Troppo spesso, quando si parla di proiezioni in ambito spirituale, e non ci sono molte differenze rispetto a quello psicologico, si cade nell’errore di pensare che ciò che vediamo sia un’allucinazione totale, qualcosa che non esista affatto, ma la realtà è più complessa di così: la proiezione non è un’invenzione di sana pianta, piuttosto è il modo in cui noi rivestiamo le percezioni che riceviamo, non solo nella materia densa, ma anche sui piani sottili e astrali. Immaginiamo di trovarci di fronte a fenomeni che la nostra coscienza non sia ancora in grado di percepire nella loro interezza: non riuscendo a vedere la sostanza nuda, il vero, il reale, la materia prima, la mente interviene e cuce addosso a quel fenomeno un abito fatto di memorie, paure, desideri e interpretazioni personali, elaborazioni della propria esperienza di vita e conoscenze. Molto spesso mi sono trovata, personalmente o relativamente ad amici, di fronte a una descrizione di qualcosa non corrispondente alla realtà, quanto alla cosa conosciuta più somigliante nel database. Qui entra in gioco proprio il filtro mentale, soggettivo, che vorrei paragonare al naso di Pinocchio.

Pinocchio è il burattino di legno che aspira a diventare un bambino vero, un essere connesso direttamente alla sorgente della coscienza e della vita, non un assembramento di legnetti mosso da fili invisibili, meccanici e preordinati, che lo fanno esistere separato dalla realtà autentica. Pinocchio ha tempo ma non ha vita. Ogni volta che si allontana dal vero, il suo naso si allunga: quel filtro diventa una barriera che deforma la proporzione delle cose, trasformando la loro descrizione in bugia, tale in quanto lontana dal reale che descrive e, più si allunga il naso, meno è vicino a alla natura di ciò che sta osservando. Come nel vecchio adagio “dove c’è fumo c’è sempre arrosto”, è necessario ammettere che l’arrosto, la sostanza energetica o l’ente/essere che cerchiamo di conoscere, esista davvero, seppure dietro alla coltre di fumo. Il problema sorge quando, a causa del filtro, si inizia a delineare quell’ arrosto come un banchetto della più ampia varietà di selvaggina catturata, mettendo in mezzo al bottino, chissà, anche un bel cinghiale bianco, tanto per esaltare all’eccesso una inesistente magnificenza, o, al contrario, descrivendolo come un semplice e minuscolo moscerino fastidioso, unico quanto improbabile responsabile di tutto quel fumo.

La proiezione non riguarda tanto il cosa esista, ma il come noi lo interpretiamo sul sostrato dei nostri limiti di coscienza, di percezione e dei nostri filtri di interpretazione mentale. Essere connessi significa spogliare la realtà da questi rivestimenti per vedere finalmente l’arrosto per ciò che è, senza l’ingombro del nostro naso che cresce, si allunga e ci allontana. Non ha senso sentirsi in colpa per una percezione distorta, in quanto su un piano psicologico, per cui sotto l’interferenza di pensieri, emozioni e di un sentito memorizzato profondamente, è naturale non averne completezza e limpidezza, ma è necessario riconoscere l’inadeguatezza e l’incompletezza delle nostre descrizioni e valutazioni, che molto spesso sono soltanto punti di vista parziali e amputati di tutto ciò che sarebbe saggio conoscere prima di esprimersi. Il piano mentale e dell’esperienza ordinaria della vita lavorano su un asse orizzontale, per cui sarebbe come osservare al piano terra, o al massimo al primo piano di un edificio, gli aspetti delle varie manifestazioni, mentre per una visione del reale occorre approdare a livello della coscienza, ovvero poter spaziare dal micro al macro su infiniti piani e possibilità di osservazione e conoscenza, che bypassino il filtro mentale. Ciò nonostante, è necessario essere consapevoli che potremmo, molto più spesso di quanto pensiamo, dare significati, fare attribuzioni e valutazioni non corrispondenti al vero, al reale, infarcendo la nostra descrizione del fenomeno, impossibilitato a essere conosciuto nella sua intrinseca natura, utilizzando solo il piano mentale, attraverso i nostri personali occhiali percettivi. In un certo senso, siamo tutti un po’ daltonici. Se poi volessimo aggiungere la limitazione intrinseca (il limite della parola che determina) ed estrinseca (la nostra conoscenza del significato delle parole) del linguaggio, dell’uso delle parole limitanti la descrizione di esperienze, fatti e soggetti osservati, il danno sì mostrerebbe ancora maggiore.
LA TRAPPOLA DEL SOLIPSISMO: NEGARE L’ESISTENZA DEI MONDI O DI ALTRI ESSERI
Un errore comune nel percorso esoterico è credere che tutto ciò che percepiamo sui piani sottili sia unicamente un parto della nostra mente. Affermare che tutto sia proiezione è un atto di miopia che finisce per segare il ramo su cui siamo seduti. Se accettiamo l’esistenza del regno minerale, vegetale e animale nel mondo fisico, perché dovremmo negare la vita che pulsa nelle altre dimensioni, sotto altre forme e manifestata in altri stati di esistenza? Il fatto che non siamo ancora in grado di percepire questi esseri con una coscienza limpida e totale non significa che essi non esistano, piuttosto che, mancando una connessione diretta, abbiamo sostituito la realtà con il nostro filtro mentale. Quando questo accade, smettiamo di essere spettatori della vita multidimensionale e diventiamo prigionieri di un’interpretazione. Dire che un fenomeno astrale sia solo una proiezione equivale a chiudere gli occhi davanti alla vastità dell’universo. Ogni emanazione della coscienza ha una sua peculiarità e una sua dignità esistente nel e dall’Uno. La vera sfida non è negare ciò che vediamo quanto imparare a riconoscere le caratteristiche reali, spogliate dai racconti che la nostra mente sovrappone loro per paura o ignoranza. Questo vale anche per le interpretazioni altrui che prendiamo per vere. Il filtro non è fatto solo dalle nostre storie, ma anche da quelle che compriamo già confezionate dagli altri.

OLTRE IL RACCONTO: BLACKOUT E CONNESSIONE NATIVA
Lo strato mentale, forse più insidioso, è proprio costituito dalle interpretazioni e dai racconti altrui che accettiamo come verità assolute, che determinano l’espressione del potere di istituzioni o soggetti su un ampio numero di persone: tipico esempio sono le verità convenzionali che servono per la descrizione del mondo. Spesso non proiettiamo solo i nostri limiti, ma prendiamo in prestito anche quelli degli altri -presunti maestri, dogmi o correnti di pensiero- e li sovrapponiamo alla realtà finché non riusciamo più a distinguere l’arrosto dall’altrui fumo. Ho trovato interessante analizzare due figure che hanno vissuto la cessazione del filtro mentale e delle proiezioni in modo analogo ma con delle sostanziali differenze.

Da un lato abbiamo Anandamayi Ma, dall’altro U.G. Krishnamurti. La mistica indiana, forse ancora troppo poco conosciuta in occidente ma dotata di capacità stupefacenti, incarnava uno stato di connessione nativa, sin dalla nascita: era già nata bambina vera, priva del naso di Pinocchio, in stato di connessione ininterrotta con la coscienza dell’Uno. Alcuni testimoni, che l’hanno conosciuta in prima persona, raccontano che accettò di essere sottoposta a un esperimento atto a misurare la sua attività cerebrale, e che durante lo stesso gli aghi dell’elettroencefalogramma rimanessero immobili, facendo risultare piatta l’attività elettrica, mentre su altri presenti l’apparecchiatura funzionava normalmente. La sua mente non interferiva, non aveva bisogno di “interpretare l’arrosto” perché era una cosa sola con la fiamma e con il fumo, vi era uno stato unitario tra osservato e osservatore. In lei la proiezione non veniva spezzata, alterata, contraffatta: non ce n’era bisogno, in quanto non era mai nata con una mente, che non c’era: vedeva l’Unità in ogni sua emanazione e in relazione a tutto ciò che esiste.

Dall’altro lato troviamo Uppaluri Gopala Krishnamurti, conosciuto come U.G. Egli visse per decenni tormentato da tradizioni inculcategli sin da piccolo: era stato cresciuto da una famiglia con determinate conoscenze di insegnamento spirituale, di cui avrebbe dovuto ricalcare le orme, sentendo tuttavia interiormente il peso di un compito che non sentiva suo. Per molti anni della sua vita, dopo essere diventato un conferenziere famoso su questi temi, cercò disperatamente di farli propri, di sentirli veri, senza mai riuscirci, senza mai trovare autenticità dietro certi fenomeni attribuiti al mondo metafisico, senza sentire tutto quello che gli veniva descritto da altri maestri, tra i quali l’altro Krishnamurti, Jiddu. Portò se stesso a condurre la sua esistenza a limiti estremi, arrivando a vivere come uno sconosciuto barbone, nonostante provenisse da una famiglia benestante e fosse un personaggio assai noto nei suoi ambienti, sprofondando più volte in un nichilistico annientamento di se stesso, finché non arrivò la sua “calamità”. U.G. la descrisse come un evento biologico e fisico esplosivo, che annientò il suo senso di un sé separato, non come un’illuminazione spirituale, quanto come una rottura definitiva della continuità del pensiero, lasciando l’organismo nel suo stato naturale e puramente sensorio. Un vero e proprio blackout biologico, a mio avviso, un’ autocombustione del sistema che non reggeva più la pressione mentale del suo conflitto interiore, un blackout elettrico, come un impianto in sovraccarico non idoneo a reggere una corrente dal voltaggio troppo forte. Il suo filtro mentale andò in pezzi, bruciato, e il suo proiettore si ruppe, modificando di fatto il suo stato percettivo. U.G. descriveva quanto accaduto come lo stato naturale dell’uomo.
Vorrei aprire una parentesi importante: sarebbe senz’altro auspicabile il ritorno al nostro stato naturale, alle radici, a ciò che siamo veramente: le origini, il principio. Molti maestri ci hanno parlato di quanto sia importante ritrovare il nostro stato naturale, a dispetto dell’artificiosità che è andata espandendosi sempre di più nel corso dei secoli, alienando l’umanità dalla sua stessa natura.
Pur trattandosi di due esseri umani privi di mente o filtro mentale, vivendo lo stato naturale, si trovano delle differenze: Anandamayi Ma era già nata così, in connessione solo con la coscienza, in grado però di riconoscere ciò che le veniva descritto dai più svariati personaggi del calibro di Yogananda o Niels Bohr, giusto per citarne alcuni, e capace di affrontare qualsiasi argomento, nonostante non lo avesse mai studiato, con profondità, lasciando i suoi interlocutori nello stupore: lei era la stessa luce che illumina la realtà. Anandamayi Ma insegnava che l’amore umano è solo il riflesso parziale dell’Unico vero amore: la devozione incondizionata al Divino. Per lei amare gli altri significava servire Dio in ogni forma senza distinzioni o attaccamenti egoistici. Con chi la cercava, si comportava in modo spontaneo e materno, adattandosi perfettamente alla vibrazione di chi aveva di fronte: mostrava accoglienza totale, ricevendo poveri e saggi con la stessa equanimità, vedendo in ognuno una manifestazione dell’uomo. Faceva da specchio energetico: spesso non dava istruzioni formali, ma la sua semplice presenza induceva stati di pace profonda o risoluzioni interiori silenziose. Pur essendo premurosa, non creava mai dipendenze emotive, spingendo costantemente i devoti a trovare la propria forza spirituale interna, mostrando distacco amorevole.
U.G. sembra aver raggiunto la libertà attraverso la distruzione dello strumento: l’una non proiettava in quanto era luce, l’altro non proiettava in quanto aveva spento l’interruttore della mente, che si era fulminato: era stato rimosso l’ostacolo dei filtri. Anandamayi Ma è nata completa e integra in se stessa, espressione già diretta della coscienza che si incarna senza lo schermo mentale, priva dei bias selettivi, ma si può dire di U.G. la stessa cosa? Bruciare la mente e il filtro mentale è garanzia di immersione totale nello stato di coscienza? Può la distruzione di un’interferenza garantire la totale ricezione, connessione e allineamento allo stato di coscienza o si può restare bloccati in stati a livelli intermedi, come una gravidanza non compiuta, come un feto abortito, che pur essendo umano non è comunque un bambino formato? Può essere considerato lo stato naturale tale in se stesso, anche se ha interrotto il compimento di un processo di evoluzione? Può avvenire come se fosse un incidente? Può funzionare ugualmente la distruzione mentale lungo il percorso che non abbiamo ancora compiuto? Potrebbe Pinocchio diventare un bambino vero senza desiderarlo, ma soltanto perché detesta essere un burattino? Sono esistiti maestri connessi allo stato di coscienza ma che hanno mantenuto comunque una mente ( pulizia dei filtri?) per potersi interfacciare con i loro stessi simili umani e con la realtà di cui erano circondati? Dopo la sua calamità, U.G. divenne totalmente privo di affettività sociale o di intenzionalità psicologica nel rapportarsi agli altri; non agiva più in base a norme di cortesia o ruoli precostituiti, ma rispondeva in modo puramente fisico e meccanico agli stimoli esterni. Le sue interazioni erano caratterizzate da assenza di filtri, in quanto poteva essere brutalmente onesto o apparentemente indifferente, poiché non esisteva più un “io” che cercasse di compiacere o ferire il prossimo; mostrava risposte a specchio, ovvero il suo comportamento rifletteva spesso lo stato di chi aveva di fronte: se l’interlocutore era aggressivo, lui rispondeva con durezza, se c’era silenzio lui restava in silenzio. Un altro aspetto da parte di UG fu il rifiuto totale del ruolo di guru: trattava chiunque andasse da lui senza alcuna gerarchia spirituale, scoraggiando attivamente ogni forma di venerazione o dipendenza. In sostanza viveva in uno stato di reattività biologica, dove l’altro non era entità da istruire ma semplicemente parte di un ambiente a cui l’organismo rispondeva senza secondi fini. Si è davvero liberi quando si manifestano risposte riflesse puramente fisiche e meccaniche agli stimoli esterni? Capite perché manca almeno una fase in questo processo? Dov’è il cuore? In ogni caso, mi sento di fare un’altra domanda: potrebbe, in realtà, l’esperienza di U.G. svelare una prossima tappa di evoluzione umana ancora difficilmente accettabile? Per onestà è corretto chiedersi anche questo.

Il paragone tra Anandamayi Ma e U.G. che ho appena descritto mi ha condotto a riflettere sulla parola Dominio, o Dominus io, ovvero essere i signori, i governatori di quel qualcosa che chiamiamo “io”, al quale, in questa specifica situazione, conferisco l’accezione di mente: un essere cosciente sa tenere in mano le briglie della mente e direzionarla, dirigerla verso ciò che serve, attività necessaria fintantoché non spiccheremo quel salto evolutivo che ci porterà a essere altro rispetto a ciò che siamo adesso in questa manifestazione. C’è questa strana mania di distruggere tutto ciò che riguarda l”io”senza ancora avere la piena coscienza di che cosa sia, definendolo ora in un modo, poi in un altro per poi cambiare ancora il significato di che cosa sia, a conferma del grosso limite del linguaggio intrinseco ed estrinseco, senza avere quei ganci spirituali indispensabili per procedere verso certe trasformazioni o per compiere quei salti evolutivi. C’è il tempo giusto per ogni cosa: ogni accadimento, ogni azione deve seguire il fluire del tempo nel senso di Kairòs: il tempo opportuno, il momento qualitativo e carico di destino in cui un’azione specifica ha la massima efficacia. Il Kairòs rappresenta la frattura nel tempo ordinario Kronos: è l’istante in cui la consapevolezza interiore si allinea con l’evento esterno, permettendo il passaggio dalla reattività meccanica alla partecipazione cosciente. In senso filosofico e spirituale, è il momento della verità o la finestra di Grazia in cui il potenziale latente può manifestarsi pienamente. Tutto il resto è un atto di forza oppure un incidente lungo il percorso.

Uscire dalle proiezioni non significa dunque approdare al nulla, ma riappropriarsi della capacità di vedere la vita in tutte le sue emanazioni. Significa smettere di vestire il mondo con i nostri abiti o con quelli presi in prestito da terzi. Significa essere noi stessi, nel senso profondo del termine, radicati nel nostro centro, nell’uomo naturale. Solo quando il naso di Pinocchio smetterà di allungarsi, potremo finalmente riconoscere che ogni essere, ogni piano e ogni vibrazione è un pezzo reale di quell’unico arrosto che è la coscienza in esperienza.