessa acqua continuasse a cadere sul terreno, ne imbibirebbe talmente tanto la sua struttura da trasformarlo in fango, arrivando persino ad allagarlo; le acque di un fiume potrebbero esondare; una parete di legno potrebbe gonfiarsi, ammuffire, marcire e sgretolarsi, mentre una parete di metallo potrebbe arrugginire. Siamo portati a considerare causa di un male qualcosa che ci danneggi, senza tenere conto che , altri corpi, altre composizioni di materia, altre persone ed esseri viventi come noi non ne subirebbero gli stessi danni. Questi esempi sono utili per farci comprendere che cosa sia il terreno: quella parte che riceve l’onda d’urto, il potenziale agente patogeno. Sta di fatto che l’eziologia della patologia non consista nell’accadimento in sé, quanto nella natura sensibile, fragile a quella particolare situazione, esattamente come la natura del vetro si è manifestata all’urto con il sasso.
Ogni essere vivente ha il suo terreno costituzionale, esattamente come insegnato in medicina naturale. Esistono viventi fragili come il vetro, pertanto sensibili a un sasso che li colpirà, mentre altri saranno come la terra, come l’acqua, come una parete di legno, di metallo e così via. E’ una questione di incontri tra nature differenti. Questo spiega come mai a fronte di una stessa causa, alcuni si ammalino e altri no. Vi è un agente infettante a cui alcuni saranno sensibili mentre altri non avranno alcuna reazione. Ogni anno gira l’influenza, ma non tutti vi si ammalano. Sembrerebbe che il terreno costituzionale sia soltanto un’espressione su un piano fisico/materiale di un corpo , ma noi abbiamo visto e sappiamo che la materia si organizza tramite un’informazione in un campo risonante. Se siamo fatti così come siamo è perché sottostiamo a una lunga serie di informazioni, che si trovano nel nostro codice genetico ed epigenetico, che qualificano la nostra natura. Chiaramente il terreno si modifica nel corso della vita, in quanto l’azione dell’ambiente e l’epigenetica che vi si produce cambiano di momento in momento. Abbiamo altresì visto che ciò che informa un campo sia l’attività dell’anima, o della psiche, intesa come pensieri ed emozioni. A questo punto appare logico che l’attività psichica sia un aspetto di prim’ordine nel terreno costituzionale, e potremmo quindi dare una definizione più ampia di che cosa sia il terreno: l’insieme di psiche, nel senso di anima, e corpo. In senso sottile, abbiamo uno spirito specificato che si incarna e si esprime in un terreno preciso, proprio come la parabola del seminatore e del seme scritta nei vangeli: il terreno non è soltanto il corpo fisico, anzi, questi ne è l’ultima espressione, quanto l’aspetto di un’anima ricevente nei confronti di questo fuoco vitale. La malattia, quindi, si sviluppa sulla base del terreno ricevente l’accadimento.
Vi ricordate la diatriba tra Louis Pasteur e Antoine Bechamp? Pasteur attribuiva ai microbi la causa della patologie, mentre; Bechamp affermava che la suscettibilità alle malattie dipendesse dallo stato interno del corpo o terreno, inquadrando i microrganismi, che chiamava “microzimi”, come opportunisti che prosperano in un ambiente interno squilibrato, che fossero presenti in tutti gli organismi viventi e che la loro forma/funzione variasse al variare dell’ambiente interno, introducendo il concetto di pleomorfismo e plasticità dei batteri, aprendo di fatto la strada ai recenti studi in biologia molecolare sulle mutazioni genetiche dei batteri e quelli mastodontici sul microbiota.
nelle foto sotto in ordine Louis Pasteur, Antoine Bechamp e Claude Bernard
Altro famoso sostenitore delle teorie di Bechamp fu Claude Bernard, che riteneva che l’ambiente interno del corpo, il “terreno”, giocasse un ruolo cruciale nello sviluppo delle malattie. Sosteneva che i germi fossero presenti nel corpo ma non fossero necessariamente causa di malattie, quanto invece la suscettibilità del terreno.
“Mentre il dibattito sul pleomorfismo esiste ancora nella sua forma originale in una certa misura, è stato prevalentemente alterato in una discussione riguardante i metodi, l’inizio evolutivo e le applicazioni pratiche del pleomorfismo. Molti scienziati moderni considerano il pleomorfismo come la risposta di un batterio alla pressione esercitata da fattori ambientali, come i batteri che rilasciano marcatori antigenici in presenza di antibiotici, o come un evento in cui i batteri evolvono forme successivamente più complicate. Un’ipotesi chiamata “Provoluzione Pleomorfa”, una componente del “Paradigma Ambimorfo” di Stuart Grace, prende in considerazione entrambe queste teorie.
Anche se è stato recentemente dimostrato che alcuni batteri sono capaci di cambiare forma in modo drammatico, la pleomorfia rimane un concetto controverso. Un esempio ben accettato di pleomorfismo è l’Helicobacter pylori, che esiste sia come forma elicoidale (classificata come asta curva) sia come forma coccoide. Legionella pneumophila, la specie di batterio parassita intracellulare responsabile della malattia del legionario, è stata vista differenziarsi all’interno di una rete di sviluppo diverso. I generi Corynebacterium e Coccobacillus sono stati designati come generi pleomorfi, i Bacilli diteroidi sono stati classificati come batteri pleomorfi nosocomiali. Inoltre, in uno studio incentrato su agenti coinvolti in una malattia non infettiva, sono stati trovati batteri pleomorfi nel sangue di soggetti umani sani.”
Un fattore che influenza il pleomorfismo di alcuni batteri è la loro alimentazione. Per esempio, il batterio Deinococcus radiodurans ha dimostrato di mostrare il pleomorfismo in relazione alle differenze nel contenuto di nutrienti del suo ambiente.
Sopra immagini di batteri di Coxiella e a destra di Helicobacter pylori che mostrano pleomorfismo
“Il microbo è nulla, il terreno è tutto”: chissà chi davvero pronunciò questa frase…
Considera oggi la medicina fondamentale il terreno costituzionale, a fronte di diagnosi, prognosi e terapie? No. I protocolli sono studiati per essere applicati su qualsiasi persona, indipendentemente dalle diverse caratteristiche. Un vetro fragile avrà bisogno di una terapia che lo riaggiusti, di una prevenzione che lo renda infrangibile, più resistente, come per esempio i vetri antiproiettile delle auto blindate, ma lo stesso protocollo sarebbe ridicolo per curare la malattia di un tronco di legno, una porta di metallo o l’acqua in una pozza, per tornare all’esempio iniziale. In queste situazioni, vanno adattati e applicati approcci terapeutici e cure differenti.
Lo studio di un tema natale in astrologia offre ottime indicazioni sulla natura del terreno, in senso complesso e articolato, evidenziando aspetti di fragilità su più piani.
Molti di questi concetti furono compresi e spiegati già da Paracelso secoli fa, quando elencò i vari enti di malattia, ma ne tratteremo nella terza parte. Alla prossima.
La ricerca della causa di malattia negli esseri umani, e non solo, è uno dei temi più discussi in ambito di ricerca medica. Vengono pubblicati migliaia di studi a sostegno di una causa certa, o quasi certa, sull’eziologia di una determinata patologia , e inserendo parametri prescelti e selezionati, si arriverà quasi inevitabilmente a una conclusione. Facciamo un esempio pratico: il fumo di sigaretta causa il cancro ai polmoni. Se questa fosse l’unica e incontrastata causa di malattia, ogni fumatore del mondo contrarrebbe una neoplasia polmonare nel corso della sua vita, tanto prima quanto più sono le sigarette fumate nell’arco di una giornata e nel corso del tempo: molti fumatori incalliti hanno iniziato da bambini. In realtà, troviamo tra i malati di questo tumore sia fumatori che non fumatori, come possiamo altrettanto constatare che ci sono moltissimi fumatori che mai lo hanno sviluppato e non lo svilupperanno. Molte persone arrivano in età avanzata fumando e avendo fumato, si suol dire, “come turchi” .
Si cercano allora altre cause, mostrandone le prove con altre sperimentazioni, al fine di comprendere, seppure a mio modo di vedere al fine di giustificare, che vengono attribuite al fumo passivo. Ci troviamo di fronte alla stessa situazione: molti non fumatori, sottoposti a fumo passivo, ovvero costretti a respirare il fumo di sigaretta in presenza di famigliari o colleghi di lavoro, contraggono la neoplasia, mentre molti sottoposti a fumo passivo no, zero tracce. Si allargano in aggiunta a questo contesto le seguenti cause: inquinamento atmosferico, sostanze presenti nell’aria, particolati da combustione di veicoli e riscaldamento, alimentazione e… stress, il generico stress causa madre di ogni disturbo. Non sarebbe neanche sbagliato, ma di certo non si può chiudere il cerchio con un vago e generico concetto di stress, se non per bloccare definitivamente ciò che rimane inspiegato. Si è provveduto anche a invertire le sedi di insorgenza, spostando, a fronte delle medesime cause legate al fumo, la presenza di tumori in altre parti del corpo, impedendo di fatto la risalita della ricerca alle vere cause di malattia. Faccio un inciso: tutto ciò che appartiene all’ambiente esterno e interagisce con un vivente produce epigenetica, diventata materia della biologia, che studia come i fattori ambientali, lo stile di vita e altri fattori esterni possano influenzare l’attività dei nostri geni senza alterare struttura e sequenza del DNA. Questi cambiamenti dovuti ai fattori citati modificano il modo in cui i geni vengono attivati o disattivati, sovrascrivendo il DNA. ovvero spegnendo o accendendo, gruppi di geni specifici, in seguito a impulsi prodotti dall’interazione tra ambiente e vivente, traduzione dell’azione dell’ambiente sul vivente. In parole povere, è come avere una vera e propria copia, che si sovrappone al DNA non modificabile, come fosse un aggiornamento vero e proprio al programma di base, un aggiornamento di informazioni che opera su quei settori del codice genetico, per scopo o per interferenza informativa.
Faccio un esempio: qualcuno passa in una stanza e può accendere volontariamente la luce per necessità, ovvero deve entrarvi per vedere o trovare qualcosa (scopo), ma può esserci anche chi, passando di lì, accenda l’interruttore per un tocco, senza interessarsi di tutto il resto (interferenza). Avete presente i monelli che suonano i campanelli e i citofoni e poi scappano? Un conto è sentire un campanello suonare perché vi è un messaggio in arrivo, che suscita delle azioni da parte nostra, un altro è reagire allo stesso impulso senza uno scopo, attivando sovrascritture. L’epigenetica è il suono del campanello: ci si mette in allerta, si cambia qualcosa nella gestione comune del nostro tempo e del nostro spazio, affinché ci sia la reazione corretta ; se il campanello è stato suonato con scopo, avremo un effetto, se invece è stato suonato senza uno scopo, dal monello che scappa una volta schiacciato il pulsante, avremo una reazione priva di scopo. Quindi l’epigenetica funziona sia su un impulso interno nostro, come reazione a una percezione in una risposta a ciò che sentiamo in seguito, sia su una percezione che ci arriva ma non necessariamente coinvolga il nostro sentito. Altro inciso: la percezione è il puro rilevamento sensoriale, il “sentito” ne è la lettura psichica. Allora cosa coinvolge l’impulso, se non interagisce col nostro sentito? Tralasciando il fatto che possa essere coinvolto un sentito a livello inconscio, e in questo caso noi rilegheremmo il tutto a qualcosa che non ci riguarda, distaccato da noi stessi, erroneamente, potremmo considerare l’input come interferenza nel campo informativo. La risposta del corpo, ovvero della parte materica del nostro essere, risponde sempre a un’informazione più sottile che la preordina e che la ordina, e può essere perturbata da ogni tipo di interferenza. Il corpo eterico è la sede dell’azione in-FORMAtiva. Tutto ciò che entra in relazione con noi può essere, anzi è, causa di interferenza. Ci sono interferenze positive e interferenze negative, nel senso di interferenze che ci fanno bene e interferenze che ci fanno male. Possono essere accesi geni che portano a una situazione migliorativa e altri a una situazione peggiorativa. Andiamo ancora più a monte: da dove proviene un’informazione di salute? Cos’è davvero causa di malattia, in senso profondo, visto che siamo arrivati a parlare di informazioni che sovrascrivono i geni? C’è da dire che, purtroppo, la medicina convenzionale, pur avendo raggiunto livelli d’intervento davvero ragguardevoli e indispensabili in molti ambiti per i quali è insostituibile, abbia perso di vista la causa di malattia, la sorgente e ancora di più come mantenere e proteggere la salute. È importante stabilire un concetto alla base: noi siamo esseri ammalabili. Ci si ammala in quanto siamo ammalabili, questo fa parte della nostra natura. Cambiando la materia in funzione di un’interferenza diventa assodato il fatto di essere tanto ammalabili quanto sanabili. Diventa necessario arrivare al vertice, al fulcro: cos’è l’informazione?
E ciò che mette in forma, che dà una forma o struttura a un corpo fisico. Deve esserci chiaramente un campo informativo in cui risuonano frequenze informative, e nel caso dei viventi si tratta del corpo eterico. Questo corpo fa da raccordo tra il corpo materiale e quello astrale, che comunemente definiamo anima o psiche. Abbiamo dunque una scala gerarchica in cui un’informazione scende nel campo sottostante e lo informa. Cosa informa un campo? L’anima o la psiche, per dirla più semplicemente pensieri ed emozioni, che sono attività dell’anima. Piano mentale e piano emotivo emettono le frequenze, in quanto i pensieri sono energia informata, mentre le emozioni sono energia in movimento, ciò che muove. Frequenze e vibrazioni incidono, lasciano un segno, un messaggio nel corpo eterico. Interferenze protratte nel tempo, frutto di un’azione, esteriore/esterna (letterale nel senso di fisica, chimica, meccanica o sociale e relazionale) o interiore/interna (in questo caso mi riferisco alla percezione-sensazione soggettiva e all’elaborato del percepito, ovvero il sentito), informano il campo. Vi è un elemento indissolubile: noi stessi. Ogni informazione passa attraverso un fulcro, che siamo noi, e tanto meno siamo solidi, centrati, tanto più il fulcro sarà oscillante, e, in proporzione diretta, l’interferenza nel nell’equilibrio del nostro campo. Mantenere un “centro di gravità permanente”, un baricentro fisso nel suo punto ma elastico alle oscillazioni, ci permette di attutire i colpi e dare le giuste risposte con il minor dispendio di energia e variazione sul campo, inteso come evitamento di oscillazioni al di fuori della propria gestione. Quando troviamo una qualsiasi neoplasia, cos’è successo nel campo informativo da variare la formazione e la crescita di tessuti di quell’organo? Perchè i polmoni smettono di replicare le loro cellule secondo quanto predisposto a livello genetico ma si alterano a livello epigenetico? Cosa ha acceso o spento determinati geni per dare una risposta manifestata a livello di cellule, tessuti e organi? Risposta: la nostra psiche. Che sia un’informazione esterna, più o meno intensa, è sempre la nostra reazione interiore a fare la differenza: tutti noi abbiamo le nostre distorsioni percettive che possono farci vedere un problema dove non c’è, oppure possono renderlo più grande di quello che è realmente, tanto da apparirci irrisolvibile, e questo è l’ambito di ciò che sentiamo.
Faccio un esempio pratico, conosciuto in quanto ripreso da più insegnamenti: quello della carrozza, dei cavalli e del cocchiere. Il corpo fisico, materiale, è la carrozza; l’energia che muove, che carica, che raccoglie una forza di lavoro e può muovere la carrozza, sono i cavalli; l’informazione, ovvero la direzione che questa energia libera deve prendere, viene data dal cocchiere. I cavalli rappresentano quella parte di anima che associamo all’Acqua: la potenza dell’acqua che muove, che cambia le cose attraverso la sua azione, acqua che può essere informata a livello molecolare da un messaggio o frequenza, ovvero la sua direzione coerente. L’acqua è potente, talmente tanto che si costruiscono centrali idroelettriche per produrre energia che utilizziamo tutti i giorni a livello civile. I cavalli sono la massa che si muove, che porta in giro il corpo, ovvero la carrozza. Sono acqua informata dal cocchiere. Il cocchiere è quella parte di anima legata al mentale, per cui al pensare e al saper pensare, che dà direzione, che attraverso le briglie dirige i cavalli, per cui modula l’energia motrice e il suo utilizzo. Da chi prende gli ordini il cocchiere? Dal passeggero che porta in carrozza. Quando si sale su un taxi, il taxista ci chiede dove vogliamo andare, non decide lui dove portare il passeggero. Nella carrozza abbiamo un passeggero, ma chi è costui?
E’ la nostra coscienza, intesa come scintilla di origine divina, come voce sottile di quel Padre da cui siamo stati generati, da cui proveniamo. E’ il divino in noi, fuoco sacro. La maggior parte delle persone si identifica nel cocchiere, la propria personalità, con i suoi pensieri e le sue emozioni, completamente sconnesso dalle richieste del passeggero, che in realtà è il protagonista principale di tutto l’insieme, il viaggiatore che usa i mezzi utili. Questo corpo, esattamente come la carrozza, porta in giro in questo mondo materializzato il suo passeggero, ovvero quella scintilla di spirito incarnata, quella voce sottile, divina disconnessa ai più. “Non c’è connessione”, non siamo in linea, ponti interrotti, per cui non si sente e non si ascolta ciò che dentro di noi chiama. Il vero sentito che sana è il fuoco di questa coscienza, fuoco in grado di operare le alchemiche nigredo, albedo e rubedo, di fatto bruciando tutte le false percezioni mentali, le emozioni ingestite e ingestibili e i relativi disagi fisici che si manifestano a seguire, frutto e prodotto di una vita psichica, ovvero la vita del solo cocchiere. Tutti i conflitti, gli shock che sono vissuti da noi si trovano a livello del cocchiere, sconnesso e scollegato da questa scintilla, dotata di un potente potere di guarigione, e di conseguenza viviamo incompleti, con sprazzi di coscienza non sufficienti a renderci consapevoli del percorso che stiamo facendo e di quello che ci sta succedendo. Il cocchiere, da solo, non ce la può fare, in quanto il suo ruolo è quello di eseguire gli ordini del suo passeggero. Sconnessi dal proprio ospite in carrozza, ogni cocchiere andrà a zonzo casualmente, seguendo i propri impulsi mentali ed emotivi, dando ordini, direzioni e intensità nei comandi ai cavalli, spesso come e dove non necessario, restando bloccato per strada o, al contrario, passando per tutte le sfumature, esaurendo le energie in un galoppo sfrenato da continue reazioni seguenti ad ogni impulso. Quel cocchiere che non ascolta la voce del passeggero, la scintilla, o chiamiamolo anche Sè superiore, se risuona più consono, è destinato a non raggiungere la propria destinazione in quanto è solo il passeggero che gliela può dare. Cosa c’entra tutto questo con la medicina? C’entra, in quanto la medicina è tutt’oggi slegata dalla fisica, intesa come studio di campi informativi e di frequenze che gestiscono e condizionano la materia, dalle nozioni profonde di psichismo, anima e spirito. Si è divisa completamente la natura umana spirituale da quella materiale, e cercando le cause di malattie soltanto in ambito materiale, si scambiano in continuazione cause ed effetti, cause attribuite solo ad agenti esterni. Non si tiene mai in riferimento il soggetto come espressione di uno spirito che si è individualizzato nella materia, e questo è l’errore più grave che si possa commettere, che equivale, in un linguaggio di medicina naturale, alla totale mancanza di considerazione del terreno del malato, terreno che, in senso olistico, comprende non solo il corpo fisico, ma tutto quello menzionato finora.
Ho già descritto la magia come una capacità interiore dell’uomo di focalizzare e fissare delle immagini sul piano mentale, per cui della possibilità di lavorare con la luce interiore. Ho anche aggiunto che il mago sia il “giusto di voce”, in grado di usare il suono, le parole, ovvero imprimere informazioni, vibrazioni e frequenze sul campo sottostante, che diventa campo informativo. Un campo informativo, come dice la stessa parola, è uno spazio che mette in forma ciò che si trova al suo stesso interno, sotto la sua influenza, ordinando l’aggregazione della materia su diverse densità. L’arte dell’immaginazione creativa richiede lavoro interiore, spinto da necessità e da desideri profondi del cuore e da una mente disciplinata, a sua volta particella della mente cosmica, della mente divina. Com’è possibile che, a fronte di un potere immaginativo potente, seppure in senso sottile, la realtà che ci circonda sia una manifestazione caotica, distruttiva e volta al male? Quale maghi stanno immaginando questa realtà? Come possiamo influire, seppure in minima parte, sugli accadimenti intorno a noi? La realtà è complessa ma abbiamo qualche risposta semplice: possiamo definirla tale, caotica e volta alle cose peggiori, in quanto siamo imboccati di immagini terribili ogni giorno, in continuazione, e le riflettiamo il più delle volte inconsapevolmente. Siamo immersi in un campo informativo che è un fluire continuo di brutte notizie. Quante volte abbiamo sentito dire che nelle ultime generazioni la capacita’ di mantenere l’attenzione sia diminuita drasticamente, specialmente con l’avvento del mondo digitale? Già gli schermi come la televisione, l’utilizzo di fotografie su riviste, libri e giornali hanno iniziato a intaccare il potere immaginativo naturale, e, con lo sviluppo delle tecnologie audiovisive attuali, si è abbattuta ancora di più la capacità di immaginare: ci sono persone per le quali è difficile leggere testi e libri privi di figure e la capacità immaginativa è proprio saper creare dentro di sè visivamente tutte quelle immagini che si producono attraverso la lettura, in modo spontaneo.
Chiaro che mi stia riferendo a un uso/consumo fuori misura delle immagini esterne, un abuso sproporzionato, e non posso negare che immagini e illustrazioni posseggano senz’altro di base un valore aggiunto, ma ora siamo ben oltre l’utilizzo necessario. Tutto intorno a noi scorre rapido, il contrario di uno stato favorevole alla focalizzazione centrata.
Sarebbe efficace creare fotografie interiori, che non necessitino di quelle esteriori, lasciandoci ispirare dalla natura vivente, ma dove immagini artificiali e preconfezionate inizino a sostituirsi con maggior frequenza a quelle focalizzate nella mente, allora questo “muscolo interiore”, questa funzione visiva, anche se mi rendo conto che la parola muscolo è limitante e nel contempo utile per la comprensione, si atrofizza. Un conto è preparare da mangiare utilizzando gli ingredienti, un altro è essere serviti con del cibo già pronto: non saremmo mai in grado di preparare dei piatti e non ne faremmo esperienza, non faremmo esperienza del mondo immaginativo. Ci autosabotiamo quotidianamente di un grande potere, quello di influenzare la realtà, fosse anche quella del nostro piccolo ambito, del nostro mondo sul quale possiamo agire. La comunicazione, nel corso degli anni, si è trasformata utilizzando immagini in sequenze sempre più rapide, ripetute e continue, un martellamento inibente le funzioni cognitive, che non dà tregua, non dà spazio all’interiore.
Una musica senza pause, una scittura senza punteggiatura: la vista resta inchiodata dalla rapidità, dai colori, dallo scorrimento veloce, l’udito da suoni analoghi, fastidiosi, rumorosi privi di armonia, che attirano l’attenzione, e la semplice capacità di riflettere viene meno, manca il tempo/pausa per interiorizzare a livello cosciente tutto ciò che viene mostrato. Si mangia senza i tempi per la digestione. L’attività di immaginazione interiore è stata sostituita da un prêt-à-porter esteriore in taglia unica, fatto e finito, servito in ogni momento, spostandoci dalla vista ( e udito) interiore a quello esteriore. A queste condizioni si può solo prendere visione di qualcosa che è già stato formato, o formattato. Da chi? Quali gli scopi? In questa situazione diventa perno fondamentale ogni attività di comunicazione, a cominciare dai mass media, che diffonda immagini e storie di realtà frutto di menti malate, criminali, psicotiche e, soprattutto, volte al male o a interessi di pochi soggetti. Siamo circondati continuamente da notizie e, ancora di più, da relative immagini di disgrazie quotidiane, di guerre, di corruzione di tutte le peggiori attività che possano essere compiute da essere umani privi di ogni minima connessione con la propria anima e con lo spirito vivente. Le notizie raccontate con la voce sono il suono, e torniamo al concetto di “giusto di voce”, ironicamente parlando, e le immagini sono il surrogato sostituto di ciò che dovrebbe essere la nostra attività interiore della vista, del nuovo, del buono, di ciò che è amabile e desiderabile per il bene nostro e comune. Dovrebbe sorgere spontanea una riflessione: questo potere, per esprimersi su un piano realizzativo e concreto in manifestazione, ha bisogno di informare l’energia di tanti esseri umani e renderla risonante: l’energia/pensiero viene magicamente sfruttata per scopi non nostri. C’è chi chiama tutto questo propaganda, chi eggregora, chi pendolo, chi magia nera…
Per il maggior numero di persone possibili tutte le informazioni verbali e non verbali costituite da immagini e suoni creano il campo informativo per la realizzazione di fatti su un piano operativo concreto e, affinché questo avvenga sempre di più su larga scala, è necessario mettere in risonanza, in stato di coerenza, più menti possibili, che possano far cadere, come la funzione d’onda, un progetto già fatto, costruito. Ci troviamo di fronte a qualcuno che agisce attivamente su molti esseri umani che sono in uno stato soltanto di ricezione passiva e diventano inconsapevolmente ripetitori di immagini e parole altrui, trasformandosi in diffusori e concretizzatori di pensieri non propri.
Questo dovrebbe farci comprendere quanto profondamente possiamo essere coinvolti nello svolgimento di eventi, anche se pensiamo e crediamo di non farne parte, di non averci messo mano, di non essere e di non considerare noi stessi in alcun modo responsabili. Come lo diventiamo? Semplicemente come scritto poco sopra: diventando dei ripetitori inconsapevoli di immagini e parole altrui, spesso pure gratis. Avete presente il detto “non importa che se ne parli bene o se ne parli male, l’importante è che se ne parli”?
E così che funziona: continuare a parlare e riparlare.
È così che non si crea alcuna realtà, che non si manifesta il nuovo.
Ci viene insegnato, in ambito religioso, che Gesù abbia inchiodato la morte nel senso che l’abbia vinta per la prima volta, aprendo una strada, sconfiggendo qualcosa che nessuno mai era riuscito a fare.
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Giovanni 11:25-26
Entenglement? Campo informativo? Coscienze risonanti?
Credere è azione fondamentale: non si tratta di credulità, affabulazione o fatalismo, quanto di fede, di certezza provata e sentita
Un campo risonante crea un’unità coesa, armonia, unica voce formativa e formante. Se il Suo canto è Vita, chi si unisce al canto è vivo.
Chi appartiene alla stessa frequenza vibratoria è connesso simultaneamente al di là di tempo e spazio.
“E la gloria che tu hai dato a me io l’ho data a loro, perché siano uno come noi siamo uno” (Giovanni 17:22)
Gesù è il Figlio dell’Uomo, la faccia materiale della medaglia; il Cristo la scintilla del Padre, sostanza del Padre, il Suo seme che, morendo nella terra, origina il germoglio di una nuova vita. Esistono due realtà: una materiale, densa, di precipitazione in uno stato più condensato, quello dei corpi, in cui vige la dimenticanza del Sè, che possiamo identificare con “peccato”, proprio nel senso di caduta, di precipitazione in un sottomondo demiurgico saturnino, e uno più sottile, spirituale, rarefatto, in cui riemerge il ricordo, la natura dei Principi di cui siamo composti, l’origine solare/siderale dell’Uomo.
Di-MENTicare è funzione della mente, che viene resettata, cancellata, come in Luna nuova, ed è fondamentale assettarci su un asse verticale solare, per evitare di assorbire e riflettere ciò che luce non è, che proviene dai ladri della mente; ri-cORdare è azione del cuore, che ci permette il recupero della memoria cancellata, ma su un piano superiore, quello dell’oro solare.
“Il Figlio dell’Uomo è Signore del sabato” troviamo scritto in Luca, al rimprovero rivoltogli di aver lavorato di sabato, che era vietato dalla legge.
Questo in quanto Gesù l’uomo poteva infrangere le regole di Saturno, il demiurgico limite del libero arbitrio, e infatti il sabato è il giorno dedicato alla forza saturnina, mentre il Cristo le avrebbe annullate sempre attraverso la stessa forza del carceriere, sciogliendo o solvendo il corpo di materia, tornando in un corpo più sottile, rarefatto, spiritualizzato e luminoso.
Gesù ha avuto paura di essere stato scordato dal Padre, il Cristo in lui invece ha lasciato le faccende al suo corso, sapendo chi era, ponendosi sul circolo degli eventi, restando fermo nel mondo, sale fisso sulla croce della materia nel corpo, trasmutato nello spirito sale volatile, dimostrando che la morte non esiste, non è mai esistita se non all’interno del mondo limite del demiurgo e dello scorrere del tempo.
Il Figlio dell’Uomo, figlio solare in funzione antisaturnina, è caduto, precipitato nella materia, sottoposto a nascita e morte, nell’apparente separazione degli opposti, formatori di effetti, detti azioni/reazioni fuori gestione e controllo, che sono nutrimento continuo nel ciclo del karma, ma con una differenza: lui ha vissuto la realtà, la vita e gli opposti ponendosi un fine integrativo, positivo, agendo senza agire, ma di azioni frutto di una volontà allineata al divino, in divenire nell’umano.
Ha fatto morire il suo corpo per dimostrare che lo spirito continua a vivere, che mai èmorto, in quanto, al di là della materia, la morte non esiste.
Interessante questo passaggio di Paolo:
Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Filippesi 1:23-24
Sciogliere è padroneggiare la legge di Saturno, aver varcato la soglia della materia per lo spirito vivente, trasformando il sale grezzo in sale volatile, facendo uso sapiente dei livelli di densità.
“Voi siete il sale della terra”.
Stare tre giorni negli inferi è stato il passaggio, l’iniziazione del seme alla buia terra. Curioso che 3 giorni corrispondano a 72 ore, come i battiti perfetti del cuore, come i 72 nomi di Dio.
Il Cristo apre la strada alla vittoria SULLA PAURA DELLA MORTE, mostra l’ascesa dello spirito sull’asse verticale, evitando di girare a vuoto nelle spire del cerchio del tempo/serpente.
Quindi, c’è qualcosa di noi che può tornare alle sue origini.
Giovanni 14:12: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me compirà anche le opere che io compio e ne compirà di maggiori, perché io vado al Padre”.
La gravità è stata la forza di caduta che ha fatto cadere i corpi nella materializzazione densa e pesante, e per questo soffre: più peso, più sofferenza; l’antigravità ci fa salire, rarefa i corpi che sfuggono alla forza gravità, e possono permettersi di formarsi su un piano più sottile, invisibile alla materia più densa. Altra dimensione, di cui Cristo è stato autentico Pontefice dell’era dei Pesci.
Ci sono altre testimonianze storiche e documentate di esseri speciali, che hanno ritrovato la via, divenendo ponti, appartenenti ad altre culture e vie spirituali o religiose, che verranno trattate sul blog in altri momenti.
Pensando a come uscire di qua, restando centrati, mi è venuto in mente il cestello lavatrice, giusto per usare il pensiero analogico.
La rotazione su se stessi, sul proprio centro, permette “l’entrata in” e “l’uscita da” la manifestazione, nel tempo, secondo lo spin rotatorio: in senso orario si entra, in senso antiorario si esce. Si può rallentare o accelerare, “prendendo la morte dal dietro o dal davanti”, ma questo mantiene l’equilibrio delle forze in gioco. La rotazione è legata all’asse verticale, mentre la rivoluzione all’asse orizzontale, al girare, lo scorrere degli eventi lungo il circolo. La rivoluzione della Terra intorno al Sole determina l’anno, le stagioni, i passaggi, i cambiamenti nel tempo, mentre la rotazione mette in risalto la dualità. Nuovi cieli e nuova terra ruoteranno con spin opposto rispetto ad ora.
L’essere ruota sul proprio asse, il divenire percorre il circolo/ciclo.
In lavatrice, tanto più la centrifuga va veloce, tanto più i panni restano attaccati sul “circolo”. Da tenere a mente questa parola, usata anche nelle tavole di Toth con un significato analogo.
Se la lavatrice si ferma, cadono sul fondo, non c’è movimento, non c’è tempo, non c’è anemos che muova. L’energia muove, si sa.
Se siamo nel centro, ruotiamo come la ruota di Lao Tsu:
Trenta raggi convergono sul mozzo,
ma è il foro centrale che rende utile la ruota.
Plasmiamo la creta per formare un recipiente
ma è il vuoto centrale che rende utile il recipiente.
Ritagliamo porte e finestre nelle pareti di una stanza:
sono queste aperture che rendono utile la stanza.
Perciò il pieno ha una sua funzione,
ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto.
Sul circolo accadono gli eventi, orizzonte dopo orizzonte, e chi vive solo su questi, vive l’orizzontalità, è del mondo; vivere stando al centro della rotazione, secondo vibrazione che ci verticalizza, fa vivere nel mondo, ma non ne siamo proprietà. Siamo padroni del sabato, non apparteniamo al demiurgo, siamo altro. L’occhio del ciclone, lo stato di neutralità perfettamente centrato: la polarizzazione potrebbe essere fatale.
L’essenza è il centro, il divenire gli gira intorno.
Mi viene in mente anche la centrifuga biologica
La centrifuga da laboratorio è uno strumento utilizzato per accelerare la separazione tra corpi di diversa densità attraverso l’uso della forza, o meglio, dell’accelerazione centrifuga.
Questo processo è definito centrifugazione e si basa sul fenomeno della sedimentazione di un corpo solido ad alta densità mescolato ad un fluido a densità più bassa.
Si tratta dell’applicazione del principio di Archimede e della Legge di Stokes. La centrifugazione, sostanzialmente, mira ad aumentare l’accelerazione gravitazionale applicata alla sospensione presa in esame sostituendola con la forza centrifuga, una specifica forza che agisce su un corpo che si muove con moto circolare.
La centrifugazione permette alle molecole di separarsi in base alla loro densità e, quindi, al loro comportamento in relazione al campo gravitazionale.
Particelle con massa diversa sedimentano a velocità diversa.
Essere sottili per passare il filtro…
Un setaccio.
E’ chiaro cosa stia succedendo di questi tempi: siamo in centrifuga, e ci sono filtri che separeranno l’oro dal piombo, il sole da saturno, il giorno dalla notte, il grano dalla zizzania. Abbiamo bisogno di adattarci alla frequenza giusta per “sedimentare” un corpo nuovo, sottile, con una massa diversa.
C’è da lavorarci.
Passare da materia a massa è come passare da terra ad acqua, e se vogliamo che viva, dotato di energia, ad aria.
Per chi ha capito, questa è l’unica azione sensata da intraprendere ORA.
La pubblicità è la promozione delle cose, la propaganda è la promozione delle idee. La prima modella il consumatore sui bisogni, veri o falsi che siano, la seconda modella la forma mentis delle genti. Prima di consumare beni e prodotti, è necessario che le menti considerino indispensabili le proposte dei mercanti, e ogni fine giustifica i mezzi. Di questi tempi, dati i mezzi messi in campo, i fini devono essere piuttosto imponenti, su scala globale. Perdere di vista l’autenticità dei nostri bisogni equivale a far saltare per aria ogni ponte che ci conduca verso la nostra vera natura, verso la nostra origine e verso la sorgente, rendendoci dei ” piccoli ruscelli senza fonte”.
Una condanna a solitaria morte prima di nascere.
Creare realtà su realtà manipolando la percezione toglie e allontana la verità, la sfigura, rendendola irriconoscibile ai più. Come? La percezione alterata dalla paura e dall’inganno crea sensazioni interiori, e il sentito è attività del mondo dell’anima, quindi è proprio questa il soggetto sotto attacco. L’autoinganno alimentato quotidianamente è come una droga, rendendo di fatto difficilissimo, salvo massicce cure di disintossicazione, pulizia, purificazione o calcinazione, a ognuno il termine che preferisce, lo svelamento della verità dalle realtà ritenute vere. “Il velo di maya” è ormai chiaro nei suoi signigicati.
Poter agire sugli elementi, le forze, gli eventi, le relazioni tra cose e persone… è ciò che viene in mente alla parola “magia”. Ci sono definizioni e disquisizioni in questo ambito, e cercando informazioni in rete in merito, si trovano quintali di luoghi comuni, che profilano il mago come il vecchio fattucchiere dai bianchi capelli scompigliati perso tra i suoi riti farneticanti, o come l’essere malvagio in combutta con entità in opposizione a certi ideali e dogmi, sia scientifici che religiosi.
Vorrei scrivere qualcosa in termini di “scienza” umanistica, poggiante su fenomeni fisici e metafisici, priva di alcun legame con illusionismo o gioco di prestigio.
La vita è la più grande e meravigliosa delle magie…
Passo subito all’argomento.
La magia può essere intesa come capacità di informare la luce, la luce dentro di noi, che poi si proietta nel mondo esteriore in quello che vediamo, esattamente, come la funzione di un proiettore. La magia non ha fondamento nel mondo di fantasia, nel fantasticare comune a tutti, quanto su una qualità differente: l’immaginazione. L’immaginazione è quella funzione mentale in grado di creare immagini interiori, precise, definite e mantenute per il tempo utile. Uno dei problemi che si incontrano sta nel fatto che scambiamo, come sinonimi di funzione e di operatività, l’immaginazione con la fantasia, seppure, come già anticipato, queste non siano la stessa cosa. Vediamo qualche differenza.
La fantasia è passiva, priva di struttura, di metodo, di controllo e di un io cosciente che osserva.
L’immaginazione è un processo di tipo attivo molto yang, si direbbe in Cina, durante il quale siamo in grado di focalizzare un’immagine dentro di noi e di mantenerla al punto tale che quello che riusciamo a immaginare, a focalizzare, a tenere fisso per un discreto tempo su quel piano mentale e visivo, si può trasferire come immagine attraverso un meccanismo di proiezione nel mondo esterno, nella realtà ordinaria, simultaneamente o a distanza di tempo. Questo può accadere perché l’immagine è già all’interno di noi, altrimenti non potrebbe esserci nessun comando, nessuna signoria sull’esterno. Vedere immagini interiori comporta un presupposto fondamentale: la presenza di luce, di luce sottile, interna, percepibile con i sensi sottili, con la vista interiore. Questa viene utilizzata per creare immagini, e al buio non si potrebbe, esattamente come accade nel mondo esterno. Senza concrezioni immaginative si mostrerebbero sul piano di realtà una serie incoerente di manifestazioni, frutto di un fantasticare più simile a un meccanicismo di un piano mentale fuori controllo, soggette alle leggi della fisica ordinaria per cui, ad ogni azione/manifestazione corrisponderebbe una reazione/contromanifestazione uguale e contraria. Mi ricorda tanto la figura dell’uomo meccanico, operativo soltanto su un asse orizzontale. Se tenessimo conto anche di un piano verticale, si potrebbe spaziare al di là delle dimensioni percepite dai sensi ordinari, che continuano a costituire un velo, una barriera, e si potrebbe accedere alla comprensione dell’atto dell’immaginazione creativa, l’unica che, in un ordine implicito usi la luce interiore. So che si tratta di un ambito spirituale, tuttavia fatti o aspetti spirituali sono anche fatti o aspetti fisici e metafisici: siamo in grado di creare, in senso potenzialmente immaginativo, qualcosa che esiste già su un piano che precede la manifestazione della stessa cosa, e questo è un atto di magia. Cosa serve al mago, esattamente? Sicuramente un grandissimo potere di concentrazione, di focalizzazione e nel contempo la quiete mentale: un insieme coesistente di onde cerebrali theta, tipiche di stati meditativi profondi, unite alle onde gamma, dall’alto potere di concentrazione, necessarie ad alti livelli di focalizzazione, di centratura extra-ordinaria. Più che “servirebbero”, queste onde sarebbero rilevate come conseguenti o meglio, concomitanti allo stato di coscienza dell’essere, del mago.
Il mago entra in un mondo in cui tutto esiste in uno stato di quiete, un serbatoio collettivo che in molti chiamerebbero inconscio: tutto ciò che esiste non è ancora stato portato al pelo dell’acqua, dentro il sè, pertanto un filo di coscienza permane sottile ma potente, in questo stato di quiete. Poi, arriva il momento in cui scocca l’atto, la scintilla immaginativa, tra spirito e materia sottile, attraverso il potere focalizzante, concentrante, supercosciente e attivo. La passività espressa, in modo femminile, con la calma morbida e ricettiva, e l’attività maschile, seme fecondante la luce/materia sottile, nell’atto del creare l’immagine (importanza dell’androgino…). Da questo punto, bisogna essere in grado di mantenerla dentro di sé: un fermo immagine sullo schermo, fissato sui “cristalli di sali d’argento” che memorizzano, quindi fissano, e riflettono all’esterno, delle vecchie pellicole cinematografiche. Un atto del “coagula” di alchemico insegnamento: una volta sulla pellicola: siamo sull’asse saturno/luna.
Si possono fare esercizi per allenare l’immaginazione. Eccone uno semplice: si chiudano gli occhi e si immagini, mettendola a fuoco, la fiamma di una candela, osservando per quanto tempo si riesca a trattenere quell’immagine. A volte, spesso o quasi sempre agli inizi, occorre proprio accendere una candela e osservarla per alcuni secondi, poi chiudere gli occhi e mantenerne l’immagine il più a lungo possibile. L’esercizio va ripetuto finchè serve, ed è utile allo sviluppo della visione interiore, della vista interiore, dato che, purtroppo, siamo talmente tanto concentrati alla visione esteriore da aver perso quella interiore. Il mago è in grado di immaginare creativamente cose che possono andare anche al di là di ciò che sono le conoscenze delle apparenze normali. Il vero mago attinge il suo potere di immaginazione creativa grazie alla conoscenza di sè, della sua natura, della sua origine divina, di quella scintilla sorgente di ogni potere interiore, delle leggi di natura, delle leggi cosmiche che ordinano gli stati dell’essere, dei viventi e del funzionamento armonico nel nostro universo. Si tratta di conoscere e ri-conoscere. Non ci sono velleità di protagonismo, presunzione e nemmeno supponenza. Ci sono tanto lavoro, un ardente fuoco interiore, il costante richiamo al ritorno di sè, verso la sua origine, le sue radici. Il Mago conosce bene le Forze che hanno delle funzioni precise, implicate ed esplicate, e sa come e quando usarle, e come mettersi in risonanza con queste, sistemando dentro di sè, rettifica dopo rettifica, quello che c’è da sistemare. Nel mondo interiore, di tutti, anche del mago, le forze sono implicate ma si esplicano attraverso pensieri, parole e azioni: possono esserci sia condizioni soggettive sia di circostanza in cui funzionano bene, o altre durante le quali non funzionano al meglio, per cui il momento per l’operatività va scelto con cura, secondo conoscenza del proprio tema natale e dell’oroscopo del cielo più adatto. Per fare un esempio concreto, quando scrutiamo e studiamo il cielo di un dato momento, osserviamo le posizioni dei geni planetari, che influenzano le qualità delle energie del mago, come di tutti, del resto, i cui condizionamenti iniziano ben prima della vista fisica dei pianeti, su un piano di funzione. I pianeti che vediamo in cielo riportati su un tema natale, pianeti che sarebbe preferibile chiamare appunto “geni planetari”, sono già manifestazioni, nella molteplicità delle creazioni, di funzioni cadute sul piano materico sotto forma di pianeta, anche manifeste in molti ambiti per principio di analogia e corrispondenza, per cui non è il pianeta in sé che ci condiziona quanto la funzione che esso rappresenta, così nel cielo del nostro sistema solare come nel nostro cielo interiore. Questo suggerisce che quando si deve operare, è necessario osservare sia il cielo, ovvero come sono disposte queste energie in quel dato momento, sia la carta natale dell’operatore, delle forze che sono al suo interno. Potremmo trovare delle funzioni in esilio o in caduta non adatte per una corretta esecuzione dell’atto magico, per costituzione astrologica o dipendente da un momento poco propizio; per esempio potrebbero essere in carenza o mal messe nel cielo del momento o nel cielo interiore del mago ( la sua carta natale) quelle funzioni utili per focalizzare, solidificare cristallizzare un’immagine, come Saturno per esempio, forza addetta al “solve et coagula”, o come la Luna, in grado di far da lente di convergenza per l’attuazione o meno di una procedura come del momento giusto considerando le sue fasi e le tappe, i passaggi dei suoi quarti. Serve un’altra cosa al mago: l’uso della parola, della voce. Mag makeru mak: ” giusto di voce” per gli antichi Egizi e la tradizione ermetica. L’immaginazione agisce nel mago, che è il giusto di voce, quindi, oltre all’uso della luce, vi è l’uso del suono, della parola. Il “giusto di voce” sa quali parole pronunciare, quando e come pronunciarle: volume e lunghezza della pronuncia, modalità della pronuncia, sequenza delle lettere, che hanno un potere specifico, fonazione…
Sappiamo che, cabalisticamente parlando, ogni lettera ha una sua energia, una sua forza specifica, un suo valore, un suo legame con delle funzioni associate ai geni planetari e legate anche a forze celesti, per cui il mago deve sapere esattamente cosa dire, come dirlo e quando dirlo. Potremmo aggiungere che “il mago sia un mago” anche sui campi informativi, le frequenze e le vibrazioni. Avete presente la cimatica?
nell’immagine si possono osservare formazioni armoniche di particolato che si concentrano su frequenze precise trasmesse sul fondo elastico: il suono crea le forme
Chi può fare il mago? Senz’altro un’anima incarnata verso questo percorso, in cui siano manifeste predisposizioni evidenti: deve possedere una struttura energetica idonea: come si potrebbe invocare, richiamare in sè, una forza, affinché possa esserci un compimento, se non si è in armonica risonanza con quella forza? Il rischio potrebbe essere l’incontinenza o l’alterazione di questa forza, e l’insuccesso operativo sarebbe davvero il minore dei mali, visto che potrebbero verificarsi rischi di malattia, consunzione energetica, dispersione di forze e capacità e via dicendo. Per cui il mago ha necessità di studiare attentamente la sua carta natale e provvedere a sistemare quel che va sistemato prima di mettersi nelle condizioni di praticare. Altra considerazione: si può operare per fare del male o per fare del bene. A questo proposito, ricordo quando feci il corso di astrologia con il professor Carlo Paredi, che ormai non è più tra noi, che ci disse, con molta chiarezza, di non divulgare a chicchessia l’ora di nascita per il calcolo dell’ascendente, piuttosto di dare diverse date od orari, in quanto sapere l’ascendente con l’ora precisa costituisce un vero e proprio tallone dall’Achille, una vulnerabilità usata per colpire ed attaccare. Chi sta ad alti vertici di potere lo sa bene, e di certi personaggi i dati sono introvabili oppure un po’ falsati. Ci sarebbe da chiedersi, visto che non tutti lo sanno, se qualche morte illustre improvvisa sia altro rispetto alle ipotesi più attribuite.
La pubblicità è la promozione delle cose, la propaganda è la promozione delle idee. La prima modella il consumatore sui bisogni, veri o falsi che siano, la seconda modella la forma mentis delle genti. Prima di consumare beni e prodotti, è necessario che le menti considerino indispensabili le proposte dei mercanti, e ogni fine giustifica i mezzi. Di questi tempi, dati i mezzi messi in campo, i fini devono essere piuttosto imponenti, su scala globale. Perdere di vista l’autenticità dei nostri bisogni equivale a far saltare per aria ogni ponte che ci conduca verso la nostra vera natura, verso la nostra origine e verso la sorgente, rendendoci dei ” piccoli ruscelli senza fonte”.
Una condanna a solitaria morte prima di nascere.
Creare realtà su realtà manipolando la percezione toglie e allontana la verità, la sfigura, rendendola irriconoscibile ai più. Come? La percezione alterata dalla paura e dall’inganno crea sensazioni interiori, e il sentito è attività del mondo dell’anima, quindi è proprio questa il soggetto sotto attacco. L’autoinganno alimentato quotidianamente è come una droga, rendendo di fatto difficilissimo, salvo massicce cure di disintossicazione, pulizia, purificazione o calcinazione, a ognuno il termine che preferisce, lo svelamento della verità dalle realtà ritenute vere. “Il velo di maya” è ormai chiaro nei suoi signigicati.